<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?><rss version="2.0"><channel><title><![CDATA[liberazioneonlineblog.alecsandria.it]]></title><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/default.asp]]></link><language><![CDATA[it]]></language><description><![CDATA[liberazioneonlineblog.alecsandria.it]]></description><item><title><![CDATA[Tutte le pubblicazioni del giornale sono sospese]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Da oggi e fino alla data dell'incontro (che mi auguro prossimo) presso la Regione, convocato per esaminare la richiesta di cassa integrazione avanzata dalla Mrc al fine di evitare il tracollo finanziario e il fallimento sicuro di Liberazione e dello stesso partito che la edita, tutte le pubblicazioni del giornale sono sospese. Anche nella versione on line, come recita il comunicato della societ&agrave;. Questo epilogo - sicuramente transitorio, ma certo non meno doloroso - &egrave; stato l'esito che la direzione ha cercato in ogni modo e finch&egrave; &egrave; stato possibile di evitare, tessendo e ritessendo la trama di un equilibrio editoriale fra le pi&ugrave; che giustificate preoccupazioni dei lavoratori per il proprio futuro e le condizioni oggettive di una situazione economica dell'azienda che non pu&ograve; in alcun modo sopportare il taglio del 70% delle gi&agrave; scarsissime risorse destinatele dal fondo per l'editoria. Il complesso equilibrio &ldquo;dinamico&quot; che era stato raggiunto si reggeva sulla condivisione di una incontestabile verit&agrave;: quella che i governi (Berlusconi prima e Monti poi) hanno scientemente deciso, sulla base di calcoli politici che nulla hanno a che vedere con i problemi di bilancio dello stato, di mettere in ginocchio decine di testate di partito, di idee e cooperative, radendo letteralmente al suolo, in particolare, la stampa di sinistra. Contro questo disegno liberticida avrebbero dovuto concentrarsi tutto l'impegno, la mobilitazione, la lotta per ottenere la reintegrazione del fondo. Malauguratamente, a questa sacrosanta battaglia se ne &egrave; unita e poi sovrapposta un'altra, di segno opposto, cresciuta sino a quasi oscurare la prima, fondata sull'incredibile accusa rivolta dal Cdr alla propriet&agrave;, alla societ&agrave;, alla stessa direzione del giornale di avere inteso utilizzare la crisi per portare a conclusione l'avventura di Liberazione ed azzerarne la redazione. Ebbene, questa accusa al Prc di coltivare pulsioni suicide e di perseguire il solo obiettivo di incassare i residui finanziamenti pubblici, progettando la redazione di un giornale &ldquo;finto&quot;, &egrave; semplicemente falsa, oltre che oltraggiosa. L'obiettivo di salvare testata, giornale e occupazione, la determinazione nel compiere ogni ragionevole sforzo per rilanciare in progress un progetto editoriale credibile e sostenibile &egrave; stato, &egrave; e rimane lo scopo di ogni iniziativa.<br />
Le &ldquo;incursioni&quot; sul giornale - tanto su quello in pdf (di cui &egrave; stata impedita l'uscita per ben 3 degli ultimi 4 giorni!), quanto sul sito - si sono in questi giorni moltiplicate sino a rendere la situazione ingovernabile da parte della direzione.<br />
La scelta di sospendere ogni pubblicazione sino all'incontro in regione &egrave; divenuta perci&ograve; un passo obbligato.<br />
Nel frattempo, sia pure in un clima molto diverso da quello che sarebbe stato auspicabile e necessario, si stanno sviluppando in tutta Italia le pi&ugrave; varie iniziative di sottoscrizione per Liberazione, segno inequivocabile di una volont&agrave; forte dei nostri lettori e della nostra comunit&agrave;, per nulla rassegnati a gettare la spugna.</p>
<p>La direzione</p>]]></description><pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:48:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2537]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Ecco come fare vivere la nostra speranza]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In questi giorni, non pochi compagni e compagne, determinati a non rassegnarsi alla chiusura del giornale e ostinatamente impegnati nella sottoscrizione, mi rivolgono la stessa ragionevolissima domanda. Che &egrave; questa: &laquo;Quanto serve, nelle condizioni date, per riportare il giornale in edicola?&raquo;. Si tratta, come &egrave; facile capire, di una domanda fondata, per non andare in guerra contro i mulini a vento e per commisurare lo sforzo all&rsquo;obiettivo. <br />
Ebbene, nelle condizioni date, servono due milioni all&rsquo;anno, pari all&rsquo;entit&agrave; del taglio con cui Berlusconi e Monti hanno prosciugato il Fondo per l&rsquo;editoria. Una cifra enorme, a maggior ragione se messa in relazione alla totale impossibilit&agrave; dell&rsquo;editore, del partito, di mettere ulteriore denaro nel giornale o anche soltanto di finanziare la liquidit&agrave; necessaria, considerato che le banche non ci erogano un euro di credito. <br />
Naturalmente, non ci concederemo un attimo di tregua nella battaglia per ottenere dal governo ci&ograve; che spetta di diritto a noi e agli altri giornali di partito, di idee e cooperativi. Ma bisogna sapere che lo scontro &egrave; impari, perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; innocenza nel comportamento con cui il governo ci condanna al silenzio.<br />
Se dico questo non &egrave; per deludere le speranze o le aspettative di coloro &ndash; e per fortuna sono tanti &ndash; che considerano una iattura lo spegnimento della nostra voce ma, al contrario, per rendere tutti e tutte consapevoli delle difficolt&agrave; obiettive e che il futuro di <em>Liberazione</em> &egrave; anche nelle nostre mani. <br />
Due milioni di euro, questo &egrave; l&rsquo;obiettivo. <br />
Dunque, alla domanda rispondo: se non potremo/sapremo raggiungere questo risultato, <em>Liberazione</em> non torner&agrave; nelle edicole. Al di sotto di esso il progetto editoriale dovr&agrave; modularsi, proporzionarsi alle risorse effettivamente disponibili, nel mix fra le residue risorse pubbliche e gli importi della sottoscrizione. A quel punto faremo virt&ugrave; di quanto avremo messo in cascina e vedremo su quale strumentazione potere realisticamente puntare (il sito, il giornale in pdf, un settimanale, un telegiornale, o l&rsquo;intreccio multimediale dei diversi canali di comunicazione).<br />
Una <em>mission impossible</em>? Forse. O forse no.<br />
In questi giorni capita di incontrare chi con un velo di ironia sottolinea l&rsquo;enormit&agrave; di una simile sfida, in passato mai vinta, ma forse &ndash; aggiungo io &ndash; mai davvero tentata. E allora vi dico: proviamoci sul serio, fino in fondo. <br />
Mettiamoci all&rsquo;opera, facciamo lavorare la fantasia, inventiamo cento diverse iniziative, decentrate nei territori.<br />
Le lettere che quotidianamente pubblichiamo nella versione on line forniscono lo spunto per tante possibili idee a cui ogni federazione, ogni circolo possono ispirarsi per promuovere strategie di <em>fund raising</em>, oltre alle pur preziosissime, tradizionali cene di sottoscrizione.<br />
Metto in fila alcune proposte, fra le tante pensabili. <br />
E&rsquo; possibile individuare, in tutta Italia, (almeno) 1000 persone disponibili ad investire (almeno) 1000 euro per la sopravvivenza di <em>Liberazione</em>? Per sostenere questo appello alla salvezza del giornale i &ldquo;garanti&rdquo; del Fondo speciale istituito per la sottoscrizione (Marco Bersani, Sergio Cofferati, Alessandro Dal Lago, Gianni Ferrara, Carla Ravaioli, Annamaria Rivera), si sono resi volentieri disponibili a scrivere una lettera che renderemo pubblica nei prossimi giorni. Ancora: &egrave; possibile chiedere ad artisti - sempre sensibili al tema della libert&agrave; di espressione e dunque all&rsquo;importanza del pluralismo dell&rsquo;informazione &ndash; di donare loro opere con le quali organizzare aste pubbliche il cui ricavato sia interamente devoluto al giornale, sul modello dell&rsquo;esperienza realizzata con successo a Roma due anni fa? E&rsquo; possibile stampare le pagine che produciamo in pdf e diffonderle nei mercati, nelle piazze, davanti alle fabbriche, chiedendo ai cittadini e ai lavoratori di contribuire affinch&eacute; non venga messa a tacere una voce fra le pochissime fuori dal coro, una voce che parla senza censure delle loro vite, dei loro problemi e delle loro lotte? <br />
Insomma, vorrei tanto che ci dimostrassimo capaci di impartire una lezione a quanti ci hanno in odio &ndash; per ci&ograve; che scriviamo, rappresentiamo, proponiamo &ndash; e riuscissimo a dire loro: &laquo;Ebbene, signori, non ci siete riusciti, noi comunisti siamo vivi e vivremo, a dispetto di ogni vostro sforzo per cancellarci&raquo;.</p>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jan 2012 17:35:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2536]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Per Liberazione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Da gennaio Liberazione non sar&agrave; in edicola: questa &egrave; la notizia cattiva. La pubblicazione del giornale che conoscete continuer&agrave; ugualmente in versione online: questa &egrave; la notizia buona. Il giornale sar&agrave; visibile a tutti, abbonati e non, almeno in questo scorcio del mese. Questa opportunit&agrave; &egrave; stata resa possibile dal fatto che, a seguito della collocazione in ferie di tutti i dipendenti di Liberazione, gli stessi hanno proposto di lavorare comunque alla realizzazione del giornale durante l'occupazione. La direzione ha subito accettato questa disponibilit&agrave; che consente un p&ograve; di respiro, nel mentre continueranno le iniziative di lotta e di pressione nei confronti del governo perch&eacute; renda finalmente chiara - se davvero vi &egrave; - la volont&agrave; di reintegrare (come, quando, di quanto) il fondo per l'editoria che nelle dimensioni attuali condanna noi e molti altri giornali di partito, di idee e cooperativi, nazionali e locali. Nel frattempo abbiamo lanciato la sottoscrizione sul nuovo conto corrente dei cui progressi daremo quotidianamente conto. I messaggi dei lettori che affluiscono a getto continuo presso la redazione ci incoraggiano a pensare che Liberazione, con la sua cifra politica unica, &egrave; entrata nel cuore e nella mente non solo della nostra comunit&agrave;, che sta dando una prova straordinaria di attaccamento al giornale, ma anche di una platea vastissima di persone, associazioni, movimenti che ci rendono testimonianza di quanto questo foglio sia ritenuto importante e di quanto la sua scomparsa sia vissuta come un danno da scongiurare, come una vulnerazione grave alla democrazia e alla libert&agrave; di ognuno. Bene. E' il riscontro in cui speravamo e che ci aspettavamo. Ci rifletta sopra anche Monti.&#8232;Gennaio sar&agrave; dunque, con tutta evidenza, un mese cruciale. Noi moltiplicheremo le iniziative e la mobilitazione. &#8232;Il 16 gennaio di tre anni fa firmai il mio editoriale d'esordio, che titolava, come quello odierno, &laquo;Per Liberazione&raquo;: non c'&egrave; ragione alcuna per abbandonare la presa e consegnarsi alla rassegnazione. &#8232;Il confronto fra sindacato e Mrc riprenda ora rapidamente e vagli con scrupolosa seriet&agrave; tutte le ipotesi per continuare, nelle forme sostenibili, un progetto editoriale che non deve soccombere di fronte alla protervia di chi persegue scientemente l'annientamento dell'informazione libera, per consegnarla nelle mani dei grandi potentati imprenditoriali e finanziari.&#8232;Sappia chi guarda a noi con adesione convinta, o solo con simpatia, e anche chi, pur non condividendo le nostre idee, comprende appieno il valore del pluralismo, politico e mediatico, che questo &egrave; il momento dell'impegno e della responsabilit&agrave; personale in una battaglia che merita di essere combattuta. Se si scarta oggi, poi resta solo lo spazio per le recriminazioni tardive. E sempre inutili.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:7:59 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2535]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Elogio della ricchezza]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Mario Monti va usando da qualche giorno parole forti e penetranti per descrivere quale insopportabile ingiustizia rappresenti la mastodontica evasione fiscale, che altro non &egrave;, secondo il premier, che un furto continuato ai danni dei contribuenti onesti ed una violazione plateale del patto di cittadinanza. La cosa ha indubbiamente qualche rilevanza se solo si rammenta l'opinione opposta che sul medesimo tema aveva Silvio Berlusconi, il quale assolveva l'evasione in quanto &ldquo;arma di legittima difesa&quot; contro la presunta esosit&agrave; del fisco italiano. Il cambio di passo, se corroborato da misure efficaci e non solo da esternazioni propagandistiche, ha dunque un qualche significato, considerato che le risorse fraudolentemente sottratte all'erario sono nel nostro paese talmente cospicue che il recupero anche solo di una modesta quota parte di esse avrebbe potuto risparmiare all'Italia  e alla sua parte pi&ugrave; povera il micidiale salasso che le &egrave; stato somministrato. Monti, tuttavia, ci ha anche reso edotti della assai meno rassicurante filosofia che sostiene le sue pi&ugrave; profonde convinzioni in materia, per cos&igrave; dire, di relazioni economico-sociali. Mi riferisco al tema della ricchezza, calvinisticamente evocata dal presidente del Consiglio per toglierle di dosso la nomea di &ldquo;sterco del diavolo&quot; (e per collocarla, niente meno, nel Pantheon dei valori) purch&egrave;, beninteso, guadagnata onestamente, frutto cio&egrave; del merito e della virt&ugrave;. E purch&egrave; restituita, altrettanto rettamente, alla societ&agrave;, nella misura del dovuto, attraverso un comportamento fiscale rispettoso delle leggi ed anche dedicandosi ad opere filantropiche, esempio eccelso, secondo Monti, di una sana propensione del ricco verso il bene comune e la collettivit&agrave;. Ma la concezione rigorosamente proprietaria del capo del governo emerge pi&ugrave; esplicitamente quando egli si sofferma sul nodo del lavoro. &ldquo;Il tempo del diritto del lavoro (e, dunque, della vulgata giuslavoristica novecentesca, ndr) &egrave; finito&quot;, sostiene il professore. Per creare occupazione occorre competitivit&agrave; e questa - sembra dire Monti - ha bisogno di scrollarsi di dosso &ldquo;lacci e laccioli&quot; che la ingessano, retaggi ideologici di un'altra epoca. In questa concezione non si rintraccia la violenza verbale del caudillo di Arcore, che attaccava la Costituzione italiana perch&eacute; &ldquo;intrisa di soviettismo&quot;. Ma il senso &egrave; lo stesso. Il diritto del lavoro codificato nella nostra legislazione &egrave; stato il risultato di una lunga lotta sociale e politica per tutelare - nel rapporto fra capitale e lavoro - la parte pi&ugrave; debole; per colmare o per lo meno ridurre l'asimmetria di forze fra datore di lavoro e prestatore d'opera; per affermare un sistema di protezione sociale che impedisse, nel nome dell'interesse privato, di violare o &ldquo;recare danno - come recita l'articolo 41 della Carta - alla sicurezza, alla libert&agrave;, alla dignit&agrave; dei cittadini&quot;. Ecco, professor Monti, se questi gi&agrave; traballanti presidi di democrazia vengono rimossi, se il sopruso e l'arbitrio padronali tornano ad essere la quintessenza dei rapporti sociali, allora anche quella ricchezza estorta attraverso lo sfruttamento del lavoro &egrave; maledetta, non ha nulla di legittimo, per quanto se ne possa dedicare qualche briciola a munifiche opere di bene. A dirla con franchezza, signor presidente, lei pare un signore per bene, ma un signore dell'Ottocento, un uomo che guarda il mondo dall'alto in basso e che ha in mente una concezione della democrazia come &ldquo;governo degli ottimati&quot;: un'oligarchia di tecnocrati profondamente impregnati della cultura iperliberista che domina il tempo presente; una cultura che &egrave; emanazione di un potere finanziario autoreferenziale, tanto impersonale quanto inafferrabile e privo di legittimazione democratica, ma talmente potente da aver espropriato della loro sovranit&agrave; popoli, stati, parlamenti. La fantastica concentrazione della ricchezza che questo modello produce ha come inevitabile complemento l'impoverimento e l'emarginazione di gran parte del genere umano. E' questo sistema che viene con sempre maggior forza contestato nei suoi presupposti costitutivi, nei rapporti di propriet&agrave; che generano oppressione e diseguaglianza.</p>]]></description><pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:2:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2534]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il totem di Elsa Fornero]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dopo avere distrutto le pensioni di anzianit&agrave; e deindicizzato quelle al di sopra dei 1.200 euro netti (ma nel 2013 torneranno sotto la tagliola anche le rendite superiori a 700 euro), la signora Elsa Fornero, titolare del ministero che senza senso umoristico continua a chiamarsi del welfare, &egrave; passata alla fase due, nella quale il nuovo obiettivo del terrificante tiro a segno contro il lavoro &egrave; lo Statuto dei lavoratori o, per meglio dire, il suo architrave portante, quell&rsquo;articolo 18 che tutela i prestatori d&rsquo;opera dai licenziamenti intimati senza giusta causa.<br />
Come per la crociata contro il regime pensionistico, di cui si &egrave; falsamente invocata l&rsquo;insostenibilit&agrave; economica, anche in questo caso, per dare alla crociata contro i diritti una parvenza di legittimit&agrave; si ricorre alla menzogna. Che si regge sulla seguente premessa: le aziende vedrebbero compromesse le proprie chances competitive a causa dell&rsquo;impossibilit&agrave; di privarsi del personale eccedentario, mentre una maggiore flessibilit&agrave; in uscita (quella in entrata si avvale gi&agrave; di un proflufio di regimi precari e a termine) restituirebbe elasticit&agrave; ad un mercato del lavoro ingessato da troppi vincoli e rigidit&agrave;. <br />
Il ministro, sulle orme di Pietro Ichino, ripropone la bizzarra tesi secondo cui chi gode del &ldquo;privilegio&rdquo; di potersi opporre ad un sopruso, sarebbe responsabile di privare le nuove leve del diritto ad una occupazione. Insomma, il diritto al lavoro verrebbe garantito non gi&agrave; da una politica imprenditoriale rivolta all&rsquo;investimento e ad una resuscitata propensione al rischio industriale, bens&igrave; dalla possibilit&agrave; di cacciare chi si voglia, quando si voglia e per qualsivoglia motivo. Non certo, dunque, per ragioni legate a crisi aziendali, nei quali casi la facolt&agrave; di licenziare &egrave; gi&agrave;, come ognuno sa, ampiamente normata e praticata.<br />
L&rsquo;impianto che la coppia Fornero-Ichino vorrebbe tramutare in legge si propone, in apparenza, come un modello capace di superare il carattere duale della legislazione vigente, in base alla quale nelle imprese con meno di 16 dipendenti non si applicano le norme dello Statuto che operano soltanto al di sopra di tale soglia. In realt&agrave;, se questo fosse davvero l&rsquo;obiettivo del governo, basterebbe estendere le tutele della legge 300/70 a tutti i lavoratori ed eliminare la stupefacente proliferazione di contratti &ldquo;aticipici&rdquo; che hanno trasformato il diritto del lavoro in un colabrodo e il mercato del lavoro in un supermercato delle braccia. Ma l&rsquo;obiettivo &egrave; un altro, bench&eacute; mascherato da nobili intenti. Fornero parla di un &laquo;contratto unico a tutele crescenti&raquo;. Cosa significa? Il ministro spiega: un contratto uguale per tutti i lavoratori, dove si inizia facendo la gavetta con un salario basso e senza diritti, per poi vedere gradualmente crescere l&rsquo;uno e gli altri. E per ammorbidire la botta Fornero, esattamente come Ichino, propone che i lavoratori in forza (i padri) mantengano la normativa in essere (ivi compreso l&rsquo;articolo 18), mentre ai nuovi assunti (i figli) si applichi il nuovo regime, alla faccia della dichiarata intenzione di superare il dualismo normativo. <br />
In realt&agrave;, come &egrave; facile intuire, la fase, diciamo cos&igrave;, di transizione, servirebbe a svuotare progressivamente la sacca dei lavoratori che portano &ldquo;in dote&rdquo; la tutela forte, per arrivare in rapide tappe all&rsquo;estinzione del diritto per tutti. S&igrave;, perch&eacute; la parte pi&ugrave; sconcia (e fraudolenta) del progetto sta proprio in quell&rsquo;illusione di &laquo;tutele crescenti&raquo; a cui, nel nuovo regime, si accederebbe dopo un certo numero di anni trascorsi in balia del padrone. Infatti, ove il lavoratore fosse licenziato e trovasse occupazione presso un&rsquo;altra azienda, il suo &ldquo;tirocinio&rdquo; precedente verrebbe azzerato, ed egli dovrebbe nuovamente passare sotto le forche caudine di una moratoria dei diritti: un periodo che potrebbe dunque protrarsi per sempre, in ragione delle vicissitudini lavorative di ciascuno.<br />
Insomma, quello che stanno costruendo &egrave; un percorso ad handicap, un gioco dell&rsquo;oca truccato, dove ad ogni intoppo si torna al punto di partenza ed al traguardo non si arriva mai, dove la sola certezza &egrave; l&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa.<br />
Questo &egrave; il colossale &ldquo;pacco&rdquo; in gestazione. <br />
Pensate: contratti dettati dal padrone, espulsione dei sindacati sgraditi (secondo il modello applicato da Marchionne negli stabilimenti Fiat) e, dulcis in fundo, libert&agrave; di licenziare secondo gusto e capriccio. <br />
Se il Pd si beve anche questa sar&agrave; difficile immaginarne una resurrezione politica domani. Sembra averlo capito la Cgil, a cui ora spetta il compito di guidare la lotta con mano sicura. Perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; emergenza pi&ugrave; grave di quella che sta portando alla sopraffazione del mondo del lavoro. Abbattere il totem intorno a cui danzano Elsa Fornero e il suo governo &egrave; divenuto una priori&agrave; assoluta per il Paese e la democrazia.</p>]]></description><pubDate>Thu, 22 Dec 2011 18:39:18 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2532]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Vi propongo l'autofinanziamento]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Stanno provando ad ammazzare questo giornale. Con cinica determinazione. Questo e tanti altri, ovviamente, ai quali il modestissimo (per consistenza economica) Fondo per l&rsquo;editoria consentiva ancora di sopravvivere. I giornali di sinistra, e in particolare quelli della sinistra di opposizione, usciranno di scena. Tutti. Qualcuno subito, qualcun altro a ruota. Proprio nel momento in cui una coltre di asfissiante conformismo ammorba la politica italiana e una violentissima manovra antisociale, sottoscritta dalla quasi totalit&agrave; del parlamento, si abbatte sul Paese, le poche voci di dissenso vengono brutalmente amputate. Con chirurgica selettivit&agrave;. <br />
Perch&eacute; al netto delle testate a cui potranno (forse) venire in soccorso altri ben muniti forzieri, sul selciato rimarremo noi e quanti come noi propongono, lavorano, si battono per un&rsquo;alternativa di societ&agrave; e di Stato. E, insieme a noi, verranno azzittite le voci a cui questo giornale ha dato, spesso solitariamente, visibilit&agrave;, divenendone compagno di strada e complice. Lavoratori, precari, migranti, emarginati. E poi i movimenti, quelli per l&rsquo;acqua pubblica, quelli che si battono per la propriet&agrave; sociale dei beni comuni; quelli che trovano la forza di indignarsi contro l&rsquo;esproprio di sovranit&agrave; popolare estorta dal capitale finanziario. E ancora: quelli che si ostinano a propugnare una politica che bandisce la guerra e abbatte le spese militari; quelli che, rischiando in proprio, si oppongono alla mafia, denunciano la corruzione e il connubio indecente fra affari e politica. O quelli che si mettono di traverso di fronte al rinascente fascismo, al razzismo, alla devastazione dei principi e dei valori costituzionali; quelli delle donne che non si arrendono a relazioni sociali e familiari ancora succubi del patriarcato. <br />
Questo mondo resistente e refrattario all&rsquo;omologazione rischia di annegare, cancellato da un&rsquo;informazione resa ancor pi&ugrave; appiattita, omissiva e anestetizzante dal fatto di non dover pi&ugrave; neppure rendere (pallidamente) conto delle proprie censure, delle proprie manipolazioni, delle proprie connivenze.<br />
Qualche giorno fa, il sottosegretario Malinconico - che in esecuzione del mandato del presidente del Consiglio ha chiuso i rubinetti al finanziamento pubblico dell&rsquo;editoria - ha spiegato che se ci &egrave; preclusa la carta stampata potremo sempre sbarcare su internet. <br />
Ora, se c&rsquo;&egrave; una peculiarit&agrave; della stampa che incarna una missione politica, dei giornali di partito, &egrave; proprio quella della diffusione militante, da mano a mano, casa per casa, nelle manifestazioni, nei luoghi dove si praticano la lotta e il conflitto sociale. Dove controinformazione e formazione della soggettivit&agrave; politica si saldano insieme, vivendo essi della partecipazione diretta dei cittadini, non dell&rsquo;adesione passiva che si nutre delle suggestioni populistiche, della delega al capo e che si riconosce nei partiti personali attorno ai quali crescono torme di cortigiani e di clientes.<br />
Avrete tutti e tutte capito che la decisione di chiudere il finanziamento pubblico dei giornali di partito e di idee non ha nulla a che vedere con la necessaria epurazione degli speculatori che si annidano nel ginepraio dell&rsquo;editoria e che a puri fini di lucro hanno potuto indebitamente profittare di generose elargizioni erogate alle loro finte pubblicazioni. Avrete capito che la stessa preoccupazione legata alla spesa pubblica (ammesso e non concesso che il pluralismo dell&rsquo;informazione non valga un investimento della collettivit&agrave;) non ha alcun fondamento, visto che gli ammortizzatori sociali necessari per tutelare il reddito di quanti perderanno il lavoro comporteranno costi ben superiori. Avrete capito, insomma, che la decisione &egrave; politica, puramente politica. Non meno di quanto lo sono le scelte in materia economica e sociale volute dal governo Monti e digerite dall&rsquo;ex opposizione parlamentare come una medicina amara ma necessaria.<br />
Per&ograve;, c&rsquo;&egrave; un per&ograve;, grande come una casa. A voi che leggete questo giornale e in questi anni tremendi ne avete fatto uno strumento di battaglia politica e culturale, sembra possibile, ammissibile, spiegabile che Berlusconi e Monti possano decretarne la fine, senza che siamo in grado di trarre da noi stessi le risorse che ci vengono ingiustamente sottratte? Oppure dobbiamo limitarci a rivendicare il pur sacrosanto diritto di rientrare in possesso di ci&ograve; che ci &egrave; stato scippato? Possono i comunisti, pu&ograve; questo partito, inteso come comunit&agrave; di militanti, animata da un progetto politico, produrre lo sforzo necessario ad evitare gli effetti disastrosi dell&rsquo;oscuramento mediatico? E questa sfida non potrebbe essere raccolta da quanti - singole persone, associazioni, soggetti collettivi - avvertono come insopportabile il peso di una simile vulnerazione? Io credo che sia possibile. Oserei dire: guai se non lo fosse! <br />
Vi &egrave; riuscito Il Fatto quotidiano, attraverso una preventiva campagna di abbonamenti che gli ha assicurato le risorse necessarie a prepararne l&rsquo;esordio prima e il decollo poi. Vi &egrave; riuscito Michele Santoro, che attraverso piccole quote sottoscritte da migliaia di cittadini ha potuto lanciare il suo Servizio Pubblico. Ebbene, perch&eacute; a noi dovrebbe essere preclusa questa strada? Perch&eacute; dovremmo noi rassegnarci all&rsquo;annichilimento, senza provare, a nostra volta, ad ingaggiarci in questa sfida? <br />
E allora vi dico questo: da gennaio il giornale si ferma, gioco forza. Continuare al buio significherebbe andare incontro al fallimento certo con conseguenze collaterali che non voglio neppure immaginare. Proveremo poi a riaprire, nel pi&ugrave; breve tempo possibile, l&rsquo;edizione on line. Ma intanto, perch&eacute; non lavorare ad un progetto di autofinanziamento, che potrebbe funzionare cos&igrave;: si apre un fondo, gestito da tre garanti, individuati fra personalit&agrave; di specchiata integrit&agrave; morale, ove fare confluire gli importi di una grande sottoscrizione popolare con i caratteri della continuit&agrave;; parallelamente si lancia una campagna tesa a verificare, formalmente, la disponibilit&agrave; a sottoscrivere degli abbonamenti. Dei risultati dell&rsquo;una e dell&rsquo;altra iniziativa daremmo sistematicamente conto, pubblicando nell&rsquo;edizione on line un &ldquo;contatore&rdquo; che indichi i progressi economici via via conseguiti. Con l&rsquo;impegno nostro a ripartire con un canale cartaceo commisurato alle risorse raccolte, non appena raggiungessimo un importo sufficiente. E, naturalmente, con l&rsquo;impegno, altrettanto formale, a rimborsare le somme sottoscritte ove non riuscissimo ad integrare la somma minima necessaria. <br />
Mi vengono i brividi mentre formulo questa proposta che, tuttavia, continua a parermi una sfida necessaria, piuttosto che un azzardo, essendo la rinuncia il vero rischio da evitare. Mi tornano in mente le parole che molti anni fa lessi sui muri di una miniera di Cardiff, dove i minatori erano impegnati in una battaglia all&rsquo;ultimo sangue contro i Tories di Margareth Thatcher che avevano deciso la chiusura di tutti i pozzi del Regno Unito e la fine di una grande storia operaia. Quella scritta diceva: &laquo;Non c&rsquo;&egrave; nessun disonore nella sconfitta, disonorevole &egrave; non aver mai tentato&raquo;.</p>]]></description><pubDate>Thu, 22 Dec 2011 18:35:24 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2531]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[D’ora in poi in edicola solo la voce dei padroni]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Missione compiuta. Il Fondo per l&rsquo;editoria non sar&agrave; reintegrato delle somme scippate dal precedente governo. Le risorse ad esso dedicate valgono, al momento, il 30% di quelle - risicatissime ed erose di anno in anno - conferite a posteriori e dopo molti sudori freddi nell&rsquo;anno trascorso. La sola novit&agrave;, la possibilit&agrave; offerta all&rsquo;editoria, quella di attingere ad un contenitore, il cosiddetto &ldquo;Fondo Letta&rdquo;, affermata in linea di principio, ma del tutto indeterminata nei tempi e nelle proporzioni, non consente alcuna certezza e alcun investimento sul futuro. E&rsquo; dunque una sentenza di morte per centinaia di testate quella che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Malinconico ha decretato ieri alla Camera, per nome e per conto del governo Monti. Come una caterpillar, l&rsquo;esecutivo &ldquo;tecnico&rdquo;, affrancato dai rudimenti minimi dell&rsquo;alfabeto democratico, ha deciso di cancellare il pluralismo dell&rsquo;informazione. <br />
Le cifre in gioco - lo abbiamo ripetuto sino alla noia - sono semplicemente ridicole, pur in una fase di crisi acuta e di tagli, ohinoi pesanti quanto a senso unico, ed ora usati, con ipocrita cinismo, per dire che non ce n&rsquo;&egrave; per nessuno, tantomeno per la libert&agrave; di stampa: un lusso che secondo i &ldquo;professori&rdquo; il Paese non si pu&ograve; permettere.<br />
Niente di male: in edicola andranno soltanto i giornali posseduti da gruppi finanziari e imprenditoriali che gi&agrave; drenano tutta la pubblicit&agrave;, continuando peraltro a mungere ingenti risorse pubbliche ad essi generosamente elargite. Non ci si propini la canzoncina dei costi: la fine coatta di tanti giornali comporter&agrave; prezzi elevatissimi. Si dovr&agrave; spendere per l&rsquo;assistenza da erogare alle migliaia di lavoratori e lavoratrici che perderanno il posto di lavoro, in una misura paradossalmente superiore - di gran lunga superiore - a quella bastevole per rifinanziare il Fondo. E si dovranno chiudere aziende che generano lavoro, reddito, entrate fiscali e previdenziali per lo Stato, con buona pace per le stucchevoli filippiche sulla crescita che langue. Ma questo non importa nulla, assolutamente nulla, a chi &egrave; alla guida del carro. Anzi. Il governo che si accinge a varare una manovra spaventosamente ingiusta come quella su cui fra qualche giorno sar&agrave; posta la fiducia, guarda al tutto - senza un fremito - dal punto di vista di una parte sola: quella dei pi&ugrave; forti. Capirete bene che se si riesce a colpire le pensioni da fame lasciando intatte le grandi fortune, le grandi pensioni e i grandi redditi, tutto pu&ograve; davvero accadere. <br />
Cosa volete mai che importi a costoro se i giornali politici, o di partito, soccombono, considerato che la politica, quella che nel parlamento sta dando un&rsquo;agghiacciante dimostrazione di impotenza, ha abdicato ad ogni ruolo e ad ogni responsabilit&agrave; nascondendosi dietro la foglia di fico della neutralit&agrave; tecnocratica. Ne &egrave; ulteriore, sconfortante dimostrazione il fatto che alla lettera inviata sabato scorso dai direttori di <em>Liberazione</em>, <em>il Manifesto</em>, <em>l&rsquo;Unit&agrave;</em>, <em>Europa</em>, <em>Avvenire</em>, <em>Il Secolo</em>, <em>la Padania</em> al presidente del Consiglio, ma anche ai segretari dei partiti, nessuno si &egrave; preso il fastidio di rispondere. Sicch&eacute; neppure l&rsquo;appello di Giorgio Napolitano ad evitare una grave vulnerazione democratica ha sortito alcun effetto.<br />
Del resto, &egrave; questo il tempo in cui la soppressione delle libert&agrave; sindacali, i pogrom razzisti, la devastazione del welfare sono diventati moneta corrente. E si fa strada l&rsquo;assuefazione ad un&rsquo;ormai travolgente marcia liberticida. Ora tocca alla stampa, altro segnale che dovrebbe ricordare a tutti qualcosa di tremendamente sinistro.<br />
Per noi comunisti, poi, &egrave; un&rsquo;ulteriore messa al bando. Ieri abbiamo subito l&rsquo;estromissione dal Parlamento in forza di una legge antiproporzionale; oggi ci si chiude la bocca. State attenti anche voi, pavidissimi <em>Democrats</em> che avete sciaguratamente affidato a Mario Monti il vostro futuro. Perch&eacute; la campana non suona solo per noi.</p>]]></description><pubDate>Thu, 15 Dec 2011 10:43:45 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2530]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Eh no, caro Monti, le alternative ci sono]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>T.I.N.A. &egrave; l&rsquo;acronimo di <em>there is No alternative</em>, &laquo;Non c&rsquo;&egrave; alternativa&raquo;, coniato dai fautori del pensiero unico, gli inventori della pi&ugrave; colossale mistificazione ideologica della modernit&agrave;, quella che spaccia l&rsquo;economia di mercato, in modo di produzione capitalistico e i rapporti di propriet&agrave; che vi sono sottesi, come il solo sistema di relazioni sociali entro cui sia immaginabile vivere, produrre, consumare, riprodursi. E&rsquo; il regno del capitale oggi dominante nella forma di una devastante superfetazione finanziaria. Quella entro il cui perimetro, senza deflettere, operano Mario Monti e il suo governo &ldquo;tecnico&rdquo;. E &laquo;non c&rsquo;&egrave; alternativa&raquo; &egrave; esattamente la frase usata dal Presidente del Consiglio, chiamato da Bruno Vespa a chiarire senso e ragioni della manovra, probabilmente blindata con il voto di fiducia, che fra breve il parlamento voter&agrave; in modo quasi plebiscitario. <br />
Non c&rsquo;&egrave; apparente arroganza nell&rsquo;uomo della Trilateral, anzi. Egli si &egrave; mostrato sinceramente dispiaciuto dei sacrifici imposti alla povera gente; si &egrave; persino mostrato comprensivo per le proteste e per gli scioperi imminenti (&laquo;Se ne sono fatti per molto meno&raquo; - ha detto). Ma poi ha riproposto il <em>refrain</em>: &laquo;Non c&rsquo;&egrave; altro da fare, le misure sono necessarie pena cadere nel precipizio che &egrave; solo ad un passo da noi&raquo;. C&rsquo;&egrave; un che di persuasivo nello stile pacato, nell&rsquo;apodittica certezza, nel disinteresse personale con cui Monti affonda il bisturi nelle carni del Paese pi&ugrave; povero. E c&rsquo;&egrave; persino il rischio che non poche delle sue vittime designate, appena liberatesi con un gran sospiro dei tentacoli di Berlusconi, finiscano per credergli, per affidarglisi, magari per disperazione.<br />
Ora, abbiamo cercato pi&ugrave; e pi&ugrave; volte di spiegare, su questo foglio, perch&eacute; le terapie della Bce, introiettate senza batter ciglio dall&rsquo;Ue e dal nostro governo, siano la pura espressione della dittatura della finanza speculativa; abbiamo chiarito come quelle ricette produrranno un devastante impoverimento del sistema di protezione sociale, del welfare e - contemporaneamente - inibiranno ogni possibilit&agrave; di ripresa, riproducendo le condizioni entro le quali si ripresenteranno - aggravati - i medesimi problemi. E a cui seguiranno terapie ancora pi&ugrave; aggressive e debilitanti. <br />
Tuttavia c&rsquo;&egrave;, nei provvedimenti del governo, un tratto, un profilo che trascende l&rsquo;imperativo del pareggio di bilancio e del rientro dal debito. Perch&eacute; per &laquo;fare cassa&raquo;, e solo questo si sta facendo,  vi sono molti modi. Se lo si fa secondo giustizia, per esempio, si pu&ograve; persino introdurre capitoli virtuosi (evitando di massacrare le pensioni dei pensionati e quelle dei pensionandi), innescare fiducia e ricavare risorse per ristorare seriamente la parte pi&ugrave; povera e sfibrata, rilanciare gli investimenti nella ricerca, nella scuola, nella cultura, nelle opere pubbliche, a partire da quelle che hanno a che fare con il dissesto idrogeologico, con il saccheggio del territorio e con l&rsquo;infrastrutturazione primaria del Paese.<br />
Bisogna che tutti comprendano che le risorse necessarie ci sono, perch&eacute; la ricchezza privata, concentrata nei piani alti delll&rsquo;edifico sociale e ben censita dalla Banca d&rsquo;Italia, &egrave; enorme.<br />
Come lo &egrave; il livello dell&rsquo;evasione fiscale, che pi&ugrave; se ne parla e meno si fa per combatterla con una qualche efficacia. Voglio dire che una volta stabilito che &egrave; tecnicamente possibile scovare dall&rsquo;anonimato i possessori dei capitali a suo tempo &ldquo;scudati&rdquo; con l&rsquo;aliquota del 5%, perch&eacute; non applicare a quelle enormi fortune illecitamente accumulate un&rsquo;aliquota ulteriore, ben superiore al misero 1,5% deciso dal governo? Qual &egrave; la superiore ragione oggettiva che ad un provvedimento cos&igrave; giusto, cos&igrave; doveroso e parzialmente riparatore di un furto continuato inflitto alla collettivit&agrave; dei lavoratori e dei contribuenti onesti, preferisce l&rsquo;incremento dell&rsquo;Iva, l&rsquo;aumento delle accise sulla benzina, l&rsquo;aggravio sull&rsquo;imposta sugli immobili? E qual &egrave; l&rsquo;elemento &ldquo;razionale&rdquo;, il senso di equit&agrave; che sostiene l&rsquo;aumento drastico dell&rsquo;et&agrave; pensionabile, l&rsquo;abolizione delle pensioni di anzianit&agrave;, la soppressione delle indicizzazioni per le pensioni da fame, mentre non si decide di porre un tetto almeno alle pensioni superiori ai cinquemila euro e si rifiuta ostinatamente di varare una tassa patrimoniale di scopo? Qui, come chiunque pu&ograve; capire, la ragione &egrave; politica. E, candidamente lo ha ammesso lo stesso viceministro dell&rsquo;economia, Vittorio Grilli. Come politica e null&rsquo;altro &egrave; la scelta di non reintegrare delle poche decine di milioni necessarie a reintegrare il Fondo per l&rsquo;editoria, condannando alla chiusura pressoch&eacute; tutti i giornali di partito e di idee, salvo quelli che hanno per editori grandi potentati economici e finanziari. Perch&eacute; quelli, in un panorama giornalistico totalmente appiattito e omologato, continueranno a vivere, non mancando peraltro di mungere sottobanco denaro pubblico. <br />
Vedo inoltre che ci si pu&ograve; permettere di regalare le frequenze digitali televisive, di propriet&agrave; dello Stato, a Rai e Mediaset, piuttosto che indire una gara e mettere all&rsquo;incasso i 16 miliardi del loro valore. Il rifinanziamento del Fondo per l&rsquo;editoria vale cento volte meno. Come &egrave; facile arguire, anche in questo caso, i conti non tornano. Ma la contabilit&agrave;, nuovamente, non c&rsquo;entra. C&rsquo;entrano invece gli interessi e c&rsquo;entra la politica che li protegge.<br />
Anche per questa via passa l&rsquo;attacco alla democrazia, alla libert&agrave; e al pluralismo dell&rsquo;informazione. E agli stessi partiti, che la tecnocrazia al comando gi&agrave; considera reperti del passato.<br />
Ieri, Cgil Cisl e Uil hanno proclamato tre ore di sciopero contro la manovra da effettuarsi luned&igrave;. Hanno anche aggiunto che se il governo non dar&agrave; risposte, &egrave; pronto uno sciopero di otto ore entro la fine di dicembre. Se sar&agrave; cos&igrave;, se la mobilitazione non sar&agrave; solo un lamento utile a mettersi il cuore in pace, va bene. E&rsquo; proprio questo che serve. Un&rsquo;opposizione vera. Almeno quella sociale, visto che quella parlamentare si &egrave; autolesionisticamente infilata in un vicolo cieco.<br />
Noi staremo nella lotta e la sosterremo. Per indicare un&rsquo;altra strada. Che c&rsquo;&egrave;, limpida e chiara.</p>]]></description><pubDate>Thu, 8 Dec 2011 15:54:54 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2529]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Manovra, crescerà soltanto la miseria]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Tiriamo le somme. Quelle economiche e quelle politiche che fatalmente ne deriveranno. Enormi le une e le altre. La manovra, per la parte attribuibile alla volont&agrave; del governo Monti, &egrave; cosa fatta. Vedremo fra breve, ma ne dubito alquanto, se il parlamento sar&agrave; in grado di spostarne anche solo una virgola.<br />
Cominciamo con le pensioni, in primo luogo quelle di anzianit&agrave;, ormai avviate sui binari dell&rsquo;estinzione. Per fruirne, d&rsquo;ora in poi occorreranno 42 anni di contributi, mentre la facolt&agrave; di accedervi con il doppio requisito (anagrafico + contributivo, attraverso il meccanismo delle quote) &egrave; del tutto abrogata. Cosa significa? Semplicemente che quanti alla data odierna avevano raggiunto &ldquo;quota 95&rdquo; (per esempio: 36 anni di contributi versati e 59 anni di et&agrave;) e fra poco, con la normativa in vigore, avrebbero potuto maturare il diritto alla pensione, ora dovranno lavorare altri sei anni, fino a raggiungere la soglia contributiva minima. N&eacute; finisce qui, perch&eacute; coloro che, avendo cominciato a lavorare molto giovani (e tali sono, molto spesso, proprio i dannati dei lavori manuali, alla catena di montaggio, nell&rsquo;edilizia et similari), ove raggiungessero i fatidici 42 anni di contribuzione, poniamo all&rsquo;et&agrave; di 60, se non vorrano subire penalizzazioni economiche ne dovranno lavorare altri due. Anche la pensione di vecchiaia viene elevata a 66 anni (62 per le donne, che la vedranno progressivamente crescere fino a raggiungere la parit&agrave; nel 2018). Dunque, si lavorer&agrave; molto di pi&ugrave; per ricevere sensibilmente di meno, anche grazie all&rsquo;introduzione, per tutti, del contributivo &ldquo;pro-rata&rdquo;. Come si vede, una solenne mazzata. Di pi&ugrave;. Con i nuovi requisiti, in ragione della labile copertura garantita dagli ammortizzatori sociali, oggi sopravvissuti, i lavoratori pi&ugrave; anziani, anello debolissimo del mercato del lavoro, che incapperanno nel licenziamento, rischiano di non sapere pi&ugrave; come campare. A tutto ci&ograve; si aggiunge l&rsquo;infame balzello imposto alle pensioni gi&agrave; in essere che, al di sopra della franchigia di 980 euro lordi (due volte la minima) non saranno pi&ugrave; indicizzate al costo della vita. Misura questa ancor pi&ugrave; insopportabile se si pensa che essa &egrave; stata introdotta non per assicurare al sistema un equilibrio contabile che gi&agrave; c&rsquo;&egrave;, ma soltanto ed unicamente per fare cassa. Invece, verso il basso, l&rsquo;accanimento rincrudisce, perch&eacute; l&rsquo;Iva, la pi&ugrave; indecente delle imposte indirette, crescer&agrave; in modo indiscriminato, di due punti.<br />
Della patrimoniale, persino nella blanda versione evocata da Confindustria, si sono perse le tracce.<br />
L&rsquo;enorme ricchezza privata, concentrata nel decimo pi&ugrave; ricco della popolazione, resta intonsa. Il governo non ha saputo andare oltre un prelievo, in extremis, dell&rsquo;1,5% sui capitali &ldquo;scudati&rdquo;, quelli cio&egrave; fraudolentemente accumulati, esportati all&rsquo;estero e poi ripuliti attraverso un risibile prelievo del 5%: un autentico riciclaggio di Stato a cui ora si aggiunge un tenero buffetto. Le banche, invece (cosa di cui si parla pochissimo), sono state gratificate di un regalo: i debiti da esse accumulati saranno ripianati dallo Stato.<br />
L&rsquo;ineffabile Presidente del Consiglio ha presentato questa manovra con toni da ultima spiaggia, come un primo passo &laquo;per evitare la fine della Grecia&raquo;. Ma ha mentito. Perch&eacute; le risorse per una manovra antidepressiva guidata alla mano pubblica nella manovra non ci sono e l&rsquo;Italia si sta avvitando in una recessione pesantissima destinata a vanificare i durissimi sacrifici imposti al Paese. Monti - avendo eletto a mantra incontestabile il pareggio di bilancio - &egrave; prigioniero del diabolico teorema monetarista che combatte il male riproducendolo. Quando fra breve si vedr&agrave; che il rapporto debito/pil non migliora e che l&rsquo;Italia non sar&agrave; in grado di onorare il proprio debito, la speculazione, libera di agire senza contrasto, si abbatter&agrave; di nuovo sull&rsquo;Italia, con contraccolpi non pi&ugrave; governabili. Merkel e Sarkozy lo hanno gi&agrave; messo a preventivo, ipotizzando per la prima volta, in modo esplicito, che l&rsquo;euro potrebbe sopravvivere solo per un&rsquo;&eacute;lite di paesi europei.<br />
Malgrado tutto ci&ograve; sia di una chiarezza lampante, il Pd, come avevamo previsto, si appresta a far sua la manovra. &laquo;Va aggiustata un pochino&raquo;, ha detto Bersani, mostrando tutta la patetica impotenza di quella che fu l&rsquo;opposizione parlamentare. Chiss&agrave; se in cuor loro i <em>Democrats</em> non si stiano chiedendo se non sarebbe stato meglio andare alle urne per chiedere ai cittadini il consenso ad un&rsquo;altra manovra, dentro un&rsquo;altra strategia, per un altro progetto di Paese e di Europa. Forse una porzione di quel partito &egrave; assalita da questo dubbio. Ma soccomber&agrave; perch&eacute;, come abbiamo gi&agrave; detto, vi sono atti &ldquo;costituenti&rdquo;, che nei momenti &ldquo;topici&rdquo; ti fanno precipitare da una parte o dall&rsquo;altra del crinale, dove le mezze misure, le aree grige non sono pi&ugrave; praticabili. Con conseguenze irreversibili. Almeno per un tempo lungo. <br />
Vedremo oggi se i sindacati che hanno giudicato iniqua la manovra e annunciato uno sciopero per luned&igrave; prossimo, sapranno andare oltre un atto di mera testimonianza.</p>]]></description><pubDate>Wed, 7 Dec 2011 17:28:15 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2528]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L'impresa del comunismo non merita abiure]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2527_1_Lucio Magri_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Lucio Magri ha deciso di andarsene cos&igrave;, mettendo fine ad un lungo periodo di autoisolamento e ormai irreversibile depressione. E noi non proveremo neppure ad indagarne le personalissime ragioni, che devono solo essere comprese e rispettate. Resta il dolore per una perdita che nessuno e nessuna hanno potuto evitare. <br />
In quest&rsquo;ora tristissima, solo poche cose ci sentiamo di dire, ed in primo luogo una. Bench&eacute; il suicidio possa apparire come una resa ai colpi della vita, e per lui indubbiamente lo &egrave; stata, il messaggio, quello pubblico, che Lucio ci rende &egrave; l&rsquo;opposto della rinunzia alla lotta, all&rsquo;ingaggio politico. <br />
Negli ultimi tempi, totalmente immerso nella stesura del suo ultimo libro che oggi ci appare non solo come un grande sforzo di ricognizione storica, ma come il suo testamento politico, Lucio era dominato da un assillo, quello di avere mancato in un momento di cruciale importanza per le prospettive della sinistra italiana. Fu quando ad Arco di Trento - dopo la svolta della Bolognina con cui Achille Occhetto aveva imboccato la strada della dissoluzione del Pci - Lucio svolse al cospetto della sinistra del partito che si opponeva a quell&rsquo;epilogo - una lucidissima relazione nella quale contestava in radice la scelta autodistruttiva di Occhetto, ne demoliva i presupposti politici e culturali, per delineare il progetto di un profondo rinnovamento della cultura, della strategia del partito comunista, di una sua rifondazione, appunto. <br />
Era convinto, Magri, che i giochi fossero ancora aperti. <br />
Lo era sin da quando, nei primi anni Ottanta, lo scontro nel Pci fra Enrico Berlinguer e la destra interna (sulla Fiat, sulla scala mobile, sulla questione operaia, sulla questione morale come degenerazione della partitocrazia) era venuto alla luce del sole con inedita durezza e andavano maturando le condizioni di una riparazione storica e politica del partito alla radiazione inflitta al gruppo del  Manifesto, nel fuoco di una battaglia che si annunciava gi&agrave; senza esclusione di colpi. Ebbene, malgrado il colpo della scomparsa di Berlinguer, Lucio era convinto che Occhetto (e il gruppo dirigente stretto attorno a lui) non avrebbe retto di fronte ad un&rsquo;opposizione che la sinistra avesse voluto portare sino alle estreme conseguenze, sino cio&egrave; alla minaccia di scissione. Solo quando Pietro Ingrao, con il suo immenso carisma, si pronunci&ograve; in favore, in ogni caso, di una permanenza nel partito, a lottare nel &laquo;gorgo&raquo;, i giochi furono fatti. E Magri, ripensando a quei momenti cruciali, non finiva di rimproverare a se stesso e agli altri compagni di non avere reagito, di avere subito quello che, retrospettivamente, gli parve un cedimento, una debolezza, comunque un errore fatale. Difficile dire se la storia, se la vicenda politica della sinistra e del nostro Paese avrebbero potuto davvero prendere un&rsquo;altra piega. Certo Magri ne era convinto e questa possibilit&agrave; mancata, proprio perch&eacute; sorretta da una rigorosa analisi storica controfattuale, rappresentava per lui il motivo di un tormento quasi angosciante.<br />
Nell&rsquo;incipit del suo libro, Il sarto di Ulm, c&rsquo;&egrave; tuttavia l&rsquo;ultima feconda esortazione che Lucio ci ha lasciato. L&rsquo;invito a trarre da quell&rsquo;apologo la forza, intellettuale e morale, per non ripiegare passivamente sui nostri insuccessi. <br />
Dopo il fallimento rovinoso del sarto  inventore di un marchingegno che credette capace di fargli spiccare il volo, gli uomini tentarono mille e mille volte ancora, finch&eacute; riuscirono, molti secoli dopo, in quell&rsquo;impresa titanica. Allo stesso modo, i comunisti farebbero bene a scansare la damnatio memoriae cos&igrave; di moda di questi tempi. &laquo;Se la storia reale della modernit&agrave; capitalistica non era stata lineare, n&eacute; univocamente progressiva - scrive Magri - perch&eacute; dovrebbe esserlo il processo del suo superamento?&raquo;.<br />
Ecco allora che &laquo;chi al tentativo del comunismo ha creduto e in qualche modo vi ha partecipato (...) ha il dovere di rendere conto (...), di chiedersi se quella sepoltura non sia troppo frettolosa&raquo;.<br />
Lucio Magri ci manda a dire che quel tentativo che ha coinvolto per decenni le vite di migliaia, centinaia di migliaia milioni di essere umani in una straordinaria impresa collettiva, in un progetto di riscatto dell&rsquo;umanit&agrave; dalla soggezione e dallo sfruttamento, merita di essere considerato non soltanto con rispetto, ma come un percorso da riprendere. &laquo;Torno di nuovo e di pi&ugrave; a chiedermi - concludeva Magri - se vi siano argomenti razionali e convincenti per opporsi all&rsquo;abiura e alla rimozione. O quanto meno buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anzich&eacute; archiviarla. A me pare di s&igrave;&raquo;.<br />
Pare anche a noi, caro Lucio. <br />
Grazie per il salutare, intelligente colpo di sferza che hai voluto darci. Fino all&rsquo;ultimo.</p>]]></description><pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:31:2 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2527]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Fassina, Bersani e gli altri]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Povero Stefano Fassina. E&rsquo; bastato che osasse proferire - piano piano poco poco, come direbbe Gigi Marzullo - qualche timida critica alla Bce perch&eacute; la cosiddetta componente &ldquo;liberal&rdquo; del suo partito gli rovesciasse addosso una valanga di contumelie e ne reclamasse la rimozione da responsabile economico del Pd. <br />
Ma cosa aveva mai detto Fassina di cos&igrave; terribile da suscitare reazioni cos&igrave; dure? Semplicemente, che se il sistema pensionistico italiano ha i conti in ordine e garantisce una tenuta nel tempo - come ha confermato lo stesso Monti nel suo discorso di investitura - forse non &egrave; il caso di prevederne un&rsquo;ulteriore manomissione; e, ancora, che l&rsquo;attacco all&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non sembrerebbe avere molto a che fare con la rivitalizzazione del mercato del lavoro e con la fluidificazione della dinamica occupazionale; infine, che forse Marchionne non &egrave; proprio un benefattore davanti al quale genuflettersi. Apriti cielo! Tutta la nomenclatura democratica che ha ormai nel nuovo premier il suo mentore si &egrave; sollevata come un sol uomo e ha intimato al neonato adepto del bolscevismo di farsi da parte, che il Pd di queste ubbie ideologiche ottocentesche non sa che farsene. Ha un bel dire, il Fassina, che quelle posizioni, per nulla estremistiche, sono patrimonio dello stesso pensiero liberale moderno e che oltretutto sono suffragate dai documenti ufficiali del partito. Perch&eacute; quei testi sono ormai scartoffie, carta straccia, reperti di archeologia travolti dagli eventi.<br />
Il fatto &egrave; che una volta adottata la linea del sostegno bipartisan al governo Monti, una volta fatta propria l&rsquo;idea che le ricette per uscire dalla crisi sono quelle, unidirezionali, stabilite dalle banche, una volta consegnatosi - armi e bagagli - alle virt&ugrave; taumaturgiche dell&rsquo;oligarchia tecnocratica, il Pd - che gi&agrave; aveva un baricentro politico moderato e profondamente inquinato da suggestioni liberiste - non &egrave; pi&ugrave; neppure quel Pd. La difesa (tiepidissima) che Bersani ha fatto di Fassina &egrave; in realt&agrave; un atto di resa ai suoi accusatori, la confessione di una debolezza estrema che nei prossimi mesi, di fronte alle misure tutt&rsquo;altro che neutre che il governo adotter&agrave;, non potr&agrave; che accentuarsi.<br />
A quel punto sar&agrave; lui, Bersani, e non pi&ugrave; bersagli secondari ad entrare nel mirino. <em>De te fabula narratur</em> sembrano sussurargli i congiurati, da Pietro Ichino ai pi&ugrave; accreditati &ldquo;rottamatori&rdquo;, che vedono le proprie azioni in vorticoso rialzo.<br />
Il segretario del Pd, dopo aver commesso l&rsquo;errore fatale di non battersi per le elezioni anticipate e di non rinunciare alla guida di una coalizione di svolta politica e sociale, avrebbe dalla sua una sola carta, quella di appellarsi ad una base, quella riunitasi solo pochi giorni fa a piazza S. Giovanni, che in tanta parte non pu&ograve; riconoscersi nella totale sussunzione del Pd, senza se e senza ma, alla deriva mercatista che &egrave; ormai nelle cose. Ma Bersani non lo far&agrave;, perch&eacute; non &egrave; nelle sue corde e perch&eacute; non pu&ograve;, stretto com&rsquo;&egrave; in una morsa dalla quale non riuscir&agrave; a divincolarsi.<br />
Ci sono, in politica, come abbiamo gi&agrave; scritto, atti che una volta compiuti ti costringono su una strada a senso unico. Sono atti,  appunto, &ldquo;costituenti&rdquo;, che ridefiniscono cultura e identit&agrave; politica.<br />
Questo epilogo, a mio avviso gi&agrave; scritto da tempo, chiede ora alla sinistra non omologata, che &egrave; tanta (anche se rissosa e spesso incline all&rsquo;autolesionismo) di comprendere quanto sia importante, ed oggi pi&ugrave; possibile di ieri, unirsi in una coalizione e in un progetto di autentico cambiamento per un&rsquo;alternativa di societ&agrave; e di governo che Monti e coloro che lo sostengono non potranno mai offrire al Paese.</p>]]></description><pubDate>Fri, 25 Nov 2011 15:50:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2526]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La Sinistra non può “baciare il rospo”]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Eccolo qui, bell&rsquo;e confezionato il &laquo;nuovo modo di fabbricare automobili&raquo; cui alludeva Mario Monti esaltando la &ldquo;grande riforma&rdquo; introdotta da Sergio Marchionne con il diktat di Pomigliano. Ecco servito l&rsquo;esito ultimo dello sbancamento del sistema di relazioni industriali inaugurato con l&rsquo;ultimatum (&laquo;o bevi o sei fuori&raquo;) imposto dall&rsquo;Ad della Fiat ai lavoratori dello stabilimento campano, poi esteso a Mirafiori e alla ex-Bertone di Grugliasco.<br />
Ora, con luciferina coerenza, la Fiat chiude il cerchio. Dal prossimo gennaio tutti gli accordi sindacali stipulati negli stabilimenti del gruppo dall&rsquo;origine ai giorni nostri sono revocati: un colpo di spugna spazza via tutta la storia della contrattazione collettiva accumulatasi nel corso dei decenni. D&rsquo;ora in avanti, varr&agrave; il solo &ldquo;modello Pomigliano&rdquo; che, si badi bene, non significa necessariamente quella specifica intesa, ma ogni e qualsiasi ulteriore modifica di essa (<em>in pejus</em>) l&rsquo;azienda ritenga di dover introdurre, a proprio insindacabile giudizio.<br />
Marchionne, dopo avere riscritto di proprio pugno il contratto di lavoro si riserva cio&egrave; di cambiarlo ancora, secondo gusto e necessit&agrave;. In quanto unilaterali imposizioni aziendali, i patti sono per lui volubili e transitori. &laquo;E pregate che non voglia cambiarli ancora&raquo;, sembra intimare con gangsteristica arroganza a chi non intende piegarsi. Come risuonano patetiche le parole di quei dirigenti del Pd che accoglievano la &ldquo;svolta&rdquo; di Pomigliano come una dura necessit&agrave; e, comunque, come un&rsquo;eccezione destinata a non ripetersi. Del resto, non &egrave; forse questo il disegno confindustriale sotteso all&rsquo;indebolimento, sino alla progressiva estinzione, del contratto nazionale per sostituirvi un sistema derogatorio aziendale dentro il quale cento, mille Marchionne possano crescere indisturbati, annichilendo ogni soggettivit&agrave; del lavoro, con il beneplacido di sindacati corrivi? <br />
Come ognuno pu&ograve; vedere, la tenaglia sta chiudendosi anche sullo Statuto dei lavoratori. Da quando il nuovo governo si &egrave; insediato ed Elsa Fornero ha impugnato le redini del welfare, Pietro Ichino salta come un grillo da una tribuna mediatica all&rsquo;altra per annunciare la ormai prossima liberalizzazione dei licenziamenti senza giusta causa, venduta al pubblico pi&ugrave; sprovveduto come un&rsquo;enzima per la crescita ed un&rsquo;opportunit&agrave; per i pi&ugrave; giovani.<br />
Il Pd, ormai imbrigliato nella tela del ragno, dopo aver a lungo protestato la propria estraneit&agrave; alle tesi del giuslavorista milanese, si appresta a farle proprie, se Bersani si &egrave; permesso una fregnaccia come quella che &laquo;in fondo l&rsquo;articolo 18 riguarda soltanto una minoranza di aziende e di lavoratori&raquo;.<br />
ome se all&rsquo;estensione di un sacrosanto diritto a tutti coloro che ne sono privi fosse preferibile la cancellazione <em>tout court</em> del medesimo. Tutti gli argini sono ormai rotti. Anche quelli - fragili - che ancora impedivano l&rsquo;ennesima e questa volta letale incursione sulle pensioni di anzianit&agrave;. Con una aggravante che rende il gioco insopportabilmente cinico. Quella di un neo-presidente del Consiglio che, nel mentre candidamente conferma il perfetto equilibrio e la piena sostenibilit&agrave; del nostro sistema previdenziale, si appresta ad autorizzarne la definitiva manomissione, estendendo <em>erga omnes</em> il metodo di calcolo contributivo ed elevando a 63 anni il requisito anagrafico necessario.<br />
Anche su questo - si aprono le scommesse - il Pd far&agrave; la piega ed operer&agrave; con solerte diplomazia perch&eacute; la Cgil riduca al minimo la deterrenza sociale. Perch&eacute; i <em>Democrats</em>, col passare delle ore, vedono sempre pi&ugrave; il governo &ldquo;tecnico&rdquo; come il proprio governo e Mario Monti come il proprio premier. E non occorrevano i servili pizzini di Enrico Letta a farcene persuasi.<br />
In fondo, la <em>boutade</em> di Italo Bocchino che aveva indicato il professore come potenziale leader di un futuro schieramento di centrosinistra non &egrave; solo la rodomontata di un guascone. Noi avevamo gi&agrave; sottolineato come nell&rsquo;abbandono, da parte del Pd, dell&rsquo;opzione elettorale e nell&rsquo;adesione ad un governo retto da uno schieramento bipartisan, vivesse una scelta politica, anzi una svolta, molto netta e difficilmente reversibile, verso destra.<br />
Quello che accadr&agrave; nei diciotto mesi che ci separano dalla conclusione della legislatura lo confermer&agrave;. Giorno dopo giorno, misura dopo misura.<br />
Dovrebbe finalmente prenderne atto anche Nichi Vendola, smettendo di baciare la &ldquo;foto di Vasto&rdquo; che custodisce come un cimelio, e ristabilendo un dialogo e una collaborazione a sinistra da cui fino ad ora si &egrave; ostentatamente tenuto lontano.<br />
Le scorciatoie - illusorie e prive di contenuto - verso il potere sono sempre una tentazione pericolosa, ma ora sono tramontate anche quelle. E forse comincia ad ingrigire anche la stagione del leaderismo, dei partiti personali che hanno ammorbato questa lunga, decadente fase della politica italiana.<br />
In questo pericoloso tempo di risacca, si d&agrave; sul serio un&rsquo;opportunit&agrave; per una sinistra che sappia unirsi ed elaborare una strategia di profonda trasformazione della societ&agrave; italiana. Il popolo di questo paese, la sua parte migliore, ha gi&agrave; dimostrato di saper apprezzare idee di cambiamento radicale, tanto pi&ugrave; necessario di fronte alla miseria del presente. Alla deriva tecnocratica, al governo elitario degli ottimati, all&rsquo;oligarchia classista e proprietaria della grande borghesia si pu&ograve; contrapporre un altro progetto, fondato sulla dignit&agrave; del lavoro, sull&rsquo;espansione della democrazia e su una rivoluzionaria concezione della propriet&agrave;. Ipotesi che pu&ograve; apparire fuori dalla realt&agrave; soltanto finch&eacute; non c&rsquo;&egrave; in campo, consapevole e non timorosa di s&eacute;, una forza capace di tematizzarla e di perseguirla con tutta la determinazione necessaria.<br />
Le elezioni spagnole di domenica, lo straordinario risultato ottenuto da Izquierda Unida &egrave; l&igrave; a dimostrare che un legame riconoscibile fra il movimento antiliberista di questi mesi e la sinistra di alternativa pu&ograve; battere anche il bipolarismo e l&rsquo;infame legge elettorale che lo sostiene e lo riproduce.</p>]]></description><pubDate>Wed, 23 Nov 2011 17:33:55 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2525]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il governo Monti e la svolta “costituente” del Pd]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Pi&ugrave; che all&rsquo;andamento della borsa e del differenziale fra Btp e Bund -  a cui tutta la compagine parlamentare guarda con quotidiana, esasperante trepidazione - converrebbe pi&ugrave; seriamente riflettere su ci&ograve; che di paradossale sta accadendo nella politica italiana, una volta archiviati i pi&ugrave; che giustificati festeggiamenti per l&rsquo;uscita di scena, ci auguriamo per sempre, del Caimano.<br />
La prima osservazione &egrave; che nessuno ha in realt&agrave; voluto ricorrere alle elezioni. Non il Pdl, che sembrava fortissimamente volerle e che pure avrebbe potuto ottenerle se avesse mantenuto fermo il proprio intendimento. E non il Pd, che aveva dichiarato di esservi pronto, nutrendo ragionevole certezza circa un esito di esse a s&eacute; favorevole, anche perch&eacute; corroborato da sondaggi che certificherebbero la caduta rovinosa del centrodestra. Eppure tutto si sta muovendo - per ora - nella direzione opposta. Come mai?<br />
Sotto l&rsquo;incalzante iniziativa di Giorgio Napolitano i duellanti sono confluiti su un surreale sostegno bipartisan a Mario Monti, cio&egrave; ad un governo definito con malcelata ipocrisia &ldquo;tecnico&rdquo;, di cui nessuno vorrebbe condividere le gesta &ldquo;impopolari&rdquo;, ma che tutti ritengono necessario per scongiurare il default del Paese. In altri temini, l&rsquo;amara medicina marchiata Bce &egrave; ritenuta una buona ed efficace terapia. E non sar&agrave; certo la tiepida patrimoniale che forse si far&agrave; e forse no a conferire alla manovra un timbro di equit&agrave;. <br />
La manovra che Monti varer&agrave; colpir&agrave; infatti con inaudita durezza innanzitutto i ceti popolari, l&rsquo;impalcatura del welfare, il lavoro. Si capisce dunque perch&eacute; il Pd, malgrado la cultura del suo gruppo dirigente sia ormai profondamente impregnata dell&rsquo;ideologia mercatista, non voglia intestarsi da solo le misure che usciranno dal carniere di un prossimo governo Monti. Meglio, anzi necessario, condividerle con la destra, per fare in modo che la prevedibile reazione sociale non si rovesci esclusivamente proprio su chi in questi anni &egrave; stato all&rsquo;opposizione.<br />
La seconda osservazione meritevole di qualche riflessione riguarda le ragioni che hanno indotto il Pd a non candidarsi, qui ed ora, via elezioni, come forza trainante di uno schieramento portatore di un progetto radicalmente alternativo, tanto sul piano politico quanto su quello economico-sociale.<br />
La risposta che pare pi&ugrave; convincente &egrave; che quel progetto il Pd non l&rsquo;ha. O meglio, al suo interno albergano posizioni politiche diverse e spesso diametralmente opposte. Pressoch&eacute; su tutto. <br />
Sul modello contrattuale, sullo Statuto dei lavoratori, sulla legge elettorale e sulle pensioni (a proposito delle quali sar&agrave; interessante vedere se Susanna Camusso manterr&agrave; anche nei confronti del governo Monti la minaccia di sciopero generale rivolta solo un mese fa contro il governo Berlusconi nel caso questi avesse inteso manomettere l&rsquo;impatto del regime previdenziale). Per non dire della totale afasia dei <em>Democrat</em> sulle questioni cruciali di come costruire una vera <em>governance</em> europea, di come combattere l&rsquo;autoreferenzialit&agrave; del potere bancario, di come contrastare la speculazione finanziaria, di come sottrarre la politica, la sovranit&agrave; dei parlamenti e la stessa intangibilit&agrave; delle costituzioni nazionali all&rsquo;arbitrio incontrastato dei mercati.<br />
Se risulta gi&agrave; complicato far convivere queste posizioni quando non si ha l&rsquo;onere di governare, farlo quando la palla passa nel proprio campo &egrave; una missione impossibile. Ma eludere il confronto elettorale e consegnare il potere ad un governo <em>super partes</em> in un momento cos&igrave; grave per la vita del Paese, significa in realt&agrave; compiere una scelta, seppur mimetizzata dall&rsquo;eccezionalit&agrave; del momento e dalle circostanze emergenziali.<br />
Vedrete che il governo Monti, una volta superate le difficolt&agrave; inerziali dell&rsquo;avvio, sapr&agrave; incassare con relativa disinvoltura i malumori che nel parlamento accompagneranno le misure adottate. Questi non andranno oltre qualche brus&igrave;o e, soprattutto, a nessuno verr&agrave; in mente di fare saltare il banco. E se anche gliene tornasse la voglia non ne troverebbe pi&ugrave; la forza. Alla fine per&ograve;, quando la parola torner&agrave; ai cittadini, sar&agrave; difficile smarcarsi dalla politica che si sar&agrave; fino a quel momento sostenuta e al giudizio che di essa dar&agrave; il corpo elettorale.<br />
Ci sono svolte che hanno un carattere costituente, che tracciano un solco dal quale &egrave; assai complicato separarsi: questa &egrave; senz&rsquo;altro una di quelle.</p>]]></description><pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:43:36 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2524]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Le carte del diavolo sono sempre truccate]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L'ipotesi che in queste ore la maggioranza dei commentatori, di destra e di centrosinistra, accreditano come la pi&ugrave; probabile &egrave; che dopo l&rsquo;approvazione della legge di stabilit&agrave;, invocata a furor di casta e le successive dimissioni di Berlusconi, se Napolitano non trover&agrave; le condizioni per un governo &ldquo;tecnico&rdquo; o di &ldquo;solidariet&agrave; nazionale&rdquo;, toccher&agrave; alle elezioni dipanare la matassa.<br />
Sar&agrave; bene una volta per tutte chiarire che il governo &ldquo;tecnico&rdquo; &egrave; solo una formula letteraria, intrinsecamente truffaldina, che millanta una neutrale oggettivit&agrave; delle misure che si vogliono adottare, come se la Bce fosse un prodotto dell&rsquo;Accademia delle scienze e le sue ricette equiparabili ad un postulato della fisica. In realt&agrave;, non esistono, non sono mai esistiti e non esisteranno mai governi tecnici. Tutti i governi sono politici. Pi&ugrave; di tutti quelli che dissimulano i propri intendimenti attraverso il travestimento tecnocratico.<br />
In ogni caso, non &egrave; affatto scontato che le cose vadano davvero a finire come i pi&ugrave; immaginano. Vediamo perch&eacute;.<br />
L&rsquo;approvazione della legge di stabilit&agrave;, riassunta nel maxi-emendamento che andr&agrave; in porto senza reale contrasto, non sar&agrave; tuttavia un passaggio tranquillo, n&eacute; indolore. Pare ormai chiaro che sotto la regia del Presidente della Repubblica l&rsquo;opposizione lo voter&agrave; o lo lascer&agrave; in ogni caso passare senza colpo ferire (il che fa lo stesso) con tutto il drammatico peso imposto dalla Ue, la quale negli ultimi giorni ha calato sul piatto della bilancia lo spadone di Brenno, un pacchetto di misure, declinate in 39 punti: un impasto dal terrificante impatto sociale (dalle pensioni, alla sanit&agrave;, alle privatizzazioni, al mercato del lavoro). Questa eredit&agrave;, questo vero e proprio patto faustiano, si stringer&agrave; come un nodo scorsoio al collo di qualunque forza governer&agrave; il Paese. Ma a quel punto, con un consenso cos&igrave; ampio ottenuto in parlamento, col beneplacito delle stesse forze di opposizione, con la propria compagine rinfrancata e ricompattata, non &egrave; detto che il caimano, avvezzo ad ogni trucco e ad ogni spregiudicatezza politica, non rivendichi a buon titolo il diritto di guidare, se non direttamente almeno per interposto Alfano, un governo che gestisca le elezioni, oppure - siamo davvero certi sia un&rsquo;ipotesi peregrina? - che addirittura accompagni la legislatura alla sua naturale scadenza. Magari corroborato da un&rsquo;Udc pronta a guadare pi&ugrave; rapidamente di quanto non si pensi il torrentello che la separa dalla stanza dei bottoni.<br />
Nell&rsquo;un caso e nell&rsquo;altro, chi rischia di pagare il prezzo politicamente pi&ugrave; alto - posto che quello sociale &egrave; tutto a carico dei cittadini, ostaggio di una spoliazione senza precedenti - &egrave; il Pd. Chi sabato scorso in piazza San Giovanni respirava aria di battaglia potrebbe nei prossimi giorni masticare molto amaro.<br />
La sola seria chanche per chi voglia sottrarre il Paese alla tenaglia rappresentata dalle due ganasce del populismo di destra e del dogma liberista, sarebbe smarcarsi nettamente. Per costruire una proposta, un progetto di fuoriuscita dalla crisi affrancati dal decalogo monetarista. Un&rsquo;alleanza fra centrosinistra e sinistra con cui andare immediatamente alle elezioni e provare a dimostrare che il futuro di noi tutti non &egrave; gi&agrave; scritto nel catechismo della Bce.</p>]]></description><pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:13:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2523]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Agonia  del governo e manovre incrociate]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dopo Cannes, dopo la sconcertante esibizione di millanteria offerta da Berlusconi, dopo il commissariamento dell&rsquo;Italia da parte di Ue e Fondo Monetario Internazionale, simile ad un trattamento sanitario obbligatorio, la situazione politica si &egrave; vorticosamente rimessa in movimento.<br />
Il Pdl &egrave; l&igrave; per esplodere e il &ldquo;cerchio magico&rdquo; dei gerarchi che hanno sin qui sostenuto il sultano, i suoi consiglieri pi&ugrave; intimi e fidati, gli vanno in queste ore spiegando che la maggioranza non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; e che meglio sarebbe anticipare la prevedibile, umiliante sanzione del voto parlamentare e salire al Colle, rassegnare le dimissioni per lavorare ad un nuovo governo, magari presieduto da Gianni Letta e allargato all&rsquo;Udc. I colonnelli sanno bene che a quel punto Napolitano, divenuto <em>dominus</em> assoluto della situazione, potrebbe seguire un&rsquo;altra strada e incaricare Monti di formare un governo di &ldquo;salvezza nazionale&rdquo;, difficilmente resistibile, malgrado tutte le chiacchiere in proposito, visto lo stato di assoluta emergenza di un paese posto sotto assedio e a rischio di default. Ma - pensano i colonnelli - in definitiva questo sarebbe il male minore. Anzi, considerate le circostanze, toccherebbe poi al governo &ldquo;tecnico&rdquo; assumersi la paternit&agrave; della poderosa stangata, della &ldquo;purga&rdquo; che sarebbe somministrata al Paese. A quel punto, la sfida sarebbe rinviata al 2013, con un partito sottratto alla bufera, riorganizzato, rinnovato e pronto a giocarsi le carte nella nuova competizione elettorale.<br />
Berlusconi non sembra, al momento, crederci. L&rsquo;uomo non vuole uscire di scena. E prover&agrave; a resistere. Le tenter&agrave; tutte e da qui a marted&igrave; chiamer&agrave; a rapporto, uno ad uno, tutta la truppa &ldquo;fedifraga&rdquo;: Gli argomenti che user&agrave; sono noti, ma questa volta non &egrave; detto possano bastare.<br />
Anche sull&rsquo;altra sponda, quella dell&rsquo;opposizione, si registrano novit&agrave; rilevanti. Il Pd sembra ormai persuaso che la strada da seguire sia quella indicata dal Presidente della Repubblica. Di elezioni si parla solo pro-forma, ma non &egrave; pi&ugrave; questa l&rsquo;opzione privilegiata.<br />
Bersani - scottato dall&rsquo;esito dell&rsquo;ultimo voto di fiducia - ora vuole battere &laquo;a colpo sicuro&raquo; e attende sulla sponda del fiume, orologio in mano, che la nebbia si diradi.<br />
Ma c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra singolare novit&agrave;, emersa in queste ore, che riguarda il capo di Sel, Nichi Vendola, il quale in un&rsquo;intervista concessa ieri al <em>Corriere della Sera</em>, abbandonando a sua volta la richiesta di elezioni, si &egrave; dichiarato favorevole ad un &laquo;governo di scopo&raquo;, che vari una &laquo;patrimoniale pesante, non un sacrificio simbolico, un&rsquo;importante tassazione delle rendite e tagli alle spese militari&raquo;. <br />
Non &egrave; chiarito e, francamente, non si capisce quale coalizione potrebbe fare proprio un simile programma, considerato, oltretutto, che la sinistra non &egrave; oggi rappresentata nel parlamento. Ma l&rsquo;intervista sembra guardare oltre il tempo contingente. E&rsquo; proprio la logica &ldquo;emergenziale&rdquo; ad ispirare un nuovo ecumenismo politico ritenuto necessario per &laquo;imparare la convivenza fra differenti&raquo;, cos&igrave; come esperimentato in Puglia dove - dice Vendola - &laquo;per difendere il Sud ho stretto un patto forte con il ministro degli Affari regionali Fitto&raquo;. &laquo;Dobbiamo imparare la convivenza fra differenti&raquo; &egrave; dunque la conclusione del presidente della regione Puglia per il quale - a prender per buone le rivelazioni non smentite di <em>Italia Oggi</em> sull&rsquo;edizione di venerd&igrave; - la sola discriminante che rimane tenacemente in campo &egrave; nei confronti del Prc e della Federazione della Sinistra.<br />
Insomma, i confini degli schieramenti politici, sotto il maglio della crisi, si confondono in un indistinto grigiore. Mentre su tutto si staglia il &ldquo;prontuario&rdquo; della Bce, il mandato imperativo di fronte al quale l&rsquo;intero arco parlamentare si genuflette, il pensiero unico nelle cui coordinate continua ad iscriversi, con modeste varianti, tutto il pensabile e il fattibile.<br />
Uscire da questo limaccioso pantano &egrave; dunque pi&ugrave; che mai necessario. Per tenere saldo il legame col movimento di dimensioni planetarie che avendo ben compreso natura e responsabilit&agrave; del collasso economico-sociale, reclama si imbocchino altre strade e per evitare il rischio di un&rsquo;ulteriore implosione della politica, una definitiva secessione delle istituzioni dalla realt&agrave; del Paese. Quello, per esempio, che in queste ore va sott&rsquo;acqua e si sente abbandonato.</p>]]></description><pubDate>Tue, 8 Nov 2011 16:44:55 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2522]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Liberarsi di Berlusconi. Senza cadere nella trappola liberista]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Come un auto fuori controllo, Berlusconi sbatte e rimbalza da un guard rail all'altro, del tutto incapace di varare una manovra che abbia un senso, una credibile efficacia. Persino nel perimetro reazionario che marca i confini delle scelte imposte dalle banche e dalla leadership europea. Al punto che Christine Lagarde, direttrice del Fmi, si &egrave; presa ieri la libert&agrave; di mettere pubblicamente a nudo la vacuit&agrave; del premier, nei fatti commissariando l'Italia, mentre questi ne celebrava senza ritegno l'ottimo stato di salute.<br />
Il Presidente del Consiglio &egrave; nello stallo assoluto. Di un'imposta patrimoniale non vuole neppure sentir parlare, rappresentando essa la pi&ugrave; esplicita confessione della sua capitolazione politica; l'ipotesi di un prelievo forzoso sui conti correnti &egrave; stata giubilata all'istante da Confindustria; il colpo di pistola alle pensioni di anzianit&agrave; gli &egrave; rimasto in canna per l'opposizione della Lega, la vendita all'incanto del patrimonio pubblico parla di entrate virtuali e si rivela un puro e semplice ballon d'essai. Si aggiungano a tutto ci&ograve; la dilettantesca improvvisazione che ha caratterizzato il balbettio del governo in questi mesi e la soggettiva impresentabilit&agrave; del personale politico che la incarna, e si comprender&agrave; &quot;al volo&quot;, senza diffondersi in un ulteriori approfondimenti, che il destino del governo &egrave; segnato e con esso l'eclissi di un'intera fase della nostra storia politica, essendo piuttosto chiaro che il Pdl non sopravviver&agrave; al tramonto del suo padre-padrone. Gli scricchiolii nella compagine della destra sono ormai segni inequivocabili di cedimento e, sotto l'impulso dei poteri forti, stiamo gi&agrave; assistendo allo smottamento trasformistico di pezzi della maggioranza che hanno fiutato la direzione del vento e si apprestano a bastonare, come in un consumato italico copione, il cane che annega. Per andare dove? Ormai &egrave; chiaro che nel nome della (alquanto presunta) salvezza della patria cresce il consenso trasversale per un governo (tecnico? di solidariet&agrave; nazionale? di larghe intese?) il cui scopo precipuo sia quello di togliere di mezzo il sultano in disarmo ed insediarsi alla guida del Paese in una situazione eccezionale, dotato di poteri eccezionali, per varare misure eccezionali, quelle &quot;impopolari&quot; di cui nessuno vorrebbe assumersi la paternit&agrave; e che quindi ciascuno cerca di diluire in una comune e indivisa responsabilit&agrave;. Con la tacita convinzione che cos&igrave;, quando le elezioni verranno, nessuno, forse, pagher&agrave; dazio. Vedremo marted&igrave; se Berlusconi sar&agrave; riuscito a prolungare l'agonia ottenendo l'ennesima fiducia, oppure se il dado sar&agrave; definitivamente tratto. Napolitano, fiducioso, attende.<br />
Avrete notato che il Pd, dopo altalenante traccheggiamento, non parla pi&ugrave; di elezioni e sembra ormai definitivamente guadagnato (o rassegnato) a questa prospettiva politica che ne segnerebbe l'irreversibile cooptazione nella compagine liberista. Quella che ha consegnato alla finanza il potere politico, distruggendo la sovranit&agrave; dei popoli, dei loro parlamenti, e rendendo la democrazia un pallido simulacro.<br />
Oggi, sicuramente, molta gente, molto popolo, molti proletari verranno a Roma, chiamati dal Pd ad ascoltare il loro segretario. Pi&ugrave; impegnativo immaginare cosa Bersani dir&agrave; loro, quale prospettiva disegner&agrave; per le loro vite, i loro salari, le loro pensioni, per gli anziani e per i pi&ugrave; giovani. Perch&eacute; se fra breve Berlusconi dovesse davvero passare la mano - senza ricorso alla prova elettorale - e toccasse ad un governo della &quot;coesione nazionale&quot; afferrare le briglie, la situazione si chiarirebbe, istantaneamente, secondo i desiderata della Bce, lungo una traiettoria che individua nel pi&ugrave; violento salasso sociale, senza se e senza ma, la via maestra per risanare il debito dell'Italia. Ma noi sappiamo che questo non baster&agrave; e che dall'impoverimento del Paese non verr&agrave; alcuno stimolo alla ripresa, che la speculazione torner&agrave; a mordere e con essa l'avvitamento senza fine lungo una spirale depressiva.<br />
Il dramma e il rovello della situazione presente consiste proprio in questo. Che purgare per questa via il Paese dal cancro berlusconiano comporta la diretta assunzione delle leve di comando da parte degli interpreti della pi&ugrave; spinta ideologia monetarista e mercatista, quella che sta portando al tracollo la costruzione politica dell'Europa, sempre pi&ugrave; succube e prigioniera dei santuari della finanza.<br />
Ora, per quanto non sia semplice tenere il capo fuori dal pelo dell'acqua, occorre pi&ugrave; che mai ragionare, con la massima lucidit&agrave;.<br />
Le elezioni - sia pure con una legge elettorale infame come questa - sono, malgrado tutto, la via migliore per sganciarsi dal circolo vizioso in cui siamo precipitati.<br />
Esse sono l'occasione per rendere chiara un'opzione diversa, davvero alternativa, e rendere visibile uno schieramento politico capace di rappresentarla, nelle istituzioni e attraverso il conflitto sociale. E sono anche un'occasione di chiarezza, fuori dal gioco politicista delle alleanze che quando &egrave; fine a se stesso tende a nascondere i contenuti, i progetti, le reali intenzioni dietro una cortina fumogena fatta di chiacchiere.</p>]]></description><pubDate>Sat, 5 Nov 2011 19:16:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2521]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Pietro Ichino, i licenziamenti e la linea (?) del Pd]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L&rsquo;odierna manifestazione dei pensionati, quanto mai tempestiva, ha nei fatti inaugurato la sequenza - che ci auguriamo intensa e crescente - delle mobilitazioni sociali contro la lettera del governo all&rsquo;Ue. Che, come spero ognuno avr&agrave; capito, rappresenta un vincolo per l&rsquo;oggi e per il domani, un solenne impegno di Stato, maturato sotto l&rsquo;impulso e il sostanziale patrocinio del Presidente della Repubblica. Dunque, un lascito non facilmente  esorcizzabile da parte di chi dovesse succedere a Berlusconi, qualunque sia la natura politica della coalizione in futuro abilitata a governare.<br />
E&rsquo; perci&ograve; di grande importanza conoscere ora - e nel dettaglio - cosa pensano le opposizioni. Tutte. A partire, ovviamente, dal Pd e a cominciare dal tema dei licenziamenti, primo discrimine di qualsiasi scelta politica.<br />
Come si &egrave; visto, Emma Marcegaglia si &egrave; affrettata a plaudire a quella che &egrave; una storica rivendicazione della borghesia industriale: unire alla flessibilit&agrave; in entrata (gi&agrave; largamente acquisita attraverso un tripudio di lavori precari) quella in uscita. Del resto, non si poteva pretendere che i padroni (in ispecie quelli di casa nostra) rinunciassero ad un simile regalo, all&rsquo;istituzionalizzazione cio&egrave; di un rapporto di potere, dentro i luoghi di lavoro, che consentirebbe loro di fare letteralmente quello che vogliono, nella pi&ugrave; totale assenza di vincoli giuridici che ne limitino, anche labilmente, l&rsquo;arbitrariet&agrave;. Quindi Confindustria incassa e ringrazia, seppellendo definitivamente (e questo non pu&ograve; che essere un bene) l&rsquo;infelice connubio che aveva caratterizzato le relazioni sindacali con l&rsquo;accordo del 28 giugno e la lettera congiunta di intenti sottoscritta il 4 agosto anche con le banche. Le stesse che qualche settimana dopo hanno chiesto al Paese, ai lavoratori e ai cittadini italiani di suicidarsi, pagando in solido un debito da loro non contratto.<br />
Berlusconi ha creduto di offrire ai lavoratori una spiegazione convincente, garantendo loro che il licenziamento, sebbene non pi&ugrave; contestabile e dunque non annullabile per via giudiziaria, sar&agrave; tuttavia seguito dalla cassa integrazione. Cos&igrave;, la soppressione di un diritto sar&agrave; pagata (dallo Stato) con un p&ograve; di assistenza. Insomma, invece di promuovere le assunzioni si incentivano i licenziamenti: bizzarro modo per dare seguito e sostanza a quel passaggio della &ldquo;Lettera&rdquo; in cui con enfasi si dichiara l&rsquo;impegno del governo a &laquo;trasformare le aree di crisi in aree di sviluppo&raquo;. <br />
La cosa, naturalmente, non stupisce, essendo sin dall&rsquo;inizio del tutto chiaro che il provvedimento ha una natura esclusivamente politica ed antisindacale, considerato  che la disoccupazione non &egrave; mai stata un propellente per lo sviluppo e che la pratica indiscriminata dei licenziamenti, o anche la sola minaccia di ricorrervi, &egrave; sempre servita solo a trasformare i lavoratori in silenziosi muli da tiro.<br />
Ma il Pd cosa pensa a questo riguardo? E se pensa, cosa pensa di fare? Per ora conosciamo con certezza solo l&rsquo;opinione di Pietro Ichino, che non &egrave; proprio cos&igrave; isolata se la proposta di legge in materia di licenziamenti che porta il suo nome ha raccolto il consenso di altri 54 sentatori: non proprio uno sparuto drappello.<br />
Ieri, su <em>Il Sole 24 Ore</em> Ichino ritorna sul suo argomento preferito, per dire che bisogna disfarsi dell&rsquo;articolo 18, &laquo;soluzione troppo rigida&raquo; e discriminatoria nei confronti di quanti, lavorando in aziende con meno di 16 dipendenti, non ne possono beneficiare. La soluzione, per Ichino, &egrave; di una semplicit&agrave; solare: i licenziamenti devono tornare prerogativa indiscutibile dell&rsquo;impresa; essi saranno compensati &laquo;con la responsabilizzazione dell&rsquo;impresa per la sicurezza economica e professionale del lavoratore licenziato&raquo;. Detto in prosa: l&rsquo;azienda monetizzer&agrave; il proprio diritto di tornare al licenziamento <em>ad nutum</em> (cio&egrave; &ldquo;al cenno&rdquo;). Il resto, comprese tutte le chiacchiere sulla <em>flexsecurity</em> (pi&ugrave; un ossimoro che un virtuoso neologismo) servono a coprire, piuttosto maldestramente, l&rsquo;idea di fondo secondo la quale l&rsquo;impresa &egrave; e deve essere, nei rapporti sociali, il <em>dominus</em> assoluto, facendo essa, insieme al bene proprio, anche quello dei lavoratori, dell&rsquo;economia e della patria. Ichino, per&ograve;, non si ferma qui. E spiega che per addolcire la pillola e guadagnare il consenso necessario all&rsquo;operazione si potrebbero applicare le nuove norme soltanto ai nuovi assunti, creando cos&igrave; un doppio regime: i lavoratori in forza rimarrebbero protetti dall&rsquo;articolo 18, gli altri no. Una frattura, prima di tutto generazionale, davvero spaventosa, un mostro politico e giuridico che demolirebbe, insieme al sindacato, ogni vincolo solidale.<br />
Ichino ci informa infine che nel novembre dello scorso anno &laquo;il senato ha approvato quasi all&rsquo;unanimit&agrave; la mozione Rutelli, che impegna il governo a varare una riforma ispirata a quel progetto&raquo;.<br />
Come si vede, tutto si tiene. Ecco perch&eacute; lo sciopero, annunciato da tutti i sindacati, &egrave; cosa matura. Da farsi finch&eacute; la partita &egrave; aperta. Non per celebrare il <em>de profundis</em> a cose fatte.</p>]]></description><pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:36:16 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2520]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La lettera all'Ue, fra cialtroneria e ferocia di classe]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Peracottari o delinquenti? Si riduce a questo il dilemma che ci assale (si fa per dire) apprendendo i contenuti della lettera con cui il governo italiano si &egrave; presentato - cappello in mano - al cospetto dell'Ue (e della Bce) per ottenere un placet utile (forse e soltanto) ad assicurare alla propria sopravvivenza i tempi supplementari.<br />
Da una parte, in questo testo non vi &egrave; nulla che possa minimamente influire sulla ripresa di un paese che continua a galleggiare senza una guida politica, che non sia quella prona e compartecipe del saccheggio brutale delle risorse umane e naturali del paese da parte di una insaziabile consorteria di lestofanti.<br />
In queste ore c'&egrave; un pezzo d'Italia, fra le zone pi&ugrave; suggestive della penisola, che viene letteralmente spazzato via da un mare di fango, prodotto da un alluvione ampiamente prevedibile, ma impossibile da arginare nei suoi devastanti effetti a causa di un dissesto territoriale, di una dissennata speculazione edilizia e di un equilibrio idrogeologico irrimediabilmente compromesso.<br />
Tutto il paese soffre - ove pi&ugrave; ove meno - di questo cronico stato di abbandono, di questa irresponsabile latitanza del potere politico, in primo luogo del governo centrale. Che anzich&eacute; coltivare propagandistici, faraonici e inutili quando non dannosi progetti di opere pubbliche, avrebbe potuto, potrebbe, investire i proventi di una vera lotta all'evasione e di una seria redistribuzione della ricchezza nella infrastrutturazione primaria dell'Italia, essa s&igrave; motore di uno sviluppo sano, opposto all'irrefrenabile propensione a scavare e riempire buche, perch&eacute; tanto tutto fa Pil.<br />
Invece no. La lettera, frutto di palese improvvisazione, zeppa di frasi rimasticate, non fa che mulinare chiacchiere al vento.<br />
Da una parte, come dicevamo, un puro esempio di italica cialtroneria, il peggio del nostro repertorio politico. Ma dall'altra, la vocazione delinquenziale, il feroce attacco al lavoro, distillato del peggior liberismo che &egrave; la quintessenza della cultura e dell'egemonia delle classi dominanti. Momentaneamente accantonato l'attacco alle pensioni di anzianit&agrave;, ecco tornare prepotentemente il tema dei licenziamenti. &laquo;Pi&ugrave; facile licenziare&raquo;, titolava ieri con dissimulata soddisfazione il giornale di Confindustria e, pi&ugrave; o meno cos&igrave;, si sono regolati i giornali della borghesia, taluni, come quelli che abitano presso la corte del sultano, esibendo sgangherato tripudio. Si &egrave; sbagliato di grosso chi credeva che il problema dell'Italia fosse il basso tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, la dilagante precariet&agrave; generata da un mercato del lavoro trasformato in supermercato delle braccia, balcanizzato come in nessun paese del mondo. Non ha capito nulla chi pensava che si trattasse di creare lavoro, di incentivare le assunzioni, di eliminare le tipologie pi&ugrave; vessatorie della prestazione d'opera. No, niente di tutto questo. La ripresa del Paese &egrave; tutta consegnata alla libert&agrave; di licenziare. Qui, per&ograve;, riaffiora la cialtroneria di cui sopra. Perch&eacute; la formula adottata nella lettera sembra riferita ai &laquo;licenziamenti per motivi economici&raquo; che, come &egrave; noto - e come spiega col consueto rigore Piergiovanni Alleva nell'intervista all'interno del giornale - sono gi&agrave; ampiamente normati dalla legge e dagli accordi interconfederali. Dunque, delle due l'una. O nella lettera all'Ue si annuncia che si far&agrave; niente di pi&ugrave; di ci&ograve; che gi&agrave; &egrave; contemplato nella legislazione vigente, e allora siamo di fronte ad un miserabile gioco di prestigio, ad un'illusionistica rappresentazione per allocchi, oppure, come &egrave; pi&ugrave; probabile, non &egrave; ai licenziamenti &laquo;per giustificato motivo oggettivo&raquo; che si pensa, ma a quelli individuali, intimati senza giusta causa, oggi vietati dalla legge e - segnatamente - da quel monumento alla dignit&agrave; del lavoro che &egrave; l'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.<br />
Non dovremo attendere molto per sapere di cosa effettivamete si tratti e come e in quali tempi il governo pi&ugrave; screditato di sempre intenda procedere. Sarebbe ora il caso che il sindacato, tutto il sindacato, almeno per una volta, ritrovasse l'unit&agrave; d'azione e si mettesse per davvero di traverso. Comincia la Cgil, mobilitando i suoi pensionati, oggi a Roma per opporsi al picconamento del welfare e delle pensioni: quello che &egrave; gi&agrave; stato fatto e quello che il governo si appresta a fare, fingendo di voler cos&igrave; salvare quelle generazioni future a cui &egrave; stata tolta ogni speranza. Allora prendiamo l'odierna manifestazione come il segnale incoraggiante che gli anziani, protagonisti di tante storiche conquiste per il lavoro e per la democrazia, non accetteranno di farsi giocare strumentalmente contro chi oggi si affaccia al lavoro. Tuttavia serve, e subito, qualcosa di molto pi&ugrave; forte. Serve una chiamata generale alla lotta, allo sciopero. Perch&eacute; la lettera cucinata dal governo italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorit&agrave; monetarie europee rappresenta un manifesto di intenti che sopravviver&agrave; a Berlusconi, un lascito che ha per eredi predestinati anche futuri governi, frutto di coalizioni magari composite, ma pur sempre espressione del grande capitale che intende continuare a suonare la grancassa. A nostre spese.</p>]]></description><pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:2:43 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2519]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il sondaggismo, malattia fraudolenta del bipolarismo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ne abbiamo pi&ugrave; e pi&ugrave; volte parlato, ma tornarvi di sopra &egrave; necessario, perch&eacute; la malattia &egrave; pericolosa e recidivante. Ci riferiamo al sondaggismo, vale a dire a quella procedura, elevata al rango di scienza, che pretende di testare, con approssimazione ai decimali, le tendenze, gli umori dell&rsquo;elettorato su ogni sorta di questioni e, massimamente, sulle loro propensioni elettorali. <br />
Con la stessa aurea di neutrale veggenza che gli antichi attribuivano agli aruspici, i nostri moderni sciamani infestano i <em>talk show</em> televisivi, i telegiornali, la carta stampata, propinando ogni sorta di rilevazioni. Con cadenza settimanale scopriamo cosa i cittadini pensano chiedono e desiderano, ne misuriamo le oscillazioni millimetriche. Cos&igrave; la politica, quella politicante, quella che vive di improvvisazione e di calcoli strumentali, si muove di conserva, come falena attorno ad una fonte di luce, attenta a cogliere, in tempo reale, l&rsquo;efficacia di una trovata, di un&rsquo;invenzione propagandistica.<br />
Addestrati a questa pessima pedagogia, i partiti - <em>in primis</em> quelli che hanno abbandonato una reale pratica democratica per affidarsi all&rsquo;illusionismo via etere - promuovono la demagogia pi&ugrave; deteriore. La politica tende cio&egrave; a comportarsi esattamente come un&rsquo;azienda che organizza le proprie linee di produzione in base ai risultati di una campagna di marketing. E&rsquo; l&rsquo;umore registrato dal sondaggio che informa la proposta (lo diciamo con indulgenza) programmatica, non viceversa. Cos&igrave;, la gi&agrave; consistente tendenza all&rsquo;omologazione degli schieramenti che si fronteggiano nell&rsquo;arena bipolare riceve un&rsquo;ulteriore spinta.<br />
Poi, c&rsquo;&egrave; un aspetto del sondaggismo che chiameremo &ldquo;militante&rdquo;, subdolamente manipolatorio, attento a &ldquo;testare&rdquo; le opinioni del pubblico limitando, con tecniche raffinate, il campo delle scelte, il perimetro dentro il quale il cittadino, l&rsquo;intervistato pu&ograve; formulare le proprie opzioni.<br />
Abbiamo ormai collezionato svariati esempi di queste non innocenti incursioni nel &ldquo;mercato&rdquo; del voto. Si pensi alle ultime elezioni amministrative, quando la Federazione della Sinistra veniva accreditata (se addirittura non le toccava essere derubricata sotto la sigla &ldquo;altri&rdquo;) di un 1% a fronte di un esito poi riscontrato prossimo al 4%. In quell&rsquo;occasione, Nando Paglioncelli si difese spiegando che la sua <em>Ipsos</em> non aveva sondato l&rsquo;orientamento nelle aree interessate al voto, ma nell&rsquo;insieme del Paese. Argomento, come ognuno pu&ograve; capire, di lana caprina. E toppa peggiore del buco.<br />
Oggi la storia si ripete per le elezioni regionali del Molise: identici sondaggi fraudolenti, identica smentita dal voto reale. Il fatto &egrave; che si deve ad ogni costo dimostrare che la sinistra radicale, il Prc, la FdS, gi&agrave; cancellate dall&rsquo;informazione, sono fuori mercato politico, perch&eacute; non omologabili alla vulgata che contrappone coalizioni fra loro intercambiabili. Ecco come il sondaggio confezionato su misura pu&ograve; veicolare il (presunto) &ldquo;voto utile&rdquo;.<br />
Tuttavia, raccomandiamo cautela agli apprendisti stregoni perch&eacute; rischiano di rimanere vittime dei loro stessi giochi di prestigio. In quanto, contrariamente alla convinzione diffusa, &egrave; accaduto che nel Molise abbia vinto uno screditatissimo candidato del centrodestra, sostenuto in questa occasione anche dall&rsquo;Udc.Eloquente dimostrazione che non basta la repulsione per l&rsquo;indecente governo di Berlusconi a mettere le ali all&rsquo;alternativa, che per affermarsi ha bisogno di un vero progetto di cambiamento, in assenza del quale vince sempre il gattopardo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 20 Oct 2011 17:56:51 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2518]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il Palazzo e la domanda “politica” di questo movimento]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Era in errore chi immaginava che il crepuscolo di Berlusconi avrebbe avuto le caratteristiche di un opaco tramonto, di un declino che avrebbe gradualmente persuaso all&rsquo;abbandono l&rsquo;&laquo;uomo che volle farsi re&raquo;. E aveva ragione, per converso, chi con maggiore perspicacia aveva compreso che &egrave; nella natura di ogni dittatore, di ogni egoarca, spingere il proprio delirio sino in fondo, sino a negare la realt&agrave; e a sovrapporsi ad essa. Il conto che il Paese &egrave; chiamato a pagare per ogni minuto in pi&ugrave; della sua sopravvivenza politica non ha per Berlusconi alcuna importanza e significato. L&rsquo;uomo utilizzer&agrave; ogni mezzo e fino all&rsquo;ultimo istante per rimanere in sella. Brandendo ora pi&ugrave; la minaccia che la corruzione, poich&eacute; le sue promesse paiono ormai difficili da mantenere anche agli occhi di quanti sono stati, sono e sarebbero pi&ugrave; disposti a farsene sedurre. &laquo;Se cado si dissolve il centrodestra&raquo;, egli manda a dire in queste ore a coloro che si spingono a immaginare un partito &ldquo;desultanizzato&rdquo;. &laquo;Senza di me nessuno di voi ha un futuro&raquo;, ringhia all&rsquo;indirizzo dei cortigiani e dell&rsquo;esercito di commensali di cui ha riempito le sue corti e che ha in questi anni allevato, remunerato, protetto in cambio della pi&ugrave; cieca fedelt&agrave;. Ed &egrave; questa - a ben vedere - la sentenza pi&ugrave; inesorabile, senza appello che sia possibile pronunciare sulla consorteria che il caudillo di Arcore ha elevato a classe politica dirigente, pi&ugrave; o meno come fece Caligola con il suo cavallo.<br />
&laquo;Senza di me nessuno di voi ha un futuro&raquo;. Come si vede, Berlusconi non si cela. Esibisce in pubblico il disprezzo per i suoi, di cui conosce bene origine, miseria politica e morale. Ed &egrave; in ragione di questa verit&agrave;, gridata senza pudore ai quattro venti, che prova a tenerseli avvinghiati, costi quel che costi.<br />
C&rsquo;&egrave; pi&ugrave; disperazione che tracotanza in questa rabbiosa invettiva che ricorda, in farsa, lo shakespeariano Riccardo III, mentre confessa a se stesso: &laquo;Io, immondo ammasso di nequizie, piegher&ograve; il mondo ai miei piedi&raquo;. L&rsquo;uomo, dunque, combatter&agrave;, con i mezzi illeciti e spregevoli che gli sono propri, indifferente alla constatazione che nel frattempo l&rsquo;Italia senza guida va in pezzi. Insomma, non &egrave; ancora arrivato il tempo in cui invocher&agrave; la sua salvezza personale e grider&agrave;: &laquo;Un regno per un cavallo&raquo;.<br />
Abbiamo pi&ugrave; volte detto che amputare questa cancrena &egrave; una premessa indispensabile, un passaggio obbligato, un obiettivo sul quale fare convergere il pi&ugrave; ampio schieramento di forze, politiche e sociali. Abbiamo anche detto, per&ograve; (e continuiamo a pensare) che questa lotta di liberazione non si pu&ograve; fare per consegnare il governo dell&rsquo;Italia alla Banca centrale europea, agli uomini di Confindustria, ai propugnatori del liberismo che perseguono senza batter ciglio la devastazione del welfare, l&rsquo;abolizione dei diritti del lavoro, la privatizzazione di tutto ci&ograve; che &egrave; pubblico e bene comune. Per dire, la ricetta gi&agrave; applicata alla Grecia. Ecco allora che deve entrare in campo, ben visibile, un&rsquo;altra proposta, quella che con inedita, radicale maturit&agrave;, una generazione intera sta portando nelle strade e nelle piazze di mezzo mondo. Alla sinistra, se sar&agrave; capace di ritrovare le ragioni forti della sua unit&agrave;, si d&agrave; l&rsquo;opportunit&agrave; di offrire una sponda robusta a questa potente spinta al cambiamento, fuori dal recinto omologante che ha fatto del centrodestra e del centrosinistra varianti di un pensiero soggiogato dal mantra monetarista: quel perimetro invalicabile nel quale si producono, come in una ossessiva coazione a ripetere, tutte le scelte politiche che travolgono le nostre vite.<br />
Oggi, un pensiero critico rimasto per lungo tempo in sonno si fa strada. Ed &egrave; di grande significato che esso si incarni, con una cos&igrave; vasta latitudine, in una massa di giovani che irrompono nello spazio pubblico e senza complessi n&eacute; sudditanze dicono che si pu&ograve;, si deve fare altro. Attenzione: non si tratta solo di rivolta, destinata a rifluire nel breve. Anche perch&eacute; la nottata non passa affatto. E perch&eacute; lor signori questa volta fanno fatica a rabberciare, con le loro ricette reazionarie, la coperta che quelle medesime ricette hanno lacerato. Oggi la crisi pu&ograve; davvero presentarsi come occasione. Tocca anche a noi, stando dentro al movimento, senza supponenza predicatoria, dare corpo, respiro teorico e sbocco politico a questa che &egrave; pi&ugrave; di una speranza.</p>]]></description><pubDate>Fri, 14 Oct 2011 12:50:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2517]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Su misura]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Quando qualche giorno fa il  &quot;Corriere&quot;  pubblic&ograve; la lettera &ldquo;confidenziale&rdquo; della Banca centrale europea al governo italiano, un passaggio, pi&ugrave; di altri, ci colp&igrave; particolarmente. Quello in cui l&rsquo;illustre coppia Trichet-Draghi, scartando dal tema del pareggio di bilancio e delle misure necessarie per ottenerlo, &ldquo;piegava&rdquo; il proprio argomentare, la propria disinteressata profusione di saggezza sulla questione della produttivit&agrave; del sistema-Italia. Sul quale, a loro dire, graverebbero, come palle al piede, il &laquo;modello di contrattazione collettiva vigente&raquo; e &laquo;le norme che in Italia regolano l&rsquo;assunzione e il licenziamento dei dipendenti&raquo;.<br />
I due saggi della Bce non hanno usato perifrasi. Hanno detto, pari pari, che il contratto nazionale di lavoro &egrave; un arnese consunto, da abbandonare in favore di pi&ugrave; duttili contratti di impresa, cos&igrave; da ritagliare (letteralmente, &ldquo;ritagliare&rdquo;, come un abito confezionato su misura, ndr) i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende&raquo;. E poich&eacute; non vi &egrave; nulla di pi&ugrave; aderente ai desiderata di ogni singolo padrone che potersi liberare, senza tante discussioni, dei dipendenti sgraditi, ecco servita l&rsquo;altra soluzione: via l&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, abolizione della &ldquo;giusta causa&rdquo; e ripristino del licenziamento ad nutum, ovvero &ldquo;al cenno&rdquo;, retaggio medioevale eretto a simbolo della assoluta discrezionalit&agrave; del signore nei confronti del suo servo, esito salvifico che rinvigorirebbe, secondo la Bce, le opportunit&agrave; competitive della nostra sfibrata economia.<br />
Corroborati da queste soavi parole - giunte come musica agli orecchi di molti imprenditori che hanno sino ad ora subito come un&rsquo;insopportabile prepotenza quella loro inflitta dagli esiti (peraltro modesti) della contrattazione collettiva e dai vincoli (pure essi ormai laschi) imposti al loro potere dal giuslavorismo moderno - i campioni della nostra borghesia industriale sono andati all&rsquo;arrembaggio. Non Marchionne, che la propria linea costituente di nuovi rapporti sociali l&rsquo;aveva gi&agrave; praticata sul campo, senza attendere imboccate, facendo  tabula rasa, nelle proprie aziende, di tutti gli accordi sindacali stipulati dal &rsquo;45 sino ad oggi. Ma tutta la marmaglia pseudoimprenditoriale che crede di poter guadagnare punti nella competizione internazionale, o semplicemente di tirare a campare, sostituendo ricerca, investimenti e rischio industriale e stringendo il cappio al collo dei propri dipendenti.  La fuga da Confindustria (proprio mentre questa sottoscrive con tutti i sindacati intese che proceduralizzano deroghe ai contratti nazionali di lavoro) racconta della tentazione di molte imprese di affrancarsi da un intero dispositivo di regole, negoziali e di legge, in modo da eludere del tutto le responsabilit&agrave; proprie e quelle del personale politico che in nome loro ha sin qui gestito il potere politico.<br />
Quando Guidalberto Guidi, presidente di Ducati Energia ed ex direttore del Sole 24 Ore, afferma solennemente che &laquo;lo Statuto dei lavoratori ha introdotto nel sistema-Italia un virus che ha minato la possibilit&agrave; di fare impresa&raquo; e che ora occorre &laquo;prendere quella legge e buttarla nel cestino&raquo;, vuol dire che le cose sono andate molto avanti. Vuol dire che le classi dominanti del nostro Paese, con il placet della massima autorit&agrave; monetaria europea e della Ue, stanno imboccando la strada di una violenta sterzata reazionaria, fatalmente destinata ad unire al drammatico impoverimento sociale un colpo letale alla democrazia e ad archiviare, insieme al sistema di protezione sociale, l&rsquo;intero impianto della Costituzione.<br />
Farebbe tenerezza - se non prevalesse la rabbia - la stupefacente ingenuit&agrave; che spinge Vincenzo Scudiere (Cgil) a fare spallucce e a liquidare il problema perch&eacute; - cos&igrave; sostiene - &laquo;Marchionne &egrave; un caso a s&eacute;&raquo;. Ebbene, c&rsquo;&egrave; un intero blocco finanziario, industriale e politico che sta smontando, pezzo dopo pezzo, le conquiste sociali e civili maturate nella parte migliore della storia repubblicana. Al punto che persino il vincolo associativo imprenditoriale pare un limite insopportabile per chi insegue la totale libert&agrave; d&rsquo;impresa. La Bce appone il proprio suggello a questa carica demolitrice e ancora, a sinistra, si incontra chi non capisce. O peggio. Poi, sono personalmente convinto che gli avventurieri che si ingaggiano in questa definitiva resa dei conti si sbaglino.<br />
Nonostante la crisi, nonostante i ricatti della Bce, nonostante la protervia antipopolare del governo giochino in loro favore. Stiano attenti, lor signori. Se vogliono scatenare il Vietnam, fabbrica per fabbrica, potrebbe loro capitare di andare incontro ad un duro risveglio.</p>]]></description><pubDate>Fri, 7 Oct 2011 19:26:30 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2516]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Le ragioni del bavaglio. Su di noi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Qui a <em>Liberazione</em> sappiamo - senza che questo ci induca al vittimismo - di non godere di particolari simpatie e di buona stampa. Come non ne gode il nostro editore, il Prc. Perch&eacute; il solo ipotetico pensiero che l&rsquo;Italia e il mondo possano tentare di sottrarsi alle sgrinfie del capitale e del mercato per provare altre strade fa tremare l&rsquo;orlo delle mutande. Tanto a destra, come &egrave; del tutto naturale, quanto nel <em>Circo Barnum</em> del centrosinistra. A maggior ragione mentre le crepe del sistema si sono allargate sino a rivelarne l&rsquo;intrinseca fragilit&agrave;, irrazionalit&agrave;, ingiustizia. <br />
Questo spiega pi&ugrave; di ogni altra cosa quella specie di <em>Berufsverbot</em>, cio&egrave; quell&rsquo;ostracismo che i comunisti, le loro analisi, idee e proposte quotidianamente subiscono. E se ne capisce il perch&eacute;. Se il perimetro entro il quale si svolge il gioco &egrave; gi&agrave; dato, se l&rsquo;ordine del possibile non ammette deroghe, se le ricette propinate assumono le sembianze della scienza o della legge naturale, allora non rimane che acquietarsi e coprirsi il capo con le mani nella (velleitaria) speranza di parare i colpi pi&ugrave; duri. <br />
Dunque, una voce altra, radicalmente altra, non si deve neppure sentire, non deve arrivare da nessuna parte. Per tentare di farlo, noi comunisti abbiamo questo giornale. E nient&rsquo;altro, essendo stati messi fuori dal circuito televisivo.<br />
Certo, <em>Liberazione</em> non si inebria del gossip, straripante nelle pagine di tutti i giornali; non d&agrave; conto di tutti gli scampoli di rissoso e insulso litigiume che attraversano il mondo imploso e autoreferenziale della politica nostrana; non pende dalle labbra dei protagonisti del teatrino inscenato dai talk show; non pesa e chiosa come pillole di saggezza ogni loro sbrodolamento; non si diletta nell&rsquo;inseguimento della cronaca nera, dei processi per i delitti pi&ugrave; efferati che vellicano curiosit&agrave; morbose, ma alimentano le vendite.<br />
E non accetta censure, n&eacute; se ne procura in proprio per arruffianarsi poteri forti, personalit&agrave; influenti, anche a costo di pagare prezzi salati, in termini di inserzioni pubblicitarie, che vuol dire denaro, e di subire scomuniche politiche, oscuramenti mediatici.<br />
<em>Liberazione</em>, certo, &ldquo;parla d&rsquo;altro&rdquo;, e per giunta controcorrente. Di cose come il golpe monetario e la dittatura finanziaria che stanno divorando la sovranit&agrave; degli stati e dei parlamenti; come la violenza che il capitale esercita sui lavoratori estorcendo loro rinunce sostanziali e diritti che la Costituzione gli garantirebbe; come la denuncia dell&rsquo;ipocrisia di cui fanno plateale sfoggio i &ldquo;risanatori&rdquo; a spese altrui del nostro deficitario bilancio pubblico, i cui nomi campeggiano negli elenchi dei pi&ugrave; alti percettori di reddito, quando non degli evasori fiscali. O, ancora, come quando parla del mercato delle braccia dei migranti e della persecuzione razzista cui sono sottoposti, delle lotte di resistenza dimenticate o deliberatamente nascoste, degli infortuni sul lavoro o delle malattie professionali gabellati per fatalit&agrave;.<br />
Sono questi i nostri temi, di questo parlano le nostre eccentriche &ldquo;prime pagine&rdquo;; &egrave; questo il prisma attraverso il quale guardiamo alla realt&agrave;, il pezzo di societ&agrave;, di verit&agrave; che noi proviamo a raccontare, a rappresentare, con testarda, solitaria tenacia. Ma questo interessa meno (o affatto) a chi regge il timone della grande informazione, soprattutto televisiva, dove il virtuale e l&rsquo;invenzione prendono il posto del reale, occultandolo o, quando non &egrave; possibile far altro perch&eacute; esso irrompe per forza propria sulla scena, manipolandolo. E spiace che a questo conformistico appiattimento, a questo omertoso silenziamento si pieghino (o si rassegnino) anche i pezzi meno omologati della tv pubblica. Assistiamo quotidianamente a rassegne stampa che inseguono, sin nelle pi&ugrave; recondite pieghe, ci&ograve; che passa il <em>mainstream</em>, i grandi giornali voltati e rivoltati come un calzino, con ossessiva ripetitivit&agrave;, come in un recidivante festival del banale e dell&rsquo;inutile. A noi, agli argomenti di cui ci occupiamo, toccano, quando va bene, apparizioni subliminali, una frazione di secondo per inquadrare la testata e via. Fine. Mai che si legga un sommario, mai che si tragga da un editoriale lo spunto per un commento. E&rsquo; una scelta. Probabilmente un automatismo, frutto - consapevole o meno - della stessa amputazione politica che la legge elettorale ha imposto a porzioni non irrilevanti della societ&agrave; italiana, consegnandole all&rsquo;irrilevanza e all&rsquo;obl&igrave;o. Persino ora, mentre il governo sta decidendo di abbattere le (modestissime) risorse dedicate al finanziamento del Fondo per l&rsquo;editoria. Persino ora che la sorte di tanti piccoli giornali &egrave; messa in forse.<br />
Ci si ribella con piena ragione (e noi fra costoro) al tentativo del governo di bloccare le intercettazioni telefoniche e di inibire l&rsquo;informazione (anche se vorremmo che con eguale e persino maggiore forza si sottolineasse che il bersaglio primario di questa &ldquo;purga&rdquo; sono le indagini della magistratura). Non si parla - non lo fanno neppure i giornali che si indignano per il &ldquo;bavaglio&rdquo; - del fatto che a partire dal 2 gennaio molte testate, fra le quali le poche della sinistra, saranno messe al bando. Se il Fondo per l&rsquo;editoria non sar&agrave; reintegrato,molti di noi, avendo sin qui lavorato &ldquo;al buio&rdquo;, sperando di riscuotere risorse gi&agrave; dovute, ma sempre a rischio di revoca, dovranno portare i libri in tribunale. A quel punto, le rassegne stampa televisive non avranno neppure l&rsquo;incomodo di offrire alla stampa alternativa qualche fugace apparizione. Il recinto sar&agrave; allora ancora pi&ugrave; stretto. E l&rsquo;aria che vi si respira ancora pi&ugrave; soffocante. Auguri.</p>]]></description><pubDate>Sat, 1 Oct 2011 15:11:8 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2515]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Vogliono liquidarci. Dimostriamogli che non glielo lasceremo fare]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In queste settimane si giocano il futuro e la possibilit&agrave; di sopravvivenza di Liberazione. E con essa delle oltre cento testate giornalistiche, nazionali e locali, che verrebbero inesorabilmente falciate se il Fondo per l&rsquo;editoria, gi&agrave; drasticamente ridotto negli ultimi anni, venisse ulteriormente decurtato. Non di qualche euro ma, come al momento dicono le poste messe a bilancio, della met&agrave;: dai 180 milioni del 2010 ai 90 del 2011.<br />
Ora proveranno a spiegarci che in un quadro di tagli alla spesa pubblica come quelli che il Paese &egrave; chiamato a sopportare, anche l&rsquo;editoria deve fare la sua parte. Somma ipocrisia. Non soltanto perch&eacute; la riduzione delle competenze del Fondo hanno assunto proporzioni neppure lontanamente paragonabili ai tagli &ldquo;lineari&rdquo; imposti dal governo con la manovra, ma perch&eacute; il pluralismo e la libert&agrave; di informazione, elementi costitutivi e irrinunciabili della democrazia, dovrebbero pur valere un pugno di quattrini.<br />
E&rsquo; persino superfluo dedicarsi a dimostrare come ci&ograve; che si spenderebbe in ammortizzatori sociali per offrire qualche tutela alle 4.000 persone che a seguito della chiusura seriale di decine di testate perderebbero il lavoro supererebbe ampiamente le risorse necessarie per reintegrare il Fondo. E&rsquo; superfluo perch&eacute; il problema che abbiamo di fronte non &egrave; - con tutta evidenza - economico o contabile, ma politico. <br />
L&rsquo;articolo 21 della Costituzione recita che &laquo;tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di informazione&raquo;. E il Fondo per l&rsquo;editoria fu appunto costruito, nei primi anni ottanta, proprio per evitare che questa prescrizione rimanesse nient&rsquo;altro che una petizione di principio, considerato che fare un giornale vero costa e che, in assenza di un sostegno pubblico, finirebbero per andare in edicola solo ed esclusivamente fogli con alle spalle editori e finanziatori ricchi, gruppi industriali e finanziari espressione di precisi interessi. Quanto poi accade con i flussi pubblicitari - non solo quelli di provenienza privata, ma anche quelli degli inserzionisti istituzionali - fa capire come si pu&ograve; strangolare l&rsquo;editoria libera e indipendente. Pressoch&eacute; tutta la pubblicit&agrave; viene infatti drenata da pochi grandi gruppi editoriali. Ci sono quotidiani che su sessanta pagine ne impegnano trenta con la pubblicit&agrave;. A noi, ed ad altri come noi, non restano neppure le briciole.<br />
Insomma, occorre capire che lor signori stanno in questi giorni provando a compiere - sul terreno dell&rsquo;informazione - quello che attraverso la legge elettorale gi&agrave; &egrave; avvenuto sul piano della rappresentanza politica istituzionale: spegnere le voci sgradite, quelle non addomesticabili, non manipolabili. Per piccole ed oscurate che siano, esse danno comunque fastidio, impediscono che vengano soppressi punti di vista critici e che pezzi di realt&agrave; sociali e politiche non omologati al mainstream vengano cancellati. <br />
In questi anni si &egrave; ripetutamente quanto inutilmente tentato di selezionare i destinatari del Fondo, per evitare che testate dotate di autentiche redazioni, di dipendenti, giornali veri, insomma, che vanno regolarmente in edicola, con un pubblico di lettori altrettanto vero e consolidato, convivessero con profittatori del tutto privi di tutti questi requisiti. Avventurieri che lucrano indebitamente su risorse pubbliche che dovrebbero essere loro precluse. Il paradosso &egrave; che, in assenza di criteri rigorosi di assegnazione del Fondo, i giornali degni di questo nome saranno cancellati, mentre le decine di Lavitola che affollano questo ginepraio senza regole, sopravviveranno, potendosi avvalere - come ognuno pu&ograve; intuire - di altri munifici benefattori che correrebbero in loro soccorso potendo attingere a ben muniti forzieri: cos&igrave; si butta il bambino e si tiene l&rsquo;acqua sporca.<br />
Ora, &egrave; dunque evidente che noi non questuiamo elemosine, ma rivendichiamo un diritto. E difendiamo il pluralismo dell&rsquo;informazione. Che &laquo;non si mangia&raquo;, come direbbe Tremonti, ma che &egrave; un cardine della democrazia.<br />
In questi giorni cruciali noi daremo battaglia, senza risparmio, e mettendo in conto, se necessario, anche atti clamorosi. Lo faremo insieme agli altri giornali come noi sotto schiaffo, e insieme alle associazioni sottoscrittrici del del documento che oggi pubblichiamo.<br />
Punto e basta? No! Qui finisce un discorso e se ne apre un altro, che rivolgo direttamente ai nostri lettori, alla comunit&agrave; politica che si riconosce nella nostra impresa, nel partito che ci edita. S&igrave;, cari compagni e care compagne, perch&eacute; se il sostegno pubblico al nostro giornale &egrave; un diritto che a buon titolo rivendichiamo, con altrettanta e certo non minore determinazione, questa necessit&agrave; dovrebbe essere avvertita da ciascuno e da ciascuna, come un imperativo. Non gliela fai a vincere l&rsquo;accanita resistenza che abbiamo di fronte, se tu per primo, se tu per prima, non investi nella tua missione, in ci&ograve; in cui credi, o non lo fai a sufficienza. E diventa poco credibile lo stesso ambizioso ingaggio nella rifondazione comunista se non riesci, a partire dalle tue forze, a tenere in vita il tuo giornale, il solo veicolo di controinformazione e di critica politica che quotidianamente arriva - nelle edicole, con la posta oppure on line - in tutto il Paese.<br />
E allora, mentre battiamo il chiodo perch&eacute; sia garantita la congruit&agrave; del finanziamento pubblico, dobbiamo noi, noi comunisti, compiere l&rsquo;impresa pi&ugrave; grande. Che vuol dire tre cose: dare impulso alla campagna di abbonamenti, per arrivare, a fine anno, a quota 1500, il doppio di quelli sottoscritti alla data odierna; promuovere la sistematica diffusione del giornale, in particolare l&rsquo;edizione domenicale, attraverso un vero e proprio piano che accompagni la campagna congressuale; lanciare una sottoscrizione straordinaria, di proporzioni e rilevanza tali da compensare il colpo di scure che dovesse abbattersi su di noi. Questo comporta - per essere chiari - che sappiamo recuperare un milione di euro. E&rsquo; possibile ottenere che mille persone (oltre a tutti/e coloro che quotidianamente si tolgono di tasca anche piccole somme per tenerci in vita) investano mille euro su Liberazione?<br />
Nelle mie peregrinazioni domenicali, per le feste che questa estate il partito ha organizzato un p&ograve; ovunque in Italia, ho incontrato centinaia di persone che rappresentano un formidabile giacimento di energie, una risorsa politica e morale a cui oggi occorre rivolgersi come nei momenti estremi.<br />
Il governo, i potentati che ammorbano l&rsquo;aria di questo Paese, ed anche quanti pensano sia giunto il momento di disarcionare il Cavaliere, sono per&ograve; solidalmente uniti nel volerci annientare. Ebbene, mandiamogli a dire, soprattutto dimostriamogli, che non glielo lasceremo fare.</p>]]></description><pubDate>Thu, 29 Sep 2011 15:52:44 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2514]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Quel patto leonino che mina il contratto e la democrazia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Susanna Camusso, per nome e per conto della Cgil, ha formalmente apposto la propria firma all&rsquo;intesa del 28 giugno. Lo ha fatto senza attendere l&rsquo;esito della consultazione degli iscritti, la sola &ndash; a norma di Statuto &ndash; che avrebbe potuto conferire validit&agrave; a quel documento. Per compiere questo passo e perch&eacute; cadesse ogni residua obiezione, alla segretaria della confederazione che il 6 settembre scorso aveva chiamato allo sciopero milioni di lavoratori, &egrave; bastato che la coppia Bonanni-Angeletti si dichiarasse disposta a non sottoscrivere deroghe all&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come invece il decreto preteso da Maurizio Sacconi consentirebbe. Ammesso (ma, francamente, non concesso) che la parola dei segretari di Cisl e Uil valga qualcosa, rimane &ndash; pesante come un macigno &ndash; la possibilit&agrave; di innescare, in ogni luogo di lavoro e in ogni territorio, estese pratiche derogatorie di contratti collettivi e delle leggi dello Stato, senza che il parere dei lavoratori, attraverso l&rsquo;espressione del voto, conti pi&ugrave; alcunch&eacute;. Lo potranno fare, da sole oppure accompagnate, Cisl e Uil, sul modello gi&agrave; collaudato a Pomigliano e a Mirafiori, quando il ricatto del padrone, anche il pi&ugrave; ignobile e irricevibile, sia da esse introiettato come il male minore. E c&rsquo;&egrave; sempre un (presunto) male minore a cui rassegnarsi quando si &egrave; bandito il conflitto e si &egrave; riconosciuta al datore di lavoro la funzione di <em>dominus</em> incontrastato. Non &egrave; necessario volare con la fantasia per capire quale prateria si spalancher&agrave; d&rsquo;ora innanzi alle incursioni dei padroni, specie di fronte ad una crisi che di per s&eacute; indebolisce capacit&agrave; di resistenza e di lotta. Chi abbia un minimo di esperienza sindacale sa, poi, che il disastro non si fermer&agrave; l&igrave;, perch&eacute; la crepa apertasi nella diga della contrattazione collettiva prepara fatalmente una frana: dalle deroghe al contratto nazionale a quelle alle stesse pattuizioni aziendali il passo &egrave; brevissimo. <br />
Chi conosce le non nascoste pulsioni che albergano in non piccola parte del mondo imprenditoriale italiano sa anche che l&rsquo;ultima agognata frontiera, quella che riduce il lavoratore ad una monade, ad una entit&agrave; isolata e priva di identit&agrave; sociale, in gara competitiva per il lavoro e la sopravvivenza con altri lavoratori, autorizza ogni atto di autolesionismo. Perch&eacute; quando i vincoli di solidariet&agrave; si spezzano, tutto diventa possibile. Allora, resta soltanto il contratto individuale, plastica rappresentazione della pi&ugrave; violenta asimmetria nei rapporti di forza fra i contraenti, simbolo di quel patto leonino che Jean Jacques Rosseau, intorno alla met&agrave; del Settecento, descriveva con pungente sarcasmo, meritandosi una citazione letterale nel primo libro del Capitale di Karl Marx: &laquo;Voi avete bisogno di me perch&eacute; io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetter&ograve; che abbiate l&rsquo;onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarvi&raquo;.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Sat, 24 Sep 2011 17:8:25 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2513]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Ecco la (falsa) scienza economica di chi vuole i poveri derubati dai ricchi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>I professori Alesina e Giavazzi (sul Corriere della sera di luned&igrave; 19 settembre) ci hanno impartito l&rsquo;ennesima lezioncina riassumibile nella trita formula secondo cui le tasse (depressive) fanno male, mentre i tagli alla spesa pubblica (enfaticamente chiamati riforme) fanno bene. Per cui l&rsquo;erosione sino ai minimi termini del welfare, l&rsquo;estinzione delle provvidenze assistenziali, la drastica diminuzione delle pensioni e il prolungamento dell&rsquo;attivit&agrave; lavorativa non sono, per costoro, taglie sulla povert&agrave;, ma tagli virtuosi di spese improduttive, gravami che inceppano lo sviluppo. <br />
Naturalmente, sono misure che decurtano, oltre la soglia della sopportabilit&agrave;, reddito, servizi essenziali per i pi&ugrave; deboli. Ma, per un&rsquo;imperscrutabile ragione, questi interventi che peggiorano la vita di milioni di persone, sarebbero i benvenuti perch&eacute; portatori di effetti &ldquo;strutturali&rdquo;, permanenti, tali cio&egrave; da guarire il sistema dall&rsquo;eccesso di spesa pubblica, quella socialmente solidale, ritenuta, non si sa perch&eacute;, ininfluente sulla dinamica dei consumi, sulla domanda e perniciosa per la tanto invocata &ldquo;crescita&rdquo;. <br />
I mentori di questa immarcescibile fede iperliberista ci spiegano, una volta di pi&ugrave;, che &laquo;ci&ograve; che conta non &egrave; il debito in s&eacute;, ma il rapporto fra il debito pubblico e il Pil&raquo;. E tuttavia, da dove possa mai sortire una ripresa di qualche sostanza se si colpiscono cos&igrave; pesantemente i consumi popolari e si impoverisce un&rsquo;intera nazione, &egrave; un dilemma che resta insoluto. <br />
In realt&agrave;, non serve grattare il fondo del barile per capire dove il duo bocconiano vada a parare. Basta proseguire ancora un poco nella lettura dell&rsquo;articoletto consegnato al quotidiano di via Solferino. Che sulla tre quarti assesta la stoccata decisiva: &laquo;Molti oggi auspicano un&rsquo;altra tassa, la patrimoniale, che sarebbe nella migliore delle ipotesi un&rsquo;imposta inutile, nella peggiore fatale&raquo;. Ohib&ograve;! Inutile? Fatale? E sapete perch&eacute;? &laquo;Perch&eacute; - secondo Alesina&amp;Giavazzi - ridurre il debito senza rilanciare lo sviluppo diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti&raquo;. Ma a quali riforme alludono i nostri illustri scienziati? Non lo dicono apertamente, ma non &egrave; difficile intuirlo: alle sole che appartengono al loro universo concettuale, quelle che rovesciano il carico da novanta sul lavoro e sul gi&agrave; esangue sistema di protezione sociale che fra stenti sopravvive nel nostro Paese.<br />
Un intervento tributario capace di individuare gli immensi giacimenti di ricchezza privata nascosta per tassarla, non &ldquo;una tantum&rdquo;, ma in via permanente e strutturale, non &egrave; considerato una &ldquo;riforma&rdquo; degna di tal nome, sebbene proprio su queste fondamenta, oggi quasi divelte, dovrebbe poggiare il patto sociale che unisce i cittadini in una comunit&agrave; solidale. E s&igrave; che si tratterebbe di una misura ancora relativa, diciamo cos&igrave;, parzialmente risarcitoria, rispetto al dettato costituzionale che imporrebbe un prelievo fiscale non solo proporzionale, ma progressivo. Ma i nostri esimi economisti, in linea con una vulgata ideologica divenuta un mantra anche per ampi settori del centrosinistra, pensano - ecco il punto - che tassare i ricchi, e persino gli straricchi, significherebbe penalizzare gli investimenti, quindi frenare la crescita e colpire l&rsquo;occupazione. Esattamente ci&ograve; che predica il credo reazionario del Tea Party americano che, con questa identica argomentazione, si oppone alla proposta di Barack Obama tesa a tassare un miliardario almeno come un muratore, per finanziare un piano di investimenti infrastrutturali e di rilancio dell&rsquo;occupazione.<br />
Di l&agrave; dall&rsquo;oceano &egrave; stato proprio tale Warren Buffett, il secondo uomo pi&ugrave; ricco d&rsquo;America dopo Bill Gates, a confutare il dogma della destra sulle presunte conseguenze anticrescita di una tassazione delle plusvalenze finanziarie. In una parola, anche i pi&ugrave; ricchi fra i ricchi, sanno bene, in cuor loro, che nessun progetto di investimento industriale &egrave; stato mai varato o revocato per ragioni fiscali. Solo che pochi sono disposti ad ammetterlo. Soprattutto coloro che incarnano il capitalismo parassitario e usurario che cos&igrave; solide radici ha messo nel nostro Paese.<br />
In un chiarissimo articolo su la Repubblica di luned&igrave;, Marco Panara mette in fila alcuni dati di una stupefacente eloquenza che gli ideologi della Bocconi dovrebbero mandare a memoria. Quei dati rivelano che la ricchezza lorda (media, of course) della famiglia italiana vale quasi diecimila miliardi di euro, quasi sei volte il pil e quattro volte e mezzo il debito pubblico. Eppure, questa immensa ricchezza privata (superiore, in percentuale, a quella del Regno Unito, della Francia, del Giappone, della Germania, degli Stati Uniti), in gran parte concentrata nelle mani dei detentori del capitale e dei fruitori delle rendite e accumulata grazie ad una crescente sfruttamento del lavoro e ad una mastodontica evasione fiscale, non produce crescita. Perch&eacute;? Semplicemente perch&eacute; non &egrave; stata reinvestita, se non in modestissima quota, nell&rsquo;apparato produttivo.<br />
Quasi il 40 percento di quella enorme massa di denaro &egrave; finita in attivit&agrave; finanziarie, speculative, mentre l&rsquo;altra parte, sino a raggiungere il totale, &egrave; stata &ldquo;patrimonializzata&rdquo; (fra immobili di lusso, mobili di antiquariato, yacht, quadri, gioielli e cos&igrave; via). L&rsquo;investimento in beni produttivi vale invece 380 miliardi: &laquo;Pochissimo - chiosa Panara - per un Paese che si dice manifatturiero, per un popolo che si ritiene abbia l&rsquo;imprenditoria nel sangue&raquo;. <br />
Insomma, c&rsquo;&egrave; un universo di imprese sottocapitalizzate, dove il concetto di rischio industriale &egrave; ormai un reperto archeologico consegnato ai testi di economia classica. Imprese &laquo;i cui proprietari preferiscono mettere i soldi in appartamenti e nella finanza piuttosto che nelle aziende. E infatti loro sono ricchi e le aziende povere&raquo;. <br />
Ora, il punto &egrave; che il nostro perverso sistema fiscale ha concentrato il prelievo sul lavoro e sull&rsquo;attivit&agrave; di impresa, mentre le imposte sul capitale e sul patrimonio valgono - come illustrano i dati della Banca d&rsquo;Italia - lo 0,2 percento. E&rsquo; dunque fatale che, nelle condizioni date, il denaro si spinga dove la remunerazione &egrave; pi&ugrave; forte. Incredibilmente pi&ugrave; forte.<br />
Sarebbe un esercizio di comune buon senso concludere che &egrave; necessario decidersi a puntare sul lavoro, piuttosto che sulla rendita, rovesciando le priorit&agrave; del nostro sistema fiscale e occupandoci, finalmente, pi&ugrave; che della produttivit&agrave; del lavoro, di quella del capitale. Per liberarci anche di una politica di classe mascalzonescamente contrabbandata per scienza economica.</p>]]></description><pubDate>Wed, 21 Sep 2011 15:54:24 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2512]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Quando i metalmeccanici bresciani fermarono il Giro d’Italia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Era il 12 maggio del 1983 ed i metalmeccanici lottavano da diciotto mesi - fra scioperi articolati, iniziative territoriali e mobilitazioni generali - per scardinare la resistenza di Federmeccanica e Confindustria chiuse a riccio e determinate a riscuotere per intero l&rsquo;esito politico della sconfitta operaia consumatasi davanti ai cancelli della Fiat tre anni prima. <br />
Quel giorno, da piazza della Loggia, a Brescia, doveva partire in pompa magna il Giro d&rsquo;Italia, con la corsa prologo che avrebbe dovuto assegnare la prima maglia rosa. La Flm (il sindacato, allora unitario, dei metalmeccanici), che aveva indetto per lo stesso giorno una manifestazione in citt&agrave;, concord&ograve; con gli organizzatori, col patron della corsa Torriani e con i rappresentanti delle istituzioni cittadine, che un lavoratore, delegato di un&rsquo;azienda siderurgica, avrebbe letto dal palco delle autorit&agrave; un comunicato, ripreso dagli organi di stampa, nel quale sarebbero state spiegate le ragioni dello scontro sociale in atto.<br />
Questo &ldquo;intermezzo&rdquo; avrebbe comportato un ritardo dello &lt;+Cors&gt;start della corsa di soli pochi minuti. Il breve discorso che chiamava la cittadinanza alla solidariet&agrave; fu letto e trasmesso dagli altoparlanti al muro di folla assiepato lungo il tracciato. I corridori, con le gambe unte di olio, mischiati ai manifestanti, erano in attesa di iniziare la gara. Che, tuttavia, non avrebbe mai avuto luogo. Perch&eacute; dalla piazza le migliaia di lavoratori convenuti non si spostarono pi&ugrave;. Furono inutili le pressioni, anche quelle degli stessi dirigenti sindacali, affinch&eacute; si incassasse lo straordinario risultato di visibilit&agrave; ottenuto e si rimuovesse quello che era ormai divenuto un vero e proprio blocco. La formula inizialmente adottata (&laquo;I lavoratori in lotta salutano il giro&raquo;) si era trasformata sul campo e fuori da ogni possibilit&agrave; di controllo in qualcosa di molto pi&ugrave; ruvido, segno tangibile dell&rsquo;esasperazione che serpeggiava fra le tute blu. Fu Francesco Moser, in rappresentanza degli atleti, a compiere l&rsquo;ultimo tentativo, recandosi fra i manifestanti con un megafono in mano: &laquo;Vi capisco, sono anch&rsquo;io un sindacalista (dei corridori, ndr), ma capite anche noi&hellip; il giro deve poter partire&raquo;. &laquo;Vi capiamo - gli fu replicato a muso duro - ma il nostro giro dura da diciotto mesi&hellip;&raquo;. Ogni ulteriore sforzo delle autorit&agrave; per venire a capo della situazione fu inutile: gli operai erano l&igrave; in migliaia e non li si sarebbe spostati neppure con la caterpillar. Il tempo passava, inesorabilmente. E dopo oltre un&rsquo;ora, fu gi&agrave; chiaro a tutti che la prima tappa del giro era gi&agrave; finita. I corridori rimasero a lungo nella piazza, alcuni di loro fraternizzando con i lavoratori in sciopero. &laquo;Chiss&agrave; cosa diranno domani i giornali&raquo;, fu il commento preoccupato di qualche sindacalista. E di rimando un lavoratore: &laquo;Ma da quando in quando i giornali sono stati dalla nostra parte?&raquo;. In effetti, la vulgata mediatica del giorno dopo fu una lamentazione generale per l&rsquo;offesa sacrilega recata dagli operai ad un&rsquo;icona dello sport italico. Ma dal paese, dalle fabbriche, al contrario, venne il plauso al coraggio degli operai bresciani, resisi capaci di &ldquo;bucare&rdquo; l&rsquo;oscuramento colpevole dell&rsquo;informazione sulla loro vertenza. E grande fu, tra gli organizzatori del giro, fra i partiti e le istituzioni, la preoccupazione per l&rsquo;effetto imitativo che quel gesto avrebbe potuto suscitare nel corso delle tappe successive della manifestazione. Altre proteste, in effetti, vi furono, anche se non delle proporzioni clamorose che si ebbero nella &ldquo;Leonessa d&rsquo;Italia&rdquo;.</p>]]></description><pubDate>Tue, 13 Sep 2011 18:1:16 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2511]]></link></item><item><title><![CDATA[I conservatori che affondano l’Italia. Secondo Galli Della Loggia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Sul <em>Corriere della Sera </em>di ieri, Ernesto Galli Della Loggia ci ha finalmente illuminato sulle insuperabili incrostazioni che ingessano la politica italiana rendendola drammaticamente ripetitiva ed impotente di fronte alla crisi. Esse sarebbero il risultato del convergere, diciamo cos&igrave;, di opposti, inguaribili corporativismi e di ideologiche ottusit&agrave;, tutti in ugual modo corresponsabili del baratro in cui sta precipitando il paese. Galli Della Loggia racconta cio&egrave; di un &laquo;immane blocco sociale conservatore il cui obiettivo &egrave; la sopravvivenza e l&rsquo;immobilit&agrave;&raquo;. E chi farebbe parte di questo trasversale esercito di &laquo;milioni e milioni di cittadini&raquo; capace di ricattare e mettere in scacco i per altro impresentabili detentori del potere politico? L&rsquo;elenco, lunghissimo, stringe insieme evasori fiscali, ceti professionali organizzati intorno ai rispettivi ordini, alti burocrati dello Stato, imprenditori che operano in nero e - udite udite - dipendenti pubblici&laquo;sindacalizzati&raquo; (coloro ai quali - per intenderci - sono stati bloccati contratti, aumenti di stipendio e indennit&agrave; di fine rapporto), i &laquo;milioni di precari organizzati&raquo;, nonch&eacute; &laquo;i nostalgici della contrattazione collettiva sempre e comunque&raquo;. E poi, &laquo;quanti nel loro territorio non vogliono una linea Tav, una centrale termica, nucleare o che altro&raquo;. E ancora - giusto per non dimenticare nessuno dei segmenti che compongono questo bizzarro groviglio interclassista stolidamente impegnato a congiurare contro le sorti dell&rsquo;Italia - &laquo;i patiti delle feste nazionali&raquo;, cio&egrave; quanti si oppongono alla rimozione dei simboli fondanti dell&rsquo;unit&agrave; nazionale e della Costituzione: la Repubblica, il lavoro, l&rsquo;antifascismo. Tutti costoro, secondo Galli Della Loggia, formano il &laquo;macigno che ci schiaccia e oscura il nostro futuro&raquo;. Tutti, indistintamente, &laquo;hanno costruito la propria esistenza sfruttando rendite di posizione, contingenze favorevoli irripetibili, trincerandosi entro ben muniti fortini corporativi&raquo;. S&igrave;, proprio tutti: giovani senza lavoro e senza futuro, lavoratori ai quali si scippano lavoro, contratto e diritti, comunit&agrave; che difendono i propri territori dallo sbancamento ambientale, messi insieme, senza pudore, ai lestofanti che hanno rubato, sperperato, corrotto, evaso e che potranno impunemente continuare a farlo, grazie alla perfetta complicit&agrave; e copertura politica di cui possono godere.<br />
Galli Della Loggia allude ad un&rsquo;Italia che avrebbe vissuto (tutta quanta) sopra i propri mezzi, e che oggi continuerebbe a vivere spensieratamente, inconscia di trovarsi assediata in un &laquo;disperato Forte Alamo&raquo;.<br />
Ma Galli Della Loggia avr&agrave; poi letto la manovra del governo? E se lo ha fatto, non ne ha colto l&rsquo;indecente segno di classe? E se lo ha colto, perch&eacute; non dice su quali soggetti sociali si dovrebbe intervenire per rendere quella manovra realmente giusta, credibile ed efficace? Perch&eacute; Galli Della Loggia non dice, con chiarezza, quali misure potrebbero davvero combattere l&rsquo;aggressione della speculazione finanziaria e, nello stesso tempo, produrre una politica di investimenti sociali capace di favorire la rinascita di questo paese stremato?<br />
No, Galli della Loggia non lo fa. Lui le cose le guarda dall&rsquo;alto, da dove devono sembrargli pi&ugrave; piatte. Lui &egrave; di quelli che affermano perentoriamente che &laquo;&egrave; tutto un marciume&raquo; ma, in fin dei conti, quando si tratta di tirare le somme, guardano sempre in basso, alla base della piramide, dove &egrave; p&ugrave; facile presentare e riscuotere il conto. E colpire duro, ancora pi&ugrave; duro. E&rsquo; questa l&rsquo;invocazione, neppure troppo in filigrana, che si ricava dall&rsquo;editorialista del &lt;+Cors&gt;Corriere. Al quale va ricordato che davvero disperati, dentro Forte Alamo, ci sono soltanto lavoratori a reddito fisso, pensionati, disoccupati, precari (giovani e non pi&ugrave; giovani): quelli che pagano da sempre. E per tutti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 13 Sep 2011 17:58:27 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2510]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Voglia di lottare, per scrivere un'altra storia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Non serve utilizzare aggettivi roboanti per descrivere le dimensioni dello sciopero generale che ieri ha fermato tutta l'Italia. Il fatto &egrave; di una tale evidenza da rendere banale l'ingaggio di un qualsiasi contenzioso al riguardo. E tuttavia &egrave; impossibile illudersi che il governo pi&ugrave; reazionario, pi&ugrave; protervo e incompetente che la Repubblica abbia mai avuto possa - sia pure di fronte ad una contestazione cos&igrave; imponente - trarre la conclusione che occorre cambiare radicalmente rotta, rovesciare il carattere antisociale della manovra, dismettere l'attacco compulsivo ai diritti del lavoro, rinunciare alla difesa a oltranza di rendite e privilegi, convertirsi ad una politica economica sul serio attenta al bene comune. Questo non avverr&agrave;, non pu&ograve; avvenire, perch&eacute; la compagine che detiene il potere ne &egrave; intrinsecamente incapace: per il fetido groviglio di interessi che rappresenta e per la madornale povert&agrave; culturale e morale del suo personale politico.<br />
Questo governo non cambier&agrave; indirizzo. Esso pu&ograve; e deve essere solo rovesciato, prima che trascini con s&eacute; nel baratro l'intero Paese. La persuasione che questa sia la sola strada utile per tentare di trarre l'Italia dal vicolo cieco in cui &egrave; stata cacciata sta divenendo percezione sempre pi&ugrave; diffusa. Cos&igrave; stanno cadendo nel vuoto i tentativi di instillare paralizzante paura per le &laquo;catastrofiche consenguenze&raquo; che il conflitto sociale avrebbe su un'Italia posta sotto schiaffo dalla speculazione. Ci ha pateticamente provato Raffaele Bonanni a spacciare per buona la favoletta che fa dello sciopero &laquo;il colpo di grazia su un'Italia gi&agrave; malandata&raquo;. Gli ha fatto ieri eco Vittorio Feltri, attingendo, senza nulla risparmiarsi, a tutto l'armamentario ottocentesco dei luoghi comuni reazionari. Il direttore de Il Giornale si &egrave; sostituito al Berlusconi d'annata nel lanciare strali contro i redivivi comunisti, contro un mondo del lavoro &laquo;ancorato a vecchi schemi proletari inconciliabili con la modernizzazione&raquo; (?!). Per poi paventare un ritorno agli &laquo;anni bui&raquo;, ai vituperati anni Settanta &laquo;quando qualsiasi pretesto era buono per bloccare ogni attivit&agrave; nazionale e alimentare le speranze dei compagni di conquistare il Palazzo&raquo;.<br />
Gi&agrave;, gli anni Settanta. Quelli nei quali lotte operaie e popolari di un'intensit&agrave; e continuit&agrave; mai pi&ugrave; ritrovate seppero regalare alla civilt&agrave; di questo Paese lo Statuto dei lavoratori, la soppressione delle gabbie salariali, l'indicizzazione dei salari al costo della vita, la legge di tutela delle lavoratrici madri, quella delle lavoranti a domicilio e quella volta a garantire l'inserimento lavorativo per le persone con handicap. E poi la riforma delle pensioni, della casa, della scuola. E ancora: il nuovo stato di famiglia, il divorzio e l'interruzione di gravidanza.<br />
Furono quelli anni fecondi - malgrado la feroce opposizione delle classi dominanti che non lesinarono alcun mezzo, fino allo stragismo e al golpismo - nei quali l'Italia riprese nelle sue mani il filo rosso della Costituzione, rimasta per lunghi anni in sonno. Fino a che punto e con quali conseguenze quel percorso democratico sia stato rovesciato e quelle conquiste divelte &egrave; oggi sotto gli occhi di tutti.<br />
Il liberismo, nella sua espressione pi&ugrave; ingiusta, brutale e corrotta &egrave; divenuto l'ideologia dominante; la disuguaglianza ha raggiunto vertici sconosciuti nella modernit&agrave;; il culto del mercato, che tutto trasforma in merce, &egrave; stato elevato a criterio regolativo della produzione e dei suoi fini, come dei rapporti fra gli esseri umani. E mentre il capitale, avvitato nella sua superfetazione finanziaria, divora forze produttive, natura, sovranit&agrave; degli stati, democrazia, gli strati sociali che di un tale sconquasso sono i beneficiari, i loro centri di potere, i loro ideologhi, invitano i popoli, i lavoratori, a soccombere, a dissanguarsi per consentire la riproduzione di un modello che condanna l'intera umanit&agrave; alla regressione e alla barbarie, spacciato per il solo possibile. Qui da noi, tuttavia, l'arrembaggio assume tratti e caratteristiche del tutto particolari.<br />
L'attacco al lavoro &egrave; infatti divenuto l'epicentro di uno scontro tutto politico, decisivo per il futuro del Paese.<br />
Vi &egrave; stato chi come il Pd, ha criticato l'inserimento nel decreto governativo dell'articolo (quello che permette deroghe aziendali alla pressoch&eacute; totalit&agrave; del contratto nazionale di lavoro e dello Statuto dei lavoratori, a partire dal divieto di licenziare senza giusta causa) perch&eacute; - si &egrave; detto - non c'entra niente con gli interventi necessari per fronteggiare la crisi.<br />
Ovviamente, che licenziare ingiustamente o castrare la contrattazione non serva a risanare l'esposizione debitoria dell'Italia &egrave; cosa di un'evidenza solare. Quello che in Pd (e non solo esso) non afferra, ma di cui padroni e governo hanno perfetta consapevolezza, &egrave; che se tu scardini il carattere unificante del contratto nazionale, se attraverso la liberalizzazione dei licenziamenti fai del ricatto l'elemento costitutivo dei rapporti di lavoro, se colpisci al cuore lo stesso diritto di coalizione dei lavoratori e rendi cos&igrave; ancor pi&ugrave; grande l'asimmetria di forze fra datore di lavoro e prestatore d'opera, fra padrone ed operaio, tutto poi diventa possibile. E' proprio questo annichilimento dei lavoratori, della loro unit&agrave; di classe, della loro capacit&agrave; di conflitto che apre un'autostrada a qualsiasi manomissione sociale, a qualsiasi attentato al sistema di protezione sociale, senza che il Paese ormai sfibrato trovi pi&ugrave; le risorse per opporre un'efficace resistenza.<br />
Ecco il grande tema aperto nel Paese.<br />
Per questo il possente sciopero di ieri non deve rappresentare un episodio, una protesta in s&eacute; conclusa, una sorta di canto del cigno dopo il quale tirare i remi in barca.<br />
Dalle cento piazze di ieri viene un segnale chiaro: non c'&egrave; rassegnazione, n&eacute; senso di impotenza nella nostra gente; c'&egrave;, al contrario, voglia di combattere, unita alla richiesta pressante non di briglie, ma di una mano sicura che quella lotta sappia guidare senza paura. Ne tragga utile ispirazione la stessa Cgil, chiamata nei prossimi giorni ad una seria discussione interna che ci auguriamo capace di correggere la linea tracciata dall'accordo del 28 giugno, fatalmente foriera di ulteriori gravi cedimenti. Gli stessi che i sindacati complici oggi rivendicano come frontiera del nuovo, irridendo chi si batte per riconquistare un lavoro degno e per provare a scrivere un'altra storia.</p>]]></description><pubDate>Wed, 7 Sep 2011 16:12:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2509]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Manovra indecente, finirà la crociata “progressista”?]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Chiss&agrave; se anche ora, dopo il pacco confezionato ad Arcore, continueremo ad assistere al coro, talvolta minaccioso talaltra petulante, di forze politiche o di parti di esse, che chiedono alla Cgil di rinunciare all&rsquo;effettuazione dello sciopero generale contro la manovra del governo. Dal governo, ovviamente, non ci si pu&ograve; aspettare nulla di diverso. Stupisce semmai che gli appelli, ora accorati ora indignati, siano, una volta di pi&ugrave;, bipartisan, con in testa un gruppo consistente di &ldquo;responsabili&rdquo; del Pd che rimproverano alla Cgil di avere smarrito quella paralizzante vocazione unitaria che tanto era loro piaciuta negli ultimi tempi. A Cisl e Uil, per altro, non &egrave; necessario rivolgere alcun invito perch&eacute; la loro inerzia, la loro servile acquiescenza filopadronale e filogovernativa sono cos&igrave; scontate da rendere superfluo che ad esse si chieda alcunch&eacute;. <br />
Il padre, diciamo &ldquo;nobile&rdquo;, di questa nuova crociata &ldquo;progressista&rdquo; &egrave; Walter Veltroni, capace come nessun altro di ricollocarsi, di volta in volta, a destra di se stesso. Per lui (e per la nutrita truppa &ldquo;democratica&rdquo; che ne segue le gesta) il solo sciopero buono non &egrave; quello unitario, ma - semplicemente - quello che non si fa. Tuttavia, la cosa pi&ugrave; sconcertante l&rsquo;abbiamo letta qualche giorno fa su &ldquo;la Repubblica&rdquo; per la firma di Tito Boeri, autore di quello stupefacente &ldquo;La Cgil sciopera contro una manovra che non c&rsquo;&egrave;&rdquo;. Purtroppo, sia pure all&rsquo;insaputa della corte &ldquo;giavazziana&rdquo;, la manovra c&rsquo;&egrave;. Eccome. E l&rsquo;accordo raggiunto luned&igrave; ad Arcore dal direttorio della maggioranza &egrave; l&igrave; a benedire la pi&ugrave; dura ed indecente persecuzione dei lavoratori e della povera gente e l&rsquo;assoluzione da ogni contributo dei ricchi, a partire da quelli che lucrano, che barano, che rubano, che malversano di pi&ugrave;. <br />
Una perla, fra tutte, &egrave; uscita dal maleodorante cilindro: gli anni di studio riscattati dai laureati non potranno essere pi&ugrave; computati ai fini dell&rsquo;et&agrave; pensionabile. Una cosetta che in un colpo solo aumenta fino a 12 (dodici) anni il tempo di lavoro necessario per guadagnare il diritto alla pensione! Berlusconi pu&ograve; legittimamente brindare a champagne! Si tratta ora di vedere come, alla fine della giostra, si comporr&agrave; il colpo solenne: se col gas nervino o con la mazza chiodata; se con i tagli agli enti locali o col ripescaggio dell&rsquo;aumento dell&rsquo;Iva; se distruggendo ci&ograve; che resta delle pensioni di anzianit&agrave; o eliminando quelle di reversibilit&agrave;; se smantellando le prestazioni assistenziali o revocando ogni voce deducibile dalla denuncia dei redditi. Oppure &ldquo;mixando&rdquo; questo campionario.<br />
Di certo c&rsquo;&egrave; quello che &egrave; stato gi&agrave; fatto e che &egrave; bene ricordare: dai tickets sulle visite diagnostiche e sul pronto soccorso al blocco degli stipendi e dei contratti degli statali, dalla mancata rivalutazione delle pensioni al taglio lineare su tutte le prestazioni previdenziali, dal prelievo fiscale esteso al piccolo investimento azionario al sequestro dei trasferimenti agli enti locali e alla privatizzazione delle aziende municipalizzate. Poi c&rsquo;&egrave; quello che &egrave; gi&agrave; acquisito e che nessuno (n&eacute; dal centrodestra n&eacute; dal centrosinistra) pi&ugrave; contesta, come il congelamento del Tfr e lo scippo delle tredicesime imposto ai dipendenti pubblici. Altrettanto certo &egrave; che non sar&agrave; colpita e neppure tiepidamente ostacolata la speculazione finanziaria: della &ldquo;Tobin tax&rdquo;, volta a colpire le transazioni finanziarie speculative, sistematicamente evocata e subito tumulata, non si far&agrave; nulla; l&rsquo;imposta patrimoniale non vedr&agrave; la luce, neppure nelle forme pi&ugrave; blande e simboliche, perch&eacute; - come senza senso del pudore piagnucola Marcegaglia - i ricchi pagano gi&agrave; troppo; i capitali frutto di mille pratiche evasive e trasferiti nei paradisi fiscali (della cui fantastica consistenza ci ha reso edotti la Banca d&rsquo;Italia) non saranno neppure sfiorati.<br />
Con assoluta certezza non si porr&agrave; alcun limite agli stupefacenti stipendi, pensioni e buone uscite dei grandi manager pubblici, mentre a nessuno viene in mente di chiedere che la Chiesa paghi almeno l&rsquo;Ici sugli edifici da essa destinati ad attivit&agrave; commerciali. Di sicuro non si tagier&agrave; il bilancio della Difesa, che fra spesa corrente, missioni di guerra e potenziamento dell&rsquo;arsenale bellico (cacciabombardieri Eurofighters, fregate Fremm, elicotteri Uh 90 e altre diavolerie) divora pi&ugrave; di 23 miliardi l&rsquo;anno. Sappiamo invece che della manovra far&agrave; parte la soppressione del divieto di licenziare senza giusta causa o giustificato motivo, che si materializzer&agrave; attraverso il preventivo consenso del duo Bonanni-Angeletti e dei loro solerti fiduciari aziendali, colpendo al cuore la protezione che l&rsquo;articolo 18 della legge 300 del 1970 garantisce (almeno nelle aziende con pi&ugrave; di 15 dipendenti) a quei lavoratori che siano colpiti da licenziamenti ingiusti. Come a dire che la crescita della produttivit&agrave; del nostro malandato sistema industriale &egrave; affidata non gi&agrave; agli investimenti e all&rsquo;innovazione di processo, di prodotto e di sistema, bens&igrave; alla restaurazione di rapporti di lavoro servili fondati sul ricatto imposto alla parte pi&ugrave; debole e sulla soppressione del contratto nazionale di lavoro. <br />
Contro questo scempio sociale si &egrave; schierata la Cgil, proclamando uno sciopero generale di otto ore per il prossimo 6 settembre, rompendo il grottesco sodalizio che la teneva avvinta a Confindustria e ai banchieri, vale a dire agli attori protagonisti - in partnership con il governo in carica - del dissesto sociale, economico e politico in cui versa il paese. Il nostro augurio &egrave; che ora il sindacato di Corso d&rsquo;Italia sappia resistere alle bordate del fuoco &ldquo;amico&rdquo;. Di pi&ugrave;: vogliamo sperare che in Cgil si faccia finalmente strada la consapevolezza che la direzione intrapresa con l&rsquo;accordo del 28 giugno l&rsquo;ha cacciata in un angolo dal quale &egrave; necessario presto uscire. Perch&eacute; quel patto serve soltanto ad irretire, a bloccare sul nascere ogni conflittualit&agrave; sociale, ogni propensione rivendicativa, ogni autonomia culturale del mondo del lavoro. <br />
La ripresa di un movimento sindacale animato da una forte carica progettuale, come sempre &egrave; stato quello italiano, &egrave; condizione decisiva per rimescolare le carte, anche quelle ingessate della politica, e muovere il pendolo dei rapporti di forza che oggi volgono a favore di un blocco sociale a trazione confindustriale, sicuro di poter dettare le proprie condizioni - diciamolo pure: di governare indisturbato - tanto con il centrodestra quanto con l&rsquo;odierno, anemico centrosinistra. <br />
Il fatto &egrave; che governo e opposizione parlamentare si contendono la guida del paese chiusi nello stesso recinto culturale, entrambi persuasi che le regole fondamentali che disciplinano le relazioni fra gli esseri umani siano gi&agrave; date oggi e per sempre e che nulla di veramente nuovo possa essere pensato, tanto meno tentato. Lo scontro fra di loro pu&ograve; divenire (a parole) molto aspro, ma &egrave; una tempesta in un bicchiere d&rsquo;acqua. Perch&eacute; nessuno di quei trepidi duellanti immagina che sia davvero possibile (e neppure auspicabile) un governo pubblico dell&rsquo;economia, avendo essi attribuito al mercato (regolato? temperato?) virt&ugrave; quasi taumaturgiche, nelle quali si continua a credere a dispetto delle devastanti prove che il mercato continua a dare di s&eacute;. <br />
E forse questi apprendisti stregoni neppure sospettano che rinunciare a controllare politicamente l&rsquo;economia non significa arrendersi ad una legge di natura, ma compiere nient&rsquo;altro che una scelta politica, sposare nient&rsquo;altro che un&rsquo;ideologia. La salvezza del paese - e quella del pianeta - non verr&agrave; n&eacute; da questa manovra, n&eacute; dal paradigma monetarista che ci domina, n&eacute; dal liberismo che depreda esseri umani e natura compromettendone presente e futuro. <br />
Lavorare, subito, come ci siamo reciprocamente promessi all&rsquo;indomani della vittoria nei referendum, alla costruzione di una Costituente dei Beni Comuni significa cominciare a progettare altre strade, indicare altre soluzioni, concrete e radicali, fondare un&rsquo;altra idea di politica e di democrazia, solidale ed egualitaria, capace di offrire risposte alla ribellione e alle rivolte che attraversano la societ&agrave;. Solo se sapremo stare a questa altezza potremo costruire consenso e movimento, coagulare generazioni, forze sociali e intellettuali capaci di rendere attuale e possibile un mutamento profondo.</p>]]></description><pubDate>Wed, 31 Aug 2011 16:25:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2508]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[E’ in gioco tutto. Reagire subito, per non soccombere]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ora che la situazione &laquo;precipita&raquo; (per dirla con Gianni Letta) e che le assurde cicale del governo hanno smesso di cantare alla luna, anche la Cgil, risvegliatasi da un lunghissimo letargo, scopre che la scure sta per abbattersi con inaudita violenza su lavoratori e pensionati, spazzando via d&rsquo;un sol colpo il gi&agrave; terremotato welfare e i pochi diritti del lavoro che la Costituzione &egrave; riuscita a preservare alle cure di Marchionne e di Sacconi.<br />
Il grottesco connubio che sino a ieri aveva unito banche, industriali e sindacati nella richiesta di urgenti misure &laquo;per la crescita e l&rsquo;occupazione&raquo; si &egrave; sfarinato in una frazione di secondo, quando si &egrave; trattato di declinare le concrete misure da adottare per evitare la bancarotta e sottrarre il Paese all&rsquo;attacco speculativo cui &egrave; sottoposto. Cos&igrave;, quando mercoled&igrave; il governo, in preda alla pi&ugrave; totale confusione, ha convocato le &ldquo;parti sociali&rdquo;, non &egrave; stato in grado di dire alcunch&eacute;. Nel surreale silenzio si &egrave; levata la voce di Susanna Camusso che ha detto, lapidariamente, come &laquo;non si possano chiedere risorse ulteriori a pensioni, redditi da lavoro, sanit&agrave;, assistenza&raquo;. Alleluia! Parole sacrosante, ancorch&eacute; terribilmente tardive, che avrebbero avuto bisogno di essere corroborate da una strategia e da una condotta sindacale tali da frenare per tempo la corsa verso il crinale cui la sta portando - senza alcun efficace contrasto - la politica del governo in carica, non meno di quella auspicata dalle forze di ispirazione liberale che oggi ambirebbero a sostituirlo. <br />
Quella risposta, non vi &egrave; stata ed abbiamo anzi assistito al tristissimo &ldquo;inciucio&rdquo; politico ed ideologico che ha spinto la Cgil a condividere che il vincolo del pareggio di bilancio - vale a dire la messa fuori legge del keynesismo - fosse posto dentro la Carta fondamentale.<br />
Accadr&agrave; dunque che a met&agrave; agosto, con le fabbriche chiuse e a riflettori spenti, il Consiglio dei ministri varer&agrave; provvedimenti tali da mettere all&rsquo;incasso, fra tagli e maggiori entrate, venti miliardi entro il prossimo anno. Delle impotenti rimostranze della Cgil e dei belati soltanto televisivi dell&rsquo;opposizione parlamentare il governo si far&agrave; perci&ograve; un baffo. Non rester&agrave; che esaminare il dettaglio delle misure, la tastiera su cui si eserciter&agrave; la perversa fantasia di Tremonti. Ma non vi &egrave; ombra di dubbio che si colpir&agrave; in basso e si colpir&agrave; duro.<br />
Con un&rsquo;improntitudine che meriterebbe, da sola, di rovesciare il tavolo, ci &egrave; stato spiegato che non vi sar&agrave; &laquo;alcun genere di tassa patrimoniale&raquo;, cio&egrave; che i ricchi, i titolari di fortune spesso fraudolentemente accumulate, non saranno chiamati a dare nulla. In compenso il ministro del tesoro e delle finanze ieri ha reso noto che il kit, il ricettario elegantemente &ldquo;suggerito&rdquo; dalla Bce, contempla anche la liberalizzazione dei licenziamenti e il superamento del contratto nazionale di lavoro. <br />
Di pi&ugrave;. E&rsquo; sin d&rsquo;ora evidente che il pacchetto &ldquo;lacrime e sangue&rdquo; in gestazione avr&agrave; un effetto ulteriormente depressivo sulla domanda, sui consumi, su una dinamica della produzione industriale prossima allo zero, sugli investimenti e sull&rsquo;occupazione. Vendendo il letto di casa e annichilendo i diritti del lavoro non si modificher&agrave; il rapporto debito/pil e non si favorir&agrave; in alcun modo la crescita: saremo solo immensamente pi&ugrave; poveri e nuovamente esposti alla speculazione (contro la quale non si &egrave; voluto assumere alcun provvedimento), pronta a colpire al prossimo giro di giostra. La Grecia, a noi pi&ugrave; vicina di quanto sino a ieri non si fosse disposti ad ammettere, &egrave; l&igrave; a ricordare che farsi succubi delle autorit&agrave; monetarie e della finanza, immolarvi l&rsquo;autonomia della politica e la sovranit&agrave; nazionale significa correre dritti verso il disastro e bruciare non soltanto le basi dell&rsquo;economia reale, ma l&rsquo;intera impalcatura democratica del Paese.<br />
Questo pericolo capitale non &egrave; stato avvertito per tempo, a causa di un perdurante limite culturale e strategico che coinvolge tanto il Pd quanto la Cgil, prigionieri di un sostanziale immobilismo ed ora candidati a subire una mazzata senza precedenti.<br />
Cosa si pu&ograve; fare ora, considerato che &ldquo;acqua passata non macina pi&ugrave;&rdquo; e che, in ogni caso, pagheremo l&rsquo;inerzia sociale, la totale rinunzia a mobilitare, nei mesi scorsi, la parte del Paese che sta subendo, senza responsabilit&agrave; alcuna, tutto il peso della crisi? Ebbene, si pu&ograve; costruire una piattaforma alternativa, i cui tratti abbiamo pi&ugrave; volte formulato su queste pagine, per chiamare a discuterla, a precisarla, a condividerla e sostenerla con la lotta, quel popolo lavoratore e dei &ldquo;beni comuni&rdquo; che ha dimostrato in questi mesi straordinarie doti di vitalit&agrave; e di intelligenza politica. E si pu&ograve; (si deve) proclamare lo sciopero generale. Non evocarlo soltanto, come una mera, chimerica eventualit&agrave;, bens&igrave; attraverso un atto formale, da assumersi subito, prima che il Consiglio dei ministri apparecchi il tavolo con la sua incommestibile brodaglia. Un atto che rompa con il disperante traccheggiamento di questi mesi e restituisca una speranza a tutti e a tutte coloro che non hanno alcuna intenzione di piegarsi.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Aug 2011 20:24:52 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2507]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’endorsement di Marchionne al governo di unità nazionale]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Se mai vi fosse in giro qualcuno ancora ignaro di cosa bolle nel pentolone miasmatico della politica italiana, gli consiglieremmo di dedicare qualche attenzione all&rsquo;esternazione con cui, dal lontano Michigan, Sergio Marchionne, il castigamatti della Fiom, il demolitore dei diritti sindacali e del contratto nazionale, infilza il morente e ormai inservibile governo italiano per spezzare una lancia in favore di quell&rsquo;alternativa liberista in gestazione nelle retrovie del palazzo e dei poteri forti.<br />
Noi ne parliamo da tempo e con solitaria insistenza, ma la convergenza di intenti &egrave; ampiamente uscita dallo stato di latenza e ci squaderna uno scenario ormai privo di ambiguit&agrave;. <br />
Semplicemente, si tratta di questo: l&rsquo;amministratore delegato di Fiat-Chrysler pensa, a ragione, che un governo di solidariet&agrave; nazionale, del quale faccia parte anche l&rsquo;attuale opposizione parlamentare, sia non soltanto tollerabile, ma ampiamente desiderabile. Marchionne ha perfettamente capito che dal Pd non ha nulla, ma proprio nulla, da temere. N&eacute; a Torino n&eacute; a Roma, n&eacute; rispetto allo scontro ingaggiato contro il sindacato metalmeccanico, n&eacute; con riguardo alle misure di politica economica a senso unico che un&rsquo;amplissima maggioranza parlamentare &egrave; disposta a sostenere.<br />
Il dibattito alla Camera e al Senato deve averlo vieppi&ugrave; persuaso che il perimetro politico dentro il quale si consuma lo scontro fra governo e opposizione ha i confini di un bicchiere d&rsquo;acqua. Dunque, via lo squalificato rottame che sgoverna a palazzo Chigi, fonte di insormontabili dissidi, e avanti chi rappresenti direttamente, senza pi&ugrave; intermediari, il mondo in ebollizione del capitale industriale e finanziario. Con la benedizione del Capo dello Stato, nelle vesti di levatrice del &ldquo;nuovo&rdquo; corso politico, perorato nel nome della coesione nazionale e di un preteso &ldquo;interesse generale&rdquo;. Tuttavia, persistono delle difficolt&agrave;. Perch&eacute; l&rsquo;alternativa liberal-confindustriale a Berlusconi deve fare i conti con la resistenza strenua di quel coacervo di interessi, di vincoli personali, di compromessi innominabili, di ricatti reciproci che hanno ingessato e profondamente vulnerato la democrazia parlamentare.<br />
Il vecchio &egrave; morente, ma il nuovo (si fa per dire) non pu&ograve; nascere, per parafrasare Gramsci. Mentre tutto, nella dimensione reale della vita, si deteriora e implode.<br />
Paradossalmente, la renitenza di Berlusconi a varare una manovra-bis che acceleri il rientro dal debito, la sua ostinata rivendicazione della bont&agrave; ed efficacia delle misure sin qui adottate, indispettisce banche e Confindustria, consapevoli di trovarsi in una sorta di cul de sac e sempre pi&ugrave; determinate a reclamare un approccio ben altrimenti radicale, tale cio&egrave; da tagliare con la spada la struttura della spesa sociale, del welfare, piuttosto che disseminare uno stillicidio di balzelli dall&rsquo;effetto transitorio.<br />
Piuttosto prima che poi, questo scontro interno alla destra precipiter&agrave;. Luca Cordero di Montezemolo, &egrave; gi&agrave; in corsia di sorpasso, con il Pd (e il sindacato tutto) pronti a donare il sangue. L&rsquo;ex presidente dei padroni italiani ha recentemente rotto il silenzio per formulare, in partnership col ministro del Tesoro, una &ldquo;modesta&rdquo; proposta: costituzionalizzare il pareggio di bilancio, in ossequio ad una logica che pi&ugrave; monetarista di cos&igrave; non si pu&ograve;. Non &egrave; difficile immaginare a chi sar&agrave; poi girato il conto.<br />
Questa l&rsquo;Italia (l&rsquo;Europa e il Mondo) che sognano lor signori. Il capitalismo, come fine della storia.</p>]]></description><pubDate>Fri, 5 Aug 2011 15:38:47 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2506]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La deriva greca dell'Italia e la fabbrica del fumo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dopo mesi di irresponsabile traccheggiamento, gli sgangherati governanti di questo sfortunato paese, di fronte all'impennata del differenziale fra Btp e Bund tedeschi che fa schizzare in alto gli interessi sul debito, sono letteralmente presi dal panico. Ed &egrave; francamente umoristica la continua corsa delle autorit&agrave; monetarie e dei vertici dell'Ue a benedire i conti dell'Italia, alla quale corrispondono - quotidianamente - crolli dei titoli quotati in borsa.<br />
Il fatto &egrave; che la crisi si avvita ormai al di fuori di qualsiasi prevedibilit&agrave; e capacit&agrave; di controllo da parte dei soloni, dei campioni del liberismo planetario. Figuriamoci di quale lungimiranza sono capaci i nostrani saltimbanchi. I quali, dopo aver a lungo spergiurato che l'Italia e i suoi solidi fondamentali finanziari ed industriali l'avrebbero messa al riparo da rischi soverchi, ora strillano come aquile che &laquo;la casa brucia&raquo;. La manovra da 80 miliardi appena varata, interamente a spese della povera gente, si &egrave; dunque rivelata un puro trucco politico-contabile, priva com'&egrave; dei requisiti indispensabili per invertire il trend depressivo dell'economia e imprimere un impulso agli investimenti e alla crescita. Crescita: parola magica, evocata con la stessa credibilit&agrave; che si addice ad un esorcismo. Perch&eacute; tutto quello che sino ad ora si &egrave; fatto - dai tagli alla scuola, alla ricerca, ai redditi da lavoro, alla sanit&agrave; - si muove nella direzione diametralmente opposta: tutto converge nel comprimere la domanda interna, i consumi, non quelli voluttuari, sacrificabili senza affanno, ma quelli che mordono sull'osso e consegnano alla povert&agrave; masse crescenti di persone. Nello stesso tempo, hanno lavorato con la lancia termica a bruciare le precondizioni stesse dello sviluppo, incoraggiando la vocazione usuraria del capitalismo italiano, di un sistema di impresa del tutto refrattario a qualsiasi percezione della propria responsabilit&agrave; sociale e perfettamente complementare all'inerzia della classe politica che esso ha promosso e per lungo tempo sostenuto alla guida del paese.<br />
Ora che il re &egrave; nudo e che non esistono pi&ugrave; margini per inconcludenti giaculatorie, ora che l'incendio si propaga, la domanda &egrave; chi lo spegner&agrave;. E come. E' certo che difficilmente potranno riuscirvi i piromani che lo hanno appiccato ed alimentato.<br />
Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla stupefacente convergenza di banche, imprese e sindacati su un documento che nel mentre chiedeva &laquo;discontinuit&agrave;&raquo;, politiche per la crescita e l'occupazione, restava del tutto indeterminato circa la direzione da prendere, salvo che nella richiesta che il governo dell'ormai &quot;bollito&quot; Berlusconi si facesse da parte. Banca d'Italia e Confindustria, che palesemente orientano il gioco, parlano apertamente di una manovra-bis, il cui obiettivo &egrave; quello di raggiungere, in anticipo e a tappe forzate, il pareggio di bilancio.<br />
Ferruccio De Bortoli, sul Corriere della Sera, esplicitamente chiede &laquo;misure eccezionali&raquo;, con annessi, ulteriori sacrifici per le famiglie. Per essere chiari, il verbo &egrave; &laquo;privatizzare e liberalizzare&raquo;.<br />
Ancora pi&ugrave; chiaramente di quanto non dica un linguaggio gi&agrave; cos&igrave; esplicito, la ricetta che fra breve produrr&agrave; i suoi devastanti effetti, comporter&agrave; - sull'esempio greco - una gigantesca asta all'incanto di beni pubblici e la collocazione sul mercato di gran parte dei servizi di natura sociale: sanit&agrave;, assistenza, scuola per l'infanzia. E poi, ancora, la gestione dei trasporti, dei rifiuti, dell'acqua. Insomma, un taglio secco della spesa sociale per scaricarne interamente l'onere sui cittadini. Tutto ci&ograve;, nel perdurare di una situazione di blocco delle retribuzioni che, tuttavia, sembra non bastare. Perch&eacute; l'occasione sta diventando propizia per tornare sull'antica ma sempre verde intenzione padronale di sradicare anche gli ultimi brandelli del giuslavorismo progressista, sopravvissuti alle cure di Treu prima e di Sacconi poi. L'idea sciagurata &egrave; quella che un impulso alla ripresa dell'occupazione possa venire da un'ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, consegnando cio&egrave; al macero la legge 300/70 e sostituendovi un'immacolata prateria, dove il lavoro (retribuzioni-vincoli-diritti) si svende a prezzi di saldo. Poi la pietra tombale, nei fatti gi&agrave; apposta sulle pensioni di anzianit&agrave; e la definitiva fissazione (per tutti e per tutte) dell'asticella a 70 anni per godere (?) del diritto alla pensione. Come questa misura si concili poi con l'obiettivo di aprire le porte del lavoro ai giovani &egrave; uno di quei rompicapo che neppure la sofistica ateniese del V secolo a.C. avrebbe potuto risolvere.<br />
Dunque, la manovra-bis che la tecnocrazia bancario-confindustriale sta per tenere a battesimo sotto l'alta egida della Presidenza della Repubblica continuer&agrave; a battere esattamente lo stesso chiodo della prima, ma con ancora pi&ugrave; forza e diabolica pervicacia.<br />
Pertanto nessuno si illuda che nel novero degli interventi possano contemplarsi prelievi di qualche sostanza su patrimoni, rendite e capitale. O che la redistribuzione del reddito verso i piani bassi dell'edificio sociale possa essere considerata una valida leva di politica economica, oltrech&eacute; un atto di giustizia. Questo non accadr&agrave;, perch&eacute; coloro che si candidano a salvare la patria hanno gi&agrave; deciso chi sar&agrave; l'agnello sacrificale e a quale simulacro immolarlo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 4 Aug 2011 15:27:14 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2504]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Toh chi si rivede, l'interesse generale]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Il pi&ugrave; bizzarro dei sodalizi immaginabili da mente sobria si &egrave; alla fine materializzato al capezzale dell'economia italiana. Banche, imprese, sindacati hanno sottoscritto un surreale documento comune. Un testo che &egrave; un appello accorato a &laquo;mettere da parte le divisioni e gli interessi di parte, facendosi carico di un atto di volont&agrave; nell'interesse di tutti&raquo;. In parole povere, di fronte ad Annibale alle porte, ci raccontano che servirebbe una sorta di afflato corale, un interclassismo operoso capace di proteggere il Paese da un nemico potente e indomabile, quella speculazione che - discesa dai cieli della metafisica - sta abbattendosi come un ciclone sulle fibre sderenate di un'Italia senza guida. La parola d'ordine, manco a dirlo, &egrave; &laquo;rassicurare i mercati&raquo;, incuranti delle misure placebo sino ad ora adottate per arginare la crisi, considerato che, come nei peggiori incubi onirici, ad ogni giro di giostra si torna al punto di partenza, un p&ograve; pi&ugrave; poveri e indifesi di prima. La circostanza che fra i terapeuti d'occasione, fra i sottoscrittori dell'accoratissimo appello figurino anche gli &quot;untori&quot;, non ha impedito alla stampa &quot;per bene&quot;, la Repubblica in prima linea, di salutare con entusiasmo la ritrovata coesione fra le parti sociali, come solennemente auspicato da Giorgio Napolitano. Per fare cosa e per andare dove non &egrave; dato - per il momento - sapere. La sola cosa che si capisce, sebbene espressa in linguaggio criptato, &egrave; che bisogna liberare l'Italia dal fattore B., da un governo in coma apallico e quindi incapace di tutto, se non di fare danni. Quanto a chi dovrebbe salire in plancia di comando e a quale debba essere la direzione di marcia, ciascuno &egrave; libero di tirare la coperta dove vuole. Almeno in apparenza, perch&eacute; gli ideologhi che supportano questa chiamata alla solidariet&agrave; nazionale un riferimento l'hanno ben chiaro. E' lo spirito del '92, quando Giuliano Amato impose una terrificante manovra finanziaria, che in una sola mossa assest&ograve; un colpo poderoso ai salari, alle pensioni, al welfare, e distrusse l'intero sistema delle relazioni industriali a quel tempo vigente, abolendo definitivamente ci&ograve; che restava del meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni, la scala mobile. Poi, come &egrave; noto, Amato aggiunse al pacco la svalutazione della lira che usc&igrave; dal Serpente monetario europeo determinando un'ulteriore, formidabile contrazione dei redditi da lavoro. Quel combinato disposto riplasm&ograve; dalle fondamenta le relazioni sociali nel Paese, razionalizzando l'attacco all'autonomia del sindacato e preparando la strada a quel sistema concertativo che l'anno successivo avrebbe imbrigliato drasticamente l'azione rivendicativa delle organizzazioni dei lavoratori.</p>
<p>La competitivit&agrave; delle merci italiane sui mercati esteri e le esportazioni, drogate dalla svalutazione, ripresero fiato e i profitti d'impresa tornarono a crescere, in ragione inversamente proporzionale alla quota di pil appannaggio del lavoro. Cos&igrave;, mentre la dinamica delle retribuzioni disegnava una parabola che avrebbe sprofondato i salari ai livelli in valore assoluto pi&ugrave; bassi d'Europa, i profitti non venivano reinvestiti, se non in minima parte, in ricerca e innovazione. Che ne &egrave; stato? Semplicemente, essi sono stati &quot;patrimonializzati&quot;, trasformati cio&egrave; in immobili e beni di lusso, in prodotti finanziari e, in parte cospicua, in capitali che hanno preso la strada dei paradisi fiscali. La bassa produttivit&agrave; dell'industria nostrana, l'odierna &quot;crescita zero&quot; del Paese non ha dunque la sua origine soltanto nel liberismo d'accatto, nell'euforia mercatista delle sue classi dirigenti politiche, responsabili di avere liquidato qualsiasi pur labile idea di poltica industriale e di avere abbandonato il Mezzogiorno. Essa ha le sue persistenti radici nel congenito nananismo del nostro apparato produttivo, nel carattere usurario di un sistema d'impresa che ha puntato le sue carte sulla compressione del lavoro, trasformando il rischio d'impresa in un reperto archeologico da consegnare ai manuali di economia classica.<br />
Quel rutilante richiamo alla discontinuit&agrave; che il documento tripartito rivendica ad un governo il default di credibilit&agrave; &egrave; perci&ograve; del tutto reticente, in un Paese che detiene il record delle fatturazioni false, dove il venti per cento del pil lo si genera in &quot;nero&quot;, dove l'evasione fiscale vale qualcosa come 230 miliardi su base annua e dove all'impoverimento di massa corrisponde, specularmente, l'arricchimento di pochi.<br />
Colpire la disuguaglianza e l'accumulazione perversa di ricchezza, redistribuire drasticamente il plusvalore estratto dal lavoro sono le prime e pi&ugrave; impotanti misure economiche da adottare, la vera discontinuit&agrave; da affermare.<br />
Qualcuno ha ragione di credere che i sottoscrittori dell'appello, la pi&ugrave; parte dei quali ha salutato come buona e opportuna la manovra appena varata dal governo a carico dei ceti pi&ugrave; deboli, pensino a questo? Arduo immaginarlo. Ne fa fede la levata di scudi contro l'ipotesi di una tassa sui grandi patrimoni. Con pi&ugrave; che disinvolta ipocrisia si &egrave; detto che una simile misura non avrebbe un carattere strutturale, ma servirebbe soltanto a fare cassa. Per questo, invece, vanno benissimo salari e pensioni. Del resto, come ricordava l'ineffabile Giuliano Cazzola - uno di quelli che per spudoratezza o poca scaltrezza dicono apertis verbis ci&ograve; che altri nascondono - come si fa ad accertare l'autentica consistenza della ricchezza patrimoniale, al di l&agrave; di ci&ograve; che rivelano le formali denunce dei redditi? Gi&agrave;, come si fa? Come a dire che alle tradizionali ricette fondate sulla macelleria sociale non c'&egrave; vera alternativa. Ed infatti alternativa non c'&egrave;, restando nel perimetro dei rapporti sociali e politici dati.<br />
Per fare saltare il tappo servirebbe una scossa molto profonda, tale da rompere gli inossidabili equilibri entro i quali si definisce l'ordine delle cose possibili. E anche solo pensabili. Solo un imponente movimento di lotta potrebbe dettare condizioni nuove e costringere il capitale e i poteri forti a venire a patti. Se l'alternativa a Berlusconi rimarr&agrave; invece inscritta nel consunto ricettario liberale, potremo - forse - affrancarci dal caudillo e da qualcuno dei suoi pi&ugrave; corrotti cortigiani, ma i cittadini, i lavoratori, la democrazia rimarranno sotto schiaffo e nulla salver&agrave; il Paese da una caduta rovinosa.<br />
Ecco perch&eacute; quell'ecumenico appello che sembra anticipare una questua di fedi da donare alla patria non &egrave; soltanto inutile, bens&igrave; nocivo, perch&eacute; consegna la ricerca delle soluzioni a coloro che dello stato di cose presente sono la causa e dai quali non &egrave; lecito attendersi nulla di buono.</p>]]></description><pubDate>Sat, 30 Jul 2011 16:18:42 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2503]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Ecco l'Italia bipartisan che piace a lor signori]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La manovra concordata sotto traccia da governo e opposizioni taglia oggi il traguardo. Una volta compreso che, sotto l'alto patrocinio del Presidente della Repubblica, la bordata sarebbe andata a segno senza soverchi problemi, l'esecutivo ci ha dato dentro senza remore e ritegno. Le forbici hanno continuato a tagliare, compulsivamente, facendo lievitare, di ora in ora, l'entit&agrave; dell'operazione giunta ormai a superare, sul filo di lana, i 70 miliardi di euro.<br />
Proviamo ad elencare, scontando il rischio di perdere per strada qualche capitolo del salasso propinato.<br />
Ricompaiono i tickets su visite diagnostiche e pronto soccorso; le pensioni - anche quelle di modesto e modestissimo importo - non saranno rivalutate che parzialmente; il pensionamento, gi&agrave; a far data dal 2013 slitter&agrave; in rapporto alla speranza di vita; &egrave; prorogata la moratoria sui contratti e sugli incrementi retributivi degli statali; d'ora in avanti, il lavoratore che adir&agrave; le vie legali in relazione a contenziosi in materia di lavoro, dovr&agrave; pagare una tassa che, palesemente, inibir&agrave; molti ricorsi; resta, malgrado i primi segni di ravvedimento, l'improvvido balzello sui titoli finanziari, anche per risibili pezzature; c'&egrave; il taglio lineare del 15 per cento su pressoch&eacute; tutte le voci di spesa che incrociano col welfare, col sistema di protezione sociale: vengono cos&igrave; decurtate le agevolazioni fiscali su asili, spesa sanitaria, redditi da lavoro, figli a carico, studenti unversitari.  Insomma, una vera gelata, che si abbatte come un flagello sulla parte pi&ugrave; debole della societ&agrave;, gi&agrave; provata da un altissimo livello di disoccupazione e di precariet&agrave;, soprattutto giovanile. Alla quale fa da infame contrappunto l'inesistenza di un pur labile provvedimento che chieda ai ricchi di concorrere al rientro dal debito o che provi a intaccare i privilegi di casta, a partire da coloro che in queste ore stanno adottando, senza batter ciglio, misure draconiane sulla pelle del proprio popolo. Si aggiunga a questo idilliaco quadretto - come documenta l'Istat - che l'aumento dei generi alimentari di prima necessit&agrave; (3,5%), quello della benzina (11%) e quello dei trasporti ferroviari 8(%) hanno gi&agrave; mortificato i redditi pi&ugrave; bassi.<br />
Ma, come abbiamo sottolineato nell'edizione di ieri, il colpo pi&ugrave; micidiale, quello che imprime il proprio marchio ad una pi&ugrave; generale strategia economica e sociale &egrave; il colpo di scure con cui si penalizzano i comuni cosiddetti &laquo;non virtuosi&raquo;, vale a dire quelli che non si acconciano ad alienare, a vendere, a privatizzare servizi essenziali (come i trasporti) e aziende pubbliche, come le municipalizzate, secondo una logica che impone l'ipoteca del profitto sul patrimonio della collettivit&agrave;, sui beni comuni, rovesciando diametralmente - come ci spiega pi&ugrave; sotto Marco Bersani - l'orientamento popolare affermatosi con i referendum.<br />
Non ha torto Liberal, che su questo genere di cose ha la vista lunga, e che titolava l'edizione di ieri con un eloquente &laquo;L'Italia bipartisan va meglio&raquo; e che si chiedeva, non meno esplicitamente, &laquo;perch&eacute; non trasformare l'unit&agrave; di questi giorni in un governo&raquo;. Su quella strada sembra esserci solo l'ostacolo di un ormai stracotto Berlusconi. Ma il cerchio sta chiudendosi. A quali condizioni, a quale prezzo e per andare dove ora &egrave; sotto gli occhi di tutti. Insomma, una vera gelata, che si abbatte come un flagello sulla parte pi&ugrave; debole della societ&agrave;, gi&agrave; provata da un altissimo livello di disoccupazione e di precariet&agrave;, soprattutto giovanile. Alla quale fa da infame contrappunto l'inesistenza di un pur labile provvedimento che chieda ai ricchi di concorrere al rientro dal debito o che provi a intaccare i privilegi di casta, a partire da coloro che in queste ore stanno adottando, senza batter ciglio, misure draconiane sulla pelle del proprio popolo. Si aggiunga a questo idilliaco quadretto - come documenta l'Istat - che l'aumento dei generi alimentari di prima necessit&agrave; (3,5%), quello della benzina (11%) e quello dei trasporti ferroviari 8 (%) hanno gi&agrave; mortificato i redditi pi&ugrave; bassi.<br />
Ma, come abbiamo sottolineato nell'edizione di ieri, il colpo pi&ugrave; micidiale, quello che imprime il proprio marchio ad una pi&ugrave; generale strategia economica e sociale &egrave; il colpo di scure con cui si penalizzano i comuni cosiddetti &laquo;non virtuosi&raquo;, vale a dire quelli che non si acconciano ad alienare, a vendere, a privatizzare servizi essenziali (come i trasporti) e aziende pubbliche, come le municipalizzate, secondo una logica che impone l'ipoteca del profitto sul patrimonio della collettivit&agrave;, sui beni comuni, rovesciando diametralmente - come ci spiega pi&ugrave; sotto Marco Bersani - l'orientamento popolare affermatosi con i referendum.<br />
Non ha torto Liberal, che su questo genere di cose ha la vista lunga, e che titolava l'edizione di ieri con un eloquente &laquo;L'Italia bipartisan va meglio&raquo; e che si chiedeva, non meno esplicitamente, &laquo;perch&eacute; non trasformare l'unit&agrave; di questi giorni in un governo&raquo;. Su quella strada sembra esserci solo l'ostacolo di un ormai stracotto Berlusconi. Ma il cerchio sta chiudendosi. A quali condizioni, a quale prezzo e per andare dove ora &egrave; sotto gli occhi di tutti.</p>]]></description><pubDate>Sat, 16 Jul 2011 15:56:41 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2502]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’Intifada in Valle di Susa continua]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La copertura politico-mediatica della menzogna &egrave; quasi totale. Dal governo all&rsquo;opposizione (parlamentare, s&rsquo;intende) viaggia veloce un messaggio univoco: in Valle di Susa &egrave; andata in scena una guerriglia indecente, scatenata dai black bloc, resuscitati alla bisogna per accreditare nell&rsquo;immaginario collettivo, nella realt&agrave; virtuale frutto della manipolazione, l&rsquo;idea di una protesta selvaggia, refrattaria ad ogni regola e legittimit&agrave; democratica e, per giunta, retriva e antimoderna. I valligiani che da anni resistono e argomentano, argomentano e resistono, ignorati e vilipesi, sono spacciati per ottusi montanari, privi di visione politica, comunit&agrave; chiusa in se stessa, refrattaria a considerare l&rsquo;interesse generale che la Tav rappresenterebbe. Questo (pre)giudizio liquidatorio, con qualche differenza di accenti, accomuna quasi tutti i commentatori, ripiegati sul medesimo refrain, con un delta che va dall&rsquo;esplicita accusa di connivenza della comunit&agrave; valsusina con i violenti &laquo;non infiltrati, ma invitati&raquo;, alla pi&ugrave; tradizionale e prefabbricata tesi dei provocatori estranei venuti l&igrave; ad intorbidire le acque. Ogni tessera del mosaico concorre a formare l&rsquo;ordito di una trama a tinta unita: la polizia - dispiegata in forze con un contingente da missione afghana - che spara ad altezza d&rsquo;uomo lacrimogeni (guardate sul sito di Liberazione le eloquenti immagini filmate da un nostro inviato) ed usa gas vietati, diventa per la vulgata giornalistica la risposta &laquo;misurata e professionale&raquo; di forze dell&rsquo;ordine chiamate a difendere lo Stato e la democrazia dal sopruso di pochi sciagurati; l&rsquo;imponente manifestazione aperta da 21 sindaci - la pi&ugrave; grande di sempre - &egrave; totalmente oscurata: solo poche e sfuggenti immagini tv per non documentarne le proporzioni. Il resto &egrave; colonizzato dalla guerriglia. E dai commenti, spettacolarmente bipartisan, che si rincorrono nella gara alla condanna pi&ugrave; risoluta e senza appello dei No-Tav. Fassino firma una nota congiunta con Cota, l&rsquo;indecente commissario di governo Virano straparla di &laquo;perdita di autorit&agrave; morale del movimento&raquo;, Bersani si allinea, persino Napolitano (per favore, si informi meglio Presidente) aggiunge la sua censura. Parlano, come un sol uomo, tutti i segretari di partito, non ce n&rsquo;&egrave; uno che usi la virt&ugrave; della prudenza. Nessuno di loro - tranne Paolo Ferrero che manifesta con i No-Tav - &egrave; presente in Valle. Ma tutti - tranne Paolo Ferrero - vengono ripetutamente interpellati.<br />
Si prova persino ad alzare un polverone su una frase di Beppe Grillo, eletto a re dei guastatori. Il coro ipocrita ingrossa, travolge tutto, come un fiume in piena e riesce a travolgere (purtroppo) anche opinionisti generalmente attenti. Cos&igrave;, gli attori pi&ugrave; beceri e in malafede si sentono autorizzati ad affondare i colpi: il ministro degli Interni Maroni, manco fosse un pubblico ministero, invoca l&rsquo;incriminazione dei manifestanti con l&rsquo;accusa di tentato omicidio.<br />
Nessuno, invece, parla pi&ugrave; della Tav. Nessuno vuole ricordare che si tratta di un&rsquo;opera dall&rsquo;impatto devastante, che sbanca l&rsquo;equilibrio idrogeologico di quel territorio: si chiudono disinvoltamente gli occhi sul fatto che per quindici anni continuer&agrave; l&rsquo;estrazione dalle gallerie escavate di milioni di metri cubi di terreno ove &egrave; presente anche amianto. Nessuno, soprattutto, si cura di rispondere ad una contestazione che si riferisce proprio all&rsquo;interesse generale, e cio&egrave; che la Tav &egrave; un&rsquo;opera inutile, oltre che dannosa, essendo la linea del Frejus utilizzata solo per il 35%. Nessuno pare sfiorato dal dubbio che gli impieghi finanziari necessari per sostenere la costruzione prima e la manutenzione poi della Tav rappresentino uno spreco enorme e che altre dovrebbero essere le priorit&agrave; di un governo che in questi giorni sta varando una manovra economico-finanziaria micidiale, tutta sulle spalle della povera gente e dei piccoli risparmiatori. Si trova in giro anche chi, al corto di pi&ugrave; solidi argomenti, prova a spiegare che, in ogni caso, la Tav produrrebbe occupazione e crescita del Pil in sofferenza. Certo, anche scavare buche e poi riempirle genera Pil. Peccato che esistano impieghi ben diversamente necessari, economicamente e socialmente, come la ristrutturazione e la bonifica di una rete ferroviaria che fa acqua da tutte le parti e che costringe tanti pendolari a viaggiare quotidianamente dentro tradotte simili a carri bestiame. Ma tutto fa brodo se si tratta - come si tratta - di difendere il colossale affare che remunera i rapaci beneficiari degli appalti. <br />
Ci si convinca che in Valle di Susa il bene comune lo stanno difendendo, con le unghie e con i denti, per conto di tutti, proprio i valligiani. Gente tosta, si &egrave; detto, non avvezza a farsi sopraffare, soprattutto perch&eacute; sa di avere dalla propria ottime ragioni.<br />
Non si facciano illusioni, politicanti, faccendieri, speculatori senza scrupoli: l&rsquo;intifada da quelle parti continuer&agrave;.</p>]]></description><pubDate>Wed, 6 Jul 2011 16:2:44 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2501]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[«Non è uno scherzo, è successo davvero»]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&laquo;Non &egrave; uno scherzo&raquo; &egrave; il titolo scelto dal direttore de &quot;Il Sole 24 ore&rdquo; per commentare con toni di inconsueto entusiasmo l&rsquo;accordo su contratti e rappresentanza sindacale siglato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. E questa volta ha totalmente ragione: non si tratta affatto di una boutade, ma di una cruda, stupefacente realt&agrave;.<br />
Sino ad ora, spiega Roberto Napoletano, le relazioni industriali sono state paralizzate da riti debilitanti e da una sconfortante inconcludenza: &laquo;Discutere, ragionare, parlare. Poi ancora discutere, ragionare, parlare&raquo;. E infine &laquo;accantonare i problemi, rinviare le decisioni&raquo;. Invece, marted&igrave; sera &egrave; accaduto il miracolo, perch&eacute; &laquo;Confindustria e sindacati (ma &egrave; all&rsquo;organizzazione di Corso d&rsquo;Italia, elegantemente non nominata, che Napoletano si rivolge come al figliol prodigo, ndr.) hanno dimostrato che si pu&ograve; fare l&rsquo;esatto contrario&raquo;. Non serve attardarsi a discettare sulla forma dell&rsquo;intesa (avviso comune o accordo interconfederale), perch&eacute; &laquo;ci&ograve; che conta &egrave; la sostanza&raquo;. Appunto, la sostanza. I lavoratori non voteranno pi&ugrave; niente, le aziende potranno facilmente aggirare il contratto nazionale per fabbricarsi in casa un abito su misura, le rappresentanze elettive dei lavoratori tenderanno sempre pi&ugrave; ad essere sostituite da fiduciari nominati dall&rsquo;esterno. E le componenti meno arrendevoli e pi&ugrave; autonome del sindacalismo saranno emarginate e sanzionate ove cercassero di opporsi con la lotta ad accordi ritenuti iniqui. Tutto davvero molto concreto. Ed efficace. Se non &egrave; sostanza questa... <br />
Come sempre, i padroni vanno dritti allo scopo. Senza bizantinismi e giri di parole. Ce lo garantisce Roberto Napoletano: &laquo;Non &egrave; uno scherzo, &egrave; successo davvero&raquo;.</p>]]></description><pubDate>Fri, 1 Jul 2011 18:23:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2500]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Cgil, Non aprire quella porta]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Non vi sono stati n&eacute; documento conclusivo n&eacute; voto, luned&igrave; sera, al termine del Cd della Cgil chiamato a conferire a Susanna Camusso il mandato a continuare e, se del caso, a concludere con Confindustria l&rsquo;accordo &ldquo;omnibus&rdquo;, che tiene insieme regole per la rappresentanza, validazione degli accordi e, nei fatti, modello contrattuale. Eppure, sebbene il dibattito abbia toccato punti di esplicito dissenso, non solo riferibili alla minoranza, &egrave; del tutto chiaro che la segretaria proceder&agrave; nel negoziato.<br />
E&rsquo; il peggio che si potesse immaginare ci&ograve; che sta precipitando nel semiclandestino tavolo di trattativa fra Confindustria e Confederazioni sindacali. Perch&eacute; neppure i pi&ugrave; inclini al pessimismo avrebbero potuto scommettere che a un esito simile potesse rendersi disponibile la Cgil, apponendo la propria firma ad un testo che, qualora fossero confermate le premesse, rappresenterebbe una vera e propria capitolazione, su uno spettro di questioni cos&igrave; vasto da apparire non gi&agrave; come un ripiegamento tattico, ma come una vera, profonda regressione culturale e politica.<br />
Cos&igrave;, dopo lo sfondamento delle linee conseguito dalla Fiat di Marchionne, ora c&rsquo;&egrave; la razionalizzazione che porter&agrave; la firma di Susanna Camusso per conto di tutta la Cgil: una vera e propria resa, destinata, nell&rsquo;intenzione del governo, a trasformarsi in legge dello Stato; un colpo di scure che chiude un contenzioso tenuto aperto in questi anni dalla sola Fiom. L&rsquo;intesa sancirebbe infatti la definitiva archiviazione del tema della sovranit&agrave; sugli accordi sindacali. Il voto dei lavoratori come condizione legittimante un&rsquo;intesa uscirebbe definitivamente di scena, anche per la confederazione di Corso d&rsquo;Italia. Rimarrebbe come simulacro, ove al posto delle Rsu di origine elettiva vi siano le resuscitate Rsa, altrimenti baster&agrave; il 50 per cento pi&ugrave; uno dei delegati a chiudere la partita. I lavoratori non avrebbero pi&ugrave; diritto di pronunciarsi, n&eacute; attraverso il referendum, n&eacute; attraverso altre forme di validazione certificata sino a ieri ritenute irrinunciabili dalla Cgil. Tornerebbero in auge i delegati di nomina sindacale, non pi&ugrave; eletti dai lavoratori e dunque non tenuti a rispondere ad essi del proprio operato. Non pi&ugrave; espressione di una complessa mediazione dialettica fra democrazia diretta e democrazia delegata, essi opereranno in qualit&agrave; di fiduciari delle organizzazioni esterne ai luoghi di lavoro, dalle quali ricevono l&rsquo;investitura e a cui dovranno obbedienza.<br />
Il dazio imposto alla Cgil per rientrare (come?) nel gioco delle relazioni sindacali sarebbe dunque pesantissimo perch&eacute; passerebbe attraverso l&rsquo;amputazione delle radici della partecipazione, il sequestro di ogni potere di decisione, l&rsquo;annullamento o l&rsquo;indebolimento sostanziale dell&rsquo;autogoverno della rappresentanza dentro i luoghi di lavoro. La direzione di marcia si muove dunque all&rsquo;opposto diametrale delle istanze partecipative che in questi mesi hanno scosso il Paese, alimentando speranze di trasformazione profonda. Proprio dal lavoro, da cui era lecito attendersi un ruolo di coagulo dei movimenti che hanno cos&igrave; intensamente attraversato la societ&agrave; italiana, viene una brusca e tutt&rsquo;altro che inevitabile frenata.<br />
Specularmente, l&rsquo;accordo che conculca la democrazia in fabbrica conferirebbe straordinari poteri alle singole imprese, che sulla strada tracciata dalla Fiat, cercheranno di sostituire, con la complicit&agrave; di sindacati corrivi, i contratti nazionali con accordi aziendali, ottenendo per sovrappi&ugrave; la messa in mora e la sanzionabilit&agrave; di quanti (sindacati? lavoratori?) fossero in dissenso e intendessero promuovere degli scioperi.<br />
Questo catastrofico sbancamento delle relazioni sindacali non &egrave; frutto di una protervia padronale fine a s&eacute; stessa, ma insegue l&rsquo;obiettivo di inertizzare il conflitto sociale, proprio mentre il governo prepara una durissima manovra economica il cui peso &egrave; interamente rovesciato sui lavoratori, e mentre si lasciano intatti profitti, rendite e patrimoni.<br />
Torna alla mente quel tragico luglio del &rsquo;92, quando il governo Amato impose al Paese una manovra di gigantesche proporzioni che colp&igrave; i salari, intacc&ograve; in profondit&agrave; il sistema previdenziale, liquid&ograve; un intero sistema contrattuale, mortific&ograve; il sindacato. A tal punto che Bruno Trentin, allora alla guida della Cgil, sent&igrave; il dovere di rassegnare le dimissioni per avere sottoscritto senza alcun mandato (e sotto ricatto, come egli stesso ebbe a dire) quell&rsquo;intesa. Oggi, Camusso, in uno scenario politico e sociale ancor pi&ugrave; deteriorato, si appresta a rompere con la parte pi&ugrave; vitale e combattiva della Cgil e a deporre le armi direttamente nelle mani di Confindustria. <br />
Una svolta di queste proporzioni - e di queste pi&ugrave; che prevedibili conseguenze - non pu&ograve; tuttavia concludersi con una discussione fra apparati. Deve uscire da quelle stanze. La Cgil ha (ancora) nel suo statuto gli strumenti per trasferirla nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e negli uffici, fra i lavoratori e le lavoratrici. Visto che &egrave; della loro vita, da ogni punto di vista, che si sta decidendo.</p>]]></description><pubDate>Wed, 29 Jun 2011 15:16:55 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2499]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La Fds, Sel, l'unità della sinistra e la questione del governo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La doppia vittoria nelle elezioni amministrative e nei referendum ha riaperto a sinistra la discussione intorno alla possibilit&agrave; non soltanto di liberare il Paese da Berlusconi ma, addirittura, di pervenire in tempi brevi ad un'alternativa di governo capace di cambiare in profondit&agrave; la realt&agrave; dell'Italia. Porsi questo interrogativo &egrave; non solo legittimo, ma necessario. L'ipotesi di un cambiamento radicale degli equilibri politici va indagata razionalmente, scansando pregiudizi ostativi ed anche frettolose (ed illusorie) precipitazioni.</p>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Sel, ad esempio, &egrave; convinta che le condizioni siano maturate a tal punto che i suoi pi&ugrave; autorevoli esponenti pongono all'ordine del giorno niente meno che la costruzione di un soggetto unico della sinistra. Allora converr&agrave; afferrare il toro per le corna e non eludere il tema posto che chiama in causa anche la Federazione della Sinistra e la sua strategia.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Personalmente, ritengo che sia salutare evitare due opposte tendenze: quella di chi respinge a priori l'ipotesi di un coinvolgimento della Fds in un'alleanza di governo in quanto ci&ograve; comporterebbe un inevitabile, recidivante cedimento compromissorio, da escludersi per principio sino a quando non maturino nel Paese le condizioni di un governo di sinistra-sinistra, portatore di una radicale trasformazione cripto-socialista; e l'altra tesi, diametralmente opposta, di chi ritiene che tale evento sia ormai alle porte, disinvoltamente eludendo - sotto la spinta dei sentimenti e di una certa euforia da successo - l'effettiva possibilit&agrave; di condividere con uno schieramento di centrosinistra un programma di reale rivolgimento sociale e democratico dell'Italia.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Il solo modo per venire a capo di quella che diversamente si trasformerebbe in un'astratta disputa ideologica &egrave; quello di impegnarsi, come si sarebbe detto una volta, nell'analisi concreta della situazione concreta. Insomma, fuori dalle formule e andando al sodo, valutando, in ispecie, con quale progetto di trasformazione e con quali alleanze sia possibile costruire un serio e credibile programma di governo. Non una finzione elettoralistica, buona per insediarsi nei palazzi del potere e da archiviare subito dopo per fare altro o addirittura l'opposto, come capit&ograve; con il governo Prodi.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">La bussola da tenere ferma non pu&ograve; essere allora che quella dei contenuti.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Su questo punto ha ragione Bersani: &egrave; il programma di governo che traccia il denominatore comune dei soggetti chiamati a realizzarlo, che definisce il perimetro delle alleanze, che identifica chi vi sta dentro e chi no.&nbsp;</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Dire il contrario, affermare cio&egrave; che la scelta del leader della coalizione, attraverso le primarie, precede e risolve la chiarezza sugli intenti, equivale a rendere opaco e impalpabile il progetto politico, esponendolo ad una vaghezza foriera di insanabili contrasti oppure di preoccupanti cedimenti. Cos&igrave; come affidare ad un &quot;eletto&quot; il compito di allargare (sino al Terzo Polo?) il fronte dell'alternativa porta con s&eacute; un'implicita indifferenza al merito, uno sbiadimento dell'azione di governo cos&igrave; forte e prevedibile da rendere ininfluente - perch&eacute; del tutto subalterna - la presenza nell'esecutivo della sinistra, nuovamente consegnata ad un ruolo ornamentale. Imperniare tutto sulla preliminare scelta del capo sottende cio&egrave; un'implicita torsione carismatica della guida ed una propensione per la delega, mentre il tema che ha fatto irruzione nelle elezioni amministrative appena concluse e, ancor pi&ugrave;, nella campagna referendaria &egrave; stato proprio quello della democrazia come partecipazione e protagonismo diffusi, refrattari al verticismo politicista e ostili ad ogni degenerazione populistica.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Voglio dire, in definitiva, che il gioco non si pu&ograve; fare a carte coperte. Certo non lo pu&ograve; fare la sinistra.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Proviamo a venire in chiaro con qualche esempio.&nbsp;</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Abbiamo appena incassato uno strepitoso risultato sull'acqua pubblica. Ma sappiamo anche quali ambiguit&agrave; (o aperti dissensi) alberghino nel Pd circa un'effettiva pubblicizzazione della gestione delle reti idriche. E sappiamo che gi&agrave; sono in corso manovre per fare surrettiziamente rientrare dalla finestra ci&ograve; che il voto ha prepotentemente cacciato dalla porta. E allora? Il centrosinistra ascolterebbe queste sirene o sosterrebbe la proposta di legge formulata dal Comitato per l'acqua pubblica?</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Proseguiamo. L'Italia rischia concretamente il contagio della crisi greca e il pericolo di precipitare in un vicolo cieco &egrave; tutt'altro che remoto, mentre tanta gente non ha pi&ugrave; di che vivere e l'industria batte in testa. L'intervento pi&ugrave; urgente, il solo capace di liberare significative risorse per gli investimenti e contemporaneamente sostenere i redditi da lavoro e rilanciare i consumi interni &egrave;, nell'immediato, quello di una riforma fiscale tutta orientata a spostare risorse verso la parte bassa della piramide sociale, da finanziarsi con una forte tassazione delle rendite finanziarie, con una imposta patrimoniale, col taglio delle spese militari, con la revoca degli impieghi destinati alla Tav e con misure severissime contro l'evasione fiscale. O si fanno (almeno) queste cose oppure la redistribuzione e la ripresa restano un mito. Sono in grado il centrosinistra - o lo stesso Pd - di reggere un impegno di questa portata?</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Il precariato sta devastando (economicamente e moralmente) una generazione messa alla gogna da una produzione legislativa che ha smantellato l'intera impalcatura dei diritti nel lavoro. Col risultato che i contratti a termine - nelle mille acrobatiche tipologie che hanno fatto del lavoro una merce a basso costo - hanno dequalificato persino funzioni pubbliche nevralgiche nella sanit&agrave;, nei trasporti, nella ricerca, nella scuola. E' nelle corde del centrosinistra - o dello stesso Pd - l'abbandono dell'elegia della flessibilit&agrave; per tornare alla centralit&agrave; del rapporto di lavoro a tempo indeterminato?</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Il padronato italiano sta assestando colpi mortali al contratto nazionale di lavoro, al diritto di coalizione dei lavoratori, al diritto di sciopero. Si pu&ograve; confidare che il centrosinistra prenda partito, facendo propria la proposta di legge attraverso la quale la Fiom chiede che i lavoratori non siano espropriati della facolt&agrave; di scegliere la propria rappresentanza sindacale e competa a loro - e solo a loro - legittimare o respingere con il voto ogni atto negoziale? O piuttosto, come sin qui avvenuto, il piatto della bilancia pender&agrave; dalla parte di Marchionne, della Confindustria e dei sindacati complici?</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">L'Italia &egrave; direttamente coinvolta in azioni militari su diversi teatri di guerra, in palese violazione dell'articolo 11 della Costituzione. Dal pantano guerrafondaio &egrave; indispensabile uscire, non fantasticando di improbabili exit-strategy che durano il tempo strettamente necessario a giustificare il rifinanziamento delle missioni, ma decidendo di mettere la parola fine all'ingaggio militare e alla proliferazione del nostro arsenale bellico. E' immaginabile che il centrosinistra - o lo stesso Pd - sia disponibile ad una simile metamorfosi? O, viceversa, &egrave; pensabile che una sinistra al governo possa fare spallucce ed acconciarsi a subire, sia pure recalcitrando?</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Come si vede, non vi &egrave; nulla di semplice. Soprattutto, le condizioni di una svolta politica sono ancora da conquistare. E non aiuta certo a determinarle la perdurante divisione a sinistra, il rifiuto ostinato di Sel - va finalmente detto con chiarezza - a qualsiasi rapporto di collaborazione con la Federazione della Sinistra e la rinuncia alla costruzione di un polo autonomo alla sinistra del Pd, nell'illusione che siano praticabili taumaturgiche scorciatoie.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Nessuna pregiudiziale preclusione ad un confronto sui contenuti, dunque. Anzi, se vale una sensazione - ormai suffragata da troppi fatti - &egrave; che di pregiudiziale vi sia solo l'intenzione di escludere la Federazione da ogni livello di interlocuzione: sbarramento a sinistra, nessun confine a destra.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Tenere saldo il timone &egrave; dunque, se possibile, ancor pi&ugrave; necessario. Ed utile. Ne d&agrave; la misura anche la pervicacia con cui i custodi del recinto provano ad alzare lo steccato.</div>
<div style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; font-size: 13px; vertical-align: baseline; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; text-decoration: none; color: rgb(102, 102, 102); font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; line-height: 20px; ">Investire sulla buona politica e sulla coerenza &egrave; molto faticoso. E comporta prezzi pesanti. Ma alla lunga paga. Non abbiate paura, compagni.</div>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Tue, 21 Jun 2011 5:48:41 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2498]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L'Italia sta cambiando davvero]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Non dovremo neppure attendere il responso della Corte di Cassazione per conoscere se l&rsquo;esito del referendum potr&agrave; essere omologato e produrre gli effetti voluti dal popolo sovrano. Quel 57 per cento di cittadini che - malgrado il nascondimento mediatico e facendosi beffe di ogni artifizio messo in atto per banalizzare la portata della posta in gioco - sono corsi alle urne, taglia la testa al toro. <br />
L&rsquo;Italia, con un autentico plebiscito, dice un &ldquo;no&rdquo; senza appello al nucleare e si mette di traverso alla pi&ugrave; devastante delle politiche liberiste, quella che ha provato a confiscare l&rsquo;acqua, mettendola alla merc&egrave; dei privati, riducendola al pari di un qualsiasi prodotto da vendersi ed acquistarsi sul mercato. <br />
Fingere che qui la politica non c&rsquo;entri, che la risposta del voto sia sostanzialmente neutra rispetto alle scelte e agli assetti di governo &egrave; cosa cos&igrave; manifestamente incosistente da non meritare lo sforzo di una confutazione.<br />
E&rsquo; sconfitto il partito delle privatizzazioni, quello che ha solide radici in Confidustria e nei suoi referenti politici ben insediati dentro e fuori del governo. E&rsquo; sconfitto Berlusconi, che aveva invitato a disertare le urne, dopo che la Corte di Cassazione aveva sventato il trucco di una legge inventata per riesumare, poco pi&ugrave; in l&agrave;, l&rsquo;opzione nucleare. Perde anche Bossi - anche lui orfano del proverbiale intuito politico che forse con eccessiva, compiacente generosit&agrave; gli &egrave; stato attribuito - ormai avvinghiato, costi quel che costi, al sultano di Arcore, in caduta verticale di credibilit&agrave;, a cui non ne va in buca pi&ugrave; una. Perde l&rsquo;Udc di Casini, nel cui orizzonte culturale i beni comuni e l&rsquo;idea di pubblico hanno lo stesso peso di una mosca sul dorso di un elefante. <br />
E perdono anche quanti, nel centrosinistra e, in parte nel Pd medesimo (che, lo si ricordi, non volle concorrere alla campagna per la raccolta delle firme per indire il referendum), hanno ritenuto e ancora ritengono che la gestione delle reti idriche dovrebbe essere attribuita, o almeno allargata, a soggetti privati. Vincono, in primo luogo, i Comitati e - nulla millantando - noi stessi, che con e nei Comitati abbiamo lavorato senza presunzione, e con la modestia che si addice a chi punta al risultato, alla causa condivisa, e non ad acquisire crediti o riconoscimenti. Vincono i cittadini di questo bistrattatissimo paese, i quali sembrano avviati ad affrancarsi dall&rsquo;ipoteca di questi anni bui, dalla morsa ammorbante del berlusconismo.<br />
Nei giorni scorsi, dopo la tornata elettorale amministrativa, ci eravamo chiesti se qualcosa di veramente inedito stesse maturando nel Paese. <br />
Il voto referendario conferma che spira un&rsquo;aria nuova e che si schiude una possibilit&agrave;. Ma il successo che oggi festeggiamo &egrave; carico di insegnamenti che dovremo saper mettere a frutto, senza perdere un solo istante. Due mi paiono i pi&ugrave; importanti e i pi&ugrave; carichi di futuro. Il primo &egrave; che la rete di protagonismo dal basso coagulatosi intorno ai Comitati non deve smobilitare e deve anzi rimanere attiva e vitale. La spinta propulsiva che essa ha saputo imprimere ad un Paese che sembrava inesorabilmente avvitato nella propria crisi non deve esaurirsi per rinculare nell&rsquo;attesa o nella pura delega agli inquilini dei palazzi del potere. Il secondo &egrave; che ha fatto il suo tempo (e merita di essere archiviata tra le fole strumentali) la tesi secondo cui essendo l&rsquo;Italia un Paese maggioritariamente orientato a destra, la sola politica realistica consisterebbe nel promuovere politiche moderate, le sole capaci  di scansare derive populistiche o avventure reazionarie. Per cui sbiadire le strategie e le proposte pi&ugrave; radicali, dedicarsi a pratiche compromissorie e volgere lo sguardo al centro sarebbero  passi obbligati, senza alternative. Niente di pi&ugrave; falso. Il mese che abbiamo alle spalle evoca altri scenari, reclama altre coerenze e premia l&rsquo;entusiasmo e la passione di chi vuole provare a cambiare sul serio. Con la sola tenace forza della democrazia.</p>]]></description><pubDate>Tue, 14 Jun 2011 15:21:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2497]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[C’era una volta Umberto Bossi, “cuore impavido”]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Umberto Bossi l&rsquo;impavido, l&rsquo;uomo della secessione nordista, colui che per anni ha venduto l&rsquo;immagine (l&rsquo;immagine, appunto) di una Lega fatta di giovani, capaci e onesti amministratori, il sedicente, inflessibile difensore della migliore (?) tradizione (?) padana, il fustigatore della neghittosa burocrazia romana e, per contro, l&rsquo;interprete della laboriosit&agrave; lombarda, nonch&eacute; l&rsquo;immarcescibile esibizionista del machismo celodurista si sta afflosciando come una mongolfiera sgonfia. <br />
Si udivano da qualche tempo scricchiolii nel motore della macchina leghista, ma l&rsquo;esito delle elezioni amministrative ha fatto detonare una crisi che, anzich&eacute; provocare una qualche riflessione autocritica intorno al patto faustiano stretto col sultano di Arcore, ha sortito l&rsquo;effetto opposto. La ribellione della base leghista che chiedeva di dissolvere quel vincolo mortifero &egrave; stata del tutto ignorata. Il conducator della rivoluzione al di sopra del P&ograve;, si &egrave; ancor pi&ugrave; schiacciato sulla ormai decrepita controfigura di Berlusconi nelle cui mani egli ha rinnovato un giuramento di fedelt&agrave;. Sino al punto di condividere la pressione su Tremonti perch&eacute; escogiti qualche gioco di prestigio elettorale sul fisco capace di rilanciare l&rsquo;indebolita credibilit&agrave; della coalizione di centrodestra; sino al punto di dichiarare - contro l&rsquo;opinione diffusa dei militanti e persino di qualche autorevole colonnello del Carroccio - che non andr&agrave; a votare per il referendum con lo scopo dichiarato di fare saltare il quorum. Insomma, se Berlusconi &egrave; avviato sul viale del tramonto, pare sempre pi&ugrave; chiaro che anche il trattore leghista batte in testa.</p>]]></description><pubDate>Fri, 10 Jun 2011 15:56:13 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2496]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[12 e 13 giugno, ogni voto può essere quello decisivo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ci hanno provato in ogni modo (e ancora non desistono) a neutralizzare i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Il timore che attraverso la democrazia diretta si ponga un argine al mantra liberista di quest&rsquo;epoca voracemente proprietaria e predatoria si &egrave; trasformato in vero e proprio panico dopo il clamoroso risultato delle elezioni amministrative. Il governo le ha tentate davvero tutte: prima con il rifiuto di accorpare il voto amministrativo con quello referendario, poi con l&rsquo;occultamento della posta in gioco e l&rsquo;oscuramento mediatico utili a favorire disinformazione e disinteresse, quindi con il varo di una legge truffa che mentre provava a scippare la consultazione sul nucleare nascondeva sotto il tappeto l&rsquo;intenzione di rilanciarne l&rsquo;opzione, una volta &ldquo;passata la nottata&rdquo;. <br />
L&rsquo;ultima carta rimasta nelle mani di Berlusconi e soci &egrave; ora quella di favorire la diserzione delle urne, di impedire che si raggiunga il quorum del 50 per cento pi&ugrave; uno degli aventi diritto al voto, vanificando cos&igrave; la consultazione popolare, prevedibilmente scontata nel suo esito. S&igrave;, perch&eacute; fra tante soperchierie che oscurano la nostra democrazia ve n&rsquo;&egrave; una che ora si manifesta con evidenza solare: per governare questo paese con una maggioranza parlamentare schiacciante basta che un partito (o una coalizione di partiti) consegua un voto in pi&ugrave; dei partiti (o delle coalizioni di partiti) concorrenti; ma una maggioranza dei cittadini, potenzialmente prossima a quella assoluta, pu&ograve; invece essere espropriata del proprio potere abrogativo, ove l&rsquo;invito alla diserzione delle urne, sommata alla parte di astensionismo cronicizzato, non consenta di raggiungere il quorum nelle consultazioni referendarie. <br />
Si capisce come in una situazione caratterizzata da un debordante monopolio mediatico i giochi siano presto fatti. Allora, fra le riforme del mostruoso sistema elettorale vigente ve n&rsquo;&egrave; anche una che riguarda l&rsquo;istituto referendario. Una riforma che si potrebbe declinare cos&igrave;: si aumenti il numero delle firme necessarie per indire un referendum e se ne renda valido l&rsquo;esito quale che sia il numero di cittadini che si recano alle urne. Insomma, si affermi una salutare pedagogia della partecipazione al posto di un&rsquo;istigazione all&rsquo;indifferente desistenza.<br />
Tornando a noi, Berlusconi, il Pdl ed ora anche il caporione leghista speculano sul sonno della parte pi&ugrave; distratta dei cittadini, quella che munge dalla tiv&ugrave; e solo da quella tutto ci&ograve; che sa del mondo che la circonda. <br />
E non &egrave; chi non veda come i cruciali temi oggetto del voto popolare siano tuttora tenuti deliberatamente sotto traccia, mentre i Comitati che hanno avuto un ruolo di gran lunga preponderante nella raccolta delle firme necessarie per l&rsquo;indizione dei referendum sono esclusi dai talk show, a cominciare da quelli messi in onda dalle cosiddette televisioni &ldquo;libere&rdquo;, le stesse che hanno dato cos&igrave; limpida prova di s&eacute; nel corso della campagna elettorale appena conclusasi.<br />
Ecco dunque che in questi giorni, sino all&rsquo;ultima ora disponibile, devono moltiplicarsi le iniziative, deve svilupparsi la campagna per i<em> 4 s&igrave;</em>. Una campagna da condursi casa per casa, affinch&eacute; si estenda la consapevolezza dell&rsquo;importanza dell&rsquo;appuntamento del 12 e 13 giugno. Perch&eacute; ogni voto pu&ograve; essere quello decisivo. Il tasso di cambiamento reale incorporato nei quesiti sottoposti al voto popolare &egrave; alto come in rare altre occasioni. Acqua pubblica e rifiuto del nucleare non rappresentano mere opzioni chiuse nel perimetro del modo di produzione capitalistico, ma alludono ad un vero e proprio &ldquo;salto di paradigma&rdquo;, contribuiscono a fondare la percezione che il processo di riduzione a merce, in primo luogo dei beni comuni, per definizione inalienabili in quanto indispensabili alla vita, deve essere fermato. E indicano alla politica la strada maestra da seguire.<br />
Partendo da qui, dalla maturazione e dalla conquista di un nuovo senso comune, si pu&ograve; arrivare davvero lontano.</p>]]></description><pubDate>Thu, 9 Jun 2011 10:35:39 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2494]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Di Vittorio, la Confindustria e “il Sole 24 Ore”]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Roberto Napoletano, direttore del confindustriale <em>Il Sole 24 ore</em>, verga in prima, sull&rsquo;edizione di ieri, un corsivo fantastico. L&rsquo;incipit &egrave; semplicemente geniale: una citazione di Giuseppe Di Vittorio che negli anni Cinquanta del secolo scorso, da segretario generale della Cgil, lanci&ograve; la proposta di un grande piano del lavoro per la piena occupazione, in un&rsquo;Italia uscita devastata e sfibrata dalla guerra nazifascista e impegnata nel suo esordio repubblicano, sotto l&rsquo;egida della Costituzione democratica e antifascista. La citazione di Napoletano si sofferma sul passo in cui Di Vittorio spende la disponibilit&agrave; dei lavoratori a farsi carico di ulteriori sacrifici, ove questi siano finalizzati ad un grande processo di &laquo;rinascita economica e civile dell&rsquo;Italia&raquo;. Poi, con un salto triplo (e avvitato), Napoletano tira (implicitamente) per la giacchetta la Cgil e fa capire che cos&igrave; si dovrebbe comportare, nel tempo presente, un sindacato che ambisse a svolgere una funzione nazionale, piuttosto che attardarsi in fumisterie ideologiche e in sterili pratiche barricadiere. Ora, chi ne sa qualcosa, ricorder&agrave; che l&rsquo;obiettivo perseguito da Di Vittorio fu quello di imprimere un poderoso impulso allo sviluppo produttivo, infrastrutturale, sociale e civile del Paese che ponesse al suo centro, sotto ogni punto di vista, il lavoro e, primieramente, la soggettivit&agrave;, il protagonismo dei lavoratori e delle loro lotte per cambiare gli indirizzi generali dell&rsquo;economia e della politica italiani. Un processo di modernizzazione, s&igrave;, ma profondamente innervato dalla presenza attiva delle classi lavoratrici, da una riorganizzazione del potere nella fabbrica e nella societ&agrave;.</p>
<p>Non a caso fu proprio in quegli anni che lo stesso Di Vittorio formul&ograve; la prima proposta di un embrione di Statuto dei lavoratori, ponendo le basi di quel grande movimento che dalla fine degli anni Sessanta in poi condusse alla costituzionalizzazione della democrazia dentro i luoghi di lavoro. Questo Napoletano non ce lo racconta. E trasforma il grande sindacalista comunista di Cerignola in una specie di Menenio Agrippa, il console romano che intorno al 500 a.C. convinse la plebe romana a revocare lo sciopero che l&rsquo;aveva portata ad incrociare le braccia e a ritirarsi sul Monte Sacro, per tornare a lavorare silenziosa e remissiva per i propri padroni.<br />
Questo dovrebbe fare, secondo Napoletano, un sindacato &ldquo;moderno e responsabile&rdquo;: trasformare i lavoratori in acquiescenti buoi da tiro, disposti a rinunciare ad ogni diritto e prerogativa, e pronti ad immolarsi per il bene del Paese, al quale, come ognuno sa, sono dediti, di giorno e di notte, senza mai riposare, lor signori. Tutto ci&ograve; mentre sono moneta corrente i licenziamenti di massa, la precariet&agrave; come destino, l&rsquo;attacco frontale ai diritti dei lavoratori, la revoca unilaterale degli esiti della contrattazione collettiva, la distruzione del welfare.<br />
In realt&agrave;, siamo alle solite. Quando l&rsquo;acqua arriva alla gola si chiede il sangue a chi lo ha gi&agrave; dato tutto. Senza che da chi regge il gioco venga l&rsquo;ombra di un&rsquo;assunzione di responsabilit&agrave;, senza uno straccio di umilt&agrave;, in un Paese nel quale, in piena crisi, le disuguaglianze, l&rsquo;opulenza dei pochi e la disperante povert&agrave; dei moltissimi, hanno raggiunto proporzioni mai viste prima.<br />
Ebbene, storia ed esperienza ci rendono consapevoli che i padroni e i loro governi non cederanno un solo pezzo, bench&eacute; minimo, del loro potere, della loro ricchezza e dei loro privilegi, se non vi saranno costretti, finch&eacute; le lotte sociali non riusciranno a mutare, sul campo, i rapporti di forza nel Paese. Solo allora sar&agrave; possibile costruire compromessi accettabili. Fino a quel momento ci sar&agrave; spazio solo per patti leonini imposti dai pi&ugrave; forti a coloro che non hanno voce.</p>]]></description><pubDate>Sat, 28 May 2011 19:2:26 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2493]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il (frusto) talento di mr. Berlusconi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La storia, tanto quella remota quanto quella contemporanea, &egrave; satura di esempi di dittatori che hanno dominato i propri paesi da violenti satrapi, potendo contare su un&rsquo;adesione di massa, non esclusivamente costruita sulla paura, ma anche su un&rsquo;autentica risonanza con i sentimenti popolari. Insomma, in virt&ugrave; di un mix fatto di &laquo;coercizione+consenso&raquo;, esercitando cio&egrave;, in forme diverse, una vera e propria egemonia. <br />
E&rsquo; persino superfluo sollecitare la nostra memoria, perch&eacute; un riflesso spontaneo ci fa risalire al ventennio nero della prima met&agrave; del secolo scorso. <br />
Quando oggi capita di imbattersi nei &ldquo;Film Luce&rdquo;, nell&rsquo;ampia documentaristica che fissa le immagini del regime e la tronfia, grottesca esibizione muscolar-machista di Benito Mussolini, pare impossibile che masse di popolo abbiamo potuto riconoscersi nelle macchiettistiche esibizioni del Duce e subirne cos&igrave; intensamente la fascinazione. Ancor pi&ugrave;, e ancor pi&ugrave; gravemente, che tanta gente abbia potuto accogliere con uno stato d&rsquo;animo di delirante esaltazione, al grido ritmato di &laquo;Hitler-Hitler, il paranoico f&uuml;hrer tedesco che nel 1938 si affacciava al balcone di palazzo Venezia per suggellare con Mussolini l&rsquo;alleanza della Germania nazista con l&rsquo;Italia fascista, alla vigilia della seconda guerra mondiale.<br />
Oggi, in forme diverse, e in un contesto fortunatamente meno drammatico, &egrave; accaduto che il nostro Paese - smarriti in cospicua parte la lezione e i lasciti resistenziali - si sia consegnato ad un cripto-dittatore che si &egrave; impadronito di un immenso potere, economico, politico, mediatico, usato con spregiudicata arguzia per divellere la democrazia costituzionale e sostituirla con una satrapia personale, refrattaria ad ogni regola o vincolo istituzionale.<br />
Per lungo tempo, un blocco sociale reazionario e clericale si &egrave; coagulato intorno alle pretese virt&ugrave; dell&rsquo;uomo che ha operato come se il Paese fosse un&rsquo;impresa e - precisamente - la sua impresa, gestendolo con sicuro istinto di classe, smantellando, uno dopo l&rsquo;altro, tutti o quasi tutti i presidi che le lotte operaie e la legislazione di un trentennio avevano elevato a riscatto e protezione del lavoro. Inevitabile che una simile impronta politica incontrasse il consenso dell&rsquo;area pi&ugrave; dichiaratamente antisindacale del revanscismo padronale, quella che ha eletto Marchionne a proprio simbolo e stella polare.<br />
Questo coacervo di interessi privati, spesso inconfessabili e refrattari ad ogni percezione del bene pubblico, gestito da un personale politico incapace e insieme corrotto, selezionato con criteri da corte medioevale, ha precipitato il Paese in una crisi politica, sociale, morale senza via d&rsquo;uscita, accentuandone gli elementi di crisi strutturale cui non ha mai neppure immaginato di porre mano. Le pulsioni secessioniste e la deriva razzista portate in dote al centrodestra dalla Lega Nord hanno completato il profilo &ldquo;culturale&rdquo; di una compagine ormai incapace di reggere le sorti di una nazione disillusa dalle rodomontate del premier e stremata dalla inconsistenza della sua politica.<br />
La vicenda milanese e la spettacolare somma di errori in cui &egrave; incorsa Letizia Moratti, e non solo nella sua farsesca campagna elettorale, sta facendo comprendere anche ad un&rsquo;area politica moderata, che il cavallo &egrave; zoppo e il copione che in passato consentiva di mietere consensi &egrave; ormai irrimediabilmente logoro. Quello che, nello stesso tempo, sta accadendo a Napoli, vale a dire l&rsquo;implosione di sistemi di potere che parevano indistruttibili, consolidatisi nell&rsquo;intrico perverso di affari-politica-camorra, rivela che qualcosa di davvero nuovo sta scuotendo un popolo non pi&ugrave; rassegnato ad un&rsquo;umiliante decadenza.<br />
La stessa vergognosa manovra messa in atto da Berlusconi per impedire o oscurare i referendum su acqua e nucleare, attraverso un esproprio incostituzionale del diritto dei cittadini al voto, deciso dal parlamento ricorrendo all&rsquo;ennesimo voto di fiducia, non &egrave; - come fa mostra di credere il premier - una dimostrazione di forza, bens&igrave; di debolezza dell&rsquo;esecutivo: l&rsquo;espressione di una prepotenza, di un&rsquo;arrogante presunzione di onnipotenza che non pagano pi&ugrave;.<br />
Forse il crepuscolo di questa terribile fase politica sta arrivando alle battute finali. E come sempre in questi casi, tutto quello che era rimasto sospeso a mezz&rsquo;aria precipita a valle rovinosamente.<br />
Ora si schiude la possibilit&agrave; di una stagione nuova, nella quale tutti i giochi possono riaprirsi. E dove la forma istituzionale che ha interpretato ed ingessato la politica italiana - il sistema elettorale maggioritario e il suo frutto pi&ugrave; velenoso, il bipolarismo coatto - pu&ograve; essere finalmente messa in discussione.<br />
La sinistra, se nuovamente unita, se miracolosamente capace di abbandonare rancorose ritorsioni ed interne laceranti concorrenze, pu&ograve; tornare finalmente a dire la sua: nel Paese e dentro il parlamento.</p>]]></description><pubDate>Thu, 26 May 2011 11:25:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2492]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Vento nuovo soffia forte sul Paese]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>E' davvero clamoroso il responso delle urne. A Milano, innanzitutto, dove Giuliano Pisapia surclassa Letizia Moratti, sicch&eacute; al ballottaggio si andr&agrave;, s&igrave;, ma con rapporti di forza diametralmente opposti rispetto a quelli dati per certi da quanti, nel Pdl,  dubitavano che la screditata sindachessa uscente potesse farcela al primo turno. E poi, fatto non meno e, per molti versi, ancor pi&ugrave; straordinario, a Napoli, dove Luigi De Magistris, sostenuto dalla Federazione della Sinistra, dai centri sociali, dai movimenti, sovverte ogni pronostico e supera di slancio Mario Morcone, candidato del Pd e si presenter&agrave; al ballottaggio del 29 maggio come il vero antagonista di Giovanni Lettieri e di un centrodestra che aveva considerato ormai chiusi i giochi nel capoluogo campano, dopo le disastrose prestazioni di un centrosinistra devastato da un&rsquo;irreversibile crisi di credibilit&agrave;, maturata in anni nei quali lo scollamento della politica con la societ&agrave; civile, con i problemi della gente, era divenuto una voragine. Dalle due citt&agrave;, cuore del nord e cuore del sud, viene un insegnamento di grande valore politico: si pu&ograve; vincere anche (anzi, si vince proprio) se si attinge a risorse estranee all&rsquo;esausto establishment, purch&eacute; candidati e progetto politico abbiano il sapore della credibilit&agrave; e della radicalit&agrave;. La tesi - spacciata da anni per scienza politica - secondo la quale per vincere occorre spostarsi al centro, collocarsi sull&rsquo;asse medio della curva ed esibire le virt&ugrave; della moderazione, esce totalmente demolita da questo voto amministrativo.<br />
A Milano, nessuno ha abboccato all&rsquo;esca avvelenata di Berlusconi e di Moratti, i quali hanno cercato di assimilare Pisapia ad un uomo dalle trascorse contiguit&agrave; brigatiste. Neppure la sudicia campagna contro la magistratura milanese ha prodotto i risultati sperati. E&rsquo; un ottimo segno. Vuol dire che il terrorismo ideologico che tanta rendita elettorale ha assicurato a Berlusconi non paga pi&ugrave; e che una lunga stagione sta chiudendosi.<br />
Diversamente a Napoli, una citt&agrave; in cui cospicua parte della politica &egrave; collusa con la criminalit&agrave; organizzata o infiltrata dalla camorra. E, in ogni caso, si &egrave; dimostrata incapace di sottrarsi al condizionamento asfissiante di un groviglio di interessi che pesa come un macigno sulla societ&agrave; civile di cui ha frustrato ogni speranza di cambiamento. Ebbene, &egrave; dimostrato che anche in una situazione cos&igrave; compromessa esistono risorse vitali, pronte a tornare in campo, ad investire nel futuro, purch&eacute; sia chiaro e percepibile che ne vale la pena.<br />
Proveremo, nei prossimi giorni, ad esaminare il voto, nell&rsquo;insieme e nei dettagli, oltre l&rsquo;esito relativo alle citt&agrave; che pi&ugrave; hanno impresso il segno politico a questa competizione.<br />
Una cosa &egrave; tuttavia sin d&rsquo;ora molto, molto chiara. Sar&agrave; acrobazia problematica, per la destra, camuffare lo scricchiolio delle sue giunture. E lo stesso Pd far&agrave; bene a prestare orecchio a ci&ograve; che si muove alla sua sinistra.</p>]]></description><pubDate>Mon, 16 May 2011 21:9:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2491]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Un voto per uscire dalle acque putride]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ogni possibile limite di decenza &egrave; stato ampiamente superato, in questa campagna elettorale (e non soltanto in essa) in cui la destra ha messo in campo ogni possibile arma di distrazione di massa per evitare ci&ograve; che essa teme pi&ugrave; di ogni altra cosa: che la realt&agrave; prenda il posto della mistificazione e irrompa nella discussione politica; che la vita reale, le condizioni dei cittadini, l&rsquo;amministrazione della cosa pubblica siano il vero oggetto del confronto; che i programmi di governo delle citt&agrave; e del Paese diventino il discrimine che segna la scelta fra gli schieramenti che si contendono il voto dei cittadini. <br />
Oggi, un quotidiano che rappresenta il distillato del <em>trash</em> politico e che fa dell&rsquo;uso sistematico della menzogna il proprio tratto distintivo esibisce, in prima, a tutta pagina, un manifesto che porta su sfondo rosso la scritta &laquo;Via le Br dalle liste elettorali&raquo;, palese imitazione di quell&rsquo;altro che quel limpido personaggio rispondente al nome di Roberto Lassini dedic&ograve; alla procura milanese e fece affiggere, per nome e per conto di Berlusconi, sui muri del capoluogo lombardo. Allora Letizia Moratti finse di ingaggiare col lestofante singolar tenzone, chiedendogli di autodepennarsi dalla lista elettorale del Polo. Oggi &egrave; la sindachessa uscente medesima che esce allo scoperto e rovescia lo stesso fango sul suo competitore. <br />
Ora, bisogna capire che non a serve molto urlare &ldquo;mascalzoni&rdquo; a coloro che si sono guadagnati sul campo questo epiteto. I mascalzoni, in quanto tali, sanno perfettamente di esserlo e non si curano affatto di nascondere la loro malafede. Non vi &egrave; in loro, non pu&ograve; esservi, ombra di vergogna. Loro sono in guerra - apertamente dichiarata - e come in ogni guerra qualsiasi mezzo &egrave; buono per distruggere il nemico. La verit&agrave; &egrave; questione del tutto irrilevante. Si fa il lavoro sporco senza remore, finch&eacute; serve e purch&eacute; paia efficace. Quanto pi&ugrave; gli argomenti politici latitano, quanto pi&ugrave; &egrave; manifesto il fallimento del proprio reggimento, quanto pi&ugrave; la paura di perdere il potere si fa strada, tanto pi&ugrave; si abbandona ogni prudenza, ogni residuo senso di lealt&agrave;, tanto pi&ugrave; ci si butta nella rissa, sperando che il polverone confonda tutto e travolga chi da un confronto razionale, onesto, avrebbe solo da guadagnare, offrendo, per converso, una chance a chi avrebbe tutto da perdere. E&rsquo; una guerra asimmetrica, il cui meccanismo &egrave; stato collaudato e in seguito oliato da Berlusconi per oltre vent&rsquo;anni, nei quali non si &egrave; tralasciato strumento, soprattutto mediatico, per alterare, deformare la percezione della realt&agrave;. <br />
La politica spettacolo, la strategia della mistificazione hanno inventato un mondo artificiale e hanno prodotto un proprio pubblico, decerebrato e ignorante, addomesticato a modelli culturali, a stili di vita, ad aspettative di successo personale fondati sul favore, sul conflitto rancoroso e fratricida fra poveri cristi, deprivati persino della coscienza di s&eacute;, della propria collocazione sociale e ignari di quale colossale imbroglio essi siano le prime vittime. E&rsquo; a questa parte del &ldquo;popolo&rdquo; che si rivolgono i &ldquo;mascalzoni&rdquo;, consci che chi guida il gioco sapr&agrave; trarne sicuro profitto.<br />
Ecco perch&eacute; la fatica da compiere &egrave; oggi, e ancor pi&ugrave; dovr&agrave; essere domani, quella di sottrarsi al diabolico gioco di specchi che ti fa rincorrere il &ldquo;mascalzone&rdquo; il quale, come ricorda il saggio, &laquo;ti tira sul suo terreno e ti batte con le sue armi migliori&raquo;. Noi - pur coi nostri deboli ed oscuratissimi mezzi - dobbiamo fare l&rsquo;opposto, scoprire e raccontare ogni giorno la nudit&agrave; del re, riportare a forza l&rsquo;attenzione sui bisogni sacrificati, sui problemi rimossi, sulla natura profonda delle contraddizioni sociali, sulle cause e sui fresponsabili dell&rsquo;ingiustizia e della disuguaglianza. E di come si possa combatterle, di come - concretamente - un&rsquo;alternativa sia sul serio possibile e praticabile, come riscatto collettivo, non come fuga illusoria in un mondo di carta, forgiato ad imitazione di quello dorato del sultano. Si pu&ograve; e si deve dimostrare, senza complessi minoritari, che c&rsquo;&egrave; bisogno di una sinistra forte, che &egrave; falsa e di comodo la rappresentazione di una contesa politica polarizzata nella coppia centrodestra-centrosinistra e che, anzi, ovunque i due schieramenti siano programmaticamente omologhi, &egrave; necessario saper offrire un&rsquo;alternativa autentica, capace di parlare a chi non si rassegna e vuole dare voce e visibilit&agrave;, anche nelle istituzioni, alle proprie ragioni e alle proprie battaglie.<br />
Nella competizione elettorale, nel voto, non si esaurisce mai tutta la politica. L&igrave;, semmai, raccogli (in parte) quello che hai saputo seminare prima. Ma l&rsquo;appuntamento &egrave; importante perch&eacute; pu&ograve; dare il l&agrave; ad una svolta tale da riaprire i giochi ingessati della politica. Poi, il 12 giugno, ci sar&agrave; l&rsquo;altro appuntamento, quello con i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. E l&igrave; non c&rsquo;&egrave; acrobazia che tenga: &egrave; il merito che tiene banco, inesorabilmente. Non a caso il governo ha fatto e sta facendo di tutto per evitarli e, se non gli riuscir&agrave; il fraudolento proposito, per nasconderli. Da qui ad allora dovremo impegnare ogni nostra risorsa, senza nulla risparmiare, per parlare a quanta pi&ugrave; gente possibile. E per portarla a votare. Se ce la facciamo, qualcosa di importante pu&ograve; accadere nelle acque imputridite della politica italiana. E anche nella sinistra. Cominciando da domenica.</p>]]></description><pubDate>Sat, 14 May 2011 14:44:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2490]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Apriamo  le finestre]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ci &egrave;  riuscito un&rsquo;altra volta, il sultano. Il giorno in cui il tg1 viene multato per l&rsquo;indecente sovraesposizione televisiva di Berlusconi, lui ne spara una pi&ugrave; grossa e tutti, dico tutti, - agenzie, giornali, televisioni - abboccano all&rsquo;esca e si sperticano nel fare da megafono all&rsquo;ultima frignaccia. Come si faccia a riempire pagine (osannanti o sdegnate) con la barzelletta della &laquo;sinistra che puzza&raquo; &egrave; un mistero che attende di essere svelato. In queste ore abbiamo ascoltato persino dotte disquisizioni e appassionati confronti televisivi fra chi sostiene che tutto &egrave; scientificamente calcolato e chi, invece, sottolinea la spontanea genuinit&agrave; del personaggio che come le pensa cos&igrave; le dice, nature. A nessuno &egrave; venuto in mente che una scorreggia &egrave; solo una scorreggia e che basterebbe turarsi il naso e correre ad aprire le finestre.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 May 2011 17:49:20 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2489]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Applausi (2)]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&nbsp;Il direttore di Confindustria, Giampaolo Galli, ha ritenuto di doversi scusare con i familiari delle vittime del rogo della Thyssen Krupp e con l'opinione pubblica che si sono sentiti &laquo;colpiti e offesi&raquo; per l'applauso (una vera ovazione) che l'assemblea generale di Confindustria ha riservato ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato del gruppo industriale tedesco. Atto doveroso, non so dire se scontato, ma immediatamente bilanciato dall'affermazione successiva, che recita testualmente cos&igrave;: &laquo;Quell'applauso va capito, perch&eacute; &egrave; spontaneo in una platea di imprenditori e perch&eacute; le imprese sono preoccupate per l'estrema incertezza del diritto in Italia&raquo;. Preoccupate di cosa? E perch&eacute; proprio ora? Non risulta che la pressoch&eacute; totale impunit&agrave; garantita in questi anni agli imprenditori che si sono resi responsabili di gravissimi infortuni sul lavoro, abbia mai generato apprensione o &laquo;incertezza del diritto&raquo; nel padronato italiano. Questa angoscia che morde la vocazione imprenditoriale, sino a rischiare di comprometterne la propensione all'investimento, sarebbe invece provocata dall'applicazione, inconsueta quanto rigorosa, della Costituzione. La quale prescrive che l'iniziativa imprenditoriale non debba porsi in contrasto con la libert&agrave;, la sicurezza, la dignit&agrave; dei cittadini. Se incertezza del diritto vi &egrave; sin qui stata e vi &egrave;, essa ha riguardato e riguarda le molteplici, colpevolissime amnesie con cui si continuano a tollerare condizioni di lavoro inaccettabili, sub&igrave;te da lavoratori non in grado di opporvisi e che costituiscono una modalit&agrave; ordinaria della prestazione di lavoro di tante persone. Ci chiediamo inoltre se le scuse in cui si &egrave; profuso Giampaolo Galli siano anche riferite alle parole, non meno inquietanti, che Emma Marcegaglia ha pronunciato, in perfetta sintonia con umori e istinti della platea in visibilio per Hespenhahn. Ci chiediamo cio&egrave; se, depurato dalle scuse, rimanga fermo l'attacco frontale all'esemplare inchiesta condotta dal procuratore Raffaele Guariniello e alla sentenza di condanna pronunciata dai giudici torinesi; se, cio&egrave;, nel nome della libert&agrave; di impresa si possa continuare a sacrificare l'incolumit&agrave; fisica di chi in fabbrica ci va per vendere la propria forza lavoro, ma non la propria vita. Perch&eacute; questa &egrave; la madre di tutte le questioni: il resto sono chiacchiere. Dunque quell'applauso, egregio direttore di Confindustria, non va affatto &laquo;capito&raquo;, va soltanto condannato. E il pronunciamento del tribunale di Torino deve essere salutato come un sussulto di civilt&agrave;, un punto fermo, di non ritorno, nell'edificazione di una societ&agrave; in cui il valore del lavoro sovrasti quello del (vostro) denaro.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 May 2011 9:38:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2485]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Applausi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Se anche non fosse successo altro, all&rsquo;assemblea annuale di Confindustria svoltasi sabato in terra bergamasca; se la sola impronta politica di quella per altro noiosissima assise fosse venuta dall&rsquo;applauso spontaneo e sincero che la platea ha riservato al signor Herald Espenhahn, ci&ograve; sarebbe d&rsquo;avanzo per esprimere un giudizio, secco e definitivo, sulla qualit&agrave; morale e politica della borghesia industriale italiana. S&igrave;, perch&eacute; l&rsquo;amministratore delegato della Thyssen Krupp, pochi giorni or sono condannato dal tribunale di Torino a sedici anni di carcere e a pesanti sanzioni accessorie per avere &ldquo;volontariamente&rdquo; causato la morte orrenda di sette operai arsi vivi nel rogo dello stabilimento piemontese della multinazionale tedesca, &egrave; stato accolto, con sincero empito solidale, da un mondo padronale da sempre abituato a non rendere conto della colossale catena di omicidi sul lavoro che si consumano, con ossessiva, quotidiana cadenza, nel nostro Paese.<br />
La Thyssen, a ridosso della sentenza, si era detta sorpresa per l&rsquo;&laquo;incredibile&raquo; durezza del verdetto e aveva apertamente minacciato di disimpegnare i propri investimenti in Italia, considerato che la falcidia per incuria di vite operaie avrebbe comportato, d&rsquo;ora in avanti, rischi consistenti per la propriet&agrave;. Ora accade che il <em>Gotha </em>dell&rsquo;industria italiana, a freddo, faccia eco a quelle ciniche affermazioni e le traduca in un costernato grido d&rsquo;allarme. Il discorso di Espenhahn &egrave; stato giudicato, dalla gran parte di quel consesso imprenditoriale &laquo;di assoluto buon senso&raquo;. La consapevole omissione di misure di sicurezza previste dalla legge, l&rsquo;esposizione dei lavoratori a rischi fatali, giocare alla <em>roulette</em> con la loro vita per non mettere mano al portafogli &egrave; dunque considerato da coloro che aspirano ad ergersi a classe dirigente nazionale un peccato virtuale, una colpa - se di colpa proprio si vuole parlare - veniale, asciugabile con un&rsquo;ammenda o, nella peggiore della ipotesi, con un modesto risarcimento alle famiglie delle vittime, quando non si sia riusciti, nel processo, a rovesciare sui morti le responsabilit&agrave; proprie. Ci ha poi pensato Emma Marcegaglia ad interpretare questo commendevole stato d&rsquo;animo, osservando che la sentenza torinese rappresenta &laquo;un unicum&raquo; in Europa. Come per alzare un fuoco di sbarramento, una diga intorno ad un pronunciamento giudiziario considerato non gi&agrave; come un fatto di giustizia, ma come un atto ostile verso l&rsquo;intero mondo imprenditoriale. E per scongiurare che quell&rsquo;evento possa davvero inaugurare un atteggiamento della magistratura finalmente incline a considerare le ragioni del profitto subordinate e non sovraordinate alla vita umana e alle ragioni della competitivit&agrave; e del profitto, esattamente come in termini perentori stabilisce la Costituzione italiana e, precisamente, quell&rsquo;articolo 41 che Berlusconi vorrebbe stracciare. Insomma, un precedente pericoloso, da arginare prima che possa fare scuola.<br />
Di pi&ugrave;: l&rsquo;odioso riproporsi di un campo di battaglia fra capitale e lavoro, l&agrave; dove il conflitto era stato cos&igrave; faticosamente estirpato; in definitiva, la lotta di classe reintrodotta nelle relazioni sociali per via giudiziaria. Per questo l&rsquo;affermazione della signora Marcegaglia, che ha ribadito &laquo;il totale ed assoluto impegno delle imprese sulla sicurezza&raquo; appare, in questo contesto dal sapore ottocentesco, paradossale. E, ancor peggio, un insopportabile esercizio di ipocrisia. Anche perch&eacute; appaiato all&rsquo;altra grottesca tesi secondo cui se la sentenza di Torino preludesse ad una vulgata giudiziaria &laquo;sarebbe messa a repentaglio la sopravvivenza del tessuto industriale&raquo;. <br />
Ora ci &egrave; tutto perfettamente chiaro, signori padroni del vapore (perch&eacute; esattamente quello siete rimasti): voi volete dettar legge nei luoghi di lavoro, dove pretendete di applicare contratti imposti sotto dettatura, azienda per azienda, quando non vi riesce di cucirli su misura al singolo lavoratore; poi protestate per le tasse che ancora pagate, chiedendo che il governo si sbrighi a cancellare l&rsquo;Irap, e che a nessuno, beninteso, venga in mente di varare un&rsquo;imposta patrimoniale capace di redistribuire un po&rsquo; del superfluo che gronda dalle vostre tasche. Infine, chiedete ulteriori tagli alla spesa sociale, a quel colabrodo di <em>welfare</em> ridotto talmente male da non riuscire pi&ugrave; a garantire una pensione appena decente alle generazioni pi&ugrave; giovani, gi&agrave; in lotta estenuante contro la precariet&agrave; economica ed esistenziale che devasta il loro presente. Non una parola, invece, riuscite a pronunciare contro la mastodontica evasione fiscale, della quale siete attori protagonisti, non occasionali comparse. <br />
Siete rimasti la borghesia stracciona di un tempo, intrinsecamente incapace di rappresentare qualcosa che abbia a che fare con l&rsquo;interesse generale. E se questo Paese si &egrave; meritato di essere sino ad oggi governato da Berlusconi &egrave; anche grazie alla vostra immorale protervia antioperaia e alla vostra estraneit&agrave; alla Costituzione.<br />
Del resto, come ognuno sa, non l&rsquo;avete n&eacute; voluta n&egrave; conquistata voi.</p>]]></description><pubDate>Wed, 11 May 2011 12:0:27 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2484]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Priapismi padani]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ce l&rsquo;avr&agrave; anche duro, la Lega, ma la sua plateale, roboante incursione sul Pdl per ottenere un&rsquo;inversione della linea bombarola dell&rsquo;Italia, si &egrave; risolta in un clamoroso flop.<br />
Il Carroccio aveva chiesto che fosse fissata una data certa, da comunicare al Parlamento, entro la quale avrebbero dovuto cessare le azioni militari italiane in Libia: un atto unilaterale, perentorio e senza possibili vie di fuga. E aveva, la Lega, predisposto in tal senso una mozione, minacciando, niente meno, la crisi di governo nel caso in cui il Pdl non l&rsquo;avesse sostenuta.<br />
Ora sappiamo che &egrave; andata esattamente come nei giorni scorsi avevamo previsto. L&rsquo;affondo leghista si &egrave; risolto in una burletta, da comica finale. Nella mozione approvata il termine perentorio non c&rsquo;&egrave; per niente, la decisione unilaterale neppure. La conclusione delle operazioni - cos&igrave; recita la mozione approvata - dovr&agrave; essere concordata con i partners della Nato, che in un battibaleno ha risposto, inequivocabilmente, col suo segretario generale: &laquo;Le operazioni militari dureranno per tutto il tempo necessario&raquo;. Fine del gioco.<br />
La cosa pi&ugrave; esilarante &egrave; che - malgrado la clamorosa ritirata - i caporioni leghisti esaltano il proprio &laquo;straordinario successo politico&raquo; e la Padania fa loro eco, esibendo l&rsquo;insuperabile potenza muscolare dei suoi leader.<br />
Non &egrave; dato sapere se i militanti di Bossi si siano bevuti anche questa, se abbiano cio&egrave; ingoiato gloriosamente anche questo magistrale esempio di cialtroneria (padana).<br />
Di serio, di tremendamente serio, in questa pagina da farmacia di provincia, resta solo la conferma (rigorosamente bipartisan) della partecipazione a pieno titolo dell&rsquo;Italia alla guerra.<br />
Il prossimo appuntamento &egrave; per la data in cui il Parlamento sar&agrave; chiamato a decidere il rifinanziamento delle missioni. Di tutte le missioni.<br />
Restiamo in trepidante attesa della prossima erezione.</p>]]></description><pubDate>Fri, 6 May 2011 18:5:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2483]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Fiat, se vince la strategia del ricatto]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Converr&agrave; discutere apertamente della vicenda consumatasi alla Bertone di Grugliasco, dove la Fiom, diversamente dall&rsquo;orientamento assunto a Pomigliano e a Mirafiori, ha deciso di invitare i lavoratori a votare &ldquo;s&igrave;&rdquo;, nel referendum sull&rsquo;ennesimo diktat di Marchionne, condito con la consueta, ributtante minaccia di non rilevare lo stabilimento e di condannare i lavoratori alla disoccupazione, qualora fra questi avesse prevalso l&rsquo;intendimento di non piegarsi alle pretese aziendali. La Fiom, in ogni caso, non sottoscriver&agrave;, come organizzazione, quel ricatto e proceder&agrave; anzi con un ricorso legale contro la Fiat perch&eacute; la magistratura riconosca l&rsquo;illegittimit&agrave; del referendum imposto dal padrone.<br />
&laquo;Legittima difesa&raquo;, scelta compiuta obtorto collo e con sofferenza, come ha detto Maurizio Landini commentando la scelta della Fiom, o geniale &laquo;mossa dal cavallo&raquo;, frutto dell&rsquo;astuzia operaia, capace di trarre i lavoratori  dall&rsquo;angolo in cui la protervia padronale aveva inteso cacciarli, ributtando la palla nel campo dell&rsquo;avversario, come si &egrave; spinto ad affermare Sergio Airaudo?<br />
Ora, &egrave; lontana da noi ogni semplificazione ed ogni sia pur tenue traccia di superficiale disinvoltura nel ragionare di drammatiche vicende che mordono nella carne viva, nella vita di tante persone in carne ed ossa, di lavoratori e lavoratrici sottoposti ad un feroce attacco che ipoteca il destino loro e delle loro famiglie. Per quanto ci riguarda, partecipiamo a questo conflitto di inaudita, unilaterale violenza padronale come parte in causa, ne patiamo tutta la rudezza, ne vediamo tutte le insidie e sappiamo, per diretta esperienza, quanto sia difficile in talune situazioni scegliere la via giusta, adottare le misure necessarie, mentre l&rsquo;asimmetria dei rapporti di forza &egrave; cos&igrave; grande da rendere quasi eroica la resistenza al ricatto e al sopruso. Eppure &egrave; necessario, anche e proprio in un simile frangente, interrogarsi, perch&eacute; le domande ci sono e non &egrave; bene eluderle. A partire da quella che immediatamente si pone e che si pu&ograve; formulare cos&igrave;: perch&eacute; negli stabilimenti Fiat l&rsquo;indicazione &egrave; stata quella di resingere il ricatto, bench&eacute; Marchionne avesse anche l&igrave; minacciato disinvestimento, delocalizzazione e licenziamenti, mentre nell&rsquo;azienda di Grugliasco, dove la forza della Fiom &egrave; preponderante, si &egrave; adottata un&rsquo;altra linea?<br />
L&rsquo;interrogativo non &egrave; ozioso ed &egrave; difficile attribuire il diverso atteggiamento ad una pura variante tattica di un&rsquo;unica strategia. Soprattutto alla luce di alcune non irrilevanti conseguenze, che sotto vari aspetti fatalmente ne deriveranno. La prima delle quali riguarda la &ldquo;lezione&rdquo; che vorranno trarne i padroni, i padroni nel loro insieme, come singoli e come organizzazioni di categoria voglio dire, nel momento in cui dovessero rompere definitivamente ogni indugio e capire che la linea pi&ugrave; audace e spregiudicata, quella che con un tratto di penna cancella tutta la contrattazione collettiva e vi si sostituisce regole iugulatorie, imposte sotto dettatura, pu&ograve; pagare, se si brandisce il bastone, se si minaccia la chiusura e se si ha il coraggio e la perseveranza di portare lo scontro sino alle estreme conseguenze. E&rsquo; ragionevole obiettare che non tutti gli imprenditori sono avventurieri pronti a scatenare guerre totali e che non sempre il ricatto &egrave; concretamente praticabile ma, non di meno, la tentazione sar&agrave; forte e, per dirla all&rsquo;americana, &laquo;non c&rsquo;&egrave; nulla che sia pi&ugrave; di successo del successo&raquo;. Per di pi&ugrave;, la circostanza che la Rsu (la quale rappresenta pur sempre il sindacato, oltre che i lavoratori, dentro l&rsquo;azienda) abbia sottoscritto la resa in un punto cos&igrave; esposto dello scontro di classe non potr&agrave; certo favorire la resistenza di chi vorr&agrave; opporsi altrove. A maggior ragione se Marchionne, come Brenno nella Roma espugnata, dovesse mettere lo spadone sul piatto della bilancia e pretendere che alla firma delle Rsu si aggiunga anche quella dei vertici Fiom.<br />
Il secondo ordine di considerazioni riguarda il fronte, per cos&igrave; dire, &ldquo;interno&rdquo;.<br />
Trascuriamo i sindacati &ldquo;complici&rdquo;, quei campioni di crumiraggio che sino ad oggi hanno firmato senza fiatare qualsiasi pezzo di carta padroni o governo abbiano loro sottoposto e che ora esultano rivendicando l&rsquo;inesistente bont&agrave; delle loro in verit&agrave; pessime ragioni. Trascuriamo dunque il becerume collaborazionista, anche se non bisogna mai dimenticare che quando si &egrave; deboli e il potere contrattuale ristagna e rincula, tutte le pratiche subalterne e di sottogoverno clientelare tornano in auge e fanno proseliti, potendo speculare sulla percezione di isolamento che fra strati di lavoratori finisce per diffondersi come una malattia contagiosa.<br />
Il fronte interno cui alludo &egrave; piuttosto quello che coinvolge il dibattito confederale dentro la Cgil.<br />
La Fiom rappresenta per i lavoratori italiani e persino in un campo pi&ugrave; ampio che affonda le sue radici in ci&ograve; che resta della sinistra politica e di classe, una speranza: di un&rsquo;altra politica sociale, di un&rsquo;altra pratica sindacale, di una diversa concezione e di un concreto, irriducibile esercizio della democrazia di massa, profondamente innestato nel mondo del lavoro e innervato nelle lotte.<br />
Ebbene, ho l&rsquo;impressione che questo autentico patrimonio culturale e politico, questa preziosa riserva di energie morali, non esca rafforzata dalla svolta impressa alla Bertone e che la posizione della Fiom, dentro una Cgil da tempo afasica ed incapace di proporsi come elemento di coagulo dell&rsquo;opposizione sociale, risulti piuttosto indebolita. E questo sarebbe un guaio certo, perch&eacute; la gi&agrave; robusta propensione della Cgil ad un rientro nell&rsquo;alveo delle pratiche concertative ne riceverebbe un ulteriore impulso. Non &egrave; un volo pindarico della fantasia immaginare che nel quartier generale del pi&ugrave; grande sindacato italiano l&rsquo;epilogo delle scontro alla Bertone sar&agrave; letto come una sostanziale correzione di linea politica della Fiom, preludio all&rsquo;archiviazione di una dialettica interna sin qui aspra, ma assolutamente feconda.<br />
Poich&eacute; tutto si tiene, &egrave; poi evidente che la soporifera preparazione dello sciopero generale di venerd&igrave; prossimo, pi&ugrave; sub&igrave;to che voluto da Corso d&rsquo;Italia, la genericit&agrave; dei contenuti che avrebbero dovuto sostenerne la piattaforma, la scrupolosa attenzione con cui Confindustria &egrave; stata tenuta al riparo da qualsiasi strale, hanno lasciato la sola Fiom a fronteggiare il pi&ugrave; violento attacco antisindacale che il padronato abbia mai tentato in oltre sessant&rsquo;anni di storia repubblicana. E mentre la fragorosa latitanza del sindacato generale contribuisce ad alimentare questa brutta stagione politica, l&rsquo;opposizione parlamentare - il Pd, per non restare nel vago - parteggia esplicitamente per Marchionne salutando oggi l&rsquo;esito di Grugliasco come una sorta di redenzione del figliol prodigo.<br />
Sull&rsquo;eredit&agrave; che ci lascia la vicenda di Grugliasco bisogner&agrave; dunque riflettere con tutta la dovuta attenzione. Di certo dovr&agrave; farlo per prima la Fiom a cui va, come sempre, tutto il nostro convinto sostegno.<br />
Venerd&igrave;, intanto, sar&agrave; sciopero. E per quanto lunga, debole e incerta sia stata la sua gestazione, uno sciopero rimane uno sciopero, il cui significato non si risolve mai per intero dentro i confini e dentro le parole d&rsquo;ordine di chi l&rsquo;ha proclamato. In questo c&rsquo;&egrave; la scommessa da far vivere venerd&igrave;: andare oltre, far  percepire, con un&rsquo;ampiezza di 360 gradi, che non stiamo celebrando un rito stanco, che non c&rsquo;&egrave; rassegnazione. E che chi si illude che i giochi siano gi&agrave; fatti trover&agrave; innanzi a s&eacute; altri appuntamenti, nessuno dei quali ha l&rsquo;esito scontato.</p>]]></description><pubDate>Thu, 5 May 2011 14:22:14 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2482]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Buon sangue non mente]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p><em>Questa volta ha scelto </em>Il Foglio<em>, l&rsquo;inossidabile Walter Veltroni, per dare alla luce il suo ultimo (e sempre uguale a s&eacute; medesimo) pensiero sulla politica italiana e per ribadire l&rsquo;ennesima (e sempre uguale a s&eacute; medesima) accusa di inadeguatezza alla politica del Pd e al suo attuale segretario.<br />
La minestra, pi&ugrave; riscaldata ch<br />
e mai, &egrave; scodellata come una primizia. Ma gli ingredienti sono i soliti: evviva il maggioritario che esalta la potenziale vocazione egemonica dei Democratici; abbasso l&rsquo;Ulivo, espressione patologica di accozzaglie politiche paralizzanti; evviva le primarie e i gazebo che sono &laquo;una delle pi&ugrave; belle novit&agrave; politiche delnostro Paese&raquo;. E poi, guardando avanti: fare spazio al nuovo, che malgrado tutto si fa strada nel Pd. E largo &laquo;a quelle persone di qualit&agrave; che potrebbero dare una mano al partito e che, indiscutibilmente, giocheranno una partita importante per il domani&raquo;. Chi sono? Ma via, non li avete riconosciuti?: &laquo;Matteo Renzi, Sergio Chiamparino, Nicola Zingaretti&raquo;. Auguri! E nell&rsquo;immediato? Ecco riesumato il &ldquo;governo di decantazione&rdquo;, dal vago sapore etilico, un esecutivo con a capo &laquo;una qualsiasi altra persona diversa da Berlusconi&raquo; (fico!) &laquo;con cui il Pd potrebbe collaborare, se solo il Pdl trovasse il coraggio&hellip;&raquo;. Ma per fare cosa? E&rsquo; dettaglio insignificante e &ldquo;Uolter&rdquo; non si perde in simile quisquilie, ma giusto per non lasciare del tutto inevaso l&rsquo;interrogativo programmatico cita un punto, ed uno solo, &laquo;la legge proposta dal senatore Pietro Ichino per riformare il mercato del lavoro&raquo;. Buon sangue non mente. Auguri di nuovo!</em></p>]]></description><pubDate>Sat, 30 Apr 2011 19:31:47 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2481]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Pochade taliana]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Sono tempi difficili, anche per un consumato saltimbanco come l&rsquo;Umberto padano. Obbligato a barcamenarsi fra l&rsquo;esigenza di tenere a bada una base leghista sempre pi&ugrave; irrequieta e insofferente verso Berlusconi e l&rsquo;imperativo di evitare la rottura della coalizione di governo, Bossi sembra divorato da un&rsquo;ingovernabile schizofrenia: un giorno minaccia la crisi e l&rsquo;altro la smentisce; anzi, nel corso della stessa giornata, dello stesso discorso (chiamiamo cos&igrave; le sue smozzicate esternazioni simili ad un assemblaggio sincopato di &ldquo;pizzini&rdquo;) riesce a dire che la Lega non pu&ograve; passar sopra all&rsquo;unilaterale decisione di Berlusconi di bombardare la Libia e, contemporaneamente, che &laquo;non moller&agrave;&raquo; il suo munifico alleato. Noi non abbiamo alcun dubbio che il copione della recita sia gi&agrave; scritto e che l&rsquo;epilogo non riservi in realt&agrave; alcuna incertezza, come in quei film gialli di terza categoria dove alla suspense subentrano gli sbadigli. Bossi ha gi&agrave; ampiamente chiarito - chiss&agrave; se un giorno lo capir&agrave; anche Bersani - che l&rsquo;alleanza col Pdl &egrave; strategica perch&eacute; quello &egrave; il luogo di elezione dove razzismo, liberismo e populismo radicano meglio.<br />
Il Carroccio si separer&agrave; dal caudillo solo quando questi avr&agrave; l&rsquo;acqua al collo e sar&agrave; bell&rsquo;e pronta, in corsa, la sua sostituzione, rigorosamente dentro il perimetro del blocco di potere dominante. Il resto &egrave; commedia, &egrave; pochade, di non eccelsa ...lega.<br />
Non rimane che sottolineare un aspetto di questa vicenda farsesca che si consuma sullo sfondo tragico della guerra: &egrave; la pochezza politica del Pd che &egrave; riuscito ad abbonare l&rsquo;opzione pacifista - per quanto strumentalmente agitata - nelle mani di Bossi e compagnia.<br />
Complimenti ai Democratici, che un altro tassello aggiungono alla loro bizzarra concezione dell&rsquo;alternativa.</p>]]></description><pubDate>Fri, 29 Apr 2011 20:23:38 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2480]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’unità nazionale è cosa fatta: sulla guerra!]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dunque, sembra che il 3 maggio prossimo il Parlamento sar&agrave; chiamato ad esprimersi sulla guerra di Libia. Il Pd, pi&ugrave; che favorevole all&rsquo;intervento militare, persino nella &ldquo;naturale&rdquo; accelerazione di queste ore, ha annunciato la presentazione di una propria mozione. Il Pdl, che ad un coinvolgimento senza riserve dell&rsquo;Italia si &egrave; presto allineato, ne formuler&agrave; una propria, nella concreta sostanza non dissimile (e fors&rsquo;anche pi&ugrave; tiepida) da quella dei Democratici. La sola (relativa) incognita &egrave; la Lega, a parole determinata a fare valere il proprio solitario dissenso, argomentato con la nobile tesi che bombardando aumenterebbe l&rsquo;esodo dei &ldquo;clandestini&rdquo; verso l&rsquo;Italia. <br />
Ma allora, su cosa effettivamente voteranno, cosa delibereranno deputati e senatori, considerato che gi&agrave; da ieri, iipso facto, i Tornado italiani stanno sganciando bombe sulla Libia? In altri termini, qual &egrave; la natura della contesa che andr&agrave; in scena sul mediocre palcoscenico della politica nostrana? Una cosa &egrave; sin d&rsquo;ora certa: in gioco non vi &egrave; il dramma (perch&eacute; di dramma si tratta) del conflitto in corso, dell&rsquo;ennesima avventura militare intrapresa dal nostro Paese in violazione dell&rsquo;articolo 11 della Costituzione; la posta &egrave; tutta interna al gioco politico italiano. Si tratta, semplicemente, di verificare fin dove la Lega vorr&agrave; spingersi.<br />
Noi scommettiamo che al tirar delle somme la maggioranza trover&agrave; - e senza soverchia fatica - la quadra. E avremo, al di l&agrave; del numero delle mozioni che fieramente proveranno a contendersi il voto, un consenso bipartisan all&rsquo;escalation bellica: l&rsquo;unit&agrave; nazionale, roba rara, fondata sulla guerra ad una ex colonia.</p>]]></description><pubDate>Fri, 29 Apr 2011 15:43:2 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2479]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Lega: «Un governo  val bene una guerra»]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Bossi abbaia, ma non morde, avevamo scritto ieri a proposito della &ldquo;sollevazione&rdquo; del Carroccio di fronte alla decisione di Berlusconi di ingaggiare l&rsquo;Italia nel bombardamento della Libia. E avevamo ragione. In meno di dodici ore, la Lega ha rassicurato tutti. Naturalmente, per qualche giorno ancora faranno un po&rsquo; di &ldquo;ammuina&rdquo;: Bossi che tuona, Reguzzoni (capogruppo alla Camera) che &ldquo;interpreta&rdquo; Bossi, Maroni che corregge Reguzzoni, ma poi, siatene certi, lo stagno si richiuder&agrave;, come &egrave; sempre avvenuto ogni qual volta al quartier generale padano &egrave; parso conveniente smarcarsi per tenere alta la bandiera della propria indipendenza. Salvo poi rientrare compostamente nei ranghi, con grande attenzione a non tirare l&rsquo;elastico oltre il punto di rottura. Anche questa volta sar&agrave; cos&igrave;. Se qualcuno aveva davvero pensato che la crisi al di l&agrave; del canale di Sicilia potesse aprire falle irreparabili nella maggioranza dovr&agrave; ricredersi. Perch&eacute; una cosa &egrave; la propaganda, buona per incassare qualche consenso elettorale, un&rsquo;altra &egrave; il potere. E del resto, &ldquo;un governo val bene una guerra&rdquo;.</p>]]></description><pubDate>Fri, 29 Apr 2011 15:39:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2478]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Derive & Approdi/2]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2477_1_frecce_azz_4850075_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Manca, come &egrave; ovvio, il riscontro fattuale, ma non vi &egrave; ombra di dubbio che, semmai Berlusconi avesse calcato la terra nel ventennio nero, quella fascista sarebbe stata la sponda nella quale egli avrebbe naturalmente militato. Questa in fondo banale eppur tristissima considerazione merita tuttavia una particolare attenzione, giacch&eacute; un tale Presidente del Consiglio governa da molti anni un Paese formalmente retto da una costituzione che &egrave; stata il frutto di una grande lotta di liberazione dall&rsquo;occupazione nazista, trasformatasi in una vera e propria rivoluzione democratica e antifascista.<br />
La distanza fra i valori resistenziali, poi trapassati nella Carta, e lo stato di cose presente &egrave; ormai diventata abissale. E da qualunque angolatura si guardi alle condizioni del Paese non se ne pu&ograve; che trarre una conclusione sconfortante. Ma, fra tutti i rovesciamenti di prospettiva, fra tutte le abiure e i tradimenti, ve n&rsquo;&egrave; uno che &egrave;, pi&ugrave; di qualunque altro,  insopportabile. Parlo della guerra, bandita dal consesso delle nazioni all&rsquo;indomani del secondo conflitto mondiale e ripudiata dall&rsquo;articolo 11 della nostra Costituzione. <br />
Ebbene, luned&igrave;, il 25 aprile, il governo ha deciso di cessare i traccheggiamenti e passare al coinvolgimento pieno dell&rsquo;Italia nella guerra di Libia, partecipando direttamente ai bombardamenti. Nella maggioranza la sola Lega fa la mossa di opporsi, avendo certezza che da questa posizione ricaver&agrave; solo vantaggi: quello di entrare in risonanza con la gran parte del popolo italiano senza peraltro mettere in discussione la tenuta del governo che nel Parlamento pu&ograve; sempre contare - ecco il punto - sui voti del Pd. Infatti, Anna Finocchiaro, toccando il culmine dell&rsquo;ipocrisia, si &egrave; subito affrettata ad assicurare che &laquo;se verranno confermati i confini della &ldquo;risoluzione 1973&rdquo; dell&rsquo;Onu i Democratici non faranno mancare il proprio assenso&raquo;. E&rsquo; noto che la discutibilissima risoluzione che autorizza l&rsquo;abbattimento dei caccia di Gheddafi che dovessero sorvolare i cieli della Cirenaica altro non &egrave; che una foglia di fico, l&igrave; posta per coprire, come si &egrave; subito visto, un intervento di ben altre dimensioni e che la giustificazione addotta - la protezione della popolazione civile - si &egrave; rivelata una volgare bugia.<br />
M&lt;+Tondo&gt;a, con tutta probabilit&agrave;, ad un voto delle camere neppure si arriver&agrave;  (con vivo sollievo di quanti desiderano nascondere al pi&ugrave; presto lo sporco sotto il tappeto) considerato che persino il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giudica l&rsquo;escalation bellica un &laquo;naturale sviluppo del conflitto&raquo;. <br />
In quello che sta accadendo non vi &egrave; in realt&agrave; nulla di &ldquo;naturale&rdquo;. Se le pretese ragioni umanitarie, se la ripulsa dei regimi dittatoriali fossero movente credibile, la comunit&agrave; internazionale dovrebbe scatenare interventi armati contro tutti i paesi che si macchiano di crimini contro il proprio popolo o che violano sistematicamente le risoluzioni delle Nazioni Unite. Ma questo non avviene, ovunque alleanze, interessi e profitti consiglino comportamenti diversi. Cos&igrave; la guerra &egrave; tornata ad essere un&rsquo;opzione ordinaria, una cinica variante della politica, non pi&ugrave; un tab&ugrave;, un confine da non oltrepassare se non a prezzo di mutare s&egrave; stessi, di rinnegare quel senso dell&rsquo;umanit&agrave; cos&igrave; faticosamente riguadagnato dopo la mattanza della seconda guerra mondiale.<br />
Una volta la sinistra, quella che prov&ograve; per davvero a farsi tale, aveva compreso che quel punto era discriminante come nessun altro e ne aveva fatto il tratto identitario pi&ugrave; limpido del proprio profilo politico. Ma da allora &egrave; passato molto tempo e quell&rsquo;intelligenza delle cose si &egrave; persa. Insieme a molto altro. Pace autentica e lavoro degno sono stati per decenni i pilastri sui quali la sinistra ha costruito la propria forza, insegnando ai proletari che di l&igrave; passano riscatto sociale e democrazia. E rendendosi capace, per un tratto non breve di storia, di un linguaggio universale.<br />
Luned&igrave;, a Milano, le decine di migliaia di persone accorse in piazza per celebrare il sessantaseiesimo anniversario della Liberazione hanno lungamente contestato i rappresentanti del centrodestra. Ma i fischi non hanno risparmiato Luigi Bersani e il suo pi&ugrave; che anemico Pd, dedito da tempo a commentare l&rsquo;italica deriva, piuttosto che provare seriamente ad arginarla e combatterla.<br />
La via della guerra, abbracciata con tanto stolida disinvoltura, non gli giover&agrave;. Ci sono crinali che una volta discesi &egrave; difficile risalire.</p>]]></description><pubDate>Wed, 27 Apr 2011 15:3:17 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2477]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Derive & approdi (fatali)]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ieri Franco Giordano ha affidato a <em>il manifesto</em> un&rsquo;intervista nella quale l&rsquo;originaria intenzione di Sel di incarnare (sia pure con un&rsquo;autoreferenziale pretesa di esclusivit&agrave;) la &ldquo;nuova sinistra&rdquo; subisce una significativa e pi&ugrave; esplicita torsione.<br />
Da quel che si pu&ograve; capire, il tema non &egrave; pi&ugrave; la costruzione di uno schieramento di centrosinistra, il cui leader sia scelto attraverso primarie di coalizione ma, direttamente, la costruzione di &laquo;un nuovo soggetto politico&raquo;, i cui soci fondatori dovrebbero appunto essere, oltre  a Sel, il Pd e l&rsquo;Idv. La novit&agrave;, di singolare impianto veltroniano, &egrave; rilevante perch&eacute; l&rsquo;ipotesi configurata non &egrave; neppure pi&ugrave; quella del <em>big bang </em>bertinottiano, vale a dire di una fase fluida che scompone schieramenti partitici vetusti e &ldquo;libera&rdquo; le persone da appartenenze coatte, riconferendo pregnanza - questo mi pare ne fosse il senso - alla politica e alla rappresentanza sociale ingessate dentro schemi e identit&agrave; fuorvianti. No, pi&ugrave; prosaicamente, e con meno letteratura,Giordano ritiene che, qui ed ora, si debba avviare quella fase costituente (x+y+z) senza la quale Berlusconi rimarrebbe imbattibile. Giordano si scrolla di dosso l&rsquo;obiezione secondo cui il Pd guarda altrove e &laquo;cerca un accordo con pezzi del centrodestra per portarli a sinistra&raquo;. &laquo;D&rsquo;Alema aspetta sempre Godot&raquo;, chiosa il dirigente di Sel, non avvedendosi che la febbrile attesa del Pd sulle sponde della sinistra - liquidata da quel partito come un&rsquo;aporia novecentesca - &egrave; almeno altrettanto velleitaria. E allora? Ci&ograve; che rimane in fondo al setaccio, una volta fatte sedimentare tutte le chiacchiere, &egrave; la minestra riscaldata di un&rsquo;ipotesi entrista, dentro il Pd, dentro questo Pd, inertizzato dalle proprie intestine contraddizioni e da un&rsquo;involuzione culturale che &egrave; perlomeno ingenuo pensare di rimontare attraverso un&rsquo;operazione politicista. Ma prendiamo (per un momento) sul serio l&rsquo;operazione. Pare ovvio che un nuovo soggetto politico dovrebbe poter contare su un minimo comune denominatore delle forze chiamate a costituirlo. E qual &egrave; questo comune denominatore? In cosa consiste questo progetto? Quali risposte esso potrebbe offrire alle domande di fondo su cui pu&ograve; reggersi e durare una tessitura politica? Quali sono le convergenze concretamente realizzabili? La guerra umanitaria e la tacita reiterazione del finanziamento alla missione afghana? Il paradigma monetarista che sta tuttora alla base della politica economica del Pd? O il primato del capitale e delle ragioni della competitivit&agrave; che rendono l&rsquo;impresa il dominus riconosciuto delle relazioni sociali?<br />
I diritti dei lavoratori tornerebbero ad essere difesi - come vuole la Costituzione - in quanto elemento irriducibile e costitutivo della nostra democrazia, oppure basterebbe il guanto di ferro di un qualsiasi Marchionne a dettare l&rsquo;ordine delle priorit&agrave;? Ancora: &egrave; la battaglia per la pubblicit&agrave; dell&rsquo;acqua e dei beni comuni su cui &egrave; possibile costruire una strategia condivisa? O &egrave; piuttosto la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici sociali? E la linea di quel nuovo e alquanto ipotetico soggetto politico pender&agrave; dalla parte di chi esulta per la sentenza torinese che ha inchiodato il <em>management</em> della Thyssen Krupp alle proprie responsabilit&agrave;, o da quella di chi se ne duole paventando la fuga dall&rsquo;Italia degli investimenti esteri? E la lotta contro la precarizzazione del lavoro e della vita si potrebbe mai affermare come riunificazione di un mercato del lavoro totalmente balcanizzato, o rimarrebbe piuttosto oscurata dall&rsquo;ideologia che ha fatto della flessibilit&agrave; un totem intoccabile? E in quale concezione della laicit&agrave;, della famiglia, dei diritti potrebbe riconoscersi la nuova forza politica di cui si invoca, qui ed ora, la nascita?<br />
Con questo non si vuole pervenire alla conclusione paralizzante che nulla pu&ograve; mutare. Si vuole solo ribadire che se una possibilit&agrave; di cambiamento &egrave; data, questa muove dalla capacit&agrave; di costruire un polo autonomo della sinistra, coerentemente legato ai movimenti sociali che si battono nel Paese per un profondo rinnovamento della politica e dei suoi contenuti.<br />
Le altre sono scorciatoie che possono offrire un po&rsquo; (ma solo un po&rsquo;) di effimera visibilit&agrave;. E, probabilmente, anche qualche seggio in un futuro parlamento. Ma non contribuiranno a cambiare un bel niente.<br />
Ci hanno gi&agrave; provato in tanti. E ognuno ha visto dove sono approdati.</p>]]></description><pubDate>Fri, 22 Apr 2011 16:13:28 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2476]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Thyssen Krupp, quella sentenza faccia scuola davvero]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&nbsp;S&igrave;, &egrave; davvero una sentenza storica quella con cui il tribunale di Torino ha riconosciuto la catena di comando della Thyssen Krupp, fino ai vertici aziendali, colpevole di omicidio volontario per l&rsquo;eccidio dei 7 operai arsi vivi la notte del 6 dicembre del 2007. Lo &egrave; perch&eacute; stabilisce che esporre i lavoratori, consapevolmente, ad un rischio letale, significa incorrere nel &ldquo;dolo eventuale&rdquo; e, nel caso in cui la disgrazia si verifichi, la colpa grave, gravissima in capo ai responsabili &egrave;, appunto, quella di avere commesso un omicidio volontario. La sentenza &egrave; &ldquo;storica&rdquo; perch&eacute; &egrave; un inedito, in un paese nel quale i quasi mille morti, per circa un milione di infortuni sul lavoro l&rsquo;anno, non trovano una sede giudiziaria capace di rendere loro giustizia. Con il risultato che non vi &egrave; un solo imprenditore che abbia mai varcato i cancelli del carcere per avere causato per propria inadempienza la morte di un lavoratore o gli abbia provocato - come accade a svariate decine di migliaia di persone che restano del tutto anonime - menomazioni fisiche e morali permanenti. E, soprattutto, con la conseguenza che questi &ldquo;crimini di pace&rdquo;, derubricati a mere fatalit&agrave; quando vigliaccamente non siano attribuiti all&rsquo;imperizia o all&rsquo;incuria delle vittime, diventano moneta quotidiana, proprio perch&eacute; non contrastati attraverso un&rsquo;efficace sanzione penale.<br />
Certo, la magistratura non basta ma, come osservava recentemente un procuratore generale della Repubblica, se non interviene una rapida e dura repressione dell&rsquo;illecito, se non c&rsquo;&egrave; un deterrente efficace, se non si impone tra i datori di lavoro, nelle istituzioni preposte alla tutela della salute pubblica, negli organi ispettivi e fra gli stessi cittadini, la convinzione che la sicurezza di chi lavora &egrave; sovraordinata a qualsiasi &ldquo;esigenza tecnico-produttiva&rdquo;, se una nuova cultura non fa breccia nel senso comune, allora anche la prevenzione si trasforma in una parola vuota.<br />
La sentenza &egrave; storica perch&eacute; buca il muro delle omissioni, delle complicit&agrave; che hanno sino ad oggi consentito a tanti datori di lavoro (sic!) di vedere rapidamente rimosse le proprie responsabilit&agrave;.<br />
Raffaele Guariniello ha insegnato come una tempestiva azione inquirente pu&ograve; ostacolare la manomissione delle prove, rassicurare e sostenere le parti lese, impedire che esse soggiacciano al ricatto o alle minacce che, in questi casi, puntualmente vengono messe in atto dal padrone per scoraggiare chi chiede sia fatta giustizia.<br />
Il pm torinese ha fatto cio&egrave; l&rsquo;esatto contrario di quanto normalmente avviene in tante procure italiane di fronte a questi tragici eventi, dove la consuetudine &egrave; fatta di ritardi, omissioni e, ancora, archiviazioni, prescrizioni o, nei casi migliori, decreti penali ridotti a sanzioni risibili.<br />
Si capisce allora la reazione dei vertici della Thyssen di fronte alla sentenza, da loro definita &laquo;incomprensibile ed inspiegabile&raquo;. E che tale &egrave; davvero per chi sa di aver sempre potuto contare e speculare sull&rsquo;impunit&agrave;. C&rsquo;&egrave;, anche in questo, qualcosa di illuminante su cui merita riflettere. Perch&eacute; se l&rsquo;impunit&agrave; che Berlusconi chiede - e ottiene - &egrave; diffusamente considerata come l&rsquo;espressione patologica della crisi della nostra democrazia, viceversa la giostra infernale che provoca la quotidiana ecatombe di morti sul lavoro e l&rsquo;immunit&agrave; chiesta - e sino a ieri ottenuta - dal mondo imprenditoriale che ne &egrave; responsabile sono, altrettanto diffusamente, considerate fisiologiche, inscritte cio&egrave; nell&rsquo;ordine naturale delle cose. Questo avviene con la pi&ugrave; assoluta naturalezza, perch&eacute; i rapporti sociali dati, il primato assoluto dell&rsquo;impresa e del profitto, hanno rifondato l&rsquo;intera gerarchia dei valori, per cui diritti, dignit&agrave;, sicurezza non sono vincoli assoluti, bens&igrave; condizioni transeunti, volatili, destinate ad essere liquidate ove l&rsquo;impresa ritenga per s&eacute; utile revocarle. Insindacabilmente.<br />
Quando Marchionne, con un colpo di spugna, decide di cancellare, nella pi&ugrave; grande impresa italiana, tutti gli accordi collettivi stipulati dal 1945 ad oggi per imporre condizioni che, prima di ogni altra cosa, aumentano stress, fatica fisica e mentale, non fa che esporre i lavoratori e le lavoratrici a rischi crescenti. Ecco allora perch&eacute; il ricorso legale contro la Fiat per la costituzione della Newco che la Fiom depositer&agrave; domani presso la cancelleria del tribunale del capoluogo piemontese si configura come l&rsquo;altra faccia della medesima battaglia tesa a riportare la Costituzione dentro quei luoghi di lavoro dai quali la si vuole estromettere.<br />
Ora c&rsquo;&egrave; da augurarsi che la sentenza pronunciata venerd&igrave; sera dai giudici torinesi possa davvero rivelarsi esemplare, possa cio&egrave; tracciare uno spartiacque fra passato e futuro e possa segnare una svolta nella cultura giuridica, oltrech&eacute; nella cultura sociale tout court.<br />
L&rsquo;appuntamento c&rsquo;&egrave; gi&agrave;. E&rsquo; per il prossimo 19 aprile, quando a Cosenza inizier&agrave; il processo contro la Marlane di Praia a Mare, la &ldquo;fabbrica dei veleni&rdquo;, i cui dirigenti sono accusati di avere provocato un disatro ambientale. E la morte di oltre cento lavoratori. Sarebbe importante se anche quel processo segnasse un punto nella direzione giusta.</p>]]></description><pubDate>Sun, 17 Apr 2011 8:18:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2474]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Con le sole armi della democrazia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Secondo i pi&ugrave; classici canoni del rovesciamento dialettico o, per meglio dire, del capovolgimento diametrale della realt&agrave;, Giuliano Ferrara generosamente disvela, a beneficio della nostra salute mentale, quali pericoli e da chi portati, corra la nostra democrazia. Il pericolo - secondo il mattatore de Il Foglio - &egrave; quello di un colpo di Stato, ordito dai campioni dell&rsquo;&laquo;antidemocrazia puritana&raquo;, sconfitti dalle urne, incapaci di riconquistare democraticamente il consenso perduto, e buttatisi, per disperazione e perci&ograve; senza esclusione di colpi bassi, nella&laquo;persecuzione politica&raquo; di Berlusconi, messo alla gogna da una magistratura che pratica il terrorismo giudiziario.<br />
L&rsquo;occasione di questa entrata in gioco pericoloso, a gamba tesa, &egrave; stata fornita a Ferrara da un articolo di Alberto Asor Rosa che su il manifesto ha denunciato senza perifrasi lo stato comatoso della democrazia italiana, giunta ormai ad un punto di involuzione e di degrado tale da esporla ad esiti catastrofici ed irreversibili. Preoccupazione sacrosanta, salvo che Asor Rosa, nel ritenere indispensabile una prova di forza a difesa &laquo;dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano&raquo;, invoca l&rsquo;instaurazione di uno &laquo;stato di emergenza&raquo;, che si avvalga &laquo;pi&ugrave; che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato&raquo;. Per fare cosa? &laquo;Per congelare le Camere, sospendere tutte le immunit&agrave; parlamentari, restituire alla magistratura le sue possibilit&agrave; e capacit&agrave; di azione, stabilire d&rsquo;autorit&agrave; nuove regole elettorali, risolvere per sempre il conflitto di interesse&raquo; e cos&igrave; via. Insomma, una sorta di rivoluzione dall&rsquo;alto, una specie di gollismo progressivo, che dovrebbe riuscire l&agrave; dove la mobilitazione democratica di massa ha fallito, surrogando la lotta di classe che ristagna e l&rsquo;opposizione politica che non sa andare oltre qualche flebile e sterile belato.<br />
Ora, &egrave; del tutto evidente che non &egrave; nemmeno immaginabile una palingenesi democratica agita autoritariamente dagli apparati dello Stato. Se ne rende conto anche Asor Rosa, che in un breve commeto su il manifesto di ieri corregge il tiro, affermando che &laquo;sui mezzi si pu&ograve; discutere&raquo;, ma che indifferibile &egrave; l&rsquo;urgenza di intervenire, prima che il collasso della democrazia renda inutile l&rsquo;esercizio di dolersene, quando si fossero lasciati i buoi scappare dalla stalla. Solo che i mezzi - la sinistra lo ha imparato a proprie spese - sono sostanza. E i fini che si perseguono altro non sono che &laquo;l&rsquo;unit&agrave; sintetica dei mezzi impiegati&raquo;, soprattutto in Occidente, e in Italia pi&ugrave; che altrove, dove non si &egrave; mai dato intervento dall&rsquo;alto che non recasse i segni inequivocabili della reazione, quando non addirittura del fascismo. <br />
In sostanza, per quanto la situazione paia senza sbocco, non esistono scorciatoie, non esistono supplenze catartiche alle nostre impotenze. E&rsquo; proprio &ldquo;dal basso&rdquo; che va tenacemente, pazientemente costruita la trama della lotta politica, dura, tenace, dove la rivolta, le rivolte, assumano sempre pi&ugrave; i tratti di una contestazione radicale, di assedio dei palazzi del potere, contaminati dalla corruzione e dalla pratica quotidiana di un molecolare golpismo anticostituzionale che stende ovunque i suoi tentacoli, dalla manomissione del diritto del lavoro alla demolizione dell&rsquo;intera architettura istituzionale repubblicana.<br />
Ovviamente Ferrara sa bene tutto questo. Egli sa che la costituzione materiale del Paese, dopo anni di ideologia berlusconiana penetrata nelle viscere (e nei neuroni) di parte estesa del popolo italiano, &egrave; gi&agrave; molto, molto lontana dai principi ispiratori e dai precetti della Carta. Ma, c&rsquo;&egrave; un ma. I sintomi di un risveglio delle coscienze - scosse da una crisi che mette in discussione la materialit&agrave; della vita reale, la dignit&agrave; di tante persone - ci sono e si manifestano con sempre maggiore evidenza e consapevolezza di s&eacute;, ricercando e trovando connessioni fino a poco tempo fa impensabili.<br />
Ebbene, il mentore e cantore delle gesta del premier teme il carattere di questa sollevazione, avverte che si sta facendo strada una ripulsa, un rigetto, variamente connotati, ma pur sempre un rigetto del regime dispotico, cripto-totalitario in cui viviamo. E mischia le carte, tentando il gioco di prestigio di trasformare i carnefici in vittime e viceversa, mostrando al pubblico la sua ampolla di antrace, evocando fantasmi per nascondere la natura e i protagonisti dell&rsquo;attentato alle libert&agrave; democratiche in pieno svolgimento. Sta a noi smontare il gioco fraudolento. Con le sole armi della democrazia.</p>]]></description><pubDate>Sat, 16 Apr 2011 14:44:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2473]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Lo stregone Ichino, sempre contro i diritti dei lavoratori]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Sembra sia sfuggita ai pi&ugrave; (ma non a noi) l&rsquo;ennesima lezioncina che il professor Pietro Ichino - questa volta in compagnia di Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi - ci ha propinato dalle colonne del <em>Corriere</em> (venerd&igrave; 8 aprile) su come fare a risolvere il problema della precariet&agrave; del lavoro. Prima di tornare sulla geniale e &ldquo;disinteressata&rdquo; proposta del trio, converr&agrave; tuttavia dedicare qualche rigo ad una breve ma essenziale rappresentazione del devastante processo di decostruzione dei diritti del lavoro sviluppatosi a partire dalla sconfitta operaia consumatasi a cavallo degli anni Ottanta del secolo scorso.<br />
La progressiva erosione di tutele negoziali e legali ha portato ad un quadro normativo che possiamo cos&igrave; riassumere: leggi che derogano ai contratti e che consentono ai contratti di derogare alle leggi, lungo un circolo vizioso che si &egrave; via via avvitato su se stesso, rendendo lasca ed eludibile ogni regola, in un mercato del lavoro che si &egrave; nel frattempo voluto frantumare e balcanizzare come in nessun altro paese europeo. Per favorire la domanda di lavoro &egrave; stata aperta una prateria di opportunit&agrave;, un supermercato delle braccia sui cui scaffali &egrave; reperibile ogni genere di prestazione flessibile. Quell&rsquo;emporio &egrave; stato poi selvaggiamente saccheggiato dai padroni, i quali hanno ingordamente messo all&rsquo;incasso tutto ci&ograve; che i governi di centrosinistra prima e di centrodestra poi, da Tiziano Treu fino a Maurizio Sacconi, hanno messo a loro disposizione. La flessibilit&agrave; (vale a dire: l&rsquo;aleatoriet&agrave; dei diritti, del salario e di tutto ci&ograve; che incrocia con la prestazione di lavoro) &egrave; divenuta un mantra, un <em>passe par tout</em> ideologico, venduto come la condizione della competitivit&agrave; d&rsquo;impresa, moderno dogma che ha soggiogato lo stesso sindacato &ldquo;di mercato&rdquo;. In venticinque anni il diritto del lavoro &egrave; stato ridotto ad un colabrodo e omologato al diritto commerciale che disciplina - come si sa - la transazione di cose, non le relazioni fra esseri umani. Ebbene, Pietro Ichino &egrave; stato fra i pi&ugrave; instancabili <em>ma&icirc;tre &agrave; penser</em> di questa restaurazione sotto le insegne del capitale. Egli ci ha spiegato con martellante insistenza come le conquiste sindacali, quelle che hanno (parzialmente) introdotto la Costituzione nei luoghi di lavoro, sarebbero responsabili di aver generato un mostruoso sistema duale: da una parte, la &ldquo;cittadella fortificata del privilegio&rdquo;, protetta dallo Statuto dei lavoratori, popolata dagli &ldquo;insider&rdquo;; e dall&rsquo;altra, i &ldquo;paria&rdquo;, coloro che essendone esclusi sono costretti a dibattersi come anime perse nel girone infernale della precariet&agrave;, degli &ldquo;outsider&rdquo;. In realt&agrave;, &egrave; vero l&rsquo;esatto contrario. Fino alla met&agrave; degli anni Ottanta, i rapporti di lavoro a tempo determinato (oltre quelli propriamente definiti &ldquo;a termine&rdquo; e come tali rigidamente normati dalla legge) erano soltanto i &ldquo;contratti di formazione e lavoro&rdquo; e, solo molto pi&ugrave; tardi, quelli &ldquo;interinali&rdquo;. E&rsquo; in seguito alle riforme &ldquo;liberali&rdquo; che diverranno 43, divenendo la forma canonica di reclutamento della manodopera. Certo, sotto la soglia dei 16 dipendenti il licenziamento era (ed &egrave;) sempre possibile, anche senza &ldquo;giusta causa&rdquo;, sebbene una legge del &rsquo;91 abbia introdotto una modesta sanzione risarcitoria a carico dell&rsquo;azienda che intima licenziamenti illegittimi.<br />
Ma non risulta che Ichino si sia mai espresso in favore del referendum attraverso il quale, nel 2003, si prov&ograve;, senza successo, ad estendere la legge 300 all&rsquo;universo del lavoro dipendente, appunto per unificare ci&ograve; che il diritto del lavoro aveva ingiustamente tenuto diviso.<br />
Ordunque, dopo avere incoraggiato questo orripilante sconquasso giuridico, dopo aver esaltato quel disfacimento di diritti che ha posto generazioni di lavoratori in balia dei loro datori di lavoro, annientandone il potere di coalizione e favorendo lo scatenamento delle peggiori pulsioni antisindacali, ora Pietro Ichino e compagnia cantante si erigono a terapeuti della patologia sociale scaturita da un simile lavacro. Il giuslavorista milanese e i suoi ispirati sodali ci propongono ora un&rsquo;altra soluzione, pi&ugrave; subdola e sofisticata: &laquo;Un rapporto di lavoro unico - ohib&ograve;! - fondato su tutele crescenti&raquo;. Formula un po&rsquo; oscura e da decriptare per chi non sia avezzo alle acrobazie del nostro, ma che significa, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno, libert&agrave; di licenziamento dei nuovi assunti per un certo numero di anni, e trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato oltre quella soglia temporale. Durante la prima fase, il padrone potr&agrave; fare quello che vuole, selezionare la manodopera in base al grado di acquiescenza che essa dimostrer&agrave; e disporne a piacimento, pendendo su di essa un giudizio ed una potest&agrave; insindacabili. Questa litania, a dire il vero, l&rsquo;avevamo gi&agrave; sentita. La novit&agrave; che Ichino e soci ci riservano &egrave; che la nuova normativa destinata a riscattare (sic!) il futuro dei giovani, in quanto pi&ugrave; costosa per lo Stato che, in ultima istanza, dovrebbe farsene carico, dovrebbe essere compensata (pagata) da una sorta di solidariet&agrave; intergenerazionale: &laquo;I padri - ecco la ricetta - dovrebbero andare in pensione un anno pi&ugrave; tardi&raquo;. Per aiutare i figli, <em>of course</em>. Logica, francamente, piuttosto bizzarra. Non sforzatevi di immaginare quale relazione intercorra fra le due cose. Perch&eacute; non ve n&rsquo;&egrave; alcuna. C&rsquo;&egrave; solo un nuovo colpo al decrepito edificio previdenziale italiano, che una pensione dignitosa non la dar&agrave; pi&ugrave; a nessuno e di cui solo una fantasia perversa pu&ograve; immaginare un ulteriore peggioramento.<br />
In conclusione, dopo avere lavorato con la lancia termica per la divisione dei lavoratori, ora si vuole alimentare anche quella fra le generazioni. Per costoro, il problema non &egrave; il barbaro sistema di relazioni sociali instauratosi nel nostro paese. E non lo sono neppure la legislazione e le politiche governative che hanno trasferito verso l&rsquo;alto della piramide sociale gran parte della ricchezza nazionale, liquefatto il welfare e l&rsquo;intelaiatura dei diritti. Nient&rsquo;affatto: sono i lavoratori medesimi e quelle, fra le loro associazioni, che si ostinano nella politica r&eacute;tro di conservare qualche scampolo di civilt&agrave;. Ma se &egrave; cos&igrave;, egregi signori, tenetevi la vostra minestra riscaldata. E andate a quel paese!</p>]]></description><pubDate>Tue, 12 Apr 2011 13:2:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2472]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La cancrena dell'evasione e i suoi corrotti beneficiari]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Il tema centrale della politica italiana, quello che pi&ugrave; di ogni altro rivela e riassume con specchiata chiarezza la natura dei rapporti sociali in Italia &egrave; la dimensione dell&rsquo;evasione fiscale. Ogni tanto, carsicamente, in occasione dei periodici rapporti dell&rsquo;Agenzia delle entrate o della Corte dei Conti, se ne parla, con esibito scandalo e grandi doglianze. Ma non se ne trae alcuna conseguenza: se va bene, il fenomeno &egrave; fatalisticamente derubricato a imponderabile evento climatico quando, con spudorata spregiudicatezza, non se ne rivendica, come fa Berlusconi, la liceit&agrave; e il buon diritto.<br />
Proviamo a mettere in fila qualche dato. L&rsquo;evasione fiscale - al netto delle pratiche elusive, al servizio delle quali &egrave; all&rsquo;opera un instancabile esercito di consulenti e dottori commercialisti esperti nell&rsquo;aggiramento di obblighi e divieti previsti dall&rsquo;ordinamento - ha superato, nel 2010, i 50miliardi di redditi non dichiarati. Un primato assoluto in Europa, con la Romania ad inseguire, al secondo posto, a dieci lunghezze di distanza. Considerato che il contributo all&rsquo;erario viene essenzialmente dal lavoro dipendente e dalle pensioni attraverso la ritenuta alla fonte, ne consegue che l&rsquo;evasione sta tutta nella parte alta della piramide sociale. <br />
Gli industriali, innanzitutto, guidano questa speciale e non edificante classifica: sottodichiarazioni di fatturato, sovradichiarazioni di costi, occultamento dell&rsquo;intera filiera produttiva sono le modalit&agrave; ampiamente collaudate, soprattutto nelle aree pi&ugrave; ricche del Paese, Lombardia in testa e, a ruota, il Veneto. Seguono, in questa hit-parade della virt&ugrave;, commercianti, artigiani, professionisti. E la voragine aumenta ogni giorno d&rsquo;ampiezza. Nel 2010, le Fiamme Gialle hanno &ldquo;pescato&rdquo; col sorcio in bocca 8850 evasori totali, il 18 per cento in pi&ugrave; dello scorso anno, mentre l&rsquo;Agenzia delle entrate ci informa - ma il dato non &egrave; nuovo - che il fisco mette concretamente all&rsquo;incasso solo il 10,4 per cento delle somme evase accertate. Ci&ograve; significa che anche quando l&rsquo;evasore incappa nella tagliola della verifica ispettiva, soltanto in un caso su dieci paga dazio. In buona sostanza, la frode rende e la furbizia - perch&eacute; questo &egrave; passato nel senso comune - &egrave; una dote dal coltivare con scientifico scrupolo. A questo proposito, il procuratore generale della Corte dei Conti ci ha reso edotti del costo diretto della corruzione in atti amministrativi, roba che vale fra cinquanta e sessanta miliardi annui.<br />
Senza valutare il contraccolpo che questa devastazione produce sulla qualit&agrave; dei servizi e sugli investimenti esteri.<br />
Le conseguenze di un siffatto furto continuato ai danni della collettivit&agrave; sono note: tagli demolitivi alla scuola, all&rsquo;universit&agrave;, alla ricerca, alla sanit&agrave;, alle pensioni, all&rsquo;assistenza, alle fasce deboli, agli ammortizzatori sociali, alla giustizia.<br />
L&rsquo;intero sistema del welfare viene cos&igrave; semplicemente prosciugato, mentre la divaricazione fra i redditi, la forbice fra retribuzioni, profitti e rendite si allargano in modo indecente.<br />
Come si pu&ograve; vedere, l&rsquo;esito del conflitto di classe in Italia, cos&igrave; pesantemente sfavorevole al lavoro, travalica i confini dei luoghi di produzione per riverberarsi sull&rsquo;insieme dei rapporti economico-sociali, plasmando ogni decisione politica.<br />
Togliere i soldi ai ricchi per darli ai poveri - diciamolo pure nel modo pi&ugrave; lineare - &egrave; dunque questione cruciale, ma meno semplice e intuitiva di quanto parrebbe, se i tanti che subiscono ingiustizie e vessazioni da parte dei pochi che ne traggono profitto non hanno ancora compreso dove stia la ragione delle proprie sofferenze e in modo pi&ugrave; efficace per opporvisi.<br />
Informare, far comprendere, ricostruire i nessi logici resi impenetrabili dalla propaganda che li ottunde &egrave; dunque un compito primario. Prima di tutto nostro. E&rsquo; la premessa che genera l&rsquo;indignazione. E che trasforma l&rsquo;indignazione in lotta e in battaglia  politica.</p>]]></description><pubDate>Wed, 6 Apr 2011 18:6:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2471]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La censura anticomunista come metodo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2470_1_DSCN9457_4767194_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Per il servizio televisivo pubblico, per la Rai, il Prc, la Federazione della Sinistra, i suoi esponenti non si devono n&eacute; vedere n&eacute; sentire. E&rsquo; un imperativo categorico, un mandato editoriale ferreo. I dati ufficiali che documentano questa totale cancellazione sono di una spettacolare evidenza.<br />
La crociata anticomunista, che dopo l&rsquo;89 e ancor pi&ugrave; dopo l&rsquo;uscita della sinistra dal Parlamento ha assunto le dimensioni di uno tsunami, &egrave; divenuta, nel tempo, il viatico di un oscuramento sostenuto da una compulsiva campagna di disinformazione. Tanto la maggioranza quanto la minoranza parlamentare, avvinte dal modello bipolare prodotto dal sistema elettorale maggioritario, condividono solidalmente questa conventio ad excludendum. Con poche sostanziali differenze: l&rsquo;una parte perch&eacute; caratterizzata da una viscerale avversione per tutto ci&ograve; che sa di sinistra, l&rsquo;altra perch&eacute; impegnata a dimostrare di essersi depurata di tutte le scorie della precedente appartenenza politica. Questa convergenza di intenti ha agito potentemente, condizionando i media e permettendo che si erigesse una vera e propria cortina intorno a tutte le iniziative che hanno per protagonista la sinistra comunista. <br />
Per non stare sul vago e non inclinare nel vittimismo basta un esempio, il pi&ugrave; recente a portata di mano: la grande manifestazione di sabato scorso per l&rsquo;acqua pubblica. Non vi &egrave; orbo che possa esserlo al punto di non essersi accorto della consistenza presenza in piazza dei comunisti e dei loro dirigenti, gi&agrave; protagonisti - insieme a tante persone e soggetti collettivi - della formidabile campagna che consent&igrave; di raggiungere l&rsquo;inedito traguardo di un milione e 400mila firme a sostegno del referendum che si svolger&agrave; nel prossimo mese di giugno. Questa vistosa presenza &egrave; stata deliberatamente ignorata ed espunta dalle cronache e dai commenti di tutti i giornali. Anche da parte di Repubblica, in prima fila contro la &ldquo;legge bavaglio&rdquo; e a difesa del pluralismo dell&rsquo;informazione. Pluralismo che, come si vede, vive chiuso in un ben delimitato perimetro, oltre il quale scatta, come una mannaia, la censura. Poi, capita che la sorte ci metta lo zampino e la grande foto che nel quotidiano progressista illustra lo straordinario evento faccia giustizia di una cos&igrave; clamorosa omissione, ma tant&rsquo;&egrave;.<br />
Sia ben chiaro, in queste ostinate omissioni non c&rsquo;&egrave; involontariet&agrave; o leggerezza. C&rsquo;&egrave; dolo. Ed una notevole pervicacia nel praticare l&rsquo;obiettivo. Prima si costruisce la ribalta e si moltiplicano le comparsate dei protagonisti chiamati ad animarla, confidando sul fatto che i giornali e soprattutto la tv hanno il potere di creare la realt&agrave;, piuttosto che documentarla. Poi, puntuali, arrivano i sondaggi, come profezie che si autodeterminano in un campo prima sapientemente arato e seminato. Fino a dove il reale possa essere sostituito (stravolto) dal virtuale lo ha proprio ieri rivelato Stefania Pezzopane, assessore alla cultura del comune dell&rsquo;Aquila che, in una lettera-esposto, ha raccontato come la signora spacciata per terremotata del capoluogo abruzzese, chiamata ad una nota trasmissione di Canale 5 per magnificare l&rsquo;opera di ricostruzione della sua citt&agrave; ad opera del governo, fosse in realt&agrave; persona del tutto estranea, reclutata e pagata per raccontare la fraudolenta storiella. <br />
Ecco, cos&igrave; van le cose. In questo modo il falso ottunde il vero.  E il reale scompare. E&rsquo; il mondo di Matrix, dove nulla &egrave; ci&ograve; che sembra e dove tutto pu&ograve; essere manipolato.</p>]]></description><pubDate>Tue, 29 Mar 2011 16:10:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2470]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La bocca della legge]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Giuliano Ferrara, l&rsquo;illusionista che ha deciso di rigiocarsi da primattore della politica italiana, colui che - dismessa la veste di consigliere/manovratore dietro le quinte del Principe - ha &ldquo;mesmerizzato&rdquo; la salma di Berlusconi invocandone una rediviva giovinezza politica, ha cominciato a rovesciare il consueto, diluviante, aggressivo eloquio dalla tv pubblica. Cos&igrave;, commentando il &ldquo;Cday&rdquo;, l&rsquo;Elefantino &egrave; entrato a gamba tesa sul giudice Ingroia, colpevole - a suo dire - di avere svolto dal palco della manifestazione un vero e proprio comizio contro il Parlamento, contro il potere legislativo. Insomma, il giudice siciliano avrebbe violato il suo dovere di riservatezza e, soprattutto, avrebbe compromesso la terziet&agrave; di una funzione che &egrave; connaturata proprio a quell&rsquo;indipendenza dell&rsquo;ordine giudiziario che i magistrati reclamano. <br />
Ferrara &egrave; categorico: &laquo;Il magistrato deve essere - ha detto citando Calamandrei - la bocca della legge&raquo;, e non essere parte in causa. <br />
Ma cosa ha mai detto il giudice parlermitano per meritare una cos&igrave; aspra reprimenda? Antonio Ingroia ha, appunto, dato fiato alla legge: quella che c&rsquo;&egrave;, ovviamente, non quella che il governo vuole radicalmente cambiare attraverso una modifica costituzionale. Ma, per Ferrara, difendere la Carta qual &egrave; tuttora, cio&egrave; far parlare la legge, quella suprema, &egrave; atto censurabile di fronte all&rsquo;intenzione dichiarata dell&rsquo;esecutivo di manometterla: il progetto del governo di limitare seriamente le prerogative dell&rsquo;ordine giudiziario per indebolire l&rsquo;attivit&agrave; inquirente e sottoporla al decisivo condizionamento del potere politico &egrave; per Ferrara elemento sovraordinato rispetto ad un ordinamento che rester&agrave; in vigore ed avr&agrave; efficacia fin quando il Parlamento (dopo quattro letture) ed il popolo italiano (dopo un referendum confermativo) non avranno deciso di cancellarlo. Insomma, la volont&agrave; di una sola parte politica, quella che oggi detiene il potere, diventa, per forza propria, attivit&agrave; costituente. Eppure non &egrave; nulla, finch&eacute; non diventa legge. Ma intanto, i suoi sostenitori praticano l&rsquo;obiettivo. <br />
&laquo;Dir&ograve; delle cose scomode - ha tuonato Ferrara, commentando il suo esordio dalla tribuna di &ldquo;Radio Londra&rdquo; - perch&egrave; non dirle rende il Paese pi&ugrave; povero e anche pi&ugrave; stupido&raquo;. Gi&agrave;, ma oltre che scomode, le cose dette dalla tv pubblica, dovrebbero essere anche vere, ancorch&eacute; condite con un commento dichiaratamente di parte. L&rsquo;impressione &egrave; che il &laquo;fine chirurgo del pensiero&raquo;, come lo incensa <em>il Giornale</em>, far&agrave; altro.<br />
Quella contro Ingroia, intanto, pi&ugrave; che un barrito &egrave; parsa una sgradevole stecca.</p>]]></description><pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:43:1 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2469]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Mercoledì 6 aprile in edicola la “nuova” Liberazione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>A distanza di otto mesi dall&rsquo;apertura della campagna per la salvezza di Liberazione &egrave; necessario trarre un bilancio dello stato delle cose, dell&rsquo;esito delle iniziative e degli sforzi, non lievi, chiesti ai nostri lettori, oltre che a noi stessi, per assicurare la continuit&agrave; delle pubblicazioni, messa serissimamente a repentaglio da molti, concomitanti fattori. <br />
In primo luogo, il tormentone del finanziamento pubblico, sempre incerto tanto nell&rsquo;importo quanto nell&rsquo;esigibilit&agrave; delle somme stanziate, legate all&rsquo;esilissimo filo che il Ministro del Tesoro minaccia ogni anno di recidere. Il taglio, quest&rsquo;anno, alla fine c&rsquo;&egrave; stato, anche se, dopo un intenso braccio di ferro, non nella misura che avrebbe stroncato ogni possibilit&agrave; di sopravvivenza del nostro giornale. Poi, i tempi dell&rsquo;erogazione delle somme dovute, che si protraggono un anno ed oltre dopo l&rsquo;esercizio di riferimento. Con la conseguenza che la riluttanza degli istituti di credito a finanziare il fabbisogno corrente e la inevitabile, strutturale carenza di liquidit&agrave; che ne deriva, ci costringono ad autentici salti mortali, fra prestiti e cessioni di credito, con l&rsquo;asticella da superare che pare sempre un palmo al di sopra delle nostre forze. Eppure siamo qui, vivi e con la ferma intenzione di durare. <br />
Questa possibilit&agrave; &egrave; tuttavia legata a precise condizioni che dobbiamo soddisfare con un rigore ed una disciplina assoluti. <br />
In primo luogo, la campagna abbonamenti deve proseguire con la stessa lena che ci ha permesso, quest&rsquo;anno, di raggiungere quota 900, un traguardo che non ha precedenti, neppure prendendo a riferimento le nostre migliori stagioni politiche ed editoriali. Poi la sottoscrizione, dalle tasche pi&ugrave; capienti a quelle pi&ugrave; modeste, che con una stupefacente generosit&agrave; tante compagne e tanti compagni non hanno mancato di fare pervenire e di cui abbiamo costantemente dato conto.<br />
Tuttavia, questo pur irrinunciabile impegno, che deve continuare senza sosta, non sarebbe di per s&eacute; sufficiente se non mettessimo subito mano ad altri radicali interventi, alcuni particolarmente dolorosi, ma capaci di &ldquo;mettere in sicurezza&rdquo; Liberazione, assicurandole quei margini finanziari indispensabili per porre strutturalmente in ordine i propri conti e garantirsi l&rsquo;autosufficienza.<br />
Cominciamo con l&rsquo;organico. Quello giornalistico subir&agrave; un drastico ridimensionamento. <br />
Un accordo sindacale gi&agrave; stipulato e ratificato presso il Ministero del Lavoro prevede la collocazione in cassa integrazione a zero ore di undici persone, mentre per tutti gli altri redattori proseguir&agrave; il contratto di solidariet&agrave;. Anche il personale poligrafico sar&agrave; interessato ad una ulteriore riduzione dell&rsquo;orario di lavoro in regime di solidariet&agrave;.<br />
L&rsquo;impatto di una cos&igrave; consistente contrazione degli organici sulla struttura del giornale, in particolare sulla foliazione sar&agrave;, gioco forza, inevitabile. <br />
Liberazione conster&agrave; di otto pagine e andr&agrave; in edicola dal mercoled&igrave; alla domenica, dunque per cinque e non pi&ugrave; per sei giorni alla settimana. Sar&agrave; mantenuto l&rsquo;inserto &ldquo;Lotte&rdquo;, che conserver&agrave; l&rsquo;attuale scadenza quindicinale. L&rsquo;edizione della domenica si svilupper&agrave; invece  su sedici pagine e assumer&agrave; caratteristiche pi&ugrave; prossime a quelle di un settimanale, unendo cio&egrave; al quotidiano e al consueto inserto speciale monotematico quattro pagine di rubriche stabili che ospiteranno interviste, recensioni, inchieste, approfondimenti, interventi. Fra gli inserti che inaugureremo, vorrei segnalarne in particolare uno al quale annettiamo una speciale importanza: quello relativo alla questione ambientale. Si tratter&agrave; di una finestra permanente sulla nozione di &ldquo;sviluppo&rdquo;, dedicata ad una rilettura critica, in chiave marxista, dello scambio organico fra uomo e natura, una rubrica aperta al contributo di intellettuali di primissimo piano gi&agrave; resisi disponibili a collaborare con Liberazione. <br />
Il giornale di otto pagine subir&agrave; poi importanti modifiche, alcune grafiche, altre di contenuto.<br />
Rimarr&agrave; sostanzialmente inalterata la prima pagina, che si &egrave; guadagnata l&rsquo;attenzione quotidiana di tutte le rassegne stampa. Avremo una contrazione delle notizie che saranno riassunte, sotto forma di &ldquo;brevi&rdquo;, in appositi spazi. Liberazione accentuer&agrave; il proprio carattere di giornale di battaglia politica e di idee, attento alle pratiche sociali e ai temi che vedono impegnato il partito, al centro come nei territori. Lavoro, ambiente, beni comuni, dimensione nazionale ed internazionale del conflitto sociale, interazione con i movimenti, temi della laicit&agrave;, della lotta all&rsquo;omofobia e al patriarcato rappresenteranno la pietra angolare attraverso la quale guardare alla realt&agrave;. E ancora: la storia e la memoria, come chiavi per la lettura di un tempo presente che la gran parte dei media tende sempre pi&ugrave; a rappresentare acriticamente come modernit&agrave;, confine invalicabile del pensabile e della stessa storia umana. Sar&agrave; invece sacrificato quanto oggi talvolta vi &egrave; di sovraccarico politicista, intendendo per tale uno sguardo troppo incline a raccontare ogni bradisismo del Palazzo. Si prester&agrave; attenzione alla concretezza dei fatti, nella loro essenzialit&agrave;, trascurando di inseguire la superfetazione dei commenti che si accavallano, spesso stucchevolmente, nel teatrino della politica politicante. <br />
Nel corso dell&rsquo;anno, poi, promuoveremo specifiche, particolari iniziative editoriali. Ne cito due, a titolo di esempio: uno &ldquo;speciale&rdquo; sull&rsquo;&ldquo;acqua bene pubblico&rdquo;, che realizzeremo in collaborazione col Comitato promotore del referendum, in prossimit&agrave; della importantissima consultazione popolare che avr&agrave; luogo nel prossimo mese di giugno; ed uno sul ventesimo anniversario di Rifondazione Comunista.<br />
Il sito web, che malgrado il suo funzionamento discontinuo e ancora insoddisfacente vanta una media di quattromila contatti unici giornalieri, sar&agrave; considerevolmente migliorato, sia attraverso un rafforzamento della struttura redazionale, sia ospitando esperienze, contributi che oggi affluiscono in modo disordinato e discontinuo dal partito come dalla rete. Il sito, inoltre, sar&agrave; attivo anche il marted&igrave;, coprendo parzialmente il vuoto lasciato quel giorno dal cartaceo.<br />
Come &egrave; fin troppo evidente, tutti gli interventi che &ldquo;mordono&rdquo; sul giornale trovano nella riduzione dei costi (nell&rsquo;ordine, per capirci, di 800mila euro su base annua!) la sola, ma indifferibile ragione. Spero tuttavia si sia compreso come il nostro approccio a queste pur dure misure non sia per nulla remissivo, rassegnato cio&egrave; ad una progressiva implosione e ad un&rsquo;irreversibile impoverimento del giornale. Insomma, siamo consapevoli di dover passare per la cruna di un ago, ma lo facciamo con la precisa volont&agrave; di rilanciarci e, nel frattempo, di conservare e, per alcuni aspetti, migliorare il nostro lavoro e la sua efficacia. Perch&eacute; questo accada, torno ad insistere, &egrave; indispensabile che l&rsquo;impresa sia condivisa, accompagnata, sostenuta dall&rsquo;impegno dei compagni e delle compagne, dai circoli, dal partito tutto e dalla comunit&agrave; dei lettori. Ci&ograve; comporta che la diffusione militante del giornale , oggi effettuata con sistematicit&agrave; soltanto in alcuni territori, debba entrare a pieno titolo nel lavoro politico del partito, divenendo davvero uno degli strumenti - e non il meno importante - del suo rilancio.<br />
Constatiamo come in molte aree, soprattutto del Mezzogiorno, ad un buon insediamento del partito corrisponda una modestissima diffusione di Liberazione. Col risultato che dove lo scarto fra costi e ricavi &egrave; troppo alto saremo costretti ad interrompere la distribuzione. In questi casi, per evitare di danneggiare i nostri lettori, provvederemo a trasformare gli abbonamenti coupon con abbonamenti postali ai quali continueremo ad unire, senza oneri aggiuntivi, la versione on line. Ma vorremmo che questo gap fosse superato, in tempi non lunghi, attraverso un impegno alla diffusione di Liberazione tale da rimettere i conti in equilibrio in queste realt&agrave;. <br />
Infine, si pu&ograve; ragionevolmente osservare che il prezzo delle nostre pubblicazioni &egrave; superiore a ci&ograve; che siamo in grado di offrire. L&rsquo;obiezione &egrave; difficilmente contestabile. Per parte nostra cercheremo di non rendere vano l&rsquo;esborso, garantendo un &ldquo;taglio&rdquo; dell&rsquo;informazione e un campo di ricerca oggi estranei, per disattenzione o, pi&ugrave; spesso, per volontaria omissione, al resto del panorama editoriale.<br />
Liberazione continuer&agrave; cio&egrave; a proporsi come un fondamentale strumento di battaglia politica, in un sistema mediatico che, non lo si dimentichi, ha ferocemente chiuso alla sinistra comunista ogni spazio e visibilit&agrave;.<br />
Quello che possiamo garantirvi &egrave; che stiamo mettendo e ancor pi&ugrave; metteremo in questa non semplice impresa ogni nostra energia e risorsa, fisica e mentale. Lo facciamo, ovviamente, nella persuasione che ne vale la pena e che i grandi ostacoli che abbiamo dinnanzi possono essere superati. <br />
Da mercoled&igrave; 6 aprile Liberazione sar&agrave; in edicola , certamente pi&ugrave; esile, ma non meno combattiva e necessaria. <br />
Nessuno diserti l&rsquo;appuntamento!</p>]]></description><pubDate>Thu, 10 Mar 2011 11:46:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2468]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Quelle immagini inquietanti reclamano tutta la verità]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2467_1_blog_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Nell&rsquo;edizione di ieri abbiamo pubblicato le immagini inquietanti dei colpi di pistola esplosi, ad altezza d&rsquo;uomo, dalle forze dell&rsquo;ordine, nel corso della manifestazione del 14 dicembre scorso, a Roma, quando migliaia di studenti e lavoratori contestarono le politiche sociali del governo mentre in Parlamento era in corso il voto di fiducia sull&rsquo;esecutivo. Le fotografie riprodotte, frutto di un&rsquo;inchiesta ancora in corso di svolgimento da parte del nostro giornale, sono tratte da un filmato, opera di un fotoreporter che ha potuto ritrarre, per una significativa sequenza temporale, i fatti occorsi in quel tratto di strada e, segnatamente, ci&ograve; che accadeva intorno al blindato dietro al quale si trovavano i militari, carabinieri e un dirigente di Ps con casco azzurro ed abiti borghesi che coordinava le operazioni. <br />
Come abbiamo gi&agrave; detto, sono svariate le testimonianze di quanti hanno udito gli spari ed altrettante le immagini che, da diverse angolazioni, ritraggono agenti con la pistola in mano. Ma, ancor pi&ugrave; eloquente, &egrave; il sonoro unito al filmato, dove le detonazioni che accompagnano l&rsquo;esplosione dei colpi sono, con ogni evidenza, di arma da fuoco.<br />
Il fatto &egrave; di una gravit&agrave; straordinaria, anche perch&eacute; fa comprendere come solo per caso la vicenda non si sia volta in tragedia bench&eacute; non vi fosse nulla che potesse minimamente giustificare una reazione - e di queste proporzioni - delle forze dell&rsquo;ordine.<br />
Ora &egrave; indispensabile che risponda il capo della polizia e che lo faccia, non di meno, il ministro degli interni. Ora &egrave; necessario che si apra un&rsquo;inchiesta su questo episodio, che si accertino fatti e responsabilit&agrave;.<br />
Vogliamo sperare che questa primaria esigenza di verit&agrave; e trasparenza sia condivisa, come dovrebbe essere, anche dalle forze dell&rsquo;opposizione parlamentare.<br />
Vogliamo sperare che la repressione del diritto di manifestare, divenuta da tempo moneta corrente, trovi finalmente una risposta democratica oggi fattasi alquanto tenue, se non addirittura latitante. Perch&eacute;, come si sa, l&rsquo;inerzia o la sottovalutazione possono portare lontano. E&rsquo; gi&agrave; successo e le condizioni politiche del Paese non sono per nulla rassicuranti.</p>]]></description><pubDate>Thu, 10 Mar 2011 11:21:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2467]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Berlusconi, c’è una via di scampo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2466_1_ROM207_ITA_4690907_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Istruito al verbo di Giuliano Ferrara (che prossimamente avremo la sfortuna di vedere esibirsi e somministrare sproloqui dallo spazio Tv che fu di Enzo Biagi), Berlusconi prova ora ad arginare la caduta verticale dei consensi che ne certifica il declino riproponendo con tutto il furore e la violenza verbale possibili l&rsquo;antica litania anticomunista sulla quale egli ha costruito la propria quasi ventennale fortuna politica. C&rsquo;&egrave; tuttavia, nella riproposizione di quello sgangherato refrain, qualcosa di grottescamente surreale che accomuna l&rsquo;invettiva urlata sabato scorso dal premier dal palco dei &ldquo;Cristiani progressisti&rdquo; (sic!), al comizio con cui Gheddafi ha intimato ai suoi adepti di sterminare &ldquo;chi non lo ama&rdquo;. Farsa nel primo caso, tragedia nel secondo, ma identico, disperato esito paranoico di un delirio che abbiamo visto spesso manifestarsi nel crepuscolo - quasi sempre drammatico - dei dittatori.<br />
Berlusconi appartiene, senza ombra di dubbio, a questa specie, purtroppo non estranea alla biografia della nazione. E, al pari di tutti i dittatori, non trascurer&agrave; mezzo alcuno per restare in sella, qualunque prezzo debba pagare il Paese. Cos&igrave;, sabato, abbiamo visto e udito il sultano, livido e in preda ad una compulsiva autoesaltazione, arringare la platea contro le coppie gay e giurare che - lui regnante - mai esse potranno essere assimilate ad una &ldquo;normale&rdquo; famiglia e che mai esse potranno sperare di avere bambini in adozione. Poi l&rsquo;abbiamo visto scagliarsi contro la scuola pubblica, che &ldquo;inculca&rdquo; valori estranei a quelli che i gendarmi osannanti delle famiglie da Tea-party convenuti per l&rsquo;occasione ritengono utili per i propri figli.<br />
Insomma, l&rsquo;uomo dalle mille imputazioni a carico (dalla corruzione alla frode fiscale, dalla concussione alla prostituzione minorile), l&rsquo;inventore del bunga-bunga in salsa italiana, colui che ha stremato il Paese e messo in un cul de sac una generazione, il protagonista dello scasso costituzionale che ha devastato le istituzioni e lo stato di diritto, il complice del pi&ugrave; forsennato attacco ai diritti del lavoro che si ricordi dal ventennio fascista, colui che ha incorporato nel suo sistema di alleanze e perfettamente rappresentato, come nessuno nell&rsquo;Europa moderna, la destra pi&ugrave; estrema, ora si erige a paladino di una trincea morale, di un&rsquo;eticit&agrave; ipocrita e fraudolenta.<br />
Riuscir&agrave; a credergli ancora una volta la maggioranza di questa Italia sfibrata e in cos&igrave; grande parte prigioniera di un incantesimo che sembra non aver fine? <br />
La risposta, come &egrave; evidente, non pu&ograve; essere consegnata ad un parlamento la cui maggioranza, prigioniera del denaro e degli appannaggi con cui &egrave; stata comprata e insediata, rimarr&agrave; avvinghiata al padrone e ligia al suo comando, qualunque esso sia e sino alla fine. Anche gli ultimi fuochi fatui che hanno attraversato il palazzo ci rendono avvertiti - se mai ce ne fosse stato il dubbio - che non &egrave; da quelle parti che &egrave; lecito aspettarsi impossibili palingenesi. E&rsquo; ora di capirlo: una volta che la cancrena abbia profondamente penetrato vasi e tessuti, pu&ograve; solo essere amputata. E allora, o il popolo trova in se stesso le risorse, politiche e morali, per farlo, oppure ne viene inesorabilmente contagiato e travolto. <br />
La mia opinione &egrave; che ci troviamo esattamente a questo punto. Se il sultano, al culmine della propria infame parabola, dovesse riuscire a rivendicare come virt&ugrave; ci&ograve; che gli viene imputato come vizio e indice di corruttela; se gli fosse consentito di replicare il gioco di prestigio con cui &egrave; riuscito a obnubilare la coscienza di strati sociali che nulla hanno da ottenere da lui e dalla sua corrotta camarilla; se, in sostanza, Berlusconi riuscisse proprio ora a &ldquo;scavallare&rdquo; la crisi, il Paese e tutti noi correremmo il rischio di un&rsquo;ancora pi&ugrave; profonda degenerazione autoritaria, non impossibile in un&rsquo;Europa in piena decadenza e crisi di identit&agrave; politica.<br />
Noi stiamo scivolando - giorno dopo giorno - lungo un crinale in fondo al quale della democrazia costituzionale non vi &egrave; pi&ugrave; neppure la pi&ugrave; labile traccia. E non basteranno, a frenare la caduta, le comparsate televisive, la contestazione non pi&ugrave; che mediatica di un&rsquo;opposizione che si indigna, ma non ha pi&ugrave; i denti per mordere. Diciamolo, una volta per tutte: &egrave; un errore fatale ritenere che possa essere qualche sentenza di tribunale a chiudere i conti col caudillo e illudersi che la scorciatoia giudiziaria, una qualche sanzione penale, possano surrogare ruolo e funzioni della politica.<br />
Ci sono momenti in cui occorre rischiare, e assumersi la responsabilit&agrave; di suscitare un sussulto democratico, indicare la strada di una rivolta che abbia il carattere politico e l&rsquo;ampiezza sociale di una rottura. O trovi questo coraggio, o ti incarti senza via di scampo.<br />
La questione dello sciopero generale va letta esattamente in questa prospettiva. Se tutto si risolvesse nella celebrazione di un rito stanco, officiato per scrollarsi di dosso un&rsquo;imbarazzante accusa di inerzia, non servirebbe a nulla. Una data buttata pi&ugrave; in l&agrave; possibile avrebbe la forza d&rsquo;urto di un convoglio parcheggiato su un binario morto. Lo sciopero di cui c&rsquo;&egrave; bisogno deve essere invece l&rsquo;innesco e l&rsquo;espressione insieme di un generale sommovimento della societ&agrave;, tale da mettere in moto e unire tutte le forze, le soggettivit&agrave;, i movimenti che si oppongono all&rsquo;imbarbarimento presente: il lavoro, la generazione precaria, le donne, i migranti, quanti si battono per la difesa dei beni comuni per sottrarli alla riduzione a merci e quanti non si rassegnano alle moderne forme di schiavit&ugrave;. <br />
Non pi&ugrave;, dunque, l&rsquo;istantanea di una protesta che monta per un giorno e poi rifluisce; non pi&ugrave; una risposta puntiforme e slegata senza comune denominatore, ma un vero e proprio assedio al potere, che mentre mette in discussione lo stato di cose esistenti, fissa l&rsquo;agenda di un&rsquo;altra politica per un altro Paese.</p>
<p><em>Foto REUTERS/Paolo Bona</em><br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Wed, 2 Mar 2011 11:49:21 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2466]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Fiat, ma quale “cuore italiano”]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>E&rsquo; passato sotto traccia e senza suscitare eccessivo scalpore l&rsquo;incontro di sabato scorso fra i vertici della Fiat, il governo e i rappresentanti della regione Piemonte, della provincia e del comune di Torino. L&rsquo;incontro, ricorderete, era stato convocato dal presidente del Consiglio, resuscitato da un letargico sonno, dopo le dichiarazioni con cui Sergio Marchionne aveva rivelato quanto ogni osservatore non addomesticato alla propaganda padronale aveva capito da tempo, e cio&egrave; che il baricentro strategico della Fiat non sarebbe stato pi&ugrave; in Italia, a Torino, bens&igrave; negli Stati Uniti, a Detroit. Il tardivo confronto sollecitato dal governo italiano avrebbe dovuto dissipare le nubi sempre pi&ugrave; minacciose che si addensano sul futuro della produzione automobilistica in Italia, ottenendo indicazioni finalmente chiare sugli investimenti e sul piano industriale, lo strombazzato progetto denominato &ldquo;Fabbrica Italia&rdquo;, che dovrebbe razionalizzare e consolidare la presenza della Fiat nel nostro Paese, portando la produzione ad 1 milione e 400 mila vetture l&rsquo;anno. Ebbene, da quel confronto non &egrave; sortito alcun impegno che autorizzi neppure il pi&ugrave; prudente ottimismo. Come &egrave; noto, Termini Imerese, nei progetti della casa torinese e ancor pi&ugrave; nei fatti, non esiste pi&ugrave;, mentre dei 20 miliardi che l&rsquo;azienda ha dichiarato di voler impiegare nel rinnovamento impiantistico e nel lancio di nuovi modelli non &egrave; dato sapere alcunch&eacute;. Non una sola indicazione, capace di conferire sostanza e credibilit&agrave; a quel progetto, &egrave; trapelata dal Presidente e dall&rsquo;Amministratore delegato della Fiat. I quali, semplicemente, continueranno a fare ci&ograve; che a loro pare, sicuri di non trovare nel governo italiano alcuna interferenza disturbante. E&rsquo; tuttavia Paolo Romani, prestanome di nessuno, alla guida (?) del Ministero per lo Sviluppo economico, a commentare entusiasticamente il &ldquo;chiarimento&rdquo; intervenuto, proclamando che &laquo;la Fiat &egrave; una grande multinazionale che si sta espandendo nel mondo, ma che rimane con un cuore italiano&raquo;. Un cuore italiano: una battuta che sembra una cartolina, un aforisma da Baci Perugina, uno spot pubblicitario come quello interpretato, per una nota azienda di pelati, dal bravo e simpatico Gerard Depardieu.<br />
Sergio Marchionne e John Elkann non hanno concesso nulla ai loro pavidi interlocutori. Anzi: hanno ribadito quello che in questi mesi &egrave; stato da loro imposto attraverso i dicktat di Pomigliano prima e Mirafiori poi, destinati ad essere in seguito applicati in tutti gli stabilimenti del gruppo, da Melfi a Cassino, e a fare scuola anche oltre i confini dell&rsquo;auto e del settore metalmeccanico.<br />
La contrattazione collettiva &egrave; per costoro un retaggio da archeologia industriale. Da rottamare. Le condizioni di lavoro non devono essere frutto di procedure pattizie, fra attori sociali distinti, bens&igrave; atti unilaterali che l&rsquo;azienda, di volta in volta, impone ai lavoratori a propria discrezione. Il corrispettivo della prestazione di lavoro, le modalit&agrave; nelle quali essa si svolge non possono essere negoziabili perch&eacute;, nel nuovo modello di relazioni sindacali, esse sono funzioni della competitivit&agrave;. Per altro non c&rsquo;&egrave; posto. E Maurizio Sacconi, ministro del lavoro sporco, lo dice con parole che non ammettono repliche: le sole &laquo;relazioni industriali costruttive&raquo; sono per lui quelle che assicurano alla Fiat (e, per induzione, a tutte le aziende) &laquo;la piena governabilit&agrave; degli stabilimenti&raquo;. La modernit&agrave; &egrave; quella che ricaccia la Costituzione fuori dei luoghi del lavoro, dove essa fece irruzione con le lotte degli anni Sessanta e Settanta; la modernit&agrave; &egrave; quella che si libera di pastoie legislative come lo Statuto dei Lavoratori; quella, infine, che rimuove &laquo;la libert&agrave;, la sicurezza, la dignit&agrave; dei cittadini&raquo; dal posto sovraordinato che la Carta riserva ad esse, subordinando al rispetto di questi fondamentali diritti sociali l&rsquo;esercizio della libert&agrave; di impresa.<br />
Sulle pareti degli opifici del ventennio fascista si potevano leggere scritte ammonitrici come &laquo;Qui si lavora, non si fa politica&raquo;. E&rsquo; a questo modello, neppure troppo mimetizzato, che si ispirano - perfettamente coese - la borghesia industriale e il personale politico che per conto di essa governa il Paese. Di questa materiale sostanza sono fatti i rapporti sociali che nutrono un pensiero politico ancora largamente maggioritario nel parlamento, tanto nel governo quanto, in termini appena dissimulati, in buona parte dell&rsquo;opposizione. Un pensiero, tuttavia, forse non pi&ugrave; cos&igrave; egemone e incontrastato nel Paese, dove sono avvertibili segni incoraggianti di risveglio che vanno coltivati con cura, per evitare che la politica continui a occuparsi di tutto meno che dei rapporti di classe, fingendo che questi siano gi&agrave; dati e scolpiti nelle leggi di natura.</p>]]></description><pubDate>Tue, 15 Feb 2011 14:16:20 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2465]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il ventriloquo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L&rsquo;intervista  di Giuliano Ferrara a Berlusconi, pubblicata su Il Foglio di ieri, &egrave; un capolavoro di manipolazione politica che merita un veloce commento.<br />
L&rsquo;Elefantino sente (e soffre), da qualche tempo, la difficolt&agrave; estrema in cui si trova il caudillo di Arcore, avverte che l&rsquo;uomo &ldquo;sbrocca&rdquo; ormai senza freni ogni giorno e teme che le sue incontinenti intemerate possano condurre lui e il suo governo in un vicolo cieco. Cos&igrave; gli va in generoso soccorso. L&rsquo;intervista non &egrave; che lo strumento attraverso il quale Ferrara addomestica Berlusconi, prova a farlo uscire dall&rsquo;angolo in cui si &egrave; cacciato e ad organizzarne la controffensiva. Si legga bene quel testo e si capir&agrave; come Ferrara manovri il suo pupazzo con la sapienza del ventriloquo. Non che storpi le idee di fondo dell&rsquo;intervistato - che sono sostanzialmente anche le sue - ma neppure che si limiti a sciacquarne in Arno la prosa violenta e paragolpista, ma in fondo autolesionista. Ferrara manovra il suo intelocutore, ne contiene le pulsioni pi&ugrave; becere, nel tentativo di rendere il suo pensiero presentabile e conferire senso politico al disegno e alla pratica extracostituzionale del premier. La tecnica &egrave; quella, consueta, del rovesciamento della realt&agrave;, dentro uno spartito in cui B. veste i panni della vittima innocente di una congiura. Contro B. sarebbe in atto un &laquo;golpe morale&raquo;, ordito e messo in atto dai suoi avversari per fare fuori la sovranit&agrave; politica, il potere del popolo che lo ha sino ad ora legittimato a fare ci&ograve; che fa, a promuovere &laquo;la nuova politica - tuona il ventriloquo - quella delle libert&agrave; civili, del garantismo per tutti e dell&rsquo;alternativa democratica di governo garantita dal sistema maggioritario di cui sono il padre politico effettivo&raquo;.<br />
Il complotto sarebbe concepito da &laquo;un&rsquo;&eacute;lite  boriosa e antidemocratica&raquo;, un coacervo politico-giudiziario-mediatico di ipocriti &laquo;puritani e giacobini&raquo;. &ldquo;Lui&rdquo;, si capisce, non si esprimerebbe cos&igrave;, ma l&rsquo;Elefantino lo prende per mano e lo aiuta a rispondere alla domanda cui il sultano troverebbe &laquo;senz&rsquo;altro&raquo; superfluo oltre che fastidioso replicare: &laquo;Ma lei si sente al di sopra della legge?&raquo;, domanda Ferrara; &laquo;Certo che no&raquo;, gli fa rispondere. &ldquo;Lui&rdquo;, B. calcherebbe da privato cittadino tutti i tribunali e si sottoporrebbe a tutti i processi del mondo se - ecco il punto - non ci fosse il fumus persecutionis,  vale a dire il sospetto, anzi la certezza, che per via giudiziaria si voglia travolgere, con armi improprie quanto impolitiche e in ogni caso fraudolentemente prefabbricate, il grande disegno riformatore che B. incarna per trasformare l&rsquo;Italia in un paese moderno.<br />
E&rsquo; la giustizia, insomma, che &laquo;travolge il regolare funzionamento delle istituzioni&raquo;, dove, come si sa, per giustizia B. intende la magistratura, tutta intera, non solo quella inquirente, ma anche gli organi di garanzia costituzionale, la Consulta e il Csm, che ierilaltro sono insorti contro l&rsquo;accusa di parzialit&agrave; grottescamente loro rivolta dal premier. Ma questo, saggiamente, Ferrara non glielo lascia dire. Anzi, gli mette in bocca uno sperticato e improbabilissimo apprezzamento per quel &laquo;galantuomo&raquo; del Presidente della Repubblica (ma non era, Napolitano, sino a ieri, un ex comunista, un uomo della sinistra, inaffidabile, incapace di neutralit&agrave; istituzionale?). L&rsquo;uomo del &laquo;fare&raquo; riesce persino a parlare di &laquo;usurpazione del parlamento&raquo;, dopo averne sostituito l&rsquo;attivit&agrave; con un diluvio di decreti d&rsquo;urgenza, trasformando i suoi parlamentari in un esercito di ascari, dopo averne certificato l&rsquo;inutilit&agrave; e proposto che a votare le leggi siano i soli capigruppo! Eppure, &laquo;l&rsquo;eversione politica&raquo; non &egrave; quella che egli pratica quotidianamente, ma il &laquo;calcolo perverso&raquo; di  chi vuole abbatterlo, fuori e non dentro le urne, nei tribunali e non in forza della volont&agrave; dei cittadini. &laquo;Il giudice di ultima istanza - dice, riproponendo un mantra del suo pensiero politico - &egrave; il popolo elettore&raquo;: il populismo come ideologia e il voto come plebiscito che autorizzano l&rsquo;esercizio della dittatura da parte di chi  ha vinto le elezioni.<br />
La realt&agrave; &egrave; molto semplice: B. deve rispondere dei reati di cui &egrave; imputato (frode fiscale, corruzione, concussione, prostituzione minorile) e deve farlo davanti ai giudici naturali. Punto. Perch&eacute; la giustizia, finch&eacute; vale l&rsquo;articolo 3 della Carta, &egrave; uguale per tutti. E ha fatto bene Napolitano a ricordare, proprio ieri, che &laquo;le garanzie di un giusto processo sono gi&agrave; presenti nella Costituzione&raquo;. Se il capo del governo riesce a sottrarvisi vuol dire che l&rsquo;Italia cambia regime e ci troviamo in una monarchia di fatto, senza contrappesi, travolta la divisione e l&rsquo;indipendenza dei poteri. E senza pi&ugrave; costituzione, perch&eacute; il voto popolare - conferito per giunta ad un uomo che controlla i media, detiene un immenso potere e una non meno grande ricchezza personale - viene reinterpretato come una delega in bianco, che trasforma il potere esecutivo nel solo potere reale, totalitario, dispotico, al di sopra delle leggi e immune dai suoi rigori. <br />
Che poi spetti al popolo sovrano decidere a chi competa governare &egrave; cosa del tutto pacifica, ma diversa. Che non fa del depositario di quel potere temporaneo un dominus legibus solutus. Quanto al popolo, &egrave; auspicabile che si svegli dal lungo sonno. Magari aiutato da una sinistra che torni capace di produrre cultura e progetto, di riprendere parola e iniziativa.</p>]]></description><pubDate>Sat, 12 Feb 2011 18:4:47 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2464]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Domani il Senato decide la sorte di Liberazione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2463_1_foto2_4431979_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Se qualcuno ha potuto pensare che il nostro allarme per le sorti di <em>Liberazione</em> fosse eccessivo e la preoccupazione per il taglio dei fondi all&rsquo;editoria velenosamente imposto da Tremonti non del tutto motivata deve ricredersi. Verosimilmente, nella giornata di domani, il Senato metter&agrave; ai voti l&rsquo;emendamento attraverso il quale la maggioranza dei parlamentari della commissione Affari Costituzionali ha chiesto la reintegrazione dei finanziamenti dovuti ai giornali di partito, di idee e cooperativi. Una maggioranza destinata a sfaldarsi nel caso in cui il ministro dell&rsquo;Economia dovesse battere il pugno di ferro e tenere ferma la linea adottata quando, nell&rsquo;arco di ventiquattrore, con un autentico colpo di mano, decise di sottrarre 50 milioni al fondo per l&rsquo;editoria, cambiando in corsa un capitolo della legge di stabilit&agrave; appena approvata dal Parlamento. Se questa sciagurata intenzione, messa in atto col varo del decreto &ldquo;milleproroghe&rdquo; dovesse ora definitivamente materializzarsi, il taglio alle somme di nostra competenza supererebbe il milione di euro, e nessuna acrobazia finanziaria, nessuna soluzione organizzativa, nessuno sforzo di immaginazione (come quelli sin qui testardamente intrapresi) potrebbero salvare <em>Liberazione</em> dalla chiusura. La circostanza che molte altre testate subirebbero analogo contraccolpo spiega poi quanto grave sia l&rsquo;attacco che viene portato al pluralismo dell&rsquo;informazione e, segnatamente, alla stampa che come la nostra vanta ben poveri introiti pubblicitari e, in quel novero, soprattutto a quella che, non potendo contare su risorse pubbliche, non avr&agrave; modo di attingere ad altri finanziamenti, diretti o indiretti che siano. In breve: i giornali sui quali calerebbe senza appello e via di fuga la scure sarebbero quelli che si oppongono al governo e a quello che con una formula sintetica chiamiamo berlusconismo, i fogli che si sono fatti portavoce dell&rsquo;opposizione sociale nelle sue multiformi espressioni e che hanno, con i propri deboli mezzi, offerto visibilit&agrave; alle buone pratiche nelle quali si esprime una societ&agrave; civile totalmente (e proditoriamente) oscurata dalla stampa <em>embedded</em>. Anche a questo siamo, in Italia. E non ci si venga a raccontare la favola che i tempi sono grami per tutti, ragion per cui la &ldquo;livella&rdquo; deve piallare a dritta e a manca. Regalie, clientele, sprechi di ogni genere sono tuttora mostruosamente presenti e sostenuti, con ineffabile e complice determinazione, dalle politiche di bilancio.<br />
Il nostro continua ad essere uno dei paesi pi&ugrave; ricchi del mondo. Un Paese il cui governo finge di far cassa segando, ramo dopo ramo, la democrazia e i suoi gangli vitali.<br />
Si sappia che, d&rsquo;ora in avanti, se le cose andranno male, sui temi del lavoro, sugli operai e sulle operaie della Fiat, sui migranti, sulle porcherie che si consumano dietro le sbarre delle carceri ai danni dei detenuti, sui movimenti che innervano una societ&agrave; meno pacificata di quanto si voglia far credere caler&agrave; il sipario, le voci critiche ridotte al silenzio, non pi&ugrave; <em>manu militari</em> come nel ventennio, ma con identico effetto pratico.<br />
Le conseguenze saranno durissime anche per i lavoratori e per le lavoratrici, giornalisti, pubblicisti, poligrafiici, ma anche per quelli di un vasto indotto che ruota intorno al ciclo produttivo della carta stampata: perderanno tutti il lavoro; qualcuno attinger&agrave;, in quanto ne abbia diritto, agli ammortizzatori sociali, altri andranno subito a spasso. E saranno tanti.<br />
Se i partiti che calcano le scene della politica non fossero afflitti da cronica decrepitezza dovrebbero - tutti - avvertire il segnale mortifero che emana da questa vicenda. E dovrebbero trovare la forza di opporsi, quale che sia la collocazione da essi occupata, ad una cos&igrave; grave amputazione della libert&agrave; e della democrazia. A dire il vero, dovrebbero farlo tutte le persone di buon senso. A babbo morto c&rsquo;&egrave; spazio solo per i rimpianti. Che non servono a nulla e non consolano nessuno.</p>]]></description><pubDate>Wed, 9 Feb 2011 13:44:17 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2463]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’ultimo gioco di prestigio del caudillo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2462_1_ASB503_ITA_2261930_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L&rsquo;uomo che volle farsi re sente stringersi al collo il nodo scorsoio. Allo scandalo che finir&agrave; - prima o poi - per portarlo davanti ai giudici, si uniscono in queste ore altri sommovimenti politici che devono profondamente inquietare l&rsquo;istinto di sopravvivenza del caudillo. Il fronte delle elezioni anticipate si &egrave; sensibilmente allargato. Le ritengono ormai inevitabili tutte le opposizioni. Lo stesso Presidente della Repubblica, da sempre incline ad evitare lo scioglimento del Parlamento e a garantire la continuit&agrave; della legislatura, si rende conto che lo stagno putrescente in cui galleggia il governo rischia di avvitare il Paese in una crisi istituzionale ad alto rischio per le istituzioni democratiche. Cos&igrave;, il premier si &egrave; dovuto ringoiare l&rsquo;intenzione - palesemente golpista - di indire una manifestazione contro la magistratura per il prossimo 13 febbraio. Ma &egrave; soprattutto la Lega a preoccupare Berlusconi. Il Carroccio, pur ostentando lealt&agrave; al premier, fa capire che non affonder&agrave; con lui, che ci sono un tempo e un limite, oltre i quali il gioco ingessato si incriner&agrave; e lascer&agrave; liberi tutti gli attori protagonisti. Se Maroni afferma che &laquo;nel centrodestra ci sono tanti uomini e donne capaci, competenti e dotati di leadership in grado di guidare il governo&raquo;, vuol dire che il ragionamento si &egrave; gi&agrave; spinto molto avanti. La circostanza che il ministro degli interni precisi &laquo;se Berlusconi decidesse di non essere lui il candidato premier&raquo; &egrave; solo un atto dovuto, una premessa irrilevante, una formula diplomatica necessaria a non incrinare i rapporti col Pdl, al quale la Lega rinnova la promessa di alleanza nell&rsquo;eventualit&agrave; di ricorso alle urne. Il tempo delle decisioni definitive &egrave;, in ogni caso, quello imminente del voto sul federalismo, vero tormentone e cartina di tornasole per Bossi e compagnia. Insomma, l&rsquo;ostentata sicumera di Berlusconi, la presunzione di poter reggere con una maggioranza puntellata dalla pattuglia di Scilipoti, si va inesorabilmente dissolvendo.<br />
Ecco allora l&rsquo;ultimo gioco di prestigio, l&rsquo;ultima invenzione truffaldina, escogitata dall&rsquo;uomo di Arcore &laquo;nel nome dei superiori interessi del Paese&raquo;, la proposta rivolta all&rsquo;opposizione di un&rsquo;intesa bipartisan per rilanciare &laquo;la crescita del Paese&raquo;. Alle contumelie e agli insulti, il premier prova ora a sovrapporre un&rsquo;inclinazione dialogante. E&rsquo; la mossa della disperazione. C&rsquo;&egrave; solo da augurarsi che non si trovi in giro chi abbocca a questa esca avvelenata.<br />
Tutti i dittatori, sull&rsquo;orlo del baratro, dismettono il volto feroce nell&rsquo;estremo tentativo di salvarsi. Qualche volta ci riescono, quando tutto &egrave; affidato ai giochi di potere, sempre pronti a trasformismi gattopardeschi. Non gliela fanno quando in campo c&rsquo;&egrave; il popolo con le sue rivendicazioni di giustizia sociale e di democrazia. Ed un&rsquo;opposizione reale capace di guidarne o ispirarne la rivolta. E&rsquo; la differenza che passa fra una rivoluzione e una congiura di palazzo.</p>]]></description><pubDate>Tue, 1 Feb 2011 19:38:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2462]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il Cairo è vicino]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Due fatti tetramente simbolici rendono efficacemente l&rsquo;idea del baratro in cui sta precipitando il nostro Paese. Il primo chiama direttamente in causa quella grottesca macchietta che &egrave; il ministro (?) degli Esteri Frattini, il quale, mentre tutta l&rsquo;area mediterranea - crocevia di vitali interessi per l&rsquo;Italia - &egrave; letteralmente in fiamme, dall&rsquo;Africa settentrionale al Medioriente ai Balcani, trova prioritario fiondarsi in parlamento, non gi&agrave; per aprire un dibattito su un quadro internazionale cos&igrave; gravido di conseguenze, ma per riferire sulla <em>pochade</em> della casa di Montecarlo eletta a cruciale vicenda politica.</p>
<p>L&rsquo;altro evento, lo sciopero generale dei metalmeccanici, replica democratica ad una sempre pi&ugrave; devastante crisi sociale e ad un esproprio di diritti del lavoro senza precedenti nella storia repubblicana, &egrave; trattato dal governo come un sussulto plebeo o come un rito dell&rsquo;estremismo ideologico.</p>
<p>Nel primo caso, la responsabilit&agrave; di una simile provincialistica implosione va ascritta alla corrotta compagine &ldquo;bokassiana&rdquo; che stringe le redini di un potere ormai deragliato dalla Costituzione e sempre pi&ugrave; simile alle dinastie feudali che in questi giorni sono scosse da rivolte popolari.<br />
Il secondo ha - purtroppo - pi&ugrave; padri e padrini, considerato che anche la maggior forza di opposizione, il Pd, ha della linea liberticida di Marchionne e della Confindustria un giudizio sostanzialmente positivo, se si sorvola su qualche &ldquo;eccesso&rdquo; antisindacale dell&rsquo;Ad Fiat che, tuttavia, non inficerebbe l&rsquo;intrinseca bont&agrave; del suo progetto industriale.<br />
I due fatti rivelano cose essenziali per capire l&rsquo;<em>impasse</em> della politica italiana. Spiegano, ad esempio, che le cento puntate delle avventure postribolari di B. non basteranno a togliergli scettro e corona e che neppure la crociata del caudillo contro la magistratura e contro lo stato di diritto saranno sufficienti ad aprire - in un corpo sociale in cospicua parte anestetizzato da vent&rsquo;anni di dittatura televisiva che veicola modelli culturali del tutto coerenti con le <em>performance</em> del premier - una breccia tale da provocarne la resa. Dovrebbe pur suscitare qualche riflessione la circostanza che gli scandali che in questi giorni hanno invaso le pagine dei giornali, persino nelle loro pi&ugrave; sgangherate manifestazioni, non abbiano (se si presta fede ai sondaggi) incrinato il consenso vantato da B. Sicch&eacute; gli appelli che Pd e Terzo Polo rivolgono al Pdl affinch&eacute; la corte si liberi del suo sultano per non naufragare insieme a lui sono destinati ad essere frustrati.<br />
Perch&eacute; sono proprio la genesi e la forma di quel potere corrotto a tenere avvinghiati - da interessi e ricatti inconfessabili - tutti coloro che dal torbido sodalizio hanno ottenuto ed ottengono - come si &egrave; visto e quotidianamente si scopre - vantaggi e prebende di ogni genere e tipo.  E un Pisanu non basta a fare primavera. Poi, pu&ograve; accadere - e forse accadr&agrave; - che l&rsquo;autocombustione raggiunga un punto tale da provocare l&rsquo;incendio. Ma quel che verr&agrave; dopo sar&agrave; inevitabilmente ipotecato da dinamiche politiche tutte interne al blocco sociale e di potere dominante. L&rsquo;opposizione, cos&igrave; com&rsquo;&egrave; conformata nel parlamento, pu&ograve; s&igrave; ottenere la testa di B., ma Marchionne e la Confindustria potranno continuare a tenere sotto il tallone quella dei lavoratori. Non &egrave; a causa dell&rsquo;oppressione sociale che nel palazzo si &egrave; aperto lo scontro pi&ugrave; duro. Coloro che venerd&igrave; hanno incrociato le braccia e riempito le piazze, oggi non trovano ascolto n&eacute; rappresentanza nel parlamento. E questo delimita inesorabilmente il campo delle soluzioni qui ed ora politicamente possibili. Per rompere il recinto serve qualcosa di pi&ugrave;. Serve che le ragioni e le proposte di cambiamento irrompano nella scena politica e occupino il campo dal quale sono state espulse. Ed &egrave; solo la continuit&agrave; della lotta e della mobilitazione sociale che pu&ograve; farsene carico.<br />
Quando tutto torna drammaticamente in gioco e la posta &egrave; fra dittatura e democrazia, allora bisogna correre ai ripari.<br />
Tunisia ed Egitto - a noi pi&ugrave; vicini di quanto si pensi - insegnano.</p>]]></description><pubDate>Mon, 31 Jan 2011 13:5:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2461]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’irruzione del conflitto sociale e la deriva mercatista del Pd]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Poich&eacute; l&rsquo;ipocrisia &egrave; sempre di tutti i mali quello peggiore, converr&agrave; venire in chiaro su ci&ograve; che la vicenda Fiat rivela della mutazione che ha compiutamente trasformato il partito di Bersani in una formazione liberale sempre pi&ugrave; labilmente contaminata da reminiscenze democratiche. Sotto il reiterato invito che il Pd rivolge alla Fiom di rispettare l&rsquo;esito del referendum/ricatto di cui i democratici immaginano e - diciamolo con chiarezza - auspicano un esito favorevole all&rsquo;azienda, si scorgono, senza bisogno di ricorrere a sofisticate dietrologie, due tesi precise. La prima &egrave; che il piano industriale della Fiat, del quale pressoch&eacute; nulla si conosce, va bene ugualmente, perch&eacute; la minaccia di smobilizzo fa salire la paura a 90 e induce a fare finta che il fiele contenuto nel bicchiere sia vino di qualit&agrave;; la seconda &egrave; che l&rsquo;oggetto intrinseco dell&rsquo;accordo, le condizioni imposte da Marchionne non siano, come con tutta evidenza sono, insopportabilmente peggiorative delle condizioni di lavoro e altrettanto lesive di diritti individuali e collettivi - una sorta di spada di Brenno che l&rsquo;Ad della Fiat cala con sprezzante arroganza sul piatto della bilancia - ma un provvisorio ripiegamento che potr&agrave; essere in seguito superato, magari attraverso una legge sulla rappresentanza. Che &egrave; esattamente quanto fino ad ora - da parte del centrosinistra come del centrodestra - si &egrave; scrupolosamente voluto evitare, ritenendo l&rsquo;uno e l&rsquo;altro schieramento alquanto pericoloso riconoscere la sovranit&agrave; dei lavoratori sull&rsquo;attivit&agrave; contrattuale di chi presume di rappresentarli. Poi c&rsquo;&egrave; anche di peggio perch&eacute;, con buona pace di Stefano Fassina, nel Pd tengono banco orientamenti come quello di Veltroni, o di Fassino, o di Chiamparino e via sbaraccando: orientamenti apertamente filoaziendali, con la sola variante di considerare casomai opportuno che chi si ostina a non capire la modernit&agrave; e i vincoli della globalizzazione (la Fiom) non sia escluso dalla rappresentanza sindacale aziendale. Ma, anche in questo caso, l&rsquo;invito non &egrave; rivolto al management, o al padrone, o al governo perch&eacute; si impegnino ad impedire una palese vulnerazione democratica, bens&igrave; al sindacato di Landini che dovrebbe disarmare e aderire - sia pure dissentendo e recalcitrando - al sistema neocorporativo di relazioni industriali che la Fiat intende solennemente instaurare. <br />
Sicch&eacute; la richiesta di non sottrarsi all&rsquo;esito del plebiscito imposto da Marchionne suona, inequivocabilmente, come una pressione esercitata sui lavoratori affinch&eacute; si rassegnino a passare sotto le forche caudine e votino &ldquo;s&igrave;&rdquo;. <br />
Tuttavia, la rivolta operaia contro la Fiat ha gi&agrave; avuto un merito formidabile: quello di riportare al centro dell&rsquo;attenzione generale la verit&agrave; dei rapporti sociali, per gran tempo rimossa dalla cortina fumogena di una dialettica politica congelata nel Palazzo e ripiegata su se stessa, fra una maggioranza ed un&rsquo;opposizione di &ldquo;sua maest&agrave;&rdquo;, avvinte in un gioco di specchi dove mai nulla succede davvero, perch&eacute; tutto accade fuori dai riflettori e fuori dalla portata delle sbiadite controfigure che si agitano convulsamente su quel proscenio.<br />
Il fatto &egrave; che proprio mentre costoro hanno cercato di inscrivere la contesa politica in un&rsquo;area neutra, artificialmente e consensualmente mondata del conflitto sociale, questo ha fatto irruzione nelle quinte di una rappresentazione fraudolenta che d&agrave; per estinte le classi e - in modo esplicito o surrettizio - intesta il progresso al capitale, solo orizzonte pensabile, dove i progetti politici paiono copie intercambiabili del tutto interne al medesimo paradigma. <br />
L&rsquo;irriducibilit&agrave; dei metalmeccanici della Cgil a questo disegno di ruvida involuzione reazionaria, ha bruscamente interrotto lo stucchevole minuetto, e la lotta dei lavoratori si &egrave; saldata, non per giustapposizione, ma per organica connessione, al movimento degli studenti, dei precari, dei migranti, portando alla luce la natura crudelmente classista e autoritaria del potere, quello reale, incardinato nei rapporti di produzione, pedissequamente servito, come mai accaduto prima in epoca repubblicana, dalla casta al governo. <br />
La contraddizione senza scampo in cui &egrave; imprigionata l&rsquo;opposizione parlamentare &egrave; che, proprio mentre si appalesa nel modo pi&ugrave; duro la dittatura dell&rsquo;impresa, essa si smarrisce e rincula, aumentando la distanza che la separa dagli strati sociali che dalla sferza della crisi sono pi&ugrave; colpiti. <br />
Dai primordi fino a trent&rsquo;anni fa, la sinistra aveva costruito la propria identit&agrave;, il proprio profilo culturale, strategico e programmatico su un&rsquo;idea di fondo: che sviluppo e diritti formassero una coppia indivisibile, camminassero insieme e solo dall&rsquo;indissolubilit&agrave; di questo sodalizio derivasse il progresso sociale. Questa convinzione si &egrave; via via attenuata fino a dissolversi completamente, per approdare, pi&ugrave; o meno acriticamente, nei dintorni dell&rsquo;ideologia mercatista che consegna all&rsquo;impresa capitalistica la funzione di motore e di guida della societ&agrave;. Senza intralci politici sociali costituzionali ambientali che ne limitino o condizionino funzionamento e direzione di marcia.<br />
Provi a chiedersi, il Pd, per quale ragione alla crisi di consenso del pi&ugrave; screditato dei governi di centrodestra corrisponda anche il proprio declino.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Wed, 12 Jan 2011 12:32:8 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2460]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il testacoda del Pd sul nodo Fiat]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Su &ldquo;Il Foglio&rdquo; di ieri (fra i pochissimi quotidiani ad avere capito quale partita si giochi intorno alla vicenda Fiat) &egrave; apparso un articolo a firma di Stefano Fassina - responsabile economico del Pd - che merita la massima attenzione. L&rsquo;incipit, o meglio il pretesto, &egrave; del tutto irrilevante, riferendosi esso all&rsquo;osservazione di Adriano Sofri che ironizzava sulla convocazione della Direzione nazionale dei democratici per il 13 gennaio, a ridosso del voto referendario in Fiat, circostanza che pare studiata apposta per baipassare &laquo;una difficile discussione su Fabbrica Italia&raquo;. L&rsquo;interesse del testo, per&ograve;, sta altrove e riguarda piuttosto il contenuto delle considerazioni di Fassina. Il quale, a differenza di molti suoi colleghi di partito, sembra avere davvero capito tutto. Nell&rsquo;ordine: &laquo;che a Pomigliano e a Mirafiori siamo di fronte ad un atto unilaterale della Fiat, dove &egrave; evidente la regressione del lavoro, ma &egrave; assente la minima contropartita nell&rsquo;apertura della governance dell&rsquo;impresa (...); che si torna alle rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici nominate dai vertici sindacali (...); che non &egrave; vero che siamo di fronte ad un accordo &ldquo;giusto e necessario&rdquo;, come non &egrave; vero che l&rsquo;interesse del lavoro coincide con l&rsquo;interesse del capitale (...); che non &egrave; vero che la competitivit&agrave; di un&rsquo;impresa dipende in misura prevalente o finanche significativa dalle condizioni del lavoro o dalla contrattazione di secondo livello, come i giuslavoristi alla moda ripetono&raquo;.<br />
E ancora, &laquo;che il capitale finanziario fa shopping nel mercato globale del lavoro, mentre le forze politiche e sindacali, riformiste o radicali, sono prigioniere nelle gabbie nazionali&raquo;. <br />
Fassina, dunque, &ldquo;vede&rdquo; con limpida chiarezza quel duro conflitto fra capitale e lavoro, quell&rsquo;asimmetrico scontro di classe che si sta svolgendo su scala planetaria e nel nostro Paese, con pesanti conseguenze per i rapporti sociali e per la stessa tenuta della democrazia. Fassina coglie con pronta sensibilit&agrave; il significato dell&rsquo;ingiustizia profonda, della disuguaglianza crescente, del contenuto ideologico sottesi al modello Marchionne, che tutto &egrave; meno che il solo modo realistico di costruire automobili nel tempo della competitivit&agrave; globale. Ma poi, inopinatamente, egli si libera con un colpo di reni di questa non banale analisi per concludere che bene far&agrave; la Fiom a &laquo;riconoscere i risultati del voto di Mirafiori e ad impegnarsi a ristabilire le condizioni di piena agibilit&agrave; sindacale in Fiat&raquo;. Insomma, il responsabile economico del Pd suggerisce una sorta di espediente tattico, molto prossimo, anzi identico, a quella &ldquo;firma tecnica&rdquo; che Susanna Camusso vorrebbe imporre alla Fiom come minore dei mali, come ritirata strategica necessaria per impedire, cos&igrave; si crede, che lo scacco si trasformi in una sconfitta epocale. Ma &egrave; vero l&rsquo;esatto contrario. Chi riavvolga il nastro della storia per ricavarne qualche utile insegnamento non faticher&agrave; a ricordare che negli anni cinquanta e lungo buona parte del decennio successivo, la Cgil - tutta intera - non accett&ograve; mai di accodarsi agli accordi separati che le altre due confederazioni stipulavano in perfetto accordo con le direzioni aziendali. E che proprio questa tenace resistenza, anche nella momentanea sconfitta, le consent&igrave; di non perdere credibililit&agrave; tanto nei confronti di coloro che rifiutavano di piegarsi quanto di coloro i quali, pur non reggendo al ricatto delle controparti, sapevano dove stesse la verit&agrave; e su chi si potesse davvero far conto. Proprio questo atteggiamento, proprio questa indisponibilit&agrave; a introiettare la resa hanno consentito di riprendere il cammino e preparare la stagione della riscossa. La difesa delle proprie buone ragioni - se vi sono - &egrave; sempre un buon investimento che, prima o poi, paga. E cos&igrave; sar&agrave; anche questa volta. Viceversa, piegarsi a condizioni che peggiorano la vita in fabbrica e ledono persino diritti sanciti dalla Carta, sottoscriverne l&rsquo;applicazione punitiva, significa, per dir cos&igrave;, costituzionalizzare un nuovo sistema di relazioni industriali, renderlo irreversibile e rinunciare, scientemente, all&rsquo;esercizio di una funzione autonoma di rappresentanza. Di pi&ugrave;: significa autorizzare tutto il padronato, in qualsivoglia impresa e settore merceologico, di ogni dimensione, del pubblico o del privato, a replicare quel modello, senza pi&ugrave; disporre n&eacute; degli argomenti n&eacute; della forza per opporvisi.<br />
Se la Fiom prestasse ascolto a chi oggi le chiede, con variet&agrave; di accenti e di moventi, di capitolare, non sarebbe in alcun modo possibile, come invece mostra di pensare Fassina, &laquo;ristabilire le condizioni di piena agibilit&agrave; sindacale in Fiat&raquo;. L&rsquo;esito sarebbe quello di una &ldquo;normalizzazione&rdquo; della Fiom, segno inequivocabile e ohinoi definitivo di una partita che si chiude, non di un&rsquo;opportunit&agrave; che faticosamente si tiene aperta.</p>]]></description><pubDate>Mon, 10 Jan 2011 17:8:52 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2459]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Marchionne spiegato a chi ancora non capisce]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ieri, Francesco Forte - al quale non fa difetto la chiarezza, e questo &egrave; un merito di fronte alla palude ipocrita dei professionisti del &ldquo;ma anche&rdquo; - imperversava sulla stampa italiana, da <em>Il Giornale</em> a <em>Il Foglio</em>, somministrando giudizi e ricette pi&ugrave; o meno su tutto. In particolare sul quotidiano di Giuliano Ferrara, l&rsquo;ex ministro craxiano ha tirato fuori il meglio di s&eacute; in un articolo che &egrave; gi&agrave; tutto riassunto nel titolo, a met&agrave; tra l&rsquo;invocazione e l&rsquo;ordine perentorio: &laquo;Marchionizzare l&rsquo;Italia&raquo;. Dove il sugo, depurato del troppo e del vano, sta nella rivendicazione, esplicita e senza bardature retoriche, della primazia del capitale, della dittatura dell&rsquo;impresa proposta, senza infingimenti, come l&rsquo;espressione del bene, contro il vecchiume passatista e paralizzante delle ideologie che ancora si attardano a parlare di una lotta di classe &laquo;morta e sepolta&raquo;. Marchionne - per il nostro - ha ragione. Su tutto. Soprattutto quando, da moderno demiurgo, vuole rifondare - <strong><em>pardon</em></strong>, riscrivere - l&rsquo;intero sistema dei rapporti sociali secondo lui ingessati dentro un involucro concertativo che ha inesorabilmente fatto il suo tempo. Forte va subito al nocciolo della questione che &egrave; quanto e come si sgobba. La storiella secondo cui il fattore lavoro vale il 10 per cento dei costi di produzione importa poco, perch&eacute; &egrave; proprio &laquo;con quel 10 per cento che si fa lavorare (si mette a profitto, ndr) il 90 per cento che &egrave; capitale fisso e circolante e se si lavora tutto il tempo, e non solo di giorno, nei giorni feriali, e ci sono poche assenze, quel 90 per cento &egrave; pienamente utilizzato&raquo;. In altri termini, ma la chiosa &egrave; forse superflua, pi&ugrave; spremi l&rsquo;olio di gomito, pi&ugrave; spezzi le ossa a chi lavora, pi&ugrave; inchiodi alla catena anche i malati, pi&ugrave; sbaragli quei noiosi (e costosi) intralci che si chiamano diritti, e pi&ugrave; metti a profitto l&rsquo;investimento industriale: come si vede siamo prossimi alla genialit&agrave; e dobbiamo essere grati a Francesco Forte per questo innovativo contributo alla teoria economica e alla politica sociale. Ma il bello viene adesso. Sentite: &laquo;Compito dei sindacati &egrave; quello di generalizzare lo schema di Mirafiori e di Pomigliano&raquo;. E chi non ci sta? Chi ha rifiutato di firmare e sottoscrivere questa allegra prospettiva? Semplice: quel sindacato non ha alcun diritto alla rappresentanza in azienda, perch&eacute; &laquo;cosa ci fa l&igrave; dentro?&raquo; Evidentemente &laquo;&egrave; l&agrave; per piantare grane o &egrave; l&agrave; per dire &ldquo;vorrei ma non posso&rdquo;&raquo;. Meglio, dunque, metterlo nelle condizioni di non nuocere, perch&egrave; le classi sono s&igrave; scomparse, ma non si sa mai.<br />
cco dunque il modello di relazioni industriali praticato da Marchionne e mirabilmente tradotto in prosa dall&rsquo;editorialista de <em>Il Foglio</em>: una Confindustria trasformata in &laquo;associazione fra operatori economici dotati di libert&agrave; di contratto&raquo; e un sindacato che si acconcia ad assecondarne i desideri, fungendo da ammortizzatore delle tensioni che, fatalmente, un modello del tutto autocentrato sull&rsquo;impresa genererebbe.<br />
Poi ce n&rsquo;&egrave; anche per la politica, che se deve stare alla larga dai rapporti sociali (perch&eacute; - in coerenza il modello di Marchionne - occorrono &laquo;pi&ugrave; contratti di diritto privato e meno di diritto pubblico&raquo;), deve tuttavia fare una cosa importantissima, vale a dire &laquo;tassare meno i profitti, non soltanto quelli reinvestiti, ma anche quelli che vanno in dividendi, perch&eacute; anche questi - secondo il nostro ineffabile commentatore - attirano il nuovo capitale&raquo;. Non fa niente, come la storia di questi trent&rsquo;anni ci ha insegnato, se ogni regalo fiscale ai profitti si &egrave; tradotto in investimenti speculativi che nulla hanno portato alla competitivit&agrave; d&rsquo;impresa e men che meno alle retribuzioni e ai redditi da lavoro rimasti da decenni al palo.<br />
Poi, il botto conclusivo, un sublime cammeo, l&rsquo;invito rivolto agli intellettuali italiani ad &laquo;abbandonare sia il pensiero debole, sia le astrazioni (&hellip;) e a guardare non all&rsquo;America di Barack Obama, ma a quella dei Tea Party di Sarah Palin, per quanto sgradevole&raquo;. Complimenti! <br />
Ecco, se questo &egrave; il giro del fumo, se le cose stanno come con crudezza le descrive Francesco Forte, viene da esclamare, con Mario Monicelli, &laquo;Facciamo la rivoluzione&raquo;.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Sat, 8 Jan 2011 14:34:10 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2458]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[ La battaglia decisiva che non possiamo perdere]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Con la stessa premeditata protervia con cui Marchionne abolisce il diritto di sciopero e di libera rappresentanza sindacale negli stabilimenti Fiat, Tremonti decide di chiudere i giornali indisponibili a rinunciare alla propria indipendenza, non addomesticati e non omologati al potere costituito. Nei giorni scorsi abbiamo assistito con sgomento allo scippo repentino con cui, attraverso il decreto &ldquo;milleproroghe&rdquo;, a sole 24 ore dal varo della legge di stabilit&agrave; che reintegrava il fondo per l&rsquo;editoria, si dimezzavano quelle risorse, invero modeste, ma essenziali per la sopravvivenza di tante testate, per lo pi&ugrave; piccoli giornali, ma non per questo meno essenziali a garantire quell&rsquo;irrinunciabile fattore di democrazia che &egrave; il pluralismo dell&rsquo;informazione.<br />
Sia chiaro a chi ci legge che le ragioni del taglio non hanno nulla a che vedere con le ristrettezze delle disponibilit&agrave; di bilancio. Le poste necessarie sono davvero esigue, lo sono cio&egrave; in assoluto, e non solo al cospetto della grave, irreversibile vulnerazione che ne riceverebbe il panorama editoriale. La scelta che il titolare del Tesoro ha compiuto - per conto del governo nel quale egli svolge una funzione sempre pi&ugrave; determinante - &egrave; eminentemente politica ed ha un preciso significato: ridurre al silenzio il dissenso politico, interrompere ogni canale di visibilit&agrave; per quelle espressioni della societ&agrave; civile - sindacati, movimenti, associazioni, comitati, manifestazioni culturali - che confliggono col blocco sociale e politico dominante, con la consorteria che concresce alla sua ombra e coltiva privatissimi interessi grazie alla connivente protezione del governo. Di questo si tratta e occorre averne piena contezza per attrezzare la risposta pi&ugrave; idonea e renderla efficace.<br />
Il decreto ha sessanta giorni di vita entro i quali deve essere convertito in legge, pena la decadenza. Questo &egrave; il tempo massimo a disposizione per condurre - nelle commissioni parlamentari deputate, al Senato prima e alla Camera poi - la battaglia per reintegrare il fondo per l&rsquo;editoria delle somme decurtate. Se non vi riusciremo, se la maggioranza dei parlamentari, contravvenendo al positivo, trasversale orientamento espresso lo scorso anno, dovesse rovesciare il proprio giudizio, avallando il blitz di Tremonti, allora un colpo letale sarebbe inferto alle nostre magrissime finanze: decine di testate, fra le quali la nostra, sarebbero costrette a cessare le pubblicazioni e migliaia di lavoratori, giornalisti e poligrafici perderebbero il lavoro. Le settimane che abbiamo dinanzi sono cruciali, perch&eacute; se &egrave; vero che sar&agrave; il Parlamento a decidere del nostro futuro, lo &egrave; altrettanto che tutti i soggetti coinvolti in questa vicenda (giornalisti, sindacato, federazione degli editori) dovranno inventare le forme, le pi&ugrave; originali e inedite, di protesta e di mobilitazione.<br />
Ma sar&agrave; bene che anche i nostri lettori, i militanti, avvertano sino in fondo il pericolo estremo di fronte al quale ci troviamo e facciano sentire, chiara e decisa, la propria voce. Bisogner&agrave; sollecitare la fantasia, e suggeriremo noi stessi alcune delle modalit&agrave; attraverso le quali fare arrivare, dentro il Palazzo e fuori di esso, l&rsquo;allarme di quanti si oppongono ad un tracotante disegno politico liberticida.<br />
Nello stesso tempo deve continuare, se possibile con pi&ugrave; lena di prima, la campagna di sostegno a Liberazione che si era espressa in questi mesi sotto forma di abbonamenti e di sottoscrizioni. La determinazione con cui le compagne e i compagni vorranno difendere, in proprio, uno strumento essenziale per la loro lotta politica rimane - a dispetto di chi vuole annientarci - la condizione decisiva e irrinunciabile per contrastare l&rsquo;attacco che ci viene portato. Il successo dell&rsquo;autofinanziamento &egrave; d&rsquo;altra parte l&rsquo;indice pi&ugrave; veritiero della propria credibilit&agrave;, della consapevolezza con cui si scommette nelle proprie idee e nelle proprie ragioni. Idee e ragioni forti, se quasi 900 persone hanno sino ad oggi effettuato o rinnovato l&rsquo;abbonamento al giornale, se tanti e tante hanno gi&agrave; sottoscritto per un importo complessivo che supera i 150mila euro, se ancora in questi giorni, come documentiamo in ultima, affluiscono in misura cospicua contributi economici e ancora nuovi abbonamenti. Questa tensione, questo impegno devono tuttavia rappresentare non pi&ugrave; un appuntamento emergenziale, non pi&ugrave; il cimento di una stagione eccezionale, ma l&rsquo;ingaggio permanente di tutta la nostra comunit&agrave;, stretta con inesausta tenacia al proprio giornale e alla propria missione.</p>]]></description><pubDate>Thu, 6 Jan 2011 16:27:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2457]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Solo la Fiom sa fare la cosa giusta?]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>D&agrave; un po&rsquo; di voltastomaco ascoltare con quanto disinvolto cinismo ineffabili commentatori, per lo pi&ugrave; professionisti della politica, del giornalismo e non, i quali dispongono di un posto fisso, sicuro e non insalubre, gratificante e ottimamente retribuito, ruggiscano contro i lavoratori della Fiat, intimando loro di accettare senza tante storie le condizioni dettate da Marchionne. Costoro pontificano e sproloquiano senza posa su ci&ograve; che palesemente non conoscono, n&eacute; sono interessati a conoscere. Mi riferisco alla realt&agrave; del lavoro seriale, alla catena di montaggio. Che tale &egrave; in ogni senso. L&igrave; si assemblano pezzi, secondo la metrica ed i ritmi imposti dall&rsquo;azienda: operazioni che durano una manciata di secondi per ripetersi infinite volte, gesti sempre uguali a se stessi, usuranti e alienanti insieme; l&igrave; si sta come cani al guinzaglio. E l&igrave; si contraggono malattie e stress psicofisico oggi accentuati dai turni prolungati e dal taglio delle pause, la vita trasformata in una funzione della fabbrica, la persona ridotta ad un&rsquo;appendice, ad una protesi della macchina.<br />
La pura riproduzione della forza-lavoro: ecco, in termini brutali ma veritieri, cosa significa, nella sua essenza il modello che incarna il mito della modernit&agrave;. Tutto ci&ograve; in cambio di un salario ridicolo e - per sovrapprezzo - della privazione del diritto di esprimere un punto di vista, di difendersi, di organizzarsi in un sindacato che rappresenti davvero i lavoratori e che unendo gli uni agli altri trasformi in forza la debolezza, cos&igrave; da attenuare l&rsquo;enorme sproporzione delle due parti. Sproporzione che fa dell&rsquo;operaio isolato una vittima sacrificale. E tuttavia, firmano, firmano tutto e comunque, senza batter ciglio, la Cisl e la Uil, ormai in gara avvincente col sindacato &ldquo;giallo&rdquo; per antonomasia, il Fismic, nel prostrarsi ai piedi dell&rsquo;azienda, nella speranza che i servigi resi possano essere ripagati dal padrone, nell&rsquo;attesa servile che egli li munifichi gettando nel loro recinto qualche osso da rosicchiare. <br />
Si illudono anch&rsquo;essi, perch&eacute; la Fiat li user&agrave; fino a quando riterr&agrave; il loro &ldquo;lavoro&rdquo; utile, ma quando quell&rsquo;apporto risulter&agrave; superfluo, non ce ne sar&agrave; per nessuno. E allora anche un simulacro sindacale sar&agrave; di troppo, potendo l&rsquo;azienda amministrare direttamente il rapporto con ogni singolo dipendente, senza prendersi il disturbo di foraggiare degli intermediari. E&rsquo; gi&agrave; accaduto, ma l&rsquo;ignoranza del passato e l&rsquo;incultura del presente congiurano nel replicare tragedie gi&agrave; vissute.<br />
Fa ancora qualche effetto e produce un amaro senso di pena, nonostante tutto, vedere ex dirigenti comunisti, cresciuti nella temperie di una grande storia, averne totalmente smarrito  memoria e insegnamenti e allinearsi alle tesi violentemente autoritarie di Marchionne, manifestando nei suoi confronti un consenso cos&igrave; acritico da creare qualche imbarazzo perfino in quella parte del mondo imprenditoriale che sa bene come la competizione sugli idolatrati mercati non si vince semplicemente mettendo la mordacchia agli operai. A questo, tuttavia - bisogna che tutti se ne facciano una ragione - &egrave; giunta l&rsquo;involuzione culturale e politica di quella burocrazia di partito (non mi viene un&rsquo;altra definizione) che dopo la Bolognina, di abiura in abiura, di rimozione in rimozione, di cedimento in cedimento, ha finito per recidere ogni adiacenza col mondo del lavoro per aderire, senza sostanziali riserve, a quella che nel tempo presente si configura come la pi&ugrave; ruvida dittatura del capitale.<br />
La Costituzione, al cospetto della realt&agrave; squadernata sotto i nostri occhi, sembra il prodotto di marziani, tale &egrave; l&rsquo;estraneit&agrave; dei fondamenti culturali e politici che ne informano i principi ispiratori, rispetto al conformismo politico che vede la destra, il centro e quell&rsquo;indefinibile &ldquo;ircocervo&rdquo; che &egrave; il Pd uniti, senza eccessivi distinguo, nel riplasmare sull&rsquo;impresa e le sue pi&ugrave; unilaterali pretese il bene comune.<br />
Non impressiona di meno, sia detto con tutta la necessaria franchezza, l&rsquo;atteggiamento della Cgil. Tre giorni fa avevamo titolato la nostra prima pagina con una sorta di auspicio rivolto a Susanna Camusso. Quel &laquo;Fai la cosa giusta&raquo; alludeva alla speranza che tutta l&rsquo;organizzazione si stringesse attorno alla Fiom, cogliendo sino in fondo portata e conseguenze dell&rsquo;offensiva scatenata dalla Fiat contro tutto il mondo del lavoro. Cos&igrave; non &egrave; stato. Di pi&ugrave; e di peggio: la segretaria della Cgil ha ritenuto che &laquo;la cosa giusta&raquo; fosse invitare Maurizio Landini ad accettare il referendum sul diktat del padrone e a piegarsi ad un eventuale esito di esso favorevole all&rsquo;azienda, quasi ci si trovasse di fronte ad un accordo, cio&egrave; ad un compromesso liberamente scelto, e non gi&agrave; ad un ricatto, pesantemente lesivo di quelli che sino a ieri erano ritenuti, persino dalla legge, diritti indisponibili.<br />
Ora la Fiom si appresta a fronteggiare da sola un impatto durissimo. Non c&rsquo;&egrave; in questa scelta coraggiosa alcuna &laquo;oltranzista rigidit&agrave;&raquo;, non c&rsquo;&egrave; traccia alcuna di una rinuncia &laquo;aventiniana&raquo;, come invece mostra di credere Roberto Mania, che sulle colonne de la Repubblica criticava un presunto arroccamento settario dei metalmeccanici della Cgil. C&rsquo;&egrave;, semmai, la lucida consapevolezza che una volta abbattuto quell&rsquo;argine, fra i padroni galopperebbe la convinzione che tutto sar&agrave; loro concesso. A maggior ragione se anche la Fiom vi apponesse, sia pure obtorto collo, il proprio sigillo, equivalente ad una dichiarazione di disarmo e di resa. Allora la regressione diventerebbe inarrestabile e vivremmo forme estreme di barbarie sociale. <br />
Perci&ograve;, se la deriva non viene arrestata, ora, attraverso la lotta pi&ugrave; ferma e incisiva, diventer&agrave; molto pi&ugrave; arduo farlo domani, perch&eacute; a quel punto, introiettata la sconfitta senza lottare, soccombere alla legge della prepotenza apparir&agrave; come il solo atto ragionevole, suggerito dall&rsquo;istinto di sopravvivenza. Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi. La Fiom questo lo sa. E fa bene a non disperdere un cos&igrave; grande patrimonio di esperienza, di sapienza politica, di moralit&agrave;. Sappiano, anche i lavoratori e le lavoratrici, le sindacaliste e i sindacalisti che combattono su una trincea cos&igrave; esposta, che molte persone, giovani e meno giovani, guardano con speranza a questa battaglia di democrazia e che ad essa sono disposte ad unirsi. Sappiano pure che noi siamo e saremo con loro. Sempre e sino in fondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 6 Jan 2011 16:25:42 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2456]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La storia peggiore che non dobbiamo rivivere]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Societ&agrave; schiavistiche sono esistite e, come si vede, possono esistere anche nella modernit&agrave;. Semmai potrebbe sorprendere che queste rimettano radici nell&rsquo;Europa che, dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi, seppe munirsi di un efficace welfare e nell&rsquo;Italia che riusc&igrave; a darsi il pi&ugrave; forte partito comunista dell&rsquo;Occidente. Un&rsquo;Italia, tuttavia, che &egrave; gi&agrave; da tempo divenuta post-Costituzionale e dove la degenerazione democratica, al livello politico e istituzionale, trova il suo perfetto corrispondente nella devastazione dei rapporti sociali, nella dittatura senza pi&ugrave; bardature del capitale sul lavoro. Il pendolo, rimasto in equilibrio per oltre trent&rsquo;anni di vita repubblicana, si &egrave; qui da noi rapidamente spostato verso l&rsquo;impresa, complice la globalizzazione capitalistica e l&rsquo;implosione di un&rsquo;Europa che ha costituzionalizzato il mercato, piuttosto che i diritti. Il caso italiano ha tuttavia impresso un&rsquo;accelerazione a questo processo generale, dimostrando come politica, cultura, ideologia possano trasformare molecolarmente modi di pensare, comportamenti, equilibri sociali un tempo non lontanissimo dati per consolidati. Ora, per&ograve;, accadono fatti che si incaricano di produrre un&rsquo;ulteriore, decisiva, precipitazione, un salto di qualit&agrave; che - anche simbolicamente - d&agrave; il senso del mutamento che si va producendo. La vicenda Fiat incarna tutto questo, con una violenza tale da rievocare, mutatis mutandis, la catastrofica sconfitta operaia del biennio rosso, sfociata nell&rsquo;ascesa del fascismo e nella cancellazione dello stesso Stato liberale. Raffronto per molti aspetti improponibile, si dir&agrave;, ma non privo di  analogie, che tornano come una iattura, come un filo rosso che riproduce antichi italici vizi, non cancellati - come speravamo - dall&rsquo;epopea resistenziale. Torna, in forme persino pi&ugrave; aspre e volgari, la sudditanza del potere politico all&rsquo;impresa; torna l&rsquo;inclinazione pusillanime di una sinistra moderata che non possiede nelle sue corde n&eacute; il coraggio n&eacute; l&rsquo;ambizione di un vero progetto di cambiamento; torna il sindacalismo rinunciatario che decide di non combattere ed abbandona il proletariato al suo destino. Anche quest&rsquo;epoca riproduce i suoi Turati e i suoi D&rsquo;Aragona, senza neppure la dignit&agrave; e - tutto sommato - la statura morale che quelle figure seppero mantenere. Il diktat della Fiat (si smetta di chiamarlo accordo, solo perch&eacute; sottoscritto da sindacati corrotti e del tutto cooptati nella catena di comando dell&rsquo;azienda), esportato da Pomigliano a Mirafiori e destinato a divenire il modello canonico delle relazioni industriali imperanti nel Paese, cancella l&rsquo;interlocutore sindacale, riducendolo alla stessa impotente succubanza, al ruolo corrivo nei confronti del regime politico e di quello di fabbrica che fu dei sindacati fascisti. Un modello neo-corporativo nel quale l&rsquo;interesse dell&rsquo;impresa - quali che siano le forme nelle quali si esprime - viene fatto corrispondere con gli interessi generali.<br />
C&rsquo;&egrave; - incorporato nell&rsquo;editto di Marchionne - lo stesso divieto di sciopero, pena il licenziamento, che fu istituzionalizzato per legge nel ventennio. E c&rsquo;&egrave; lo scioglimento d&rsquo;autorit&agrave;, dentro l&rsquo;azienda, del sindacato, del solo sindacato indipendente rimasto in campo, la Fiom. Questo poderoso colpo all&rsquo;architrave su cui poggia la Costituzione e, possiamo ben dirlo, la democrazia, non suscita preoccupazioni nel centrosinistra, in un Pd ormai incapace di tutto. Ora leggiamo che Susanna Camusso giudica antidemocratico e illiberale Marchionne. Alleluia. Peccato che non ne tragga alcuna conseguenza. Marted&igrave; scorso avrebbe potuto derivarne coerenti determinazioni, impegnando tutta la sua organizzazione in una corale risposta di lotta, capace di chiamare a raccolta tutti i lavoratori italiani e di costituirsi come il collante di un raggio amplissimo di mobilitazioni sociali, a partire dal movimento degli studenti che ha dimostrato un&rsquo;eccezionale maturit&agrave; e coscienza di s&eacute;, cogliendo proprio nel rapporto con il lavoro la chiave potenzialmente vincente di un nuovo blocco sociale. Poteva, Susanna Camusso, ricordare ci&ograve; che nel 2002 fece Sergio Cofferati, mettendo in campo tutta la forza possibile della Cgil per impedire la manomissione dell&rsquo;art. 18 dello Statuto dei lavoratori, riuscendo - con una battaglia di non comune intensit&agrave; che divenne lotta di popolo - a fermare l&rsquo;offensiva padronale e a rovesciare le prospettive di una pesantissima situazione politica. Invece, Camusso ha preferito traccheggiare, cercando impossibili sponde in una Confindustria a tutto interessata meno che a ostacolare seriamente il disegno della Fiat, ingaggiando invece un duello intestino con la minoranza e con la propria categoria pi&ugrave; esposta, accusata di rigidit&agrave; negoziale. <br />
Accade cos&igrave; che la democrazia, svuotata di ogni sostanza e pervertita, come ha scritto Fernando Savater, in &laquo;clepto-democrazia&raquo; e il capitalismo del terzo millennio regredito, quanto a vocazione predatoria e violenza della sfruttamento, a paleocapitalismo, non trovano efficace contrasto politico. E ci&ograve; accade perch&eacute; - come osserva magistralmente Jurgen Habermas - &laquo;mentre le &eacute;lite si barricano anche moralmente nelle loro gated comunities, i rituali della sinistra rispecchiano il generale ottundimento di questo spirito normativo e la crescente tendenza ad accettare come normale ed ovvio un egoismo razionalista, che con gli imperativi del mercato &egrave; penetrato ormai fin dentro i pori di un ambiente di vita colonizzato&raquo;. Bisogna allora avere il coraggio di andare alla radice, considerato che, in altro modo, come aveva ben compreso Karl Marx, non si cava il ragno dal buco. Per ri-comprendere, a maggior ragione dopo le infinite repliche che la storia ci ha riservato, che il capitalismo &egrave; ontologicamente irriformabile; che il mercato non pu&ograve; concepire limiti, n&eacute; sottoporsi a regole esterne, destinate ad essere travolte non appena possibile senza riguardo ai mezzi da impiegare; che la riproduzione del capitale oggi distrugge piuttosto che generare forze produttive e che lo sviluppo di una democrazia integrale, intesa come autogoverno dei produttori associati, &egrave; incompatibile con la propriet&agrave; privata dei mezzi di produzione. <br />
Fino a quando la sinistra rimarr&agrave; prigioniera dell&rsquo;autolesionistica illusione che affida alla politica il compito di temperare il mercato e addolcire gli &ldquo;spiriti animali&rdquo;, saranno questi ultimi a prevalere. Rompere questa gabbia che impedisce al pensiero critico di inoltrarsi oltre il gi&agrave; visto e il gi&agrave; sperimentato e paralizza l&rsquo;azione e la lotta politica: ecco il compito non svolto che sta ancora di fronte a noi. Sarebbe incoraggiante se la sinistra, tutta la sinistra, di fronte al pericolo estremo, fosse capace di mettersi alle spalle le sedimentate divisioni per fare causa comune nella lotta contro la soppressione dei diritti nel lavoro e la definitiva eclissi della democrazia costituzionale.</p>]]></description><pubDate>Tue, 28 Dec 2010 18:1:0 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2455]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Tremonti vuole chiuderci. Reagiremo!]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2454_1_Testata Liberazione2_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L' infausta profezia di Giulio Tremonti, il ministro pi&ugrave; potente del reame berlusconiano, rischia di avverarsi. Con un velenoso colpo di coda, attraverso il decreto &ldquo;mille proroghe&rdquo;, la doverosa integrazione del fondo destinato al 5 per mille &egrave; stata compiuta a spese dei contributi per l&rsquo;editoria e per l&rsquo;emittenza locale. Se il taglio verr&agrave; confermato, la battaglia condotta nei mesi scorsi per la difesa dello straccio di pluralismo giornalistico che ancora rimane nel nostro Paese, sar&agrave; stata vana: un centinaio di testate giornalistiche dovranno cessare le pubblicazioni e migliaia di posti di lavoro verranno annientati. Questo ulteriore avvitamento autoritario del governo, questa sempre pi&ugrave; manifesta intenzione dittatoriale che si spinge sino a chiudere la bocca ad ogni voce non allineata al sultano devono essere contrastati con la pi&ugrave; grande determinazione. Oggi, nel rinnovarsi della pi&ugrave; cupa preoccupazione per il futuro prossimo del nostro e di tanti altri giornali di partito, di idee e cooperativi, rivolgiamo un appello alle forze democratiche, ai movimenti, alle associazioni, ai comitati di scopo le cui lotte, ragioni, esperienze sarebbero del tutto oscurate se non potessero contare sulle poche, fragili e tuttavia tenaci fonti di informazione libera e non omologata.<br />
Questo appello &egrave; non di meno rivolto a deputati e senatori che, a maggioranza, in entrambi i rami del Parlamento avevano chiesto al governo di evitare tagli all&rsquo;editoria che determinerebbero immediate, devastanti conseguenze.</p>]]></description><pubDate>Thu, 23 Dec 2010 15:30:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2454]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Qualcosa sta cambiando nel Paese. Ora cambi la politica]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Solo chi &egrave; immerso nell&rsquo;autistico isolamento del palazzo o &egrave; abituato a ragionare riproducendo vecchi schemi mentali pu&ograve; non aver capito che la protesta di marted&igrave; - anche nelle modalit&agrave; pi&ugrave; ruvide in cui si &egrave; espressa - non sia intestabile solo a gruppi isolati, ai cosiddetti black bloc, ai professionisti della provocazione fine a se stessa. Ieri, nelle strade di Roma, si &egrave; materializzato qualcosa che era gi&agrave; nell&rsquo;aria da tempo e che l&igrave; si &egrave; espresso in forme particolarmente dure perch&eacute;, contemporaneamente, nei luoghi istituzionali della rappresentanza politica sovrana, blindata dall&rsquo;ennesima &ldquo;zona rossa&rdquo;, andava in scena il miserabile spettacolo di un governo, ovvero di un grumo di interessi di casta, politici e personali, che si fa beffe della drammatica condizione di disoccupazione, di precariet&agrave;, di deprivazione di futuro che sta devastando la vita reale di milioni di persone e, massimamente, di giovani a cui non viene offerta una via d&rsquo;uscita. Una generazione, pi&ugrave; probabilmente due - abbiamo detto - sta prendendo coscienza di uno scarto insopportabile fra la propria condizione e l&rsquo;irresponsabile indifferenza di un ceto politico che autoriproduce se stesso e i propri rituali in una bolla autosospesa, che promana cinismo e corruzione. La verit&agrave; &egrave; che ad ogni latitudine del Paese, con una coesione impressionante, cresce la ribellione, spesso senza riferimenti politici, perch&eacute; gran parte della politica &egrave; latitante o impalpabile, mentre le forze organizzate che si uniscono alla protesta lo fanno per immersione, come parte nel tutto, insieme al movimento pi&ugrave; che alla guida di esso. Eppure, una cifra politica c&rsquo;&egrave;, e molto ben visibile. Vive nella domanda che lo Stato, che i tenutari delle redini del potere si occupino della cultura, della scuola pubblica, dell&rsquo;universit&agrave; e della ricerca, del lavoro. Insomma, di quello che &egrave; avvertito da masse sempre pi&ugrave; ampie come il bene comune. Prorompe da l&igrave; una domanda inevasa di giustizia, di uguaglianza, di pulizia che rinvia - n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno - a ci&ograve; che la Costituzione riconosce come diritto e che chi governa nega con crescente arroganza. Che la repressione poliziesca della protesta invocata da Sacconi con un linguaggio (e un tono) da dittatore sudamericano del tempo che fu, possa venire a capo di quello che &egrave; tutto meno che un fuoco fatuo, &egrave; illusione proterva, ma non per questo meno pericolosa. Anche perch&eacute; il peggio &egrave; davanti, non dietro di noi.<br />
L&rsquo;Unione Europea sta per chiedere all&rsquo;Italia una manovra di rientro dal debito di dimensioni spettacolari, in ottemperanza alla strategia ipermonetarista decisa a Bruxelles con la benedizione del Fondo monetario internazionale. Perch&eacute; nessuno coltivi dubbi, il nodo scorsoio si stringer&agrave; attorno alla gi&agrave; asfittica spesa sociale, al welfare, alla rete dei serizi pubblici, ai salari. Per cui quello che si &egrave; visto con la legge di stabilit&agrave; appena varata dal parlamento non rappresenta che l&rsquo;antipasto del piatto forte che verr&agrave; prossimamente somministrato - bisogna saperlo - ad una parte del Paese e ad una parte sola. Precisamente, a quella che oggi sta gi&agrave; pagando. Tutto ci&ograve;, dentro un quadro segnato dalla fragilit&agrave; e dall&rsquo;endemico nanismo del nostro apparato industriale, dal deficit che tocca punte inedite a causa degli sprechi e delle spese improduttive, dalla caduta (e non dalla crescita, come sproloquia Tremonti!) delle entrate fiscali, mentre spopola l&rsquo;evasione e si divarica la forbice tra ricchezza e povert&agrave;. Non dovrebbe essere troppo difficile comprendere che per fare assorbire ad un corpo sociale gi&agrave; fortemente indebolito una simile frustata occorrono alcune condizioni. Della prima si sta incaricando, direttamente, Sergio Marchionne, per nome e per conto della parte pi&ugrave; aggressiva del capitalismo italiano: distruggere, contemporaneamente, il contratto collettivo di lavoro e il potere di coalizione dei lavoratori. Della seconda &egrave; titolare il governo, che attraverso il cosiddetto &ldquo;collegato lavoro&rdquo; e la proposta di legge che smonta lo Statuto dei lavoratori, annichilisce le tutele individuali, toglie l&rsquo;acqua nella quale il sindacato vive. Alla terza condizione lavorano molte forze, della destra, del centro e del centrosinistra, le quali pensano che la ricetta monetarista non abbia alternative e si candidano a fornirle la base politica e parlamentare necessaria: fra Tremonti e Padoa Schioppa - per essere chiari - non esistono muraglie cinesi, tutt&rsquo;altro. Per questo Berlusconi non durer&agrave;, a prescindere dalle alchimie politiciste e dai giochetti di corte cui dovremo ancora assistere prima di vederlo gettare la spugna.<br />
Tutti attendono con comprensibile ansia il prossimo 20 gennaio per vedere se la Consulta, con la propria inappellabile sentenza sulla costituzionalit&agrave; del legittimo impedimento, sancir&agrave; la fine della stagione politica del caudillo per inaugurare quella giudiziaria. Ove questo avvenisse, saluteremmo con sollievo l&rsquo;evento, consapevoli che si tratterebbe di un bene in s&egrave;. Ma guai a pensare che l&rsquo;egemonia della destra e dei padroni si sciolga come accade agli incantesimi nelle favole. Per questo l&rsquo;appuntamento pi&ugrave; interessante sar&agrave; un mese prima, il 20 di dicembre, in Corso d&rsquo;Italia, presso la sede della Cgil, dove il Comitato direttivo del pi&ugrave; grande sindacato italiano dovr&agrave; prendere atto che l&rsquo;Ad della Fiat e Confindustria hanno definitivamente sepolto ogni (velleitaria) ipotesi di patto sociale. Sar&agrave; difficile eludere l&igrave; il vero tema all&rsquo;ordine del giorno, quello dello sciopero generale.</p>]]></description><pubDate>Thu, 16 Dec 2010 16:1:49 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2453]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Dove si gioca la partita vera]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Il solido possesso dei fondamentali (leggi: la capacit&agrave; di distinguere i fenomeni profondi, i mutamenti reali nei rapporti sociali dai sommovimenti di superficie) fa scorgere all&rsquo;Elefantino del <em>Foglio</em>, al secolo Giuliano Ferrara, quello che lo strabismo politico imperante impedisce di cogliere alla maggior parte dei commentatori politici. Mi riferisco alla spasmodica attenzione con la quale si attende il responso del voto del Parlamento che decider&agrave; la sorte del Governo e del suo padrone, rispetto al vago, distratto interesse suscitato dall&rsquo;autentica rivoluzione che Marchionne sta provocando nei rapporti fra le classi in Italia. Beninteso: non c&rsquo;&egrave; chi non veda come il nostro bistrattato Paese abbia solo da guadagnare dall&rsquo;uscita di scena del caudillo, dalla crisi del bipolarismo, dalla fine di una stagione politica dominata dal potere cripto-dittatoriale, corrotto e corruttore, di un egoarca. Purch&eacute; non si prendano lucciole per lanterne e si abbia ben chiaro che la partita di gran lunga decisiva, quella il cui esito condizioner&agrave; la politica di ogni governo futuro, si sta giocando sull&rsquo;asse Detroit-Torino.<br />
Scriveva ieri Ferrara che &laquo;in politica si decide pochissimo delle questioni di potere, giusto la politica estera e in parte, ma solo in parte, la grande questione energetica e quella della sicurezza. Non &egrave; poco - aggiungeva - ma nel nostro quotidiano e nella produzione della ricchezza di cui alla fine ci nutriamo, noi viviamo legati a regole che ormai si stabiliscono in altro modo che non con voti legislativi e gestioni pubbliche. Il caso Marchionne insegna: un imprenditore, da capo della pi&ugrave; forte e vecchia impresa manufatturiera italiana, diventa padrone dei due mondi, e in quanto tale decide come si organizzer&agrave; il lavoro secondo una logica che ci sfugge completamente, e che travolge Confindustria, sindacati confederali e concertazioni governative di vecchia scuola&raquo;. Naturalmente, l&rsquo;Elefantino saluta con entusiasmo l&rsquo;avvento del potere assoluto e incondizionato del capitale sul lavoro, una volta reso quest&rsquo;ultimo docile strumento della competitivit&agrave; d&rsquo;impresa. Ma indiscutibile &egrave; la lucidit&agrave; del ragionamento proposto, come lo sono le conclusioni cui egli perviene: &laquo;questa &egrave; politica, queste sono le rivoluzioni di cui abbiamo bisogno&raquo;. E potete essere certi che quando il regimento di un futuro governo toccasse ad un Fini, piuttosto che ad un Casini, o ad un esecutivo di transizione/emergenziale/tecnico/o di solidariet&agrave; che dir si voglia, sarebbe la stella polare di corso Marconi a brillare su di esso. E su tutti noi. Qualche settimana fa, Oskar Lafontaine, ospite di un dibattito promosso dalla Federazione della Sinistra, ci metteva a parte della lezione imparata nel corso della sua lunga esperienza politica nella Spd e a capo della Repubblica Federale Tedesca. Il cofondatore della Linke ci raccontava di essersi pi&ugrave; volte chiesto perch&eacute;, pur governando la &ldquo;locomotiva d&rsquo;Europa&rdquo;, pur operando da posizioni di potere non riuscisse a superare certi limiti, ingessati nei rapporti sociali dati. E confess&ograve; di essere pervenuto alla convinzione, semplice e radicale insieme, che quei limiti sono insuperabili finch&eacute; la politica non potr&agrave; decidere cosa, come e per chi produrre, finch&eacute; non si afferri per le corna il problema dei problemi, quello del modo di produzione, vale a dire il tema cruciale della propriet&agrave;, dell&rsquo;autogoverno dei produttori associati. &laquo;Si eredita il potere politico, non si eredita il potere economico&raquo; osservava, lapidario, Lafontaine. E&rsquo; il potere economico che sovradetermina le scelte politiche, che fissa le coordinate, il perimetro dentro cui la politica pu&ograve; variare le proprie opzioni, dettando i ritmi e i modi della vita, il destino degli esseri umani.<br />
Marchionne incarna una semplificazione assoluta: antica e moderna insieme. Ci dice che nel mondo globalizzato, la competizione, variante neppure troppo edulcorata della legge della giungla, deve fare premio su tutto: capire o perire. Un punto di vista diverso da quello dell&rsquo;impresa, autonomo e conflittuale, &egrave; un lusso che non ci si pu&ograve; permettere, un retaggio ideologico figlio di stagioni da consegnare ad una storia trapassata. Va da s&eacute; che &egrave; difficile immaginare come la democrazia, travolta nei luoghi di lavoro, possa floridamente sopravvivere nelle istituzioni. E infatti non vi sopravvive affatto, se non in forme sempre pi&ugrave; autoritarie, presidenzialistiche e plebiscitarie, sempre pi&ugrave; avulse dalla partecipazione attiva dei cittadini, rassegnati a tifare per questo o quel tenutario di questo o quel partito personale.</p>]]></description><pubDate>Tue, 14 Dec 2010 15:20:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2452]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il caso Fikri e lo stigma della delinquenza]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ora che i capi d&rsquo;accusa contro Mohammed Fikri si sono rivelati totalmente infondati e che il giovane marocchino &egrave; tornato ad essere un uomo libero, converr&agrave; che coloro i quali hanno abboccato, senza nulla concedere al dubbio, all&rsquo;esca velenosa proposta da molti media pronti a sbattere il mostro in prima pagina, provino a compiere una riflessione su se stessi non meno che sullo stato della salute pubblica.<br />
Si mettano le cose in fila e si osservi, innanzitutto, quale macroscopica sequenza di errori (?) ha portato Fikri dietro le sbarre. Prima una traduzione (e non un&rsquo;interpretazione) del tutto inesatta di un&rsquo;intercettazione telefonica; poi l&rsquo;ipotesi, altrettanto inconsistente, di una fuga precipitosa del giovane, a suffragare un&rsquo;implicita ammissione di colpevolezza. Se il cugino di Fikri non avesse prontamente denunciato lo sbaglio dell&rsquo;interprete, imponendo un supplemento di istruttoria, e se il datore di lavoro di Mohammed non avesse dichiarato che l&rsquo;allontanamento del ragazzo non era una fuga, ma un viaggio da tempo programmato, oggi quel giovane vivrebbe un incubo drammatico. Ma il peggio, se possibile, sta altrove. Non appena la notizia dell&rsquo;arresto &egrave; trapelata, a Brembate si &egrave; materializzata un&rsquo;atmosfera da caccia alle streghe, condita con minacce di giustizia sommaria (che &laquo;correvano di bocca in bocca&raquo;, abbiamo letto). Alla Lega non sembrava vero di poter stringere un cappio al collo dell&rsquo;immigrato di turno e della sua comunit&agrave; intera, di soffiare sul fuoco del pregiudizio etnico, per invocare il reimpatrio di tutti gli stranieri. Non era parso vero, agli uomini del Carroccio, di poter alimentare quei conati razzisti che tanti consensi elettorali hanno portato loro negli anni. Analoghe vicende erano gi&agrave; accadute in passato. Nel febbraio del 2001, a Novi Ligure, quando Erika De Nardo, con la complicit&agrave; del fidanzato, massacrava a coltellate la madre e il fratellino, simulando una rapina sfociata in tragedia ad opera di extracomunitari. O quando, ancor prima, nel &rsquo;97, a Capriolo, il tentato omicidio, ad opera di due amanti, del marito di lei, si prov&ograve; ad attribuirlo ad un&rsquo;irruzione violenta di un gruppo di immigrati. In entrambi i casi la Lega organizz&ograve; manifestazioni popolari contro i presunti colpevoli, con la stessa certezza, con lo stesso furore ideologico, del tutto indifferente alla verit&agrave;, con cui il Ku Klux Klan scatenava i suoi linciaggi nell&rsquo;America dell&rsquo;apartheid. Gli artefici di quei processi sommari sono gli stessi che ad ogni episodio rimettono in scena il proprio orrendo rituale, certi di poter contare sulla memoria volatile dei pi&ugrave;, su quell&rsquo;oscuro senso di paura che favorisce la rimozione dei fatti, l&rsquo;invenzione di capri espiatori e la celebrazione di riti sacrificali.<br />
Ai giovani che non l&rsquo;avessero mai visto o ai pi&ugrave; anziani che l&rsquo;avessero dimenticato, consiglierei di dedicare qualche ora del loro tempo alla visione di quello straordinario film di Stanley Kramer (1961) che si chiama Vincitori e vinti (in qualche seria cineteca lo si pu&ograve; ancora trovare), dove si ricostruisce, in modo in parte documentario e in parte romanzato ma in ogni caso fedele , il processo di Norimberga, nel quale si trovano insieme, alla sbarra, i gerarchi nazisti responsabili dello sterminio di 13 milioni di persone ed esponenti dell&rsquo;alta borghesia tedesca, fra i quali un insigne giurista, responsabile di avere applicato leggi obbrobriose e di avere acconsentito a pratiche di sterilizzazione, contribuendo alla strategia di annientamento del popolo ebraico. Dopo la sentenza con la quale gli imputati vennero condannati al carcere a vita, il magistrato tedesco, dichiaratosi colpevole dei crimini ascrittigli, chiese al suo giudice un breve colloquio, nel quale confess&ograve; di ritenere che la condanna a lui inflitta fosse stata giusta, ma di non avere mai sospettato che l&rsquo;infamia nazista sarebbe giunta sino a commettere tali atrocit&agrave;. &laquo;Doveva capirlo la prima volta che condann&ograve; un uomo sapendolo innocente&raquo; fu la lapidaria replica del giudice.<br />
A qualcuno questo accostamento apparir&agrave; forzato. E forse lo &egrave;. Ma bisognerebbe imparare a guardare le cose dall&rsquo;altra parte, per esempio dal punto di vista delle persone che cercano di approdare presso le nostre coste, nei viaggi della disperazione e della speranza, a bordo delle carrette del mare che attraversano il canale di Sicilia. Coloro che qui si minaccia di rigettare in mare o che vengono riconsegnati ai lager di Gheddafi, quando non hanno la fortuna di lavorare da schiavi sotto un caporale-aguzzino, o quando sono costretti a sopravvivere nell&rsquo;oscurit&agrave;, senza diritti, con addosso lo stigma della delinquenza che gli &egrave; stato appiccicato dai loro sfruttatori.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 9 Dec 2010 11:3:54 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2451]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Un successo. Ora prenotatelo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2450_1_satira_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Domenica scorsa <em>Liberazione</em> &egrave; andata in edicola con un inserto speciale di 28 pagine dedicato alla satira di sinistra nella politica, al prezzo di 25 euro. Il risultato delle vendite &egrave; stato, in base ai primi riscontri, molto lusinghiero. Si tratta ora di implementarlo ulteriormente. Le federazioni, i circoli possono (vorrei dire: debbono!) prenotare copie dell&rsquo;inserto da vendere direttamente facendone richiesta al nostro ufficio diffusione (06-44183228 diffusione@liberazione.it). Il prezzo sar&agrave; sempre di 25 euro, 5 dei quali potranno essere trattenuti dalle strutture come contributo all&rsquo;autofinanziamento.<br />
Lo sforzo ulteriore che chiediamo ai nostri lettori, ai compagni e alle compagne &egrave; tuttavia ripagato anche dalla qualit&agrave; dell&rsquo;inserto che - sia pure senza pretese di esaustivit&agrave; - propone un&rsquo;antologia della satira politica di sinistra curata, almeno cos&igrave; a me pare, con notevole gusto. Un testo da collezione da conservare, una gradevolissima lettura che, ne sono certo, incontrer&agrave; il vostro favore. Come dicevo, si tratta di 28 pagine, quasi tutte a colori, con 70 vignette, selezionate in ordine cronologico e per testata: il criterio deliberatamente adottato &egrave; stato quello di privilegiare la satira di sinistra come unico filo conduttore. Un piccolo excursus storico riletto attraverso la lente dell&rsquo;invettiva umoristica: dalla prima met&agrave; dell&rsquo;Ottocento ai giorni nostri. L&rsquo;introduzione-presentazione porta la firma di Giuseppe Caliceti.<br />
Le testate prese in considerazione sono: l&rsquo;Asino (Podrecca e Galantara); Il Becco Giallo (1924-31); L&rsquo;Avanti! (cio&egrave; Giuseppe Scalarini); Chiappori e Fortebraccio (vignette e testi tratti dal volume &rdquo;Il Belpaese&rdquo;, 1973); Il Male; Tango; Cuore (tre pagine e dieci vignette, con intervento di Michele Serra); Frigidaire. Disegni di Vauro, Enzo Apicella e Mauro Biani presentano la satira di Liberazione (dagli inizi sino ad oggi); per Ellekappa un&rsquo;intera pagina e per Altan un paginone, con annesso &ldquo;colloquio con Cipputi&rdquo; (a cura di Checchino Antonini). Con il titolo &ldquo;Marxismo-umorismo&rdquo;, due pezzi satirici che portano rispettivamente la firma di Karl Marx e di Antonio Gramsci (con introduzione di Raul Mordenti). Un&rsquo;intervista a Dario Fo (di Tonino Bucci) e una serie di schede sulle singole testate completano il fascicolo.<br />
Sono sicuro di poter contare sull&rsquo;impegno di tutti e di tutte perch&eacute; il successo politico ed economico della nostra iniziativa possa essere completo.<br />
Un abbraccio<br />
Dino Greco</p>]]></description><pubDate>Sat, 4 Dec 2010 17:39:15 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2450]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La borghesia cambia spalla al suo fucile]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2449_1_pacco_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Cos&igrave;, siamo prossimi al finale di partita. Si tratta di sapere &ldquo;come&rdquo;, non &ldquo;se&rdquo;, perch&eacute; &egrave; ormai chiaro che la borghesia nazionale, il gotha industriale e finanziario, ha gi&agrave; archiviato la lunga stagione del caudillo e - per rievocare un&rsquo;espressione antica, ma quanto mai appropriata - si sta apprestando a &laquo;cambiare spalla al suo fucile&raquo;. Basta leggere giornali come il <em>Corriere della Sera</em> o come <em>La Stampa</em> per capire che il dado &egrave; tratto, il <em>de profundis</em> gi&agrave; recitato, e che anche Berlusconi sta andando incontro al suo 25 luglio. Con la differenza che, con tutta evidenza, non siamo ai prodromi del riscatto resistenziale, ma si sta piuttosto preparando una nuova forma di dominio delle classi dominanti, forse meno feudale e parafascista, ma certo non menoed anzi per certi versi ancora pi&ugrave; acuta di oppressione classista. Questo non significa - lo dico a scanso di equivoci - oscurare l&rsquo;importanza dell&rsquo;imminente tramonto politico di Berlusconi, purch&eacute; si abbia ben chiaro lo scenario nel quale si sta giocando la partita del futuro del Paese, cosa vieppi&ugrave; necessaria perch&eacute; la sinistra possa svolgere, nella crisi imminente, un ruolo autonomo e non inconsapevolmente gregario o subalterno a progetti altrui.<br />
Il primo dato da tenere ben saldo &egrave; che sta per abbattersi sull&rsquo;Italia il colpo di maglio imposto dall&rsquo;Unione europea, mallevadori l&rsquo;onnipotente Fondo monetario internazionale e la Banca centrale. In pratica, questo significa una manovra finanziaria correttiva di svariate decine di miliardi che verr&agrave; precipitata su un Paese sfibrato, da tempo orfano di una politica economica, con gli <em>asset</em> strategici dell&rsquo;industria fuori competizione e con una condizione sociale regredita a livello di povert&agrave; o di semipovert&agrave;, di cui &egrave; arduo rintracciare precedenti nella storia repubblicana, se non nell&rsquo;immediato periodo post-bellico. In una simile situazione, qualunque governo che inscriva le proprie scelte dentro le coordinate offerte, quelle di un monetarismo spinto, di una Maastricht riveduta e corretta in peggio, non potr&agrave; che riversare un possente volume di fuoco sui salari e su ci&ograve; che rimane del nostro derelitto welfare, con l&rsquo;obiettivo di ottenere un forzato rientro dal debito. E poich&eacute; tali misure sono pesantemente impopolari, vedrete che si dispiegher&agrave; il tentativo di cooptare in un esecutivo emergenziale, o di &ldquo;solidariet&agrave; nazionale&rdquo; (come si usa ipocritamente dire) quante pi&ugrave; forze siano disponibili a farsi carico dell&rsquo;ingrato fardello: seduzione che suscita non poche tentazioni in un&rsquo;area politica &ldquo;riformista&rdquo; priva di una sola idea propria, e da tempo usa a navigare in un&rsquo;area culturale liberista, del tutto interna ai dogmi monetaristi, come Padoa Schioppa ci fece largamente capire nelle due finanziarie che portarono il suo nome, quando diresse il ministero delle Finanze nell&rsquo;ultimo governo Prodi. <br />
Imparammo presto e a nostre spese &laquo;di che lagrime gronda e di che sangue&raquo; una strategia che salva la culla e ammazza il bambino che c&rsquo;&egrave; dentro. Di pi&ugrave;: fummo resi esperti del fatto che se abbatti il debito e contemporaneamente seghi investimenti, redditi e consumi sociali, &egrave; pacifico che il rapporto dedito/pil non solo non diminuisce, ma aumenta. <br />
Dunque, la crisi e la speculazione che qualche predicatore aveva dato per addomesticate ripresenta ora il conto e c&rsquo;&egrave; da scommettere che le medicine somministrate saranno tutte della stessa cucina: Grecia e Irlanda insegnano.<br />
Ora, in un quadro siffatto accadono due cose, non proprio beneauguranti.<br />
La prima &egrave; che la Fiat, come un rullo compressore, estende, persino peggiorandolo, il modello Pomigliano a Mirafiori, previo l&rsquo;ennesimo, scontato consenso sul merito di Fim, Uilm e Fismic. La rottura (del tutto momentanea) del negoziato imposta da Marchionne &egrave; unicamente dovuta al diniego dell&rsquo;Ad della Fiat di fare qualsiasi pur larvato riferimento al contratto nazionale separato sottoscritto dai sindacati &ldquo;collaborativi&rdquo;, i quali mendicavano una concessione puramente formale, per poter nascondere l&rsquo;ignobile cedimento sotto una foglia di fico. Ma Marchionne ora non si accontenta pi&ugrave; di niente, batte il pugno di ferro e maltratta, come in un consumato copione, anche i propri servizievoli interlocutori.<br />
L&rsquo;abolizione del contratto collettivo di lavoro e la sostituzione di esso con contratti individuali sottoscritti da ciascuno degli interessati fanno <em>tabula rasa</em> non soltanto di un sistema di relazioni industriali, ma dell&rsquo;intera storia sindacale italiana. Ecco allora che il nuovo paradigma consegnato all&rsquo;imitazione di tutto il padronato spiana la strada all&rsquo;annichilimento di ogni capacit&agrave; di reazione dei lavoratori, da rendere docili o, piuttosto, impotenti e rassegnati di fronte alla scure che caler&agrave; inesorabilmente su di essi.<br />
La seconda &egrave; che la neo-segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha corrisposto all&rsquo;imponente manifestazione di sabato scorso e a quella del 16 ottobre, chiedendo e ottenendo dal Comitato direttivo della sua organizzazione il mandato a chiudere entro dicembre l&rsquo;accordo con Confindustria in materia di produttivit&agrave;. Dove, come &egrave; noto, la sola piattaforma esistente &egrave; quella dei padroni, i quali chiedono - per l&rsquo;appunto - deroghe al contratto nazionale e ancora maggiore flessibilit&agrave; del lavoro, in un contesto gi&agrave; drammaticamente caratterizzato dalla dispersione produttiva, dallo spettacolare frastagliamento del mercato del lavoro e dalla precariet&agrave;. Davvero impegnativo credere che da quel tavolo possa sortire qualcosa di diverso da soluzioni gravemente compromissorie, questa volta legittimate col sigillo della Confederazione generale del lavoro.<br />
Serve altro, come vanno spiegando <em>urbi et orbi</em> Maurizio Landini, la Fiom e il sindacalismo di base, che alla reiterata richiesta di promuovere lo sciopero generale, reclamato in ogni piazza, si sono nuovamente sentiti rispondere in modo totalmente elusivo. Con queste premesse l&rsquo;esito di quel confronto &egrave; gi&agrave; scritto.<br />
Tutta la storia del conflitto tra capitale e lavoro &egrave; l&igrave; a ricordare che i padroni non hanno mai ceduto un palmo del loro potere se non quando vi sono stati costretti dalla forza e dalle lotte del movimento operaio.</p>]]></description><pubDate>Sat, 4 Dec 2010 15:40:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2449]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il crepuscolo del regime e l'unità della sinistra]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Si dice che al mercato del voto, quello che il 14 dicembre prossimo potrebbe garantire la sopravvivenza politica a Berlusconi e al suo governo, il prezzo della corruzione, salito vorticosamente nei primi giorni, stia subendo un sensibile ribasso. Dai 500mila euro, l&rsquo;asta era via via salita fino al milione ed oltre e man mano che ci si avvicinava alla soglia fatidica dei 318 voti necessari per salvare la pellaccia, il &ldquo;valore&rdquo;, o meglio, &ldquo;l&rsquo;utilit&agrave; marginale&rdquo; dei transfughi cresceva. Si dice anche che i deputati pi&ugrave; attenti alla dinamica fra domanda e offerta, ma anche pi&ugrave; spregiudicatamente avvezzi al gioco d&rsquo;azzardo, abbiano atteso, portando il rischio fino all&rsquo;estremo, nella speranza di veder salire insieme alla posta anche le proprie quotazioni. Ma, come succede nelle speculazioni di borsa, un&rsquo;improvvisa eccedenza dell&rsquo;offerta, in altri termini una propensione a saltare sul carro del caudillo superiore alle attese, sembra abbia reso l&rsquo;acquirente, <em>pardon</em>, l&rsquo;utilizzatore finale, meno generoso. Le quotazioni paiono cos&igrave; in rapido decremento, i 30 denari non sono pi&ugrave; 30 e il gioco speculativo si ritorce contro chi aveva immaginato di lucrare alla grande sul fragile equilibrio dell&rsquo;esecutivo. Questa non troppo (o per nulla) fantasiosa rappresentazione dell&rsquo;indegno spettacolo che va in scena nei palazzi del potere &egrave; lo specchio della degenerazione estrema cui &egrave; giunta la vita politica del Paese, nel cuore della rappresentanza istituzionale. Appena al di sopra (si fa per dire) degli antri oscuri ove si consuma la compravendita, si svolge la trama politica (di nuovo, si fa per dire) alla luce del sole. Dove si vedono: gli <em>stop and go</em> dei &ldquo;futuristi&rdquo;; l&rsquo;astinenza dal potere dei democristiani di Casini (ieri, nel giro di due ore le agenzie hanno prima battuto la notizia di un possibile ingresso dell&rsquo;Udc nel governo per poi confermarne il voto di sfiducia); quindi, l&rsquo;astuzia opportunistica dei radicali, poi smentita da Emmma Bonino; il voyerismo politico del Pd (ormai dedito a commentare la realt&agrave;, piuttosto che a cambiarla). Infine, in questo crepuscolo postribolare c&rsquo;&egrave; - e come poteva mancare - la commedia fra la ministra delle pari opportunit&agrave;, quella Mara Carfagna che ora Berlusconi apostrofa come &laquo;ingrata creatura&raquo;, colpevole di avere voltato le spalle al suo generoso pigmalione, e la nipote del duce, la &laquo;vajassa&raquo;, che aveva finto di non volere pi&ugrave; votare la fiducia al governo (nobilt&agrave; della politica) se prima non avesse ricevuto formali scuse dalla sua antagonista.<br />
Ora, quest&rsquo;aria fetida, queste sempre pi&ugrave; ricorrenti risse intestine alla compagine governativa rendono piuttosto chiaro che anche se a met&agrave; dicembre Berlusconi strapper&agrave; un certificato di esistenza in vita, il governo ed un&rsquo;intera stagione della politica italiana volgono inesorabilmente al tramonto. Potranno esservi colpi di coda, pratiche di &ldquo;mesmerizzazione&rdquo; (rivitalizzazione di tessuti morti), ma il regno del sovrano di Arcore non &egrave; destinato a durare. A tutto questo e ad altro ancora si potr&agrave; assistere per un po&rsquo;, mentre l&rsquo;Italia reale - quella della disoccupazione e del precariato, quella dei diritti negati, quella che stramazza sommersa dai rifiuti, quella che non sa pi&ugrave; come fare a campare e sale sui tetti o su una gru in preda ad una disperazione senza speranza - rimbalza come su un muro di gomma, in faccia all&rsquo;inerzia sfrontata e ostentata di un personale politico esclusivamente ripiegato sui propri interessi personali, ineffabilmente disinteressato allo stato del Paese e ai problemi pi&ugrave; drammatici a cui dovrebbe invece tentare di dare risposta.<br />
Lo scollamento fra i due piani &egrave; talmente grande che neppure il pi&ugrave; scaltro degli illusionisti, neppure la pi&ugrave; abile manipolazione mediatica riesce a nascondere l&rsquo;insopportabilit&agrave; di questo stato di cose.<br />
Occorre allora capire che i sussulti di protesta che si levano un po&rsquo; dovunque devono trovare un punto di coagulo, di unificazione, non solo sociale ma politica. Per ora lo sta facendo soltanto il sindacato, per la parte che gli compete. Ovviamente &egrave; un bene che questa risposta vi sia. Lo &egrave; che il 16 ottobre la Fiom abbia fatto comprendere su quante e quali risorse si possa contare, lo &egrave; che la Cgil stia per replicare sabato prossimo e che, auguriamocelo, si giunga rapidamente allo sciopero generale, spazzando via l&rsquo;ipotesi sciagurata di un patto sociale che, con i presupposti dati, si risolverebbe in una resa a Confindustria. Francamente, l&rsquo;ipotesi tutt&rsquo;altro che peregrina che il bastone del comando possa semplicemente passare da Berlusconi a Marchionne non lascia per nulla tranquilli.<br />
Il punto &egrave; che l&rsquo;opposizione non riesce a toccare palla, con un Pd che naviga, incerto su tutto, in una terra di mezzo, cio&egrave; di nessuno, paralizzato da un ormai cronico cerchiobottismo. La mossa vera, spetterebbe alla sinistra, unita su un progetto e su un programma politico, pi&ugrave; che su una candidatura alle primarie, ormai elette, nel centrosinistra e dintorni, alla sola forma di democrazia praticabile. <br />
La sinistra potrebbe davvero sparigliare le carte se entrasse nella lotta politica con tutta la determinazione delle proprie idee, persuadendosi e persuadendo che la ricerca di un&rsquo;unit&agrave; vera, a manca, non &egrave; una carta sbiadita, una scelta rinunciataria, o puramente identitaria. Di questo vorremmo parlare seriamente con Sel e con Vendola, sempre che essi non si rassegnino a subire la condizione invalicabile per la visibilit&agrave; loro offerta: la delimitazione a sinistra, una riedizione della <em>conventio ad excludendum</em>, della discriminazione anticomunista dalla quale non &egrave; mai venuto alcun bene e da cui dubito possa sortire qualcosa di buono oggi.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Wed, 24 Nov 2010 13:15:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2448]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Quella strage impunita che parla del presente]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2447_1_50448_19740528a_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La strage di Brescia rappresenta non soltanto il punto culminante della strategia stragista, dell&rsquo;offensiva materialmente e simbolicamente pi&ugrave; tracotante ed efferata portata contro la democrazia, ma anche il luogo dove straordinariamente forte e cosciente di s&eacute; si erse la risposta popolare e, in essa, di una classe operaia matura e capace, per diversi giorni, di farsi &laquo;Stato&raquo;, di destituire e sostituire sul campo - perch&eacute; sola autorit&agrave; morale riconosciuta - i rappresentanti delle istituzioni, nei quali si individuarono, con immediato istinto politico, i responsabili di inerzie, tolleranze o, peggio, depistaggi, collusioni, nel cui brodo aveva potuto attecchire e alimentarsi l&rsquo;attacco eversivo. [...]<br />
I primi anni &rsquo;70 sono fortemente segnati dalle conquiste sindacali che rompono una lunga fase di stagnazione sociale. Attraverso lo Statuto dei lavoratori la Costituzione fa breccia nelle fabbriche, sino a quel momento &laquo;zona franca&raquo;, dove imperversava l&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa. Ci sono i traguardi economici, ci sono le conquiste normative, ma &egrave; sul terreno del potere che si gioca la partita decisiva. Il padronato bresciano reagisce nel modo pi&ugrave; duro: non si vuole riconoscere l&rsquo;autonomia di un punto di vista operaio che sposta il confronto sui temi dell&rsquo;organizzazione del lavoro, che rivendica la centralit&agrave; dei lavoratori nel processo produttivo, che ne difende la dignit&agrave;, che si propone attraverso forme organizzative nuove, i Consigli di fabbrica, fondati su uno statuto di democrazia integrale.<br />
La risposta dei padroni &egrave; di una violenza inaudita. Essi sentono di dover fermare, costi quel che costi, un movimento che sembra travolgere tutti i vecchi equilibri, le sedimentate sudditanze, le cristallizzate gerarchie. Il reclutamento fra gli organici aziendali dei picchiatori fascisti, la sequenza ininterrotta di aggressioni, provocazioni, attentati rendono esplicito, ancor prima dell&rsquo;epilogo drammatico del 28 maggio 1974, il nesso fra lotta antifascista e lotta di classe. Si ripropone a Brescia, palpabile, quel &laquo;sovversivismo delle classi dominanti&raquo;, quella latente tentazione antidemocratica della borghesia industriale italiana che periodicamente &egrave; riaffiorata nell&rsquo;Italia repubblicana post-fascista.<br />
Quando la bomba, nel corso di uno sciopero generale proclamato nell&rsquo;ambito di una manifestazione che denuncia la recrudescenza fascista, devasta i corpi di otto compagni e compagne e ne ferisce altri cento, il cerchio si chiude. Insieme all&rsquo;ordigno detona all&rsquo;unisono, nella testa di ognuno, la comprensione quasi catartica dell&rsquo;enormit&agrave; dell&rsquo;evento e del suo significato.<br />
Come accade in rare occasioni, dopo un primo, breve momento di smarrimento, si genera una situazione totalmente nuova, certamente imprevista ed opposta a quella immaginata dagli ideatori della strage: al senso di paura, all&rsquo;orrore e allo sbigottimento subentra la mobilitazione. E&rsquo; la democrazia di massa che si riorganizza: la fabbrica, il luogo del conflitto sociale (e non poteva essere altrimenti) ne diventa l&rsquo;epicentro. E&rsquo; l&igrave; che ci&ograve; che potrebbe disperdersi si riaggrega, istantaneamente. Nelle aziende occupate i lavoratori sono riuniti in interminabili assemblee permanenti dove si ricostruisce l&rsquo;intelligenza dei fatti, dove si discute, si analizza, si decide, si elabora la ferita subita e si trasforma la rabbia in risposta politica, in uno stretto rapporto con un sindacato che entra in risonanza con questi sentimenti e guida il movimento, senza impossibili briglie, ma con mano sicura. Il processo che si determina &egrave; biunivoco e transitivo: dalla piazza insanguinata alla fabbrica e poi di nuovo alla piazza e quindi a tutta la citt&agrave;, governata, presidiata dai Consigli. Alla strage caratterizzata dal pi&ugrave; alto tasso di politicit&agrave; possibile si oppone ora una risposta altrettanto politica. Si respira nei giorni che vanno dall&rsquo;eccidio ai funerali un&rsquo;atmosfera &laquo;rivoluzionaria&raquo;, dove vigilanza, disciplina, controllo del territorio sono rimessi nelle mani di migliaia di operai, di delegati che costruiscono un nuovo &laquo;ordito&raquo; democratico.<br />
La Brescia ufficiale, custode dei poteri istituzionali, ancora non capisce. Non capisce il decano di tutti i sindaci, Bruno Boni, che nel discorso pronunciato ai funerali dei caduti cercher&agrave; invano - subissato dai fischi - di derubricare la strage a fatto locale, gesto folle di isolati. Non capisce il vescovo di Brescia, monsignor Morstabilini, che nella sua omelia non sapr&agrave; andare oltre una generica quanto innocua invettiva contro lo &laquo;spirito di Caino&raquo;. Capisce ancor meno - ma come potrebbe! - il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, che resta muto ed impietrito di fronte alla piazza che lo contesta, dopo aver tentato, senza successo, di ottenere una revisione edulcorata dei discorsi ben altrimenti espliciti degli altri oratori. Ormai si &egrave; aperta una cesura, una vera e propria frattura: alla delegittimazione di poteri istituzionali privi di credibilit&agrave; corrisponde l&rsquo;affermazione di un movimento di massa che rivendica e soprattutto pratica una nuova legalit&agrave; costituzionale, forse per la prima volta in modo cos&igrave; esplicito dai giorni della Liberazione. Per questo quel sedimento, estesamente penetrato nella coscienza collettiva, &egrave; durato. Per questo il &rsquo;74 diventa, a Brescia, il mito propulsore di una nuova fase dei rapporti sociali, di un rilancio delle istanze di rinnovamento sociale e politico radicale che ispirarono le lotte del &rsquo;68 e del &rsquo;69. Per questo si verificher&agrave; negli anni successivi - come ricorder&agrave; in tempi pi&ugrave; recenti Claudio Sabattini - un doppio movimento che imporr&agrave; un mutamento dei rapporti di forza tanto in fabbrica quanto nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Non a caso prende corpo, in quegli anni, la breve ma intensa esperienza dei Consigli di zona, vale  dire il pi&ugrave; ambizioso tentativo operaio di proiettare all&rsquo;esterno della fabbrica, nel territorio, nella societ&agrave; civile, quella carica egualitaria di rinnovamento e di partecipazione che aveva innervato le lotte di fabbrica e che aveva attratto a s&eacute; forze intellettuali e strati sociali fino a poco tempo prima refrattari o diversamente dislocati. Per questo, infine, in quella temperie pot&egrave; forgiarsi e perdurare una leva di quadri di estrazione operaia che segner&agrave; a lungo la storia eccentrica quanto feconda del sindacalismo bresciano. [...]<br />
Il giudizio politico e la stessa ricostruzione degli eventi, della trama che li prepar&ograve;, sono stati gi&agrave; ampiamente conseguiti, sin da quando il 1&deg; giugno del &rsquo;74, giorno dei funerali, in piazza della Loggia comparve per la prima volta quello striscione che portava scritto &laquo;sappiamo chi &egrave; STATO&raquo;.<br />
Vale la pena di chiedersi, 36 anni dopo, se questa consapevolezza sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l&rsquo;oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle pi&ugrave; anziane. Il danno &egrave; grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto pi&ugrave; nefasto &egrave; quello di aver consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</p>]]></description><pubDate>Thu, 18 Nov 2010 11:53:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2447]]></link></item><item><title><![CDATA[Berlusconi e il suo governo Se ne vadano entrambi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dalla &ldquo;nuova destra&rdquo; che vuole disarcionare il Cavaliere, fino all&rsquo;opposizione riformista si ode un coro solo, che inonda senza requie i talk show e martella i tramortiti cittadini, divenuti utenti, piuttosto che protagonisti di una democrazia ormai solo catodica. Il coro dice: questo governo &egrave; s&igrave; guidato da un capo impresentabile, malato di vizi privati che egli condivide con uno stuolo di cortigiani corrotti, a lui &ldquo;avvinti come l&rsquo;edera&rdquo;, ma il problema pi&ugrave; grave non sono i miasmi emanati da questa cancrena morale che sta contaminando il Paese. Il problema - si dice - &egrave; che questo governo &laquo;non fa niente&raquo;, &laquo;non affronta i problemi&raquo;, o ancora, &laquo;&egrave; sordo di fronte alle grida di dolore che salgono da un Paese stremato&raquo;. Insomma, si sentenzia: colui che ama presentarsi sul proscenio come l&rsquo;uomo del &laquo;fare&raquo;, in realt&agrave; &egrave; una macchietta impotente, prigioniero di spot propagandistici ai quali neppure lui crede, illusionista persuaso di poter sopravvivere in eterno in forza di uno strapotere economico, politico, mediatico che in questi anni ha corroborato il suo delirio onnipotente. C&rsquo;&egrave;, ovviamente, del vero in tutto questo. Del resto, le condizioni in cui versa l&rsquo;Italia mettono ormai a dura prova qualsiasi operazione mimetica, rendendo grottesca la rappresentazione ottimistica che Berlusconi spaccia con sempre pi&ugrave; scarso successo. Dunque, non indugeremo anche noi a sottolineare cose che sono di un&rsquo;evidenza solare. C&rsquo;&egrave; del vero - dicevo - ma c&rsquo;&egrave; un&rsquo;omissione, insistita e perci&ograve; non casuale, rivelatrice di quale sia il &ldquo;campo&rdquo; entro i cui confini si svolge la contestazione mossa al Caudillo. L&rsquo;omissione non riguarda ci&ograve; che il governo di centrodestra ha trascurato di fare, bens&igrave; ci&ograve; che esso ha fatto senza posa nel corso del suo lungo regno e ancora sta facendo, con martellante determinazione, in questi forse ultimi scampoli di legislatura. Qui una bussola, molto ben orientata, si &egrave; vista e il ministro Sacconi ne ha rappresentato la punta di lancia. Il titolare del welfare, interprete delle pi&ugrave; segrete pulsioni confindustriali, si &egrave; reso protagonista assoluto dello sbaraccamento del diritto del lavoro, dando forma legale alle deroghe individuali ai contratti collettivi, sostituendo con l&rsquo;arbitrato stragiudiziale il ruolo costituzionale del giudice, proteggendo la gerarchia apicale d&rsquo;impresa negli infortuni sul lavoro, aumentando l&rsquo;et&agrave; pensionabile e portando quella delle donne a 65 anni, assecondando il progetto padronale di demolire il diritto di coalizione dei lavoratori; ed ora - in <em>articulo mortis</em> - colpendo lo Statuto dei lavoratori, ultimo sopravvissuto lascito delle grandi lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. <br />
In perfetta continuit&agrave; strategica, il suo compare, titolare della funzione pubblica, Renato Brunetta, &egrave; nel frattempo riuscito nel disegno di decontrattualizzare i rapporti di pubblico impiego, ha introdotto norme vessatorie per i dipendenti dello Stato e della Pubblica amministrazione, ne ha alleggerito l&rsquo;organico di 70mila unit&agrave;, ha promesso un ulteriore e persino pi&ugrave; grande salasso entro i prossimi due anni, ha ostacolato il rinnovo delle rappresentanze sindacali previsto dalla legge. <br />
L&rsquo;ineffabile ministra della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, ha invece prodotto, nell&rsquo;arco di soli due anni, la pi&ugrave; gigantesca spoliazione della scuola mai avvenuta, manomettendo i programmi curriculari, tagliando, a sua volta, decine di migliaia di posti di lavoro e contribuendo con i suoi partners di governo ad una devastante precarizzazione del lavoro. <br />
Il ministro dell&rsquo;Interno, Roberto Maroni, ha perfettamente incarnato un razzismo istituzionale materializzatosi nella indecente campagna di respingimenti e nell&rsquo;introduzione del reato di clandestinit&agrave; che, combinato alla legge Bossi-Fini, ha polverizzato qualsiasi progetto di integrazione, sostituito dalle manganellate inflitte, da Rosarno a Brescia, ai migranti in lotta per uscire da una condizione di schiavit&ugrave;. <br />
Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per la verit&agrave; aiutato dall&rsquo;ipocrita e in realt&agrave; corriva acquiescenza del  centrosinistra, ha reso esplicita e formale la partecipazione attiva dell&rsquo;Italia alla guerra in Afghanistan. <br />
Tremonti, il superministro delle Finanze e del Tesoro ha varato una politica di bilancio fatta di tagli orizzontali, indiscriminati, tali da colpire reddito, consumi e servizi sociali facendo crescere vorticosamente il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povert&agrave;, mentre il regime tributario, fra uno scudo fiscale e un condono, ha letteralmente massacrato il lavoro dipendente. <br />
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si &egrave; invece esclusivamente dedicato - con la preziosa supervisione dell&rsquo;avvocato Niccol&ograve; Ghedini - a sfornare leggi salvacondotto per il presidente del Consiglio, del tutto incurante delle gravi vulnerazioni inferte alle prerogative della magistratura inquirente e alla libert&agrave; di informazione.<br />
Questo breve viaggio nei mis-fatti del governo, impressionante e tuttavia per nulla esaustivo, d&agrave; conto di come la destra abbia usato con infaticabile impegno e non minore efficacia il proprio potere per mutare i rapporti sociali e cambiare volto al Paese.<br />
Di questo occorrerebbe parlare, senza distrazioni, senza peli sulla lingua, senza approssimazioni elusive che servono solo a mascherare intenzioni, programmi politici di cui molti hanno interesse a tacere o a tenere basso il profilo. <br />
Al punto in cui siamo, &egrave; bene che il sipario si chiuda presto su questa stagione politica, perch&eacute; la prolungata agonia del governo pu&ograve; portare ulteriori danni. Senza passare per governi di transizione che di solito si incaricano - senza padrini apparenti - di fare il lavoro sporco per chi verr&agrave; dopo. Meglio andare al pi&ugrave; presto al voto chiedendo ad ogni soggetto politico di dire con assoluta chiarezza cosa vuole fare e con chi.</p>]]></description><pubDate>Mon, 15 Nov 2010 16:21:20 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2446]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’insostenibile leggerezza della politica]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2444_1_gianfranco-fini_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Non &egrave; la cosa pi&ugrave; agevole districarsi nel groviglio politico presente, distinguervi ci&ograve; che &egrave; &ldquo;sostanza&rdquo; e ci&ograve; che &egrave; &ldquo;accidente&rdquo;, e azzardare previsioni, anche a breve termine, capaci di reggere per pi&ugrave; di qualche giorno. Questa indeterminatezza degli scenari prossimi venturi dipende, in primo luogo, dal fatto che tutto si svolge in un perimetro ben delimitato: quello dei rapporti fra le forze politiche e, precisamente, fra quelle che sono al governo del Paese. Qui tutto sembra (e in effetti &egrave;) in vorticoso movimento, ma a questo baillamme, alle quotidiane convulsioni che scandiscono lo scontro fra i duellanti, non corrisponde una dinamica sociale altrettanto forte e visibile. Una volta si poteva sostenere con sufficiente approssimazione al vero che &laquo;i partiti sono la nomenclatura delle classi&raquo;. Oggi, nel tempo del trionfo dell&rsquo;interclassismo e del trasformismo, vale a dire dell&rsquo;egemonia del capitale e del pensiero mercatista, tutti i partiti che siedono in parlamento hanno il loro baricentro nell&rsquo;impresa, riconosciuta come soggetto propulsivo, procacciatore del bene comune. Questa fondamentale adiacenza culturale fa s&igrave; che la politica sia rappresentata o, per meglio dire, mistificata, come un libero confronto fra idee, del tutto - o quasi - spogliate degli interessi ad esse sottesi. <br />
La crisi economica rappresenta certo lo scenario di fondo entro cui si consuma l&rsquo;autocombustione del governo. Ma non si pu&ograve; dire che a promuoverne lo smottamento stia concorrendo il conflitto sociale che oggi vive di troppo intermittenti sussulti, anche se carichi di potenzialit&agrave; che si scorgono dietro eventi come la grande manifestazione promossa dalla Fiom lo scorso 16 ottobre. Il fatto &egrave; che la Cgil non riesce a guadare il fiume, a porsi alla guida di un movimento che avrebbe bisogno di una rappresentanza sindacale forte, non prigioniera di una coazione unitaria che rischia di riassorbirla dentro un sistema di relazioni industriali totalmente subalterne. <br />
Lo sciopero generale, reclamato a gran forza dai metalmeccanici, non arriva mai, mentre in piena era Marchionne, con una Confindustria che chiede tagli sempre pi&ugrave; robusti al welfare e pi&ugrave; fatica al lavoro e di fronte ad un governo che dopo l&rsquo;approvazione del &ldquo;collegato lavoro&rdquo; si appresta a mettere le mani sullo statuto dei lavoratori, il tema che tiene banco &egrave; quello di un patto sociale per la produttivit&agrave; dal quale i lavoratori non hanno nulla da guadagnare e tutto da perdere. Chiude il cerchio l&rsquo;evanescenza politica del Pd, la sua manifesta incapacit&agrave; - giunta allo stadio cronico - di schierarsi nel conflitto fra capitale e lavoro. Che una volta espunto e reso ininfluente rispetto alla dinamica politica, ne consegna l&rsquo;evoluzione, puramente e semplicemente, alle manovre interne al palazzo.<br />
Per non prendere lucciole per lanterne, allora, servirebbe capire che Gianfranco Fini non sta preparando la transumanza della sua neonata formazione politica verso una contiguit&agrave; con il centrosinistra, bens&igrave; un aggiornamento culturale (vero) della destra che egli si candida a guidare dentro una riarticolazione (non uno sbancamento) dei rapporti di coalizione. Non sorprenderebbe, perci&ograve;, se un nuovo patto che contemplasse un trapasso di leadership, implicasse persino il viatico al Quirinale del caudillo di Arcore. Se &egrave; vero che l&rsquo;uomo di Fiuggi ha davvero in mente quella destra europea, liberale, parlamentare e non pi&ugrave; cripto-golpista (ancorch&eacute; presidenzialista) di cui si parla, lo &egrave; altrettanto che di destra trattasi. Si compia il banale esercizio di esaminare i contenuti della politica sociale di Fli per togliersi ogni dubbio in proposito: politica estera (la guerra), economica (il patto di stabilit&agrave;), sociale (ridimensionamento del welfare, stretta sul lavoro, politiche fiscali e redistributive). N&eacute; risulta che i finiani abbiano alzato la voce, o intendano alzarla, di fronte all&rsquo;annichilimento di ogni diritto e alla riduzione in schiavit&ugrave; che i migranti italiani stanno subendo. <br />
Si pu&ograve; semmai osservare che neppure i cosiddetti riformisti coltivino ambizioni troppo diverse: non la neo-ortodossia vagamente socialdemocratica di Bersani, non la (apparente) furia  demolitrice dei giovani &ldquo;rottamatori&rdquo; che vorrebbero sostituire la nomenclatura del Pd, tantomeno il moderatismo parademocristiano di Enrico Letta.<br />
In questo quadro, dove l&rsquo;opposizione istituzionale si affida a metamorfosi interne al centrodestra, del tutto inabile a produrre fatti in proprio, il gioco politico &egrave; nelle mani di Umberto Bossi, investito dai due cofondatori del Pdl del compito di escogitare una mediazione che - incassato il federalismo - prepari l&rsquo;avvicendamento alla guida del centrodestra, assicurando nel contempo a Berlusconi un futuro istituzionale e - ovviamente - l&rsquo;agognato salvacondotto giudiziario. <br />
In questo clima da ultimi giorni di Bisanzio, mentre l&rsquo;Italia affoga (non metaforicamente), nessuno pu&ograve; dire su quale disegno si fisser&agrave;, se si fisser&agrave;, il caledoscopio politico.<br />
Resta da dire che ci sarebbe molto spazio a manca, se invece di improbabili, taumaturgiche illusioni entriste nel nuovo Ulivo, maturasse un progetto di unit&agrave; a sinistra capace di una narrazione fatta non solo di parole, di fascinazione mediatica, ma di pratiche sociali, di democrazia partecipata, di vera rappresentanza del lavoro, di credibile, concreta progettualit&agrave;. Finch&eacute; questa salutare intenzione non penetrer&agrave; nel sistema venoso dell&rsquo;arcipelago della sinistra dovremo scontare altre delusioni. Ma non potremo dire che un simile epilogo fosse scritto nelle stelle.</p>
<p><em>La foto &egrave; tratta da ivoltagabbana.blogspot.com</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 10 Nov 2010 15:23:17 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2444]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Brescia, Spoon River]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2443_1_Immigrati Brescia_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>A Brescia, sopra quella gru, a 35 metri dal suolo, sei uomini, sei migranti, stanno giocando le proprie vite - sostenuti da un movimento che cresce di ora in ora - per rivendicare, a nome di tutti, ci&ograve; che &egrave; un sacrosanto diritto: quel permesso di soggiorno che una legge vessatoria insiste a negargli e la cui cecit&agrave;, dopo l&rsquo;introduzione del reato di immigrazione clandestina, ha trasformato la loro esistenza in un autentico inferno. La crisi si sta abbattendo come un maglio su tante persone che perdendo il lavoro vengono precipitate, automaticamente, in una condizione di illegalit&agrave;. Inoltre, la regolarizzazione un anno or sono disposta per le sole &ldquo;badanti&rdquo; o, a dire il vero, a beneficio delle famiglie italiane che ne reclamano le indispensabili prestazioni, mentre non ha prodotto in quel campo alcun effetto, &egrave; divenuta la strada, la sola tentabile, attraverso la quale centinaia di migliaia di lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno avevano cercato di sanare la propria condizione, pagando fior di denari, talvolta ai propri datori di lavoro che ne utilizzavano la prestazione in &ldquo;nero&rdquo;, talaltra a faccendieri o a vere e proprie organizzazioni nate per lucrare sullo stato di necessit&agrave; di chi &egrave; votato ad ogni espediente pur di uscire da una condizione di illegalit&agrave;, o pur di non ripiombarvi. Ora queste persone rischiano di perdere quanto hanno costruito, quasi sempre sottoponendosi a inaudite condizioni di sfruttamento e di vita, nel corso della loro permanenza in Italia. Ad unire protervia ad ingiustizia &egrave; arrivata infine la circolare del capo della polizia, Antonio Manganelli, che ha creduto di ben interpretare lo spirito dei tempi rendendo retroattiva l&rsquo;efficacia della norma che nega il diritto di chiedere la regolarizzazione a quanti si siano macchiati di un reato: in questo caso quello di clandestinit&agrave; che tale &egrave; nel frattempo divenuto, <em>ope legis</em>. Un mostro giuridico degno di uno Stato che autorizza ormai l&rsquo;<em>apartheid</em> e pratica il razzismo istituzionale, a Brescia perseguito con sadico zelo dall&rsquo;amministrazione pidiellina a trazione leghista. Ma fanno male i conti i nostrani seguaci della cultura segregazionista, perch&eacute; qui gli schiavi hanno gi&agrave; spezzato le loro catene e nessuno riuscir&agrave; a rimettergliele: l&rsquo;Italia del 2010, malgrado tutti i suoi guai, non diventer&agrave; come l&rsquo;Alabama della met&agrave; del secolo scorso.<br />
Se un appello possiamo dunque rivolgere da queste colonne ai cittadini bresciani, &egrave; quello di non chiudersi nell&rsquo;indifferenza, di non subire passivamente la remissione di ogni senso di umanit&agrave;. Di reagire, insomma, come questa citt&agrave; ha saputo fare nei momenti pi&ugrave; carichi di passione civile della propria storia recente. Lo faccia stringendosi attorno ai ragazzi che, arrampicati su quella gru, chiedono solidariet&agrave;. Dovesse venire loro a mancare, dovessero restare soli, perderemmo tutti.</p>]]></description><pubDate>Sat, 6 Nov 2010 17:22:35 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2443]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Sotto l'Ulivo non c'è riparo per gli operai]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2442_1_images-2_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Mario Pirani ci spiega, su la Repubblica di ieri, &laquo;perch&eacute; Prodi e Marchionne hanno le stesse idee sulla Fiat&raquo;, idee che, of course, anche l&rsquo;editorialista caldeggia convintamente. La tesi che vi si trova riassunta &egrave; molto semplice: l&rsquo;amministratore delegato della Fiat non racconta balle, come cialtroneggia la Fiom, e non &egrave; affatto un satrapo; semplicemente, egli prende atto delle condizioni imposte dalla globalizzazione e propone, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno, che i modi dell&rsquo;operazione di salvataggio andati a buon fine con la Chrysler e salutati con sperticate lodi da Barak Obama, siano accettati senza piagnistei anche in Italia. Anzi - puntualizza Pirani - il modello proposto da Marchionne per l&rsquo;Italia sarebbe molto pi&ugrave; vantaggioso per i lavoratori di quello coniato per Detroit. Perch&eacute; mentre agli operai statunitensi &egrave; stata imposta una riduzione del salario del 20% oltre ad ulteriori decurtazioni del contributo aziendale al fondo sanitario dei pensionati; mentre il sindacato americano ha accettato una moratoria sugli scioperi sino al 2015, la soluzione campana assicurerebbe ai lavoratori pi&ugrave; salario, purch&eacute; essi accettino di lavorare il sabato e la domenica e si assoggettino al Wcm, la nuova metrica che satura ogni frazione di tempo, aumentando la produttivit&agrave; del lavoro, pi&ugrave; prosaicamente conosciuta come &ldquo;olio di gomito&rdquo;. Quanto agli scioperi, secondo gli occhiali di Pirani, la sola preclusione imposta dalla Fiat riguarderebbe il fine settimana. Dunque, non si capirebbe proprio di cosa abbiano a lamentarsi gli operai italiani, che dovrebbero anzi abbracciare Marchionne come un salvatore, considerato che gli stabilimenti ubicati nello stivale rappresenterebbero nient&rsquo;altro che una palla al piede per il gruppo torinese, oggi divenuto multinazionale senza pi&ugrave; vere radici nel nostro Paese. Insomma - conclude Pirani - se si vuole che sopravviva, in Italia, un&rsquo;industria dell&rsquo;auto, le condizioni sono queste. Il &ldquo;prendere o lasciare&rdquo; di Marchionne non sarebbe dunque un atto di protervia, di prepotenza, ma di sano realismo. Ora, chi fra i dipendenti Fiat avesse letto questo edificante riassuntino di Pirani, non si raccapezzerebbe pi&ugrave;, tanto caricaturale ed omissiva &egrave; la descrizione del dictat di Pomigliano che, detto per inciso, Marchionne non considera neppure la tappa conclusiva delle deroghe contrattuali che potranno rendersi necessarie in altri segmenti dell&rsquo;arcipelago Fiat.<br />
Liberazione ha ampiamente dato conto dei termini reali di quell&rsquo;editto, dei tagli delle pause, delle penalizzazioni economiche in caso di malattia, della trasformazione del diritto di sciopero in comportamento passibile dei pi&ugrave; gravi provvedimenti disciplinari, dell&rsquo;intensificazione di ritmi di lavoro gi&agrave; spinti sino al limite della sopportabilit&agrave;, causa di stress e di gravi compromissioni dello stato di salute, dettagliatamente raccontate per noi dall&rsquo;operaio Antonio Di Luca nel giornale del 26 ottobre scorso. Quanto ai miserabili salari che si erogano in Fiat, Pirani ha dimenticato il taglio unilaterale del premio di risultato che Marchionne ha deciso di non corrispondere ai propri dipendenti, mentre contemporaneamente aumentava i propri lauti emolumenti e distribuiva dividendi agli azionisti.<br />
La sfida per la competitivit&agrave; di Marchionne consiste, al momento, soltanto in una stretta sul lavoro, nei termini pi&ugrave; classici inscritti nel tradizionale conflitto di classe: salario, orario, ritmi e condizioni di lavoro, diritti individuali e collettivi, prerogative sindacali. Il resto &egrave; fumo. Resta da spiegare, ma il tema &egrave; elegantemente rimosso da Pirani, perch&eacute; in Germania, nell&rsquo;industria dell&rsquo;auto, a retribuzioni molto pi&ugrave; alte, a condizioni di lavoro meno dure, a poteri sindacali pi&ugrave; consistenti corrispondano solidit&agrave; e competitivit&agrave; aziendali non comparabili con la situazione italiana. Che poi Prodi - e certo non solo lui, nell&rsquo;area del centrosinistra - la pensi cos&igrave;, dice solo quale ribollita ci somministrerebbe il cosiddetto riformismo quando dovesse tornare ad occuparsi, da posizioni di potere e forte di questa schietta propensione liberista, dei rapporti tra capitale e lavoro.<br />
Il fatto &egrave;, una volta di pi&ugrave;, che se non sar&agrave; la sinistra ad occuparsene, non lo far&agrave; nessuno.</p>]]></description><pubDate>Tue, 2 Nov 2010 18:32:21 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2442]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Settimane cruciali per Liberazione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2441_1_images-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Quelle che ci attendono sono settimane cruciali per il destino del nostro giornale. Dico per Liberazione, perch&eacute; l&igrave; batte il nostro cuore ma, pi&ugrave; in generale, per il futuro dell&rsquo;informazione libera e indipendente. Dunque per un pezzo rilevante della democrazia del Paese, sottoposta ad una devastante percussione demolitrice.<br />
Sappiamo tutti che il governo coltiva l&rsquo;insana intenzione di tagliare i fondi destinati al finanziamento pubblico dei giornali di partito, di idee e cooperativi e a decine di emittenti radiofoniche. Sappiamo che lo fa in malafede, usando l&rsquo;argomento, non privo di una certa popolarit&agrave;, secondo cui &egrave; il pubblico, sono i lettori, a decidere cosa deve andare in edicola e cosa no, per cui ogni ulteriore foraggiamento da parte dei contribuenti corrisponderebbe ad un&rsquo;indebita sottrazione di risorse alle casse dello Stato. I furbissimi ed interessati sostenitori di questa tesi nascondono il fatto che la pubblicit&agrave;, vitale per qualsiasi foglio, &egrave; monopolio privato di poche agenzie di raccolta, legate mani e piedi ad un numero esiguo di testate. E che il tanto celebrato &ldquo;libero mercato&rdquo; &egrave; in realt&agrave; drogato. E&rsquo; poi universalmente noto (o almeno lo era quando le sinapsi della gente funzionavano meglio) che i poteri forti dispongono di mezzi economici tali da rendere per se stessi del tutto trascurabile qualsiasi intervento pubblico. Sono le piccole testate, quelle spesso osteggiate dal potere perch&eacute; ne svelano soprusi e misfatti a rischiare l&rsquo;oscuramento. Ma la democrazia, per rimanere tale e non trasformarsi in un simulacro, ha un bisogno vitale del pluralismo. Se questo &egrave; vero per la rappresentanza politica istituzionale, vale &ndash; non di meno e forse di pi&ugrave; &ndash; per l&rsquo;informazione. Perch&eacute; se questa &egrave; uniforme e omologata, se il giornalismo embedded satura tutto il campo, allora il mondo virtuale cancella quello reale ed ogni manipolazione delle coscienze diventa possibile: il potere costituito, in una realt&agrave; sterilizzata da ogni anticorpo, si riproduce tal quale. E i suoi vizi, trasfigurati dalla propaganda, possono persino essere contrabbandati per virt&ugrave;. Dunque daremo battaglia &ndash; con ogni strumento lecito &ndash; perch&eacute; questo fosco scenario non si materializzi. Poi &egrave; vera anche un&rsquo;altra cosa e voi lo avete ben capito: il finanziamento pubblico, anche nella migliore delle eventualit&agrave;, non basta. Servono altre risorse che tocca alla nostra comunit&agrave; assicurare. Ebbene, dallo scorso luglio si sta verificando qualcosa di molto importante e per qualcuno persino di inaspettato.</p>
<p>Le compagne ed i compagni, le lettrici ed i lettori di Liberazione hanno avvertito la gravit&agrave; del pericolo e si sono mobilitati, con una generosit&agrave; ed una intelligenza della situazione che lasciano ben sperare. Cos&igrave; &egrave; decollata la corsa agli abbonamenti (abbiamo superato quota 800) e alla sottoscrizione. Tuttavia, non ovunque la reattivit&agrave; &egrave; stata la stessa, sicch&egrave; esistono zone &ldquo;grige&rdquo; e ampi margini per un ulteriore balzo che ci consenta di toccare i 1000 abbonamenti entro la fine dell&rsquo;anno.<br />
E&rsquo; andata molto bene, decisamente oltre ogni ottimistica previsione, l&rsquo;asta delle opere di 105 artisti che hanno voluto devolvere l&rsquo;intero incasso a Liberazione, segno che l&rsquo;interesse che suscitiamo, anche fuori dal nostro tradizionale perimetro politico, &egrave; pi&ugrave; ampio di quanto noi stessi abbiamo percezione. Le controcopertine nelle quali da quasi tre mesi ospitiamo contributi di rappresentanti di movimenti, soggetti collettivi, intellettuali, esponenti del mondo dello spettacolo, espressioni di parti fra le pi&ugrave; vitali della societ&agrave; civile, dicono che l&rsquo;eventualit&agrave; di una scomparsa di Liberazione dal panorama editoriale sarebbe un danno serio, percepito come tale da tanti che nel nostro quotidiano racconto trovano l&rsquo;eco robusta delle loro battaglie e delle loro passioni. Esserne consapevoli significa raccogliere la sfida e portarla sino in fondo, senza farsi intimorire dalle difficolt&agrave; e dagli ostacoli, anche quando questi paiono insuperabili. Non so quante dovremo inventarne e quante tentarne. So che non ne trascureremo alcuna.<br />
Domenica 28 novembre, ad esempio, troverete in edicola un giornale molto pi&ugrave; grande. Perch&eacute; il nostro foglio tradizionale conterr&agrave; un inserto speciale di 28 pagine, interamente dedicate alla satira nella politica, in Italia, vista da sinistra, dall&rsquo;ottocento sino ai giorni nostri. Si chiamer&agrave; Compagna satira. Non vogliamo anticiparvi troppo, per lasciare intatta la curiosit&agrave; e il gusto della sorpresa. Basti dirvi che troverete una gustosissima antologia delle vignette pi&ugrave; graffianti, corredate da schede, testi che ne illuminano il contesto storico e politico, oltre a interviste di alcuni fra i pi&ugrave; importanti autori viventi. Un numero unico, per ridere e per pensare. E da conservare. Quel giorno Liberazione coster&agrave; 25 euro. Una cifra importante. E anche dura da sostenere. Superfluo sottolineare che ci aspettiamo molto, moltissimo dalle vendite. Sar&agrave; un altro modo per confermare che siamo qui, in piedi, malgrado tutto. Per continuare a combattere. E per durare.</p>]]></description><pubDate>Mon, 1 Nov 2010 18:13:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2441]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Qualcosa è cambiato]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2440_1_prima17 bis_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L&rsquo;impressione &egrave; davvero profonda. Non si vedeva da tempo una partecipazione cos&igrave; grande e, in essa, una cos&igrave; forte consapevolezza, che emanava da ogni spezzone dell&rsquo;interminabile serpentone che si &egrave; snodato per le vie di Roma senza riuscire, in buona parte, a penetrare in una piazza San Giovanni gremita sino all&rsquo;inverosimile. Vi rimandiamo all&rsquo;ampia cronaca, nelle pagine interne, che d&agrave; conto - a chi non l&rsquo;avesse vissuta in prima persona o a chi volesse rinnovarne le emozioni - di questa straordinaria giornata di lotta, pacifica e serena: persino irridente l&rsquo;allarmismo strumentale del ministro degli Interni, campione di pelosa <em>disinformazia</em>, che alla vigilia aveva annunciato possibili infiltrazioni di guastatori. Non &egrave; accaduto, con buona pace di quanti si auguravano di poter macchiare quella che si &egrave; rivelata una limpida prova di democrazia. Oggi - ha ragione Maurizio Landini - la percezione &egrave; che qualcosa &egrave; gi&agrave; cambiato. Qualcosa di difficilmente esorcizzabile nell&rsquo;atmosfera rarefatta del gioco politico che si consuma stancamente nelle manovre di palazzo.<br />
Quando ieri abbiamo titolato la prima di questo giornale con un esplicito &laquo;Siamo tutti metalmeccanici&raquo; volevamo dire essenzialmente due cose sulle quali non &egrave; superfluo tornare. <em>La prima</em>, di immediata comprensione, &egrave; che la Fiom rappresenta il punto pi&ugrave; alto e organizzato di coagulo dell&rsquo;opposizione sociale. Non per caso attorno ad essa si &egrave; aggregata una moltitudine di soggetti collettivi, di movimenti, diversi fra loro e tutti fortemente connotati per i temi che ne costituiscono tratto identitario e scopo perseguito. La rivendicazione di condizioni di vita, di lavoro, di studio dignitose, di irrinunciabili diritti di cittadinanza si &egrave; saldata ad un bisogno di democrazia che non si rassegna all&rsquo;oscena, caricaturale rappresentazione che di essa offre la politica-politicante. <em>La seconda</em> &egrave; che questo concerto articolato di soggettivit&agrave; ritrova (il prefisso &ldquo;ri&rdquo; non &egrave; casuale) il proprio centro di annodamento nel lavoro, proponendo un racconto lungamente revocato e ancora oscurato dalle forze politiche &ldquo;riformiste&rdquo;, che credono di potere combattere il governo liberticida e ripristinare la democrazia senza rovesciare rapporti sociali fondati sullo sfruttamento e sull&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa; che pensano, in altri termini, si possa sconfiggere Berlusconi e contemporaneamente ammiccare a Marchionne.<br />
Pu&ograve; dunque solo far bene, innanzitutto alla sinistra, rimettere un po&rsquo; d&rsquo;ordine nella confusione che regna sovrana e riappropriarsi di alcuni fondamentali strumenti di interpretazione della realt&agrave;.<br />
A maggior ragione di fronte alla recidivante refrattariet&agrave; del Pd ad ogni lettura che si smarchi dall&rsquo;ideologia interclassista e dal mercatismo, neppure troppo temperato, che sono la cultura di riferimento di quel partito. A nome del quale, il suo responsabile economico, Stefano Fassina, &egrave; riuscito a spiegare la mancata adesione dei Democratici alla manifestazione di ieri con il fatto che ad un partito non competerebbe accodarsi a mobilitazioni promosse da altri, quanto piuttosto dedicarsi ad una sintesi superiore, &laquo;nel nome dell&rsquo;interesse generale&raquo;. Dunque, un partito che &ldquo;non prende partito&rdquo;, che &ldquo;non guarda al tutto dal punto di vista di una parte&rdquo;, che osserva dall&rsquo;alto ci&ograve; che accade e poi si colloca (o, piuttosto, crede di collocarsi) sull&rsquo;asse medio della curva. Una volta, l&rsquo;abbiamo gi&agrave; detto in altre circostanze, ma non ci stanchiamo di ripeterlo, era opinione condivisa, almeno a sinistra, che l&rsquo;interesse dei lavoratori, dei produttori della ricchezza sociale, corrispondesse all&rsquo;interesse del Paese. Oggi, questa nozione di senso comune &egrave; stata travolta e rovesciata nel suo contrario: il <em>dominus</em> &egrave; l&rsquo;impresa, e non ci sono diritti, libert&agrave;, ragioni sociali che non possano (debbano) essere sacrificati al dogma della competitivit&agrave;. Ieri, nell&rsquo;inserto speciale dedicato da <em>Liberazione</em> ai trent&rsquo;anni che separano la capitolazione del sindacato alla Fiat, nell&rsquo;ottobre del 1980, dalla situazione odierna, Francesco Garibaldo ha ripercorso, passo dopo passo, il processo regressivo che ha indebolito il potere di coalizione dei lavoratori, immiserito le loro condizioni e - contemporaneamente - sfibrato la democrazia costituzionale.<br />
Oggi, mentre Bonanni prova a togliere ai lavoratori la rappresentanza sociale e il Pd nega loro quella politica, occorre lavorare al difficile ma irrinunciabile obiettivo di ricostruire l&rsquo;una e l&rsquo;altra. La Fiom sta ampiamente dimostrando di essere all&rsquo;altezza del compito e che c&rsquo;&egrave; un pezzo di sindacato vitale e carico di futuro. La sinistra alla sinistra del Pd deve ancora guadagnarsi la stessa credibilit&agrave;. Ma la strada &egrave; segnata e va percorsa, senza tentennamenti, sino in fondo.</p>
<p><br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Mon, 18 Oct 2010 11:51:53 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2440]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Con la Fiom, contro l’eversione del capitale]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2439_1_images-2_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Fra meno di due settimane, sabato 16 ottobre, la Fiom chiamer&agrave; a raccolta, in quella che gi&agrave; si annuncia come un&rsquo;imponente manifestazione di popolo, tutte le forze sociali che nella necessit&agrave; di respingere l&rsquo;attacco furibondo alle conquiste e ai diritti dei lavoratori vedono la via maestra per impedire che si compia la pi&ugrave; devastante rottura democratica dell&rsquo;era repubblicana.<br />
Occorre dire che di un simile rischio vi &egrave;, anche a sinistra, solo parziale consapevolezza. O meglio, dello smottamento democratico si coglie l&rsquo;aspetto pi&ugrave; immediatamente politico e morale: la degenerazione corruttiva della coalizione di governo, il potere dispotico, personale, del capo del governo che travolge l&rsquo;intera architettura costituzionale, l&rsquo;oltraggio sistematico alla legalit&agrave;, il disprezzo ostentato per ogni procedura democratica e l&rsquo;assalto liquidatorio ai poteri indipendenti che rifiutano di sottomettersi all&rsquo;esecutivo. Si coglie meno, e nel Pd non si coglie affatto, quello che con chiarezza e semplicit&agrave; esemplari Oscar Lafontaine, fondatore della Linke, ricordava in un recente dibattito svoltosi alla festa della Federazione della Sinistra, e cio&egrave; che domina nella sfera politica chi domina nei rapporti sociali. E che se questi sono caratterizzati dallo sfruttamento e dall&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa, la politica non potr&agrave; autonomizzarsene ed anzi finir&agrave; per divenirne lo specchio fedele. Ancora ieri, qualche giornale di area democratica titolava, in prima, &laquo;Eversore&raquo;, epiteto impresso sul faccione torvo di Berlusconi. E a ragione. Dubito tuttavia che quella stessa grave espressione verrebbe usata per qualificare il comportamento di Marchionne. All&rsquo;amministratore delegato della Fiat, capintesta della crociata contro il lavoro e a Confindustria, la cui parola &egrave; ormai ascoltata con la deferenza che si deve ad un organo istituzionale, non si rivolge lo stesso capo d&rsquo;accusa.<br />
Una volta era nozione di senso comune, maturata nella concreta esperienza di milioni di persone, che l&rsquo;affermazione della democrazia dentro i luoghi di lavoro, le conquiste frutto del conflitto operaio, si riverberassero a 360 gradi sull&rsquo;insieme della societ&agrave;, rendendola pi&ugrave; giusta, pi&ugrave; civile, pi&ugrave; coesa. Difendendo gli interessi dei lavoratori - si diceva - si difendono gli interessi generali del Paese.Non vi era ombra di dubbio sul significato pregnante dell&rsquo;articolo 1 della Costituzione, che coniuga non casualmente la democrazia con il lavoro, riconoscendo ai produttori associati una funzione quasi demiurgica per l&rsquo;inveramento dei precetti della Carta. Oggi no. Il rovesciamento &egrave; stato diametrale. L&rsquo;impresa e la regola ferrea (sebbene non scritta) che ne informa i comportamenti, quella della competitivit&agrave;, hanno occupato interamente il proscenio, unendo destra e sinistra moderata nel culto dell&rsquo;ideologia neo-mercatista. Quella in ragione della quale si &egrave; accreditato Marchionne come l&rsquo;interprete genuino della modernit&agrave; ai tempi della globalizzazione e si &egrave; accettato che il posto di lavoro fosse messo in concorrenza con i diritti.<br />
La fortuna della destra in tutta Europa e specialmente nel nostro Paese ha molte convergenti ragioni. Ma l&rsquo;egemonia culturale del capitale, la &ldquo;costituzionalizzazione&ldquo; del mercato &egrave; ci&ograve; che ne ha pi&ugrave; di ogni altra cosa legittimato la funzione dirigente. L&rsquo;impotenza di fronte alla crisi planetaria &egrave; la pi&ugrave; plateale confessione di un disarmo culturale che ha sin qui impedito alla sinistra di candidarsi alla guida di una grande riforma economica e sociale. Una riforma che o passa attraverso un profondo mutamento dei rapporti di produzione, o ha la forza di riproporre la questione divelta del carattere sociale della propriet&agrave;, oppure &egrave; destinata ad insabbiarsi, perdere di vigore e rinculare nell&rsquo;alveo del riformismo, trasformista e subalterno. La Fiom ha preso nelle proprie mani e proposto alla sinistra la precondizione di questo necessario salto di paradigma: l&rsquo;affermazione dell&rsquo; irriducibilit&agrave; del lavoro al capitale. Per questo viene ferocemente combattuta dal potere costituito e dal groviglio di interessi di cui esso &egrave; espressione. Per questo il successo dell&rsquo;appuntamento del 16 ottobre, al quale offriremo tutto il nostro sostegno, rappresenter&agrave; molto pi&ugrave; che la buona riuscita di una pur importante manifestazione.</p>
<p><em>La foto si trova all'indirizzo fiom-altran.blogspot.com</em></p>]]></description><pubDate>Tue, 5 Oct 2010 12:51:5 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2439]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Domani Fini salverà il regno del caudillo?]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />Credo sia noto a chiunque che alla base della forsennata campagna orchestrata contro Gianfranco Fini vi sia il solco politico apertosi fra il presidente della Camera e Berlusconi. Pare altrettanto evidente che se questa divaricazione non si fosse prodotta, se Fini fosse stato ancora intruppato nella corte del sultano, delle 45 edizioni de il Giornale e di Libero a lui consecutivamente dedicate non avremmo letto un solo rigo: quei giornali rappresentano il braccio armato del premier, agiscono come il manganello che scatta a comando o, semplicemente, per riflesso servilmente introiettato, quando si tratta di ridurre al silenzio gli avversari di turno che non si è preventivamente riusciti ad addomesticare o a corrompere. 
Che questo e non altro rappresentino quei fogli è dunque già chiaro ai nostri lettori e non sprecheremo tempo in ulteriori dimostrazioni. Merita invece insistere su un altro punto, e precisamente sul fatto che proprio mentre Fini mette in guardia sui rischi che corre la democrazia, essendo il capo del governo non soltanto l’ispiratore, non occulto, dell’operazione di killeraggio, ma anche il centro di annodamento di un sistema di potere marcio fino al midollo; mentre la denuncia di Fini, sia pure nella versione edulcorata del messaggio di sabato, assume proporzioni di questa drammaticità, Fini medesimo e la sua pattuglia si accingono a votare, nella giornata di domani, la fiducia al governo e, più precisamente, proprio al caudillo che l’ha pretesa come un giudizio su di sé. E allora si pone una domanda, semplice e nello stesso tempo cruciale: come è possibile che la conclamata battaglia per la legalità, della quale il presidente della Camera ha voluto farsi interprete e banditore, rinculi così miseramente e tutto si risolva in una bolla di sapone? Berlusconi, memore del motto che recita «bastona il cane che annega», ha già dichiarato la propria intenzione di riesumare il ddl intercettazioni (altro che binario morto!) ed il processo breve: egli sente l’odore del sangue e vuole sfruttare la debolezza dell’avversario interno per portare l’affondo decisivo. E allora? Per capirne di più occorre non perdere di vista il profilo effettivo delle divergenze che oppongono i due cofondatori del Pdl o, piuttosto, rammentare ciò che li unisce. Perché vi è qualcosa di solido nelle ragioni, nient’affatto effimere, che cementano un sodalizio durato 15 anni.
Fini non ha mai revocato i fondamenti culturali, sociali e politici, di quell’alleanza: non il liberismo nelle scelte di politica economica e sociale; non il fiancheggiamento incondizionato offerto al capitale contro il lavoro e il sindacato; non la distruzione del welfare e la spoliazione della scuola pubblica; non la riduzione in povertà o in semipovertà della metà dei cittadini italiani; non la protezione degli evasori attraverso misure come lo scudo fiscale; non la discriminazione razzista dei migranti - malgrado i reiterati distinguo - resa possibile da una legge che del presidente della Camera porta il nome; non la vergognosa persecuzione dei rom. E via di seguito.
Diciamo questo perché è sempre utile guardare sotto la superficie, per darsi conto della realtà. Altrimenti si rischia di perdersi nelle nebbie di una politica ridotta a pochade, nella narrazione voyeuristica che, dietro una cortina fumogena, ottunde la sostanza dei rapporti di classe. Non c’è niente da fare, non ci sono scorciatoie. Il solo modo di sparigliare davvero le carte è fare irrompere nel gioco politico il conflitto sociale. A partire dal 16 ottobre.]]></description><pubDate>Tue, 28 Sep 2010 14:23:41 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2438]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Siemens: un accordo si aggira per l’Europa]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2437_1_images-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ieri abbiamo dato grande e giustificato rilievo all&rsquo;accordo stipulato dal sindacato tedesco, l&rsquo;Ig Metal, con uno dei maggiori gruppi industriali al mondo, la Siemens AG, azienda che opera principalmente nei settori dell&rsquo;automazione industriale, del trasporto ferroviario, dell&rsquo;illuminazione, dell&rsquo;energia, dell&rsquo;informatica e dell&rsquo;elettronica medicale. Un gruppo che vanta stabilimenti in 190 paesi del mondo, per oltre 400mila dipendenti e con un fatturato di quasi 80 miliardi di euro. L&rsquo;accordo - come abbiamo spiegato sul giornale di ieri - prevede l&rsquo;impossibilit&agrave; di ricorrere a licenziamenti per riduzione di personale, in presenza di situazioni di crisi, senza che il sindacato conceda il suo nulla osta. Ecco dunque il primo punto di capitale importanza: la sovranit&agrave; sull&rsquo;occupazione, in Siemens, diventa materia condivisa, non pi&ugrave; soggetta ad atti unilaterali dell&rsquo;azienda, come quelli che nel 2008 la portarono a licenziare di botto 17mila lavoratori, pi&ugrave; di 5mila in Germania.<br />
Secondo punto: l&rsquo;accordo &egrave; s&igrave; valido - ma non poteva essere altrimenti - per la sola Germania, ma &egrave; esteso anche alle &ldquo;consociate&rdquo;, sicch&eacute; i lavoratori che ne beneficeranno toccheranno il ragguardevole numero di 160mila. E&rsquo; l&rsquo;intero arcipelago del gruppo ad essere coinvolto. Le aziende controllate saranno tutte vincolate alla medesima normativa in materia di salvaguardia occupazionale. Ma cosa accadr&agrave; qualora una flessione produttiva, una crisi di mercato dovesse nuovamente generare eccedenze occupazionali, considerato che dopo i primi tre anni di sperimentazione, l&rsquo;accordo non sar&agrave; pi&ugrave; revocabile e varr&agrave; a tempo indeterminato, divenendo una sorta di cardine istituzionale delle relazioni industriali in quell&rsquo;azienda?<br />
Questo &egrave; il terzo punto di rilevanza strategica. Perch&egrave; l&rsquo;intesa &egrave; molto chiara: si ricorrer&agrave; a soluzioni alternative alla risoluzione dei rapporti di lavoro, come la mobilit&agrave; all&rsquo;interno del gruppo e come la riduzione degli orari. S&igrave;, proprio quell&rsquo;intervento sul tempo di lavoro che padroni e governi nostrani hanno sempre osteggiato e tuttora considerano una sciagura, preferendo che il mondo del lavoro si divida fra un esercito di disoccupati involontari (scarsamente o per nulla assistiti) ed un&rsquo;altra parte, ricattabile, impegnata per 60 ore settimanali.<br />
L&rsquo;accordo contempla poi un quarto impegno formale di Siemens, conseguenza diretta dei precedenti. Quello di non delocalizzare le produzioni all&rsquo;estero: gli investimenti e gli insediamenti allocati dalla Siemens in terra straniera saranno dunque complementari e non sostitutivi rispetto a quelli operativi in Germania.<br />
La societ&agrave; bavarese non &egrave; la sola impresa tedesca ad aver intrapreso questa strada, se anche la Daimler, azienda di automobili e mezzi di trasporto civili e militari, ha revocato l&rsquo;intenzione di chiudere lo stabilimento di Sindelfingen, impegnandosi a mantenere in forza, fino al 2020, i 37mila lavoratori che vi sono occupati.<br />
Tutto ci&ograve; merita da parte nostra la dovuta attenzione. E altrettanta dovrebbe suscitarne negli ambienti sindacali e politici del nostro Paese. Perch&eacute; demolisce luoghi comuni che hanno qui da noi grande audience. A partire dalla madre di tutte le sciocchezze, quella secondo cui i differenziali dei costi di produzione, e specialmente di quello del lavoro, giustificano ogni sorta di sopruso antisindacale entro i confini nazionali e la dismissione degli impianti, da traslocare appena possibile in siti dove il rischio di impresa &egrave; pari a zero e il profitto certo.<br />
Oltralpe, sia ben chiaro, non ci sono imprenditori filantropi. Semplicemente si &egrave; capito che proprio la crisi finanziaria ha dimostrato quanto siano importanti l&rsquo;economia reale, l&rsquo;industria nazionale e, in essa, il sistema manufatturiero. Non solo, ma che &egrave; possibile mantenerlo anche nel paese che retribuisce il lavoro operaio come nessuno al mondo (da 3 a 5mila euro mensili), dove i salari reali sono cresciuti nel secondo semestre e su base annua del 2,3%, dove decollano nei lander le lotte per i rinnovi dei contratti di settore e dove - malgrado i tagli di questi anni - il welfare, nonch&eacute; gli investimenti sulla ricerca e sull&rsquo;intero sistema formativo si mantengono a livelli ragguardevoli.<br />
Ora, non si tratta di magnificare acriticamente il modello cogestionale tedesco, che ha le sue ombre, e che sarebbe difficilmente assimilabile dall&rsquo;esperienza della pi&ugrave; avanzata cultura autonomistica, purtroppo in gran parte tramontata, del sindacalismo italiano.<br />
Quello che qui interessa &egrave; mostrare l&rsquo;abissale distanza che passa fra una cultura improntata ad una solida idea di coesione sociale e lo sgangherato dibattito nostrano, alimentato da mestieranti della politica e da millantatori che popolano la mediocrissima giungla del capitalismo straccione, dominato da ingordi speculatori, privo di ambizioni strategiche e orbo di uno sguardo sul futuro.<br />
Per questo, potete scommeterci, l&rsquo;accordo Siemens sar&agrave; qui da noi totalmente rimosso. A partire dalla stampa nazionale - tutta - che ne porta debolissima traccia. Perch&eacute; noi dobbiamo continuare cos&igrave;, con i ricatti di Marchionne e dei suoi emuli, con le delocalizzazioni che non trovano ostacolo alcuno in un governo corrivo, che da imprenditore ha gi&agrave; distrutto Alitalia e altrettanto sta facendo con Fincantieri e con Tirrenia.<br />
L&rsquo;affermazione - propagandistica finch&eacute; si voglia - del presidente della Siemens, Peter L&ouml;scher, il quale afferma: &laquo;per noi ogni singolo lavoratore &egrave; molto importante&raquo; sarebbe considerata qui in Italia un&rsquo;aporia blasfema.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Fri, 24 Sep 2010 16:50:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2437]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Parole chiare. Per una sinistra che torni a contare]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In questi giorni abbiamo assistito al tentativo, condotto senza esclusione di colpi, anche portati deliberatamente sotto la cintura, di mettere il Prc, la Federazione della sinistra fuori da ogni gioco politico. Per la verit&agrave;, l&rsquo;oscuramento mediatico era, come ognuno ha potuto constatare, gi&agrave; in corso da tempo. Ma l&rsquo;eventualit&agrave; delle elezioni anticipate e la proposta di una larga alleanza democratica per cacciare Berlusconi, avanzata in tempi non sospetti da Paolo Ferrero ed ora fatta propria da Pierluigi Bersani, ha rimesso tutte le bocce in movimento, suscitando allarme in coloro che grazie all&rsquo;attuale legge elettorale e alla torsione bipolare del sistema politico erano riusciti ad espellere la sinistra dal Parlamento, cancellando dalla rappresentanza istituzionale le sole forze non omologate alla cultura mercatista. Cos&igrave;, nei giorni scorsi, nell&rsquo;intento di scoraggiare qualsiasi intesa con la Fed, il <em>Corriere della sera</em> non ha esitato ad inventarsi la fola di una cooptazione di Ferrero e Diliberto nelle liste del Pd, generando sconcerto a dritta e a manca. La smentita, da parte di tutti gli interessati, &egrave; stata pronta e netta, ma intanto la bufala ha viaggiato, secondo un ben collaudato modello di <em>disinformazia</em>. <em>Repubblica</em> &egrave; invece ricorsa ad un espediente pi&ugrave; sofisticato: nella pubblicazione dell&rsquo;ultimo sondaggio (che come tutte le esplorazioni della pubblica opinione &egrave; sempre saggio maneggiare con prudenza) ha del tutto omesso la Fed, in ragione di una stima che la vorrebbe sotto il 2% e ha sommato quella percentuale a quella attribuita ad altri &ldquo;cespugli&rdquo;, tutti classificati sotto la generica e indifferenziata denominazione di &ldquo;altri&rdquo;, accreditando dunque la percezione di una inesorabile marginalit&agrave; della sinistra comunista e anticapitalista. Piccoli trucchi, dove la rappresentazione &ldquo;fotografica&rdquo;, istantanea, di una tendenza elettorale si salda con la pratica dell&rsquo;obiettivo, una sorta di profezia che si autodetermina. Come a dire: chi mette l&igrave; il suo voto lo investe in nulla, lo butta via. Il perimetro &ldquo;interessante&rdquo; - si suggerisce - &egrave; quello che arriva fino a Sel, della quale si d&agrave; evidentemente per scontata l&rsquo;irrecuperabilit&agrave; ad una coalizione unitaria di sinistra, autonoma e indipendente dal Pd. Tutti i riflettori vengono cos&igrave; proiettati sul cerchio pi&ugrave; stretto della proposta di Bersani, sulla coalizione di governo, sul Nuovo Ulivo e sulla prossima disfida fra quanti si candidano a guidarlo nella contesa elettorale che, prima o poi, verr&agrave;. Il tema dell&rsquo;alleanza democratica non ottiene invece la dovuta attenzione. Viene cos&igrave; messo in secondo piano l&rsquo;obiettivo pi&ugrave; importante e preliminare, quello di liberare il Paese dalla cancrena che sta divorando la democrazia e le istituzioni repubblicane, prima che la necrosi diventi irreversibile; quello cio&egrave; di lavorare alla pi&ugrave; ampia convergenza di tutte le forze, pur di diverso orientamento politico, che tuttavia condividono la necessit&agrave; di ripristinare la legalit&agrave; costituzionale travolta dal golpismo del caudillo di Arcore e del suo corrotto sultanato.<br />
La questione del governo, dell&rsquo;omogeneit&agrave; programmatica delle forze che lo compongono deve venire dopo che sia stata affrontata e vinta questa battaglia, vera e propria emergenza democratica. Tuttavia converr&agrave; venire in chiaro anche su questo punto ed &egrave; bene farlo subito per evitare che si trascinino equivoci e per rendere trasparente il rigore di un ragionamento politico. Che &egrave; - per chi scrive - il seguente. <br />
L&rsquo;esperienza del governo Prodi &egrave; l&igrave; a ricordarci che se stai al governo del Paese lo devi fare in ragione della effettiva possibilit&agrave; di cambiare le cose, di compiere passi che facciano percepire il cambiamento come reale, come processo che muta e mugliora, nella materialit&agrave; dei rapporti sociali, la vita delle persone. Quando questo non accade, come non &egrave; accaduto nel passato, si produce un distacco che nel tempo diventa frattura con la tua base sociale, tanto pi&ugrave; grave quanto forte era l&rsquo;aspettativa che avevi suscitato. E se malgrado tutto perseveri nel mantenere responsabilit&agrave; di governo quando la rotta &egrave; palesemente diversa da quella per cui ti eri battuto e che era stata tracciata, allora si genera la convinzione che lo fai per te stesso: il rapporto tra mezzi e fini si rovescia, la tua credibilit&agrave; va in frantumi e ne paghi, come &egrave; giusto che sia, tutti i prezzi. E&rsquo; gi&agrave; successo con effetti devastanti e duraturi. Non deve pi&ugrave; succedere. Questo vuol dire che la sinistra non pu&ograve;, in linea di principio, entrare in una coalizione di governo con forze moderate? O che questo sia possibile solo a condizione che la propria impostazione politica entri di peso, tale e quale, nelle linee programmatiche dell&rsquo;esecutivo? No, non vuol dire questo. Vuol dire per&ograve; che la presenza al governo deve comportare alcuni evidenti tratti di discontinuit&agrave; in assenza dei quali &egrave; bene distinguere, piuttosto che confondere, le responsabilit&agrave;. <br />
Provo a farmi capire meglio con alcuni esempi. Si pu&ograve; stare in un governo che continui a partecipare attivamente ad una guerra di occupazione, come quella in corso in Afghanistan, in flagrante violazione dell&rsquo;articolo 11 della Costituzione? E&rsquo; tollerabile che mentre la scure dei tagli si abbatte violentemente sulla scuola pubblica, mentre il welfare viene ridotto ad un colabrodo, mentre un esercito di disoccupati involontari viene privato di qualsiasi sostegno al reddito, si perseveri nel finanziare con 3 milioni di euro quotidiani quella missione militare? E&rsquo; pensabile che un governo imperniato sul Pd revochi la spinta agli armamenti che sta divorando 30 miliardi per dotare il nostro arsenale bellico di 131 cacciabombardieri F35, 130 caccia Eurofighters, 100 elicotteri NH90, 10 fregate Fremm? E&rsquo; disposto un governo neo-ulivista a promuovere una legge che ostacoli e penalizzi fiscalmente le delocalizzazioni industriali combattendo apertamente politiche imprenditoriali che speculano sul dumping di manodopera e contrappongono lavoro a diritti? Pu&ograve; il Pd, con i suoi potenziali alleati, sostenere una legge che permetta di verificare la reale rappresentanza dei sindacati e che riconosca ai lavoratori il diritto di legittimare attraverso il voto referendario ogni atto negoziale sottoscritto in loro nome? Vogliono il Pd e la coalizione su di esso imperniato introdurre un reddito di cittadinanza, portare l&rsquo;imposizione tributaria sulle rendite finanziarie a livelli europei, colpire le transazioni speculative attraverso l&rsquo;introduzione di una <em>Tobin tax</em>, imporre una tassa sui patrimoni mobili e immobili nel solco di una riforma fiscale capace di produrre una politica di redistribuzione della ricchezza? Si pu&ograve; avere ragionevole certezza che quella coalizione difenderebbe i beni comuni, a partire dalla integrale propriet&agrave; pubblica dell&rsquo;acqua e dei servizi idrici? E ancora: &egrave; realisticamente immaginabile che in quel programma di governo trovino spazio i pacs o il testamento biologico?<br />
Si potrebbe continuare a lungo. Ma possono bastare questi pochi esempi. Nessuno degli interventi elencati, si badi bene, scuoterebbe la societ&agrave; capitalistica nei suoi fondamenti e, purtuttavia, ci&ograve; rappresenterebbe un mutamento vero e percepibile. Che, vorremmo essere smentiti, non &egrave; dato attendersi, considerati i paralizzanti equilibri che ingessano i democratici, che ne disegnano il tratto politico e culturale e che nessun esito delle primarie potrebbe sconvolgere. Si ritiene che non sia cos&igrave;? Allora, gi&ugrave; le carte. L&rsquo;indisponibilit&agrave; dichiarata dalla Fed a sedersi al tavolo dell&rsquo;Ulivo non &egrave; frutto di un pregiudizio ideologico, di un arroccamento identitario, di una scelta aprioristica per l&rsquo;opposizione, ma il risultato di una precisa e concreta analisi dei fattori e degli attori in campo, della loro natura, insieme ad una realistica consapevolezza della impossibilit&agrave;, qui ed ora, di mutarne il segno e l&rsquo;indirizzo politico di fondo. Di qui la proposta di un&rsquo;alleanza delle forze di sinistra, autonoma e indipendente dal Pd, impegnata a ricostruire lavoro sociale, coesione politica e massa critica, riconquistando, per questa via, anche quella rappresentanza parlamentare di cui oggi &egrave; orba. Viceversa, se l&rsquo;adesione all&rsquo;Ulivo &egrave; considerata da una parte della sinistra una scelta aprioristica, disancorata da un progetto politico, coltivata nell&rsquo;illusione che chi vince una consultazione primaria di coalizione possa plasmarne a propria immagine il profilo, credo si andr&agrave; incontro a qualche cocente delusione, frutto di quello strabismo politico che attribuisce virt&ugrave; taumaturgiche ai condottieri di partiti personali.</p>]]></description><pubDate>Thu, 16 Sep 2010 12:12:7 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2435]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La farsa politica e l'attacco sociale]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>E&rsquo; sconfortante la farsa della politica italiana, dominata dalle pulsioni di capibastone che calibrano opinioni e orientamenti sull&rsquo;impronta delle proprie mutevoli convenienze. Dove le condizioni dei cittadini, il destino del Paese, il cosiddetto bene comune rappresentano l&rsquo;ultima delle preoccupazioni. Lo spettacolo inverecondo &egrave; quotidianamente messo in scena sotto i nostri occhi: la maggioranza &egrave; politicamente in pezzi, ma si scompone e ricompone ogni 24 ore sotto la spinta degli interessi pi&ugrave; diversi. Quello di Berlusconi, che teme ormai le elezioni perch&eacute; vede approssimarsi la fine della sua stagione politica e il ripresentarsi - senza pi&ugrave; poter contare su scudi protettivi - dell&rsquo;incubo giudiziario. Quello di Fini, al dunque distaccatosi dalla melma del Popolo della libert&agrave;, ma a capo di una formazione fresca di battesimo e certo non pronta ad una prova elettorale. Quello dell&rsquo;Udc, che oscilla come un pendolo fra la tentazione di sostituire al governo i transfughi di Fli e l&rsquo;ipotesi di un governo di transizione. All&rsquo;opposto, la Lega, che gioca in proprio le sue carte, convinta che dal voto non potrebbe che uscire rafforzata e con in mano la golden share del governo, con o senza l&rsquo;uomo di Arcore. E&rsquo; una maionese impazzita. Ma le convulsioni del potere berlusconiano agonizzante sono assai pericolose. Perch&eacute; intanto, sotto traccia, senza clamore, giungono in Parlamento i provvedimenti pi&ugrave; gravi voluti dalla destra. Uno per tutti: il &laquo;collegato&raquo; alla legge finanziaria che vanifica il processo del lavoro, vincolando le decisioni del giudice non pi&ugrave; alla legge o ai contratti collettivi, ma agli accordi privatamente sottoscritti da singoli imprenditori con singoli lavoratori, in uno stato di oggettiva soggezione di questi ultimi. E introducendo l&rsquo;arbitrato come forma canonica, nei fatti coatta, di soluzione dei contenziosi di lavoro. Cos&igrave;, alle deroghe aziendali pattuite da Cisl e Uil con le associazioni imprenditoriali, si uniranno, ad abundatiam, quelle individuali. Il contratto collettivo, stretto dall&rsquo;alto e dal basso in questa morsa, si estingue, trasformandosi in un privilegio corporativo destinato a sopravvivere in enclave sempre pi&ugrave; ristrette. Poi arriver&agrave; il colpo di grazia: la discussione della proposta di legge con la quale il Pdl intende seppellire l&rsquo;articolo 41 della Costituzione. Quello che subordina l&rsquo;esercizio della libert&agrave; d&rsquo;impresa alla tutela della sicurezza, della dignit&agrave;, della libert&agrave; di chi lavora; quello che incardina, pi&ugrave; di ogni altro, i principi fondamentali della Carta espressi dagli articoli 1 e 3. A spianare la strada a questo sbancamento formale della nostra democrazia, sta contribuendo in modo decisivo ci&ograve; che avviene nella concretezza dei rapporti sociali. La supremazia del capitale sul lavoro, attraverso l&rsquo;annichilimento della contrattazione collettiva e del diritto di coalizione dei lavoratori, &egrave; oggi praticata sul campo. L&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa - finalmente affrancata da fastidiosi intralci sindacali - imposta nel nome del superiore dogma della competitivit&agrave;, ha gi&agrave; ridisegnato la costituzione materiale del Paese, nella colpevole, acquiescente passivit&agrave; delle forze riformiste che hanno, semplicemente, scambiato per modernit&agrave; la regressione a rapporti ottocenteschi. Il dichiarato interclassismo del Pd, esito conclusivo di un progressivo smottamento identitario, ha privato il lavoro di una rappresentanza politica e ha favorito lo sfaldamento di quella cultura solidalistica che per decenni &egrave; stata il cemento ideale delle organizzazioni del movimento operaio. Su questo poderoso vulnus occorre ragionare, perch&eacute; la politica non continui a camminare sulle sabbie mobili dei partiti personali, dei capi e dei capetti che popolano la scena mediatica, ora da protagonisti, ora da comparse, chiedendo ai cittadini non gi&agrave; partecipazione, ma delega, non contributo progettuale, ma aprioristico consenso, in una torsione populistica e plebiscitaria che &egrave; diventata non l&rsquo;espressione, ma la caricatura della democrazia.  Su tre prioritari terreni &egrave; allora necessario puntare: la ripresa della lotta sociale, che ha nella mobilitazione promossa dalla Fiom il pi&ugrave; maturo collante; una legge sulla rappresentanza sindacale che riconosca e sancisca la sovranit&agrave; dei lavoratori, attraverso l&rsquo;esercizio del voto, su ogni atto negoziale, impedendo a sindacati di comodo, privi di consenso maggioritario, di stipulare con le controparti accordi con efficacia generale; il varo di una legge elettorale che, ripristinando il criterio della rappresentanza proporzionale, spazzi via la mostruosa perversione in forza della quale una minoranza di consensi pu&ograve; dar luogo a schiaccianti maggioranze parlamentari. La rivitalizzazione di un processo democratico, il superamento del bipolarismo coatto, del populismo, della politica ridotta a disfida personale fra leaders pi&ugrave; o meno carismatici, passa anche da qui.</p>]]></description><pubDate>Mon, 13 Sep 2010 14:5:49 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2434]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Campagna per Liberazione: molte luci e alcune ombre]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />E’ necessario fare collettivamente il punto sulla campagna per la salvezza del nostro giornale. Dopo un “fisiologico” rallentamento nel periodo ferragostano, gli abbonamenti sono tornati ad affluire in misura consistente, oltre 40 nell’ultima settimana, come ben documenta l’elenco pubblicato ieri. Così le sottoscrizioni, contributi ancora modesti, ma preziosi, frutto di uno sforzo generoso da parte di chi lo ha prodotto, ma che al tempo stesso fa comprendere quanto terreno rimanga ancora da arare per colmare quel deficit di 300mila euro stimato per il 2010 e raggiungere l’irrinunciabile obiettivo del pareggio di bilancio a fine anno. Allora occorrerà essere espliciti, persino più di quanto non lo siamo stati fino ad ora. Anche a costo di suscitare (a fin di bene) qualche risentimento.
La campagna vigorosamente promossa dal giornale per garantire la continuità delle pubblicazioni ha avuto e sta avendo, alla base, una risposta importante e incoraggiante. La scossa è stata percepita da antenne ricettive e ci ha persuaso che esistono volontà tutt’altro che sopite ed energie ancora integre nella nostra eterogenea comunità. I conti, invece, non tornano se guardiamo al gruppo dirigente ristretto. Spiace constatarlo, ma peggio sarebbe celarlo. Dopo uno sprint iniziale, la “spinta propulsiva” si è arrestata.
Qualche dato per capirci meglio: su 243 dirigenti (fra comitato politico e commissione di garanzia nazionali) gli abbonati a Liberazione risultano essere 40. E soltanto 4 fra i segretari regionali e provinciali che non fanno parte dei suddetti organismi. Interrogarsi sulle ragioni di questa perdurante distrazione (indifferenza?) di fronte alle sorti di Liberazione è ormai una priorità assoluta. Affinché il toro sia afferrato per le corna, senza reticenze o pretesti. Il più ricorrente dei quali è che, talvolta, non si condivide il taglio di questo o quell’articolo, di questa o quella posizione che vi si trovano espressi. Per trarre l’opportunistica conclusione che non vale la pena sostenere lo sforzo richiesto per la sopravvivenza del giornale. Il quale può e deve certo migliorare: a patto di continuare ad esistere. E a condizione che si abbia piena coscienza dell’enorme fatica necessaria per andare ogni giorno in edicola, nelle condizioni date.
Ancora: che sia presente la consapevolezza che la scomparsa di questo piccolo giornale, come scriveva ieri su queste colonne Bianca Bracci Torsi, comporterebbe l’amputazione grave di un punto di vista non surrogabile da alcun altro canale informativo. Attenzione: alla scomparsa si può arrivare anche per inerzia, ma questa tristissima eventualità che abbiamo tutte le risorse per scongiurare equivarrebbe ad una solenne autocondanna. Perché l’autofinanziamento di un polo culturale autonomo e indipendente, il sostegno alla sola fonte di visibilità mediatica delle proprie idee e proposte è un terreno privilegiato di lotta politica. Oltre che l’indicatore più sicuro del proprio stato di salute. Se non lo si capisce...
Il lavoro deve dunque proseguire con rinvigorito impegno, ad ogni livello di direzione del partito, e coniugarsi con la più ampia diffusione del giornale, ancor più essenziale nell’attuale, delicato frangente della vicenda politica italiana.
															***
In questi giorni stanno maturando altre importanti e inedite iniziative. Dopo quella autonomamente promossa dalla Casa della Cultura di Roma, che ha deciso di offrire sconti sulle proprie manifestazioni a quanti si presentino alla biglietteria con una copia di Liberazione, un folto e qualificato numero di artisti italiani, contattati grazie all’impegno intelligente di Roberto Gramiccia e già firmatari di un appello per il nostro giornale, ha deciso di donare a Liberazione - nel corso di un evento ad essa dedicato - l’intero ricavato della vendita di opere che saranno esposte presso la galleria della Nuova Pesa di Roma e quindi messe all’asta il prossimo 18 ottobre: banditrice d’eccezione, Simona Marchini, che ha subito volontariamente aderito alla nostra proposta, mettendo gratuitamente a disposizione le strutture della galleria e l’organizzazione logistica.
Verso la fine dello stesso mese di ottobre, in una data e su un argomento che saranno con largo anticipo resi noti, Liberazione pubblicherà un inserto speciale di 48 pagine. Quel giorno il giornale costerà 25 euro, ma l’inserto potrà (dovrà!) essere venduto allo stesso prezzo per un mese intero da parte delle federazioni e dei circoli ai quali chiediamo sin d’ora di predisporre un piano di prenotazioni che consenta di mettere in conto, a consuntivo, la vendita di 10mila copie.
Dobbiamo fare un’altra cosa: portare il prezzo del quotidiano a un 1 euro e 20 centesimi nei giorni feriali e a 2 la domenica. E’ un sacrificio ulteriore che chiediamo ai nostri lettori. Queste acrobazie in cui vi coinvolgiamo - perdonate la martellante insistenza - sono indispensabili per impedire che la voce di Liberazione - già emarginata da un evidente conventio ad excludendum - sia totalmente oscurata, come in Italia si usa fare con qualsiasi progetto informativo, culturale, politico davvero alternativo. Riuscire in questa prova difficile, ma alla nostra portata, significherà contribuire a ridare fiato e credibilità allo stesso progetto della Rifondazione comunista.]]></description><pubDate>Fri, 3 Sep 2010 12:52:40 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2433]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Melfi, un’occasione per la sinistra]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Che Marchionne stia allo statuto dei lavoratori come Berlusconi sta alla Costituzione &egrave; faccenda ormai acclarata: fine della cortina fumogena che ammantava il brevissimo &ldquo;nuovo corso&rdquo; della Fabbrica Italiana di Automobili Torino. E fine dell&rsquo;illusione che aveva rapito gli estasiati neofiti della ex-sinistra moderata, convinti di avere trovato in Sergio Marchionne il moderno interprete del capitalismo democratico da loro agognato. La madre di tutte le imprese torna dunque ad essere la &ldquo;zona franca&rdquo; dove i lavoratori sono soltanto numeri, dove neppure la magistratura pu&ograve; ripristinare diritti violati perch&eacute; la legge dell&rsquo;azienda &egrave; la sola che conta, la sola davvero legittima. E se quella sancita nelle aule di giustizia vi si oppone vuol dire che si &egrave; di fronte ad un&rsquo;incongruenza da sanare, perch&eacute; per la Fiat il potere giudiziario dovrebbe aderire, come un guanto, a quello reale, quello che vive nei rapporti sociali dominati dal capitale. La Fiat ritiene di avere, <em>obtorto collo</em>, pagato il suo debito con i lavoratori ingiustamente licenziati corrispondendo loro il salario, ma non riammettendoli al lavoro: una operazione che unisce il <em>mobbing</em> all&rsquo;attentato alla libert&agrave; sindacale. Silenzio tombale del governo complice.  </p>
<p>Chi invece non smette di parlare &egrave; il capo della Cisl. L&rsquo;ossessione fobica per la Fiom, vale a dire per un sindacato che non rinuncia a comportarsi come tale, possiede come un demone implacabile Raffaele Bonanni. Il quale ne &egrave; a tal punto divorato da non riuscire a pronunciare parole elementari, di solidariet&agrave; incondizionata, nei confronti dei lavoratori licenziati dalla Fiat per rappresaglia antisindacale, ma che Marchionne pretende di tenere fuori dai cancelli malgrado la sentenza con cui la magistratura li ha reintegrati nel posto di lavoro. Se un superficiale rimbrotto egli muove alla Fiat &egrave; quello di cadere nella trappola tesa dai metalmeccanici della Cgil. In sostanza, di fare di quell&rsquo;organizzazione una vittima e dunque di rafforzarla. </p>
<p>Un paio di settimane fa avevamo definito il comportamento di Bonanni come un irrefrenabile impulso servile che si manifesta ormai sistematicamente, ora nei confronti del governo, ora di fronte al padrone, anche e proprio quando l&rsquo;attacco ai lavoratori e ai loro diritti si fa pi&ugrave; esplicito e liquidatorio. Un collateralismo tanto sbracato da risultare umoristico, se le conseguenze materiali di un cos&igrave; plateale disarmo non fossero tragiche per l&rsquo;intero mondo del lavoro dipendente, colpito duramente dalla crisi, da una politica governativa incapace di pensare una bench&eacute; minima risposta e da una aggressivit&agrave; padronale che non trova efficace contrasto, n&eacute; politico n&eacute; sociale.  A meno che non ci si accontenti del profluvio di dichiarazioni, deboli anch&rsquo;esse, che nutrono la stampa, senza lasciare alcun segno di s&eacute;. Anche Guglielmo Epifani, sia pure dopo avere condannato la protervia di corso Marconi, finisce per accodarsi al <em>refrain</em> di una Fiom chiusa a riccio e refrattaria a confrontarsi su orari, turni e organizzazione del lavoro. Cosa manifestamente non vera, come Maurizio Landini ha ampiamente spiegato, anche sulle colonne di questo giornale. Sempre che costituzione e contratto collettivo di lavoro non siano considerati merce barattabile. </p>
<p>Il fatto &egrave; che oggi la rappresentanza sindacale non &egrave; frutto di una competizione democratica, dove il voto dei lavoratori decida in modo trasparente il peso di ciascuna forza e ne legittimi il ruolo negoziale. La rappresentanza oggi &egrave; solo presunta. Peggio: essa &egrave; decisa dalla controparte che sceglie a suo gusto l&rsquo;interlocutore pi&ugrave; malleabile con cui trattare e concludere intese, scrupolosamente sottratte al giudizio vincolante degli interessati. Mai si &egrave; dato, in democrazia, un cos&igrave; plateale esproprio di sovranit&agrave;. Oggi, la Cisl, la Uil, trasformatesi in sindacati di comodo, esercitano una rendita di posizione, una delega padronale al sottogoverno delle aziende in quel simulacro a cui &egrave; stato ridotto il confronto fra le parti sociali. Siamo tornati agli anni Cinquanta. Con una differenza. Che allora vi era sulla scena sociale una Cgil non prona ed una sinistra politica combattiva, dichiaratamente e fattivamente al fianco dei lavoratori, sicuramente affrancata da suggestioni interclassiste e non permeata dalla cultura liberista. </p>
<p>Con tutta evidenza, la crisi politica, in incubazione da tempo, precipiter&agrave; in autunno. Pi&ugrave; per autocombustione della maggioranza che per il ruolo evanescente delle opposizioni che siedono in Parlamento. Sar&agrave; un bene se la sinistra che ne sta fuori trover&agrave; il modo di giocare un proprio ruolo autonomo, nella formazione degli schieramenti elettorali, nella proposta, nel progetto. E, ancor pi&ugrave; importante, se la mobilitazione lanciata dalla Fiom per la met&agrave; di ottobre sapr&agrave; raccogliere intorno a s&eacute; un arcipelago sociale da troppo tempo rattrappito e confuso. Per distribuire alla politica nuove carte, rispetto a quelle consunte con cui si celebrano i giochi dentro il palazzo.</p>]]></description><pubDate>Wed, 25 Aug 2010 12:36:6 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2432]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Liberazione: la questione non è sindacale, è politica]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />L’assemblea dei giornalisti di Liberazione ha ritenuto di approvare, a maggioranza, un documento di censura dell’editoriale da me scritto giovedì 5 agosto. Secondo l’addebito che mi viene alquanto ruvidamente mosso, io avrei tradito le mie primarie funzioni di garanzia e mi sarei macchiato di «atti di denigrazione e aggressione pubblica alla legittima iniziativa sindacale» promossa dai dipendenti del giornale, culminata nello sciopero di lunedì e martedì.
Immagino che quanti mi conoscono - e non sono pochissimi - saranno trasaliti nel leggere di accuse così gravi e così contrastanti con tutta la mia storia personale. Ma poiché il passato di ognuno di noi non può essere esibito come una polizza assicurativa o come uno scudo protettivo contro le critiche, ove queste si rivelassero fondate, sarà bene tornare, brevemente, sull’argomento, anche se la semplice lettura del mio fondo, quello incriminato, dovrebbe rendere superflua ogni ulteriore chiosa. 
Come è noto, lo sciopero dei giornalisti è originato dalla dichiarazione della Mrc di non essere in grado di assicurare il puntuale rispetto delle scadenze di paga per le prossime retribuzioni, a causa della tensione finanziaria e della carenza di liquidità le cui ragioni sono state ampiamente illustrate in sede di trattativa sindacale, ove si è concordato che nell’incontro fissato per la prima decade di settembre sarebbero state fornite più precise indicazioni, così da sciogliere ogni riserva relativa ai termini di pagamento. Se poi l’iniziativa sindacale intrapresa abbia o meno sortito gli effetti desiderati è, ovviamente, valutazione che compete ai lavoratori, alle loro organizzazioni e ad essi soltanto. Non è certo a questo aspetto che ho rivolto il mio interesse. La mia riflessione si è invece concentrata su un altro punto, questo sì di cruciale importanza. E precisamente sull’ipotesi che lo sciopero si prolungasse ad oltranza e, soprattutto, sulla proposta avanzata dal Cdr di sospendere le pubblicazioni del giornale per collocare tutti i dipendenti in cassa integrazione. Perché se questo scenario mortifero si fosse realizzato, il contraccolpo sull’immagine di Liberazione e sulla campagna per il suo rilancio in pieno svolgimento sarebbe stato micidiale. Il fatto è che proprio questo sforzo è stato ridicolizzato nel comunicato del Cdr pubblicato domenica scorsa, dove si poteva leggere, testualmente che «(...) le estemporanee iniziative dell’azienda e del direttore per recuperare improbabili risorse economiche nel periodo estivo mettono inesorabilmente a rischio il proseguio delle pubblicazioni». Mentre, palesemente, e non solo per un’elementare catena logica, è vero l’esatto contrario, considerato che il buon avvio della campagna abbonamenti e della sottoscrizione possono rilevarsi determinanti per colmare il residuo deficit di esercizio previsto per l’anno in corso, oltre che servire a corrispondere le competenze dovute ai dipendenti.
Difesa del giornale nella sua integrità e tutela dei posti di lavoro sono cose che si tengono. Sempre che non si pensi che il giornale, almeno nella sua versione cartacea, quella economicamente più onerosa, debba ridursi ad un simulacro per dirottare l’impegno editoriale sul web e liberare così risorse da destinare a stipendi prima e a liquidazioni o “buone uscite” poi, dando per scontata l’estinzione del giornale e quella del suo unico azionista, il partito della Rifondazione comunista, nonché del suo progetto politico.
Io penso, all’opposto, che il rilancio dell’una e dell’altro, debba essere perseguito con la più grande determinazione. Sto cercando di dire che non esiste - e tutte le persone oneste sanno che a Liberazione non è mai esistita in questi venti mesi - una questione sindacale. Ne esiste, invece, una politica, dissimulata nel comunicato di ieri, ma non per questo meno evidente. Una questione che ha il suo atto di nascita nel cambio di direzione del giornale, che ha carsicamente e con diversa intensità attraversato questi mesi, ma che non è mai stata metabolizzata da una parte del corpo redazionale, generando frequenti contrasti e tensioni. A onor del vero, vi è stato chi, nel corpo redazionale, mi ha offerto una seria, leale e preziosa collaborazione professionale, a prescindere dalle legittime diversità di opinione, ciò che ha consentito, sia pure con alterni risultati, di mandare in edicola un giornale di buona fattura, reggendo campagne importanti, apprezzate dal nostro pubblico e del tutto controcorrente. 
La reiterata richiesta a me rivolta di un nuovo progetto editoriale ha dunque in realtà a che fare con la linea politica e culturale del giornale, non con la semplice (si fa per dire) riorganizzazione del lavoro fra i due canali informativi (carta e web), senz’altro necessaria, ma che deve fare i conti con i limiti imposti dall’esiguità dell’organico e dai mezzi a disposizione. Di cosa si parla, allora? In primo luogo del rapporto con il partito e con la sua comunità di riferimento. Se l’uno e l’altra sono pensati come un ostacolo all’avventurarsi del giornale sul terreno dell’innovazione e della modernità, se si ritiene che quel legame debba essere allentato o reciso, oppure se si inseguono altri progetti politici è evidente che si genera un cortocircuito fatale. Una cosa è suscitare una dialettica feconda, estranea a chiusure settarie, pungolo critico capace di mettere in comunicazione culturale e politica aree sociali, soggettività diverse, nell’intento di contribuire alla riaggregazione di una sinistra che riscopra le ragioni della propria unità, che torni a contare nella vicenda del nostro Paese; un’altra è immaginare un giornale che approda alle magre sponde del post-comunismo o dell’a-comunismo e che affida ad un confuso sincretismo culturale, sostanzialmente autoreferenziale, la ricerca di nuovi lettori e di nuove comunità di riferimento.
Ora, deve essere chiaro a tutti e a tutte, che fino a quando conserverò il ruolo che mi è stato affidato dall’editore non consentirò quello che considero un deragliamento dalla missione che mi sono proposto e che ho delineato sin dal primo editoriale scritto all’atto del mio insediamento, il 16 gennaio dello scorso anno. 
Infine, un’osservazione sulla flessione delle copie vendute, esibita nel comunicato di ieri come la prova inoppugnabile di una crisi dell’attuale direzione. Osservo che nelle fasi conclusive della precedente direzione, nel dicembre 2008, con un giornale di 24 pagine ed una redazione di 38 persone, Liberazione vendeva poco più di cinquemila copie. Oggi, con alle spalle la scissione del partito, il dimezzamento della foliazione del giornale, l’esclusione di tre Regioni dalla distribuzione, la contrazione delle copie distribuite e con una redazione che può contare sulla presenza quotidiana di 15 giornalisti, vendiamo in edicola quasi 4mila copie. Di questo, forse, occorrerebbe tener conto prima di trarre affrettate conclusioni. 

P.S. Da ieri ad oggi sono stati sottoscritti altri dieci abbonamenti ed è pervenuta molta sottoscrizione. Avanti così.]]></description><pubDate>Sat, 7 Aug 2010 16:16:5 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2431]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Difendiamo Liberazione, bene comune]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2430_1_images-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Che la situazione di Liberazione  sia molto, molto difficile credo essere concetto ben chiaro nella testa dei nostri lettori, dei compagni e delle compagne ai quali stiamo chiedendo (e dai quali stiamo in parte gi&agrave; ottenendo) uno sforzo straordinario, principalmente attraverso la diffusione del giornale e la sottoscrizione di nuovi abbonamenti per colmare il deficit previsto per il 2010, cos&igrave; da potere continuare le pubblicazioni.<br />
Di questo stato di cose e delle molteplici ragioni che l&rsquo;hanno originato abbiamo fornito ampie e dettagliate spiegazioni sulle colonne di questo giornale. Come pure abbiamo dato conto del formidabile processo di risanamento finanziario messo in atto negli ultimi diciotto mesi, reso possibile dall&rsquo;attivazione dei contratti di solidariet&agrave; e da una drastica (e non indolore) riduzione di tutte le voci di spesa. Come &egrave; noto &ndash; ma sembra sia necessario ribadirlo &ndash; il debito di esercizio per l&rsquo;anno in corso &egrave; stimato dalla societ&agrave; editrice in circa 300mila euro: un risultato che ha del miracoloso e che invece &ndash; leggo &ndash; il Cdr interpreta, incomprensibilmente, come &ldquo;un nuovo pesante passivo&rdquo; creatosi nell&rsquo;esercizio corrente(!). Una performance che, tuttavia, non basta a mettere in sicurezza il giornale perch&eacute; anche una cifra di cos&igrave; modesta entit&agrave; non &egrave; ripianabile dal partito-editore. Di qui la campagna che abbiamo promosso per raggiungere, entro la fine dell&rsquo;anno, il pareggio di bilancio. Un traguardo tutt&rsquo;altro che irraggiungibile, se tutta la nostra comunit&agrave;, se tutte le strutture di partito, se le federazioni e i circoli vi concorreranno con il necessario impegno.<br />
Liquidare questa impresa collettiva &ndash; come fa in una propria nota il Cdr &ndash; come un agitarsi improvvisato e velleitario &laquo;per recuperare improbabili risorse economiche nel periodo estivo&raquo; o, peggio, attribuire proprio a queste iniziative, fortemente volute dalla direzione e sostenute dal partito, la responsabilit&agrave; di mettere &laquo;inesorabilmente a rischio il prosieguo delle pubblicazioni&raquo; &egrave; tesi paradossale, che nulla ha a che vedere con la legittima aspettativa dei dipendenti di vedere regolarmente retribuito il proprio lavoro.<br />
Il fatto &egrave; che siamo in presenza di un problema assai serio di liquidit&agrave;, comune a molte altre testate che come noi soffrono per l&rsquo;incertezza dei finanziamenti pubblici destinati ai giornali di partito e di idee, messi continuamente e vigliaccamente in forse, almeno nella loro entit&agrave;, dal governo. Tutto ci&ograve; genera una tensione con le banche che lesinano finanziamenti su crediti la cui esigibilit&agrave; non ritengono garantita.<br />
Questo sta comportando un contraccolpo sulla regolare corresponsione delle retribuzioni che la Mrc ha dichiarato di non potere erogare nelle scadenze temporali previste, pur dichiarando che ogni sforzo della societ&agrave; sar&agrave; prodotto affinch&eacute; il disagio sia il pi&ugrave; possibile contenuto.<br />
I fronti aperti, come si vede, sono due: uno interno, per guadagnare pi&ugrave; lettori e portare a compimento l&rsquo;obiettivo di un giornale che viva per forza propria e in virt&ugrave; di una riconosciuta utilit&agrave; da parte del proprio pubblico. L&rsquo;altro &ndash; esterno &ndash; per difendere il pluralismo dell&rsquo;informazione, cio&egrave; un pezzo irrinunciabile della democrazia, che perci&ograve; deve essere aiutato con l&rsquo;impiego di risorse pubbliche, certe nella disponibilit&agrave; ed erogate sulla base di criteri trasparenti e verificabili, come abbiamo sin qui inutilmente rivendicato.<br />
Il sostegno a Liberazione, il riconoscimento della sua unicit&agrave; nel panorama editoriale, gli attestati di solidariet&agrave; che ci pervengono da ogni parte e che quotidianamente pubblichiamo ci sono di incoraggiamento a proseguire con coraggio nella battaglia intrapresa, confortati dalla consapevolezza che cessare di esistere rappresenterebbe un danno serio, non soltanto per chi in Liberazione lavora, ma per le idee che il giornale incarna e per le speranze, le lotte, le proposte a cui esso d&agrave; voce e visibilit&agrave;.<br />
In questa situazione servirebbe la massima convergenza e unit&agrave; di tutto il corpo redazionale, la disponibilit&agrave; &ndash; anche &ndash; a farsi carico di qualche sacrificio per superare una strettoria complicata, ma non invalicabile. Ma la richiesta avanzata dal Cdr di sospendere le pubblicazioni di Liberazione nel mese di agosto &egrave; del tutto contraddittoria con la campagna in atto per rilanciare il giornale, con lo sforzo corale che &egrave; richiesto ai lettori e a tutto il partito per generare risorse e fidelizzazione. Il reicorso allo sciopero, poi, rischia di retroagire negativamente su questa impresa e comprometterla, contribuendo a segare il ramo sul quale siamo seduti. E&rsquo; un bene che i giornalisti abbiano deciso di non proseguire nell&rsquo;agitazione. Farlo avrebbe rischiato di varcare la soglia oltre la quale il danno diverrebbe irreversibile.<br />
Per questo desidero oggi far giungere ancora pi&ugrave; forte l&rsquo;appello a quanti hanno a cuore &lt;+Cors&gt;Liberazione&lt;+Tondo&gt; perch&eacute; la sostengano con una dedizione e con un impegno quali forse mai si sono verificati nella storia di questo giornale. Dall&rsquo;inizio della campagna, iniziata alla met&agrave; di luglio, sono stati sottoscritti 189 nuovi abbonamenti. E non passa giorno senza che altri se ne aggiungano, insieme a contributi della pi&ugrave; varia entit&agrave;, da parte di circoli o di singole persone. Qualcosa dunque, faticosamente, &egrave; cominciato a muoversi. Lo stesso vale per la sottoscrizione. Ma occorre spingersi molto oltre e a dare l&rsquo;esempio sono chiamati in primo luogo quei dirigenti, ad ogni livello, che ancora non hanno corrisposto a ci&ograve; che &egrave; lecito aspettarsi da loro.<br />
Ho scritto ripetutamente che le Feste di Liberazione in corso di svolgimento devono rappresentare l&rsquo;occasione di un rapporto di massa al quale non sia estraneo il tema del giornale. Portarlo ogni sera su ogni tavolo, proporne l&rsquo;acquisto, fermarsi a parlare con i compagni e con gli occasionali interlocutori pu&ograve; aiutare moltissimo. Poi, a settembre, la campagna crescer&agrave; ancora, sviluppandosi attraverso iniziative editoriali ed eventi culturali e politici. Chiunque decida di promuoverne in proprio altri, tanti altri, compir&agrave; opera meritoria e probabilmente decisiva.</p>]]></description><pubDate>Thu, 5 Aug 2010 18:3:49 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2430]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Fiat, l’illusione liberaldemocratica di Eugenio Scalfari]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2429_1_scalfari internet_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Eugenio Scalfari ha dedicato il suo tradizionale commento politico su la Repubblica di domenica al caso Fiat o, per meglio dire, al caso Marchionne. Lo ha fatto, in primo luogo, per rivendicare a se stesso la lungimiranza di avere intuito anzitempo - quando il manager del Lingotto veniva osannato &lt;+Cors&gt;urbi et orbi&lt;+Tondo&gt; come un genio della lampada - che il suo principale merito era stato quello di salvare dalla bancarotta l&rsquo;impresa simbolo del capitalismo italiano grazie ad una spregiudicata operazione di politica industriale e finanziaria, resa possibile dalla crisi irreversibile della Chrysler e da una straordinaria congiuntura economica e politica, colta con encomiabile tempismo. Scalfari, ci rivela anche di aver subito intuito che una Fiat &ldquo;globalizzata&rdquo; avrebbe trasferito il suo baricentro negli Stati Uniti e che nessuna speciale attenzione sarebbe pi&ugrave; stata dedicata all&rsquo;Italia, neppure a Torino, dunque, con buona pace del sindaco Chiamparino che si illude di far valere la sua moral suasion nei confronti del Lingotto. Perch&eacute;, anzi, con tutta evidenza, lo  spin-off, la scissione del gruppo in  Fiat group  e  Fiat industrial preluderebbe alla vendita dell&rsquo;auto. La precoce intuizione (non esattamente solitaria, come suppone il mentore di &lt;+Cors&gt;Repubblica&lt;+Tondo&gt;, ma pazienza...) si arricchisce per&ograve; ora di una per lui inconsueta chiave di lettura, questa invece tutta legata alle relazioni economico-sociali. Scalfari ci dice che la soluzione inventata da Marchionne per Pomigliano non era affatto destinata a disciplinare i rapporti sindacali in quell&rsquo;area soltanto, come servilmente Cisl e Uil hanno finto di credere, ma rappresenta un modello da esportare in tutto il gruppo per riplasmare l&rsquo;intero sistema delle relazioni industriali in Italia,  con pesante e stabile compromissione dei diritti acquisiti dai lavoratori lungo una pluridecennale stagione di conquiste. Scalfari certo non se ne compiace, ma d&agrave; l&rsquo;esito per scontato e ricorre, per descriverne la dinamica, ad una metafora &ldquo;idraulica&rdquo;, quella della &laquo;legge chimico-fisica dei vasi comunicanti&raquo;, in forza della quale &laquo;in ogni sistema globalmente comunicante il liquido tende a disporsi in tutti i punti del sistema allo stesso livello, obbedendo all&rsquo;azione della pressione atmosferica&raquo;. In questo contesto, cio&egrave;, tutto tenderebbe fatalmente ad allinearsi: &laquo;tasso di interesse, tasso di efficienza degli investimenti, condizioni di lavoro, prezzo delle merci&raquo;. <br />
Ma poich&eacute; il lavoro medesimo &egrave; stato ridotto allo stato di merce, ecco che il suo valore, il salario, si collocher&agrave; non gi&agrave;, come crede Scalfari, ad un livello mediano in ogni punto del globo, bens&igrave;, tendenzialmente, al livello pi&ugrave; basso consentito dal &ldquo;libero&rdquo; mercato delle braccia. Perch&eacute; questa &egrave; la legge della concorrenza, del capitale. Che &egrave; diversa, sostanzialmente diversa, da quella della fisica, e agisce secondo modalit&agrave; tanto pi&ugrave; brutali quanto pi&ugrave; efficace sar&agrave; stata la neutralizzazione della capacit&agrave; di autodifesa e di autorganizzazione dei lavoratori. Per intenderci, la fase in cui Marchionne spiegava che il costo del lavoro incideva solo in minima parte (dal 5 all&rsquo;8%) sui complessivi costi di produzione, per cui sarebbe stato inutile dedicarsi compulsivamente a comprimerlo per ricercare altrove le fonti della competitivit&agrave; industriale, &egrave; completamente tramontata. <br />
Insomma, si &egrave; tornati al classico: si produrr&agrave; a Pomigliano, oppure a Melfi, o a Torino solo se, tendenzialmente, l&igrave; si imparer&agrave; a lavorare come a Tychy o a Kragujevac, cosa - malgrado tutto - piuttosto improbabile. Dunque, la delocalizzazione &egrave; considerata inevitabile. L&rsquo;attacco frontale alla Fiom, vale a dire al solo sindacato esistente, si riduce a pura propaganda che serve a inventarsi un capro espiatorio oltre che a recuperare un potere assoluto sulle attivit&agrave; produttive che ancora non saranno espiantate dall&rsquo;Italia.<br />
Eugenio Scalfari ci riserva, tuttavia, una chiusa nella quale &egrave; riassunta tutta l&rsquo;impotenza di una cultura liberal-democratica che non riuscendo ad oltrepassare i propri confini culturali si impantana in qualche palese incoerenza e si abbandona ad un&rsquo;ipotesi del tutto velleitaria.<br />
La chiave di volta, &laquo;la madre delle riforme&raquo;, come la chiama Scalfari, starebbe in un grande processo redistributivo della formidabile ricchezza accumulata nel nostro Paese, applicando, alla rovescia, quello stesso sistema idraulico che nei rapporti di produzione genera sottosalario e sfruttamento, ma questa volta, grazie ad un intervento &laquo;virtuoso&raquo; della politica, potrebbe compensare questa &ldquo;oggettiva&rdquo; ingiustizia, rimettendo il sistema in equilibrio.<br />
L&rsquo;appello di Scalfari &egrave; accorato: &laquo;cosa aspettate - dice - che la casa vi crolli addosso?&raquo;. Ma a chi rivolge, Scalfari, questa domanda di soccorso? A chi governa oggi l&rsquo;Italia incoraggiando le pi&ugrave; spregiudicate manovre antioperaie e le accompagna con il saccheggio del welfare? Difficile crederlo. Oppure ad un Pd che di fronte all&rsquo;infame ricatto della Fiat invita i lavoratori di Pomigliano a preferire un lavoro da schiavi alla ribellione? E se &egrave; in questa direzione che Scalfari guarda: chi, nell&rsquo;opposizione che siede in Parlamento, possiede la forza, il bagaglio culturale, il radicamento sociale, la chiarezza strategica per perseguire un simile obiettivo con la radicalit&agrave; che renderebbe la terapia efficace? Ancora pi&ugrave; precisamente: come si fa a pensare che si possa produrre una frattura cos&igrave; diametrale fra chi domina i rapporti sociali da una parte e la rappresentanza politica - tutta - dall&rsquo;altra, che dalla cultura libersista &egrave; cos&igrave; profondamente permeata? Come si fa a pensare che ad un&rsquo;economia di mercato  insediatasi in ogni ambito dell&rsquo;organizzazione sociale si possa contrapporre una politica solidale, magicamente capace di generare maggiore equit&agrave; (se non giustizia) e di trasformare in bene comune quello che invece si vuole pervicacemente mercificare, privatizzare, mettere a mercato?<br />
Perch&eacute; un progetto riformatore possa prendere corpo occorre agire, simultaneamente, sui due terreni, quello dell&rsquo;economia e quello della politica, avendo il coraggio di riaffrontare il tema cruciale, quello della propriet&agrave;, delle sue forme e dei suoi limiti, secondo il sentiero tracciato dagli articoli 1, 3, 36, 38, 40, 41, 42 e 43 della Costituzione. Tenere questi terreni separati significa non uscire dal cul de sac e predicare al vento. Mentre continueranno ad essere i poteri forti, protagonisti dello scempio in cui viviamo, a tessere indisturbati la loro tela.</p>]]></description><pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:50:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2429]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Liberazione serve un impegno ancora più grande]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2428_1_internet_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Bene cos&igrave;. I nostri lettori, la base del partito, alcuni circoli e federazioni stanno reagendo. Il rischio che Liberazione sia costretta a cessare le pubblicazioni sta scuotendo inerzie e torpori a lungo sedimentati, talvolta coltivati con metodo, talaltra subiti con passiva rassegnazione. Un numero crescente di persone ci scrive, si abbona, sottoscrive per il giornale. Ciascuno in base alle proprie possibilit&agrave;: chi acquistando pi&ugrave; abbonamenti per destinarli a circoli, luoghi di lavoro dove il giornale non &egrave; mai arrivato o non pu&ograve; pi&ugrave; arrivare; e chi scucendo pochi euro sottratti con grande fatica alle proprie modestissime risorse. Molti ci inviano lettere e messaggi chiedendoci di resistere, di non pensare neppure per scherzo all&rsquo;eventualit&agrave; che Liberazione possa chiudere e che si debba attraversare una stagione politica cos&igrave; drammatica per le sorti del Paese rinunciando ad una delle rare voci critiche, socialmente e politicamente connotate, su cui &egrave; possibile contare nel panorama ultraomologato e addomesticato dell&rsquo;informazione. <br />
Dicevo che dal 4 luglio, quando abbiamo lanciato dalle nostre pagine il grido d&rsquo;allarme, qualcosa si &egrave; mosso. Qualcosa. Siamo tuttavia ancora lontani da quell&rsquo;impegno corale, diffuso, che solo pu&ograve; consentirci di raggiungere, nei tre mesi che abbiamo davanti, l&rsquo;obiettivo di colmare la perdita di esercizio che a fine anno non potrebbe essere coperta dal nostro editore, cio&egrave; dal partito. <br />
In questi giorni stiamo architettando varie iniziative, editoriali e non, alcune del tutto originali, di cui a tempo debito vi informeremo, che potranno accompagnare, ma non sostituire, lo sforzo principale, che pesa sulle spalle, sul lavoro, sulla passione dei compagni, delle compagne, dei lettori e delle lettrici.<br />
Ebbene, sono in corso di svolgimento, in tutta Italia, decine di feste di Liberazione. Facciamo in modo che il tema della salvezza del giornale rappresenti in esse uno dei temi centrali su cui dibattere, per rilanciarne organicamente la diffusione, a partire dalle feste medesime e poi casa per casa come &egrave; necessario fare per alimentare controinformazione e, contemporaneamente, conferire respiro, visibilit&agrave;, efficacia al reinsediamento e alla riorganizzazione dell&rsquo;attivit&agrave; del partito. Come ho gi&agrave; detto, &egrave; il calendario a scandire inesorabilmente il ritmo del lavoro da fare. L&rsquo;impegno pi&ugrave; grande &egrave; ora. Perch&eacute; non ci saranno tempi supplementari, n&eacute; miracolose rianimazioni. <br />
I rivoluzionari di un tempo, quelli che nella &ldquo;guerra di movimento&rdquo; tante volte sono stati in bilico fra sconfitta e vittoria, ci direbbero oggi che la volont&agrave; pu&ograve; fare la differenza. Poi occorre molto altro: intelligenza, cultura, creativit&agrave;. E ancora: capacit&agrave; di visione strategica, unita ad un solido legame con le masse e ad un&rsquo;altrettanto robusta nervatura organizzativa. Ma fare questo, nelle condizioni date e rinunciando all&rsquo;apporto di Liberazione, sarebbe come pretendere di scalare la parete nord del Cervino senza neppure l&rsquo;ausilio di corde, piccozze e ramponi.</p>]]></description><pubDate>Mon, 26 Jul 2010 19:6:26 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2428]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Marchionne ha gettato la maschera]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2427_1_fiat-zastava-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>E tre. Dopo l&rsquo;annunciata chiusura di Termini Imerese, dopo il ricatto di Pomigliano, ora Marchionne getta definitivamente la maschera: via anche da Mirafiori. La Lo, l&rsquo;utilitaria destinata a sostituire la Multipla, la Musa e l&rsquo;Idea non si far&agrave; pi&ugrave; negli stabilimenti di Torino, bens&igrave; a Kragujevac, dove il salario mensile di un operaio tocca a malapena i duecento euro mensili, dove pur di lavorare, gli operai della ex Zastava, la &ldquo;Fiat dei Balcani&rdquo;, rasa al suolo dai bombardamenti della Nato nella guerra contro la Serbia del 1999, sono disposti a subire qualsiasi condizione pur di guadagnarsi un tozzo di pane. E dove il primo ministro Kostunica &egrave; pronto a concedere ogni sorta di beneficio o franchigia fiscale per accaparrarsi l&rsquo;investimento della casa automobilistica che con una sempre pi&ugrave; grottesca espressione chiamiamo ancora &ldquo;torinese&rdquo;.  La rivelazione schock l&rsquo;amministratore delegato della Fiat l&rsquo;ha fatta da Detroit, argomentando che questa scelta &egrave; la conseguenza obbligata della rigidit&agrave; sindacale imperante nel nostro Paese. L&rsquo;escalation del manager italo svizzero &egrave; stata impressionante. Dapprima egli ha spiegato che continuare a lavorare in Sicilia avrebbe significato andare in perdita per ogni auto prodotta, lanciando un messaggio devastante a tutta la borghesia industriale contro gli investimenti nel Mezzogiorno. Poi ha preteso che gli operai di Pomigliano si piegassero a barattare il loro posto di lavoro con l&rsquo;azzeramento di ogni diritto e con il ripristino di prestazioni di tipo servile. Infine, ha concluso che anche a Mirafiori, in quello che fu l&rsquo;epicentro dell&rsquo;impero Fiat, non &egrave; pi&ugrave; conveniente stare. Perch&eacute;, in definitiva, cercare il freddo per il letto? L&rsquo;azienda che fra un anno sar&agrave; della Chrysler per il 35% e che controller&agrave; Fiat Group, chiude questa stagione con un&rsquo;eccezionale performance economica, tornando all&rsquo;utile netto, remunerando gli azionisti e incontrando l&rsquo;entusiastico apprezzamento dei mercati, sempre golosamente sedotti da operazioni che sanno di profitto, anche e proprio perch&eacute; costruite sui licenziamenti collettivi e sulla compulsiva limitazione dei diritti dei lavoratori.  Il gioco ora &egrave; scoperto: l&rsquo;influenza del bene di questo Paese sulle scelte strategiche della Fiat &egrave; pari a zero. Si investe e si produce solo ed esclusivamente l&agrave; dove i costi complessivi, a partire da quello del lavoro, sono pi&ugrave; contenuti e dove l&rsquo;unilateralit&agrave; del comando non trova alcun ostacolo, n&eacute; di natura sindacale, n&eacute; legislativa. Pi&ugrave; le regole sono lasche, evanescenti, pi&ugrave; i lavoratori sono spogliati di prerogative, privi di forza contrattuale e pi&ugrave; &egrave; forte la spinta ad allocare l&igrave; le proprie risorse: un&rsquo;idea ottocentesca della competitivit&agrave;, che chiede - come correlato politico - rapporti sociali fondati sulla dominanza senza contrappesi del capitale e istituzioni democratiche involute o assenti.  Ora la Fiat, immemore di avere succhiato montagne di denaro ai lavoratori e ai contribuenti italiani, se ne sta andando, compiendo un atto piratesco, di rapina. Con il governo complice e Cisl e Uil a far da palo, come utili idioti.  Sovviene una domanda a cui molti illusi, a partire dal Pd, dovranno prima o poi rispondere: troverete mai la forza morale, l&rsquo;autocritica resipiscenza per capire che non c&rsquo;&egrave; possibile tenuta democratica del Paese se si continua ad accettare che l&rsquo;impresa, ed essa sola, detti le condizioni dello sviluppo e se si pensa che la rinascita di una societ&agrave; sfibrata possa avvenire a spese della sua parte pi&ugrave; debole? Non passa giorno, ormai, che nuove perle non si aggiungano al rosario delle nefandezze che opprimono la vita materiale e spirituale di tanta parte di quel &ldquo;popolo&rdquo; che i satrapi al potere pretendono di rappresentare.  Proviamo allora ad unire le energie di quanti - e sono sempre pi&ugrave; - avvertono che questa situazione pu&ograve; soltanto ulteriormente degenerare. Andiamo oltre i singoli episodi di resistenza e di autodifesa di gruppo, che nascono e si spengono - troppe volte senza esito positivo - nel vuoto dell&rsquo;ascolto e della rappresentanza politica. Possiamo farlo. Non da soli, ma possiamo farlo. C&rsquo;&egrave; un appuntamento, quest&rsquo;autunno, che va preparato con certosino impegno e grande tensione unitaria.</p>]]></description><pubDate>Fri, 23 Jul 2010 18:20:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2427]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Meno male che c’è la Fiom]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2426_1_images-7_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dal fronte sindacale,segnatamente dalla Cgil, vengono notizie preoccupanti. La minoranza Fiom, corrispondente alla maggioranza confederale, sino ad oggi rappresentata nella segreteria dei metalmeccanici da Fausto Durante, ha deciso di uscire dall&rsquo;organismo esecutivo. <br />
Non serve avventurarsi in astruse elucubrazioni dietrologiche per comprendere significato e gravit&agrave; di un atto che segna una solenne presa di distanza della confederazione di Epifani dalla sua pi&ugrave; forte e combattiva federazione di categoria. Un gesto che avviene mentre la Fiom &egrave; sottoposta ad un attacco frontale, a tutti i livelli della propria struttura di rappresentanza, tanto da parte dell&rsquo;impresa simbolo del capitalismo italiano, la Fiat, quanto da parte di Federmeccanica che gi&agrave; minaccia di sospendere, a partire da settembre, le trattenute sindacali relative alle deleghe sottoscritte dai lavoratori. <br />
La motivazione esibita, vale a dire l&rsquo;adesione del segretario della Fiom, Maurizio Landini, all&rsquo;area programmatica confederale &ldquo;la Cgil che vogliamo&rdquo;, prerogativa statutariamente riconosciuta ad ogni iscritto alla Cgil, appare un puerile pretesto che dietro un&rsquo;esile foglia di fico nasconde uno scontro politico di fondo: una visione strategica divaricante maturata durante la segreteria di Epifani ed esplosa, in particolare sui temi della democrazia e dell&rsquo;autonomia della contrattazione, nel recente congresso. <br />
Ma isolare la Fiom mentre essa &egrave; impegnata in una tenacissima resistenza per difendere irrinunciabili diritti individuali e collettivi, e mentre lo stesso potere di coalizione sindacale &egrave; messo a repentaglio dalla pi&ugrave; pesante offensiva antioperaia che sia stata scatenata da trent&rsquo;anni a questa parte, &egrave; un fatto che dovrebbe allarmare chiunque abbia minimamente a cuore le sorti del sindacalismo e della democrazia &lt;+Cors&gt;tout court&lt;+Tondo&gt;. E rendere avvertiti di quali proporzioni rischia di assumere la deriva normalizzatrice che ha gi&agrave; totalmente inertizzato Cisl e Uil, trasformandole in pallide controfigure, prive di autonomia, perfettamente interfacciate al potere confindustriale.<br />
Ieri la Fiom ha reagito con coraggio e lucidit&agrave; all&rsquo;assedio cui &egrave; sottoposta, decidendo nel suo comitato centrale tre cose di somma importanza: il rinnovo di tutte le deleghe sindacali; l&rsquo;impegno pi&ugrave; risoluto a sostegno della propria proposta di legge di iniziativa popolare sulla democrazia sindacale gi&agrave; consegnata al Parlamento con un corredo di oltre centomila firme; la convocazione di una grande manifestazione per la democrazia, i diritti, la riconquista del contratto nazionale di lavoro per il prossimo 16 ottobre. <br />
Per quanto &egrave; in noi non lesineremo energie nel sostenere questa battaglia di cruciale importanza per l&rsquo;intero mondo del lavoro e per le stesse prospettive della sinistra in Italia.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Wed, 21 Jul 2010 16:33:2 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2426]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Marchionne: una lettera. Anzi, tre]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2425_1_fiom-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&#65279;&#65279;Due millenni e mezzo dopo il celebre apologo con il quale il console Menenio Agrippa convinse la plebe romana a desistere dal primo grande sciopero proletario che la storia ci abbia tramandato, Sergio Marchionne ci riprova, stesso stile e medesimo contenuto. L&rsquo;amministratore delegato della Fiat prende carta e penna e scrive, personalmente, a tutti i dipendenti del gruppo. E cosa racconta, con appassionato trasporto, il tycoon dell&rsquo;auto? Sentite un po&rsquo;, cogliendo fior da fiore: la Fiat non &egrave; cattiva, soprattutto &laquo;non &egrave; quell&rsquo;entit&agrave; astratta che chiamiamo &ldquo;azienda&rdquo; e non &egrave;, come direbbe qualcuno, il &ldquo;padrone&rdquo;&raquo;. Marchionne si sente ferito da questa bizzarra tesi che semina un antimoderno odio di classe e ripropone la &laquo;presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra padroni e operai, di cui ho sentito parlare spesso (ma va?, ndr) in questi mesi&raquo;. Come non capire che se le cose vanno male il primo a soffrirne &egrave; l&rsquo;imprenditore, perch&eacute; &laquo;la cosa peggiore di un sistema industriale, quando non &egrave; in grado di competere, &egrave; che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa - le conseguenze&raquo;. Ma allora la colpa di chi &egrave;? Ecco la pronta risposta: non &egrave; colpa di nessuno, proprio di nessuno. Sono &laquo;le regole della competizione internazionale&raquo; ad imporre certe dolorose soluzioni: &laquo;Non le abbiamo scelte noi&raquo; e, soprattutto, &laquo;nessuno di noi ha la possibilit&agrave; di cambiarle, anche se non ci piacciono&raquo;. Insomma, il rapporto fra capitale e lavoro non &egrave; una relazione sociale, storicamente determinata ed inscritta nei rapporti di propriet&agrave; vigenti, ma un impersonale stato di natura. Va da s&eacute; che o ne accetti le conseguenze oppure sei irrimediabilmente tagliato fuori dal gioco. Ogni azienda &egrave; dunque una comunit&agrave; indivisa di interessi, dove padroni ed operai, solidalmente uniti, si battono contro altri padroni ed operai in quella contesa per la sopravvivenza, in quella vera e propria guerra a bassa intensit&agrave; che si chiama &ldquo;concorrenza&rdquo;, retta da un solo inossidabile principio che recita: mors tua vita mea. Di qui l&rsquo;invito conclusivo che Marchionne rivolge ai &ldquo;suoi&rdquo; dipendenti: &laquo;Condividere gli impegni, le responsabilit&agrave; e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di l&agrave; della piccola visione personale&raquo;. Un invito rivolto, sia ben chiaro, ad ogni singolo lavoratore, ma non alle organizzazioni che ne incarnano la rappresentanza sindacale (salvo quelle, ovviamente, aduse a dire sempre di s&igrave;), perch&eacute; Marchionne non riconosce dignit&agrave; ad un punto di vista autonomo dei lavoratori. Ove questo si esprima e sia in contrasto con l&rsquo;azienda, anche se suffragato da leggi dello Stato e da esiti della contrattazione collettiva, deve essere rimosso con ogni mezzo. Qui l&rsquo;ipocrita affettazione del capo della Fiat cede il passo ad una prosa pi&ugrave; greve e pi&ugrave; autentica. E&rsquo; quella che troviamo in un&rsquo;altra lettera, questa volta inviata dalla dirigenza dello stabilimento di Melfi a due delegati della Fiom che hanno diretto gli scioperi per contrastare l&rsquo;aumento unilaterale dei ritmi di lavoro disposto dall&rsquo;azienda senza alcun preventivo confronto sindacale e mentre una parte dei dipendenti si trova in cassa integrazione. La lettera dispone la &ldquo;sospensione cautelativa&rdquo; dei lavoratori, una prassi che precede il licenziamento e che viene adottata quando l&rsquo;azienda ritenga il comportamento dei lavoratori talmente grave da escludere la possibilit&agrave; che essi possano restare anche un solo secondo in pi&ugrave; in azienda, mentre vengono espletate le procedure di rito. La messa in mora dello stesso diritto di sciopero &egrave; non solo praticata, ma ideologicamente rivendicata, se i rappresentanti sindacali della Sata sono accusati di avere violato, nientemeno, che &laquo;i precetti costituzionali in tema di libert&agrave; di iniziativa economica&raquo;. Dove la Costituzione &egrave; strapazzata sino a rovesciarne diametralmente il senso, esattamente come il Presidente del Consiglio ha sostenuto essere necessario, liberandosi del fardello costituito dall&rsquo;articolo 41.  A dire il vero esiste anche una terza lettera, anch&rsquo;essa di sospensione cautelare, indirizzata ad un lavoratore dello stabilimento torinese che si sarebbe macchiato dell&rsquo;infame colpa di avere diffuso, per via telematica, la lettera (pubblicata da Liberazione) indirizzata dai lavoratori della Fiat Polonia di Tychy ai loro compagni di Pomigliano per sostenerne la lotta e per fare causa comune con essi. Come si vede, il manifesto ideologico che va prendendo corpo &egrave; sorretto da una rigorosa trama logica e politica: l&rsquo;impresa, incarnazione vivente del capitale, &egrave; il dominus. La gerarchia di comando che ne esprime la volont&agrave; non pu&ograve; essere contraddetta n&eacute;, a maggior ragione, ostacolata. Nulla di nuovo, a ben vedere. Se non l&rsquo;imbarazzante impotenza culturale e politica di chi, dopo aver espunto dalla storia contemporanea le classi, se le ritrova davanti, l&rsquo;una ad opprimere e l&rsquo;altra a soccombere, con modalit&agrave; che sembrano estratte, pari pari, dagli annali che raccontano gli albori dell&rsquo;industrializzazione. Ecco dunque che il &laquo;patto sociale&raquo; rivendicato da Marchionne nelle battute conclusive della sua lettera evoca quell&rsquo;altro patto (presunto) fra il ricco e il povero descritto nel XVIII secolo da Jean Jacques Rousseau con parole cos&igrave; ferocemente sarcastiche da meritarsi una letterale citazione di Marx nel primo libro del Capitale: &laquo;Voi avete bisogno di me, perch&eacute; io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetter&ograve; che abbiate l&rsquo;onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarvi&raquo;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La foto si trova su:</p>
<p>laconoscenzarendeliberiblog.files.wordpress.com/2010/06/fiom.jpg</p>]]></description><pubDate>Mon, 12 Jul 2010 15:24:28 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2425]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’incantesimo che corrode la nostra democrazia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2424_1_poverta-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Il naufragio economico, sociale e persino morale cui &egrave; stato condannato questo Paese ha assunto dimensioni drammatiche e dio sa quanto ci vorr&agrave; per risalire la china, ammesso che la situazione non precipiti ulteriormente e che, giunti a toccare quello che parrebbe essere il fondo, non si debba scavare ancora. Al caos in cui ristagna la politica-politicante, assorbita in uno stucchevole, vacuo valzer intorno al vuoto, fa da contrappunto la chiarezza estrema, per chi ancora sia in grado di vederla, del segno che porta la manovra economica del governo. Proviamo a dividere, sommariamente, il campo fra chi ne viene colpito e chi, invece, beneficiato. Protestano i lavoratori dell&rsquo;industria manifatturiera, del pubblico impiego, della ricerca, della scuola, della cultura, dello spettacolo, delle forze dell&rsquo;ordine; protestano i pensionati, i giovani precari, le persone con handicap; manifestano, a costo delle botte, i terremotati dell&rsquo;Aquila; insorgono le regioni e gli enti locali; scioperano i giornalisti e i magistrati; si mobilitano, come &egrave; loro possibile, i carcerati quando il loro grido inascoltato non si risolve tragicamente nel gesto estremo di togliersi la vita. Lo spettro del dissenso &egrave; amplissimo. Specularmente troviamo, sulla sponda opposta, coloro che non hanno nulla, proprio nulla, di cui lagnarsi e che, anzi, sentitamente ringraziano. Sono i padroni, risparmiati da qualsiasi obolo da pagare al cosiddetto risanamento e affiancati con servizievole passivit&agrave; dal governo nelle politiche antioperaie. Sono gli evasori fiscali, gi&agrave; graziati dallo scudo fiscale e del tutto certi di vedere garantita la propria impunit&agrave;. Sono i ricchi, di cui l&rsquo;Istat rivela la crescente opulenza, che vedono i loro patrimoni al riparo da pur minime incursioni tributarie. Sono i faccendieri e gli speculatori di ogni risma che prosperano nel sottobosco del potere politico, che vivono di corruzione e di malversazione. La domanda cui si deve provare a rispondere &egrave; come mai di fronte a questo scempio che devasta la vita dei molti onesti e remunera quella dei pochi manigoldi o privilegiati non trasformi l&rsquo;indignazione in un rigetto ed in una rivolta corali. Ancora: bisogna interrogarsi su come sia possibile che di fronte ad una sentenza della magistratura che conferma la provenienza mafiosa del capitale di rischio grazie al quale l&rsquo;imprenditore Silvio Berlusconi costru&igrave; la propria fortuna, non susciti una reazione morale, prima ancora che politica, tale da mettere istantaneamente fine all&rsquo;anomalia &ldquo;bokassiana&rdquo; che ingessa, come in un incantesimo, la vita civile dell&rsquo;Italia, sprofondandola fra miasmi e veleni che ne stanno minando profondamente la tenuta democratica.  La risposta pi&ugrave; immediata &egrave; che non esiste una via giudiziaria al riscatto democratico se, nel medesimo tempo, non entra in campo un soggetto, o una pluralit&agrave; di soggetti, politici e sociali, capaci di organizzare e dare sbocco ad un&rsquo;azione continua e risoluta, ad una lotta che non si risolva in una questua di corporazioni, o di lobbies, le une estranee e talvolta contrapposte alle altre, dove i pi&ugrave; deboli fra i deboli saranno inesorabilmente destinati a soccombere. C&rsquo;&egrave; poi una risposta pi&ugrave; remota, che racconta di come la deriva moderata ed incolore dell&rsquo;opposizione parlamentare abbia nel corso degli anni sbiadito a tal punto il proprio carattere antagonistico e la propria alterit&agrave; programmatica da perdere qualsiasi capacit&agrave; di insediamento territoriale, di rappresentanza e di guida di un blocco sociale potenzialmente alternativo, per ridursi a vivere di pura improvvisazione. La diaspora a sinistra, come &egrave; noto, ha fatto il resto. E da quella perniciosa frantumazione non si &egrave; ancora trovato il modo di uscire. Eppure, dai magmatici e tuttavia sempre meno episodici sussulti sociali, c&rsquo;&egrave; molto da raccogliere e da imparare. Senza indulgere a tentazioni populistiche e a scorciatoie leaderistiche che quando infettano la sinistra non lasciano traccia positiva, ma scorie tossiche da cui &egrave; faticosissimo liberarsi. Pu&ograve; darsi che il processo di autocombustione che sta logorando dall&rsquo;interno la maggioranza arrivi al redde rationem e che il governo getti la spugna. In tal caso, essendo difficile che la soluzione di un esecutivo emergenziale sciaguratamente proposto dal Pd possa avere qualche chance, occorrer&agrave; prepararsi. A sinistra, voglio dire. Per non arrivare al prossimo appuntamento elettorale senza nulla avere pensato. O peggio, per replicare la triste messa in scena dei celeberrimi capponi di Renzo.</p>]]></description><pubDate>Fri, 9 Jul 2010 14:48:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2424]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Questo giornale, così fragile, così necessario]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2423_1_liberazione_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Spero ardentemente che tutti i compagni e le compagne che mantengono una frequentazione del nostro/loro giornale e ne comprendono la funzione insostituibile, abbiano colto appieno la fase cruciale nella quale siamo, che pu&ograve; segnare il rilancio oppure la fine, in tempi molto rapidi, delle pubblicazioni.  Non sto scherzando e vi assicuro che non vi &egrave; alcuna enfasi, n&eacute; alcun gusto per la drammatizzazione in questo allarme. Delle condizioni economiche e dello stato delle vendite, nonch&eacute; di quello degli abbonamenti abbiamo dato ampia informazione attraverso le relazioni svolte nella direzione del Prc del 16 giugno, pubblicate nell&rsquo;edizione del 23 dello stesso mese. Se non ne aveste presa visione vi prego di farlo con la dovuta attenzione e, soprattutto, di metterne a parte quanti non abbiano adeguata percezione dello stato delle cose.  La questione &egrave; molto semplice: il partito non &egrave; pi&ugrave; in grado di sostenere economicamente il giornale. Neppure in misura marginale. E quanto la penuria di risorse abbia inciso nella fattura, nella foliazione, nella distribuzione del giornale &egrave; sotto gli occhi di tutti. Ciononostante siamo stati in edicola ogni giorno, con una forte caratterizzazione politica, sociale e culturale quale non si rintraccia in altre pubblicazioni.  Il futuro prossimo di Liberazione ora dipende unicamente dal finanziamento pubblico (anch&rsquo;esso appeso ad un filo di ragnatela), dalle vendite e dai modesti introiti pubblicitari. Questo vuol dire che lo sforzo eccezionale messo in campo con successo per abbattere sino a poche centinaia di migliaia di euro il poderoso debito di esercizio accumulato nel tempo potrebbe non essere sufficiente. Perch&eacute; anche una sola goccia in pi&ugrave; fa tracimare il vaso colmo. Dunque, care compagne e cari compagni, tocca ora a voi compiere (o ritrarre) il passo. In uno spazio talmente breve da non consentire neppure un attimo di pausa e da gestire con estrema determinazione. La determinazione e la convinzione che sino ad oggi sono mancate. Come si diceva un tempo, ci&ograve; che va fatto, va fatto &ldquo;qui ed ora&rdquo;. Perch&egrave; non saranno dati tempi supplementari. Ho gi&agrave; indicato, meticolosamente e sui vari fronti, le iniziative che possono essere prodotte in queste settimane per concorrere al raggiungimento del pareggio di bilancio, da conseguire tassativamente entro quest&rsquo;anno. Gli abbonamenti, innanzitutto, nelle varie forme possibili (postali, con coupons, on line): dobbiamo farne 500 di nuovi entro l&rsquo;estate. Ho gi&agrave; detto, sfidando quella che credevo un&rsquo;ovviet&agrave;, che dai dirigenti &egrave; atteso l&rsquo;esempio. Poi ci sono le feste di Liberazione, certamente pi&ugrave; di duecento, alcune gi&agrave; in corso, molte in preparazione o gi&agrave; calendarizzate. E&rsquo; possibile prevedere che in ciascuna di esse si facciano pervenire, per ogni giorno di durata della festa, un numero &ldquo;x&rdquo; di copie del giornale e che se ne organizzi la vendita quotidiana? E&rsquo; possibile che in ciascuna di esse si preveda una cena a sottoscrizione dedicata al giornale e che le somme realizzate siano convertite in abbonamenti da destinare a luoghi di lavoro, circoli, realt&agrave; dove il giornale non arriva? Ancora: &egrave; possibile riprendere la diffusione domenicale, riguadagnando un&rsquo;attitudine militante alla controinformazione che non serve soltanto al giornale, ma che &egrave; anche funzionale all&rsquo;attivit&agrave; di reinsediamento capillare del partito, nel sociale come nei territori?  Nel mese di ottobre, indicativamente nella terza settimana, produrremo un supplemento al giornale di 48 pagine. Un evento, tanto per l&rsquo;importanza dei temi trattati che per la qualit&agrave; dei contributi che vi troveranno ospitalit&agrave;, con un cospicuo sovrapprezzo che ha il significato di una vera e propria sottoscrizione: un sacrificio economico di non lieve entit&agrave; da dedicare ad una buona causa. Chiediamo a tutte le federazioni, ai circoli, di prenotarne preventivamente un consistente numero di copie oltre a quelle che saranno vendute direttamente in edicola.  Sebbene la formula sia abusata e contenga forse un eccesso retorico di volontarismo, mi sento questa volta di dire: trasformiamo lo svantaggio, la difficolt&agrave;, in un&rsquo;opportunit&agrave;, in un&rsquo;occasione: quella di ripensare ad un aspetto essenziale della vita del partito, della sua capacit&agrave; di comunicare, di esercitare una funzione critica, verso la realt&agrave; sociale e politica non meno che verso se stesso.  Liberazione pu&ograve; rappresentare, ancor pi&ugrave; di quanto non sia stato sin qui, l&rsquo;enzima di un ritrovato sforzo corale, capace di produrre lavoro politico, conflitto sociale, pratiche solidali, interlocuzioni che oggi ci sono precluse o che ristagnano a causa di perduranti, reciproche diffidenze. E capace di stimolare unit&agrave;, a sinistra, di cui vi &egrave; un prepotente bisogno per dare efficacia ad istanze di cambiamento che nessun altro, dentro il concerto istituzionale, &egrave; oggi in grado di interpretare.  Se per indolenza, o per rassegnazione, rinunciassimo a questa sfida, senza neppure tentarla, compiremmo un atto di grave autolesionismo. E la chiusura del giornale, a quel punto inevitabile, ne rappresenterebbe la simbolica rappesentazione.  Non mi impegnerei in questo appello se non fossi convinto che il gioco vale la candela e che possiamo farcela. A voi l&rsquo;ultima e decisiva parola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'immagine &egrave; di Massimo Antonini</p>]]></description><pubDate>Sat, 3 Jul 2010 16:14:54 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2423]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Gli operai riaprono la partita]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2422_1_FOTO PER BLOG_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Diciamo la verit&agrave;: neppure la Fiom, che si &egrave; battuta con ogni propria risorsa per impedire il salasso di diritti imposto dalla Fiat ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano; e neppure noi, che abbiamo sostenuto senza riserve quel solitario ingaggio avremmo immaginato che l&rsquo;esito del referendum celebrato sotto le forche caudine del ricatto, avrebbe prodotto un risultato come quello di ieri notte. Ci sono giornali che si sono addirittura spinti sino a vaticinare, al buio, la vittoria plebiscitaria dei &ldquo;s&igrave;&rdquo;. Invece non &egrave; andata cos&igrave;. Il plebiscito invocato da Marchionne non c&rsquo;&egrave; stato per nulla. Quasi il 40% dei lavoratori, in numero ben maggiore degli iscritti che vanta la Fiom, ha respinto l&rsquo;editto padronale. Di pi&ugrave;. Se si disaggrega il dato e si prende in considerazione il solo voto dei turnisti, coloro sulle cui spalle picchiano pi&ugrave; duramente le clausole dell&rsquo;accordo capestro, si vede che la dimensione del dissenso &egrave; ancora pi&ugrave; consistente. <br />
La lezione, prima morale che sindacale, impartita da questi operai ad un Paese che sembra spesso avere smarrito ogni reattivit&agrave; all&rsquo;ingiustizia, &egrave; enorme. Ci sono voluti un coraggio leonino e un senso della dignit&agrave; non comuni per reggere uno scontro giocato tutto sulla propria pelle. La Fiat lo ha capito. Anzi: essa ha compreso meglio di altri che non se ne danno per inteso, come l&rsquo;opposizione sia addirittura pi&ugrave; grande di quella uscita dalle urne e coinvolga tante persone che si sono piegate solo sotto uno stato di necessit&agrave;. La reazione di Corso Marconi in queste ore ha oscillato: abbandonare Pomigliano e scegliere definitivamente la Polonia, ammesso che la minaccia non fosse un ballon d&rsquo;essai, oppure fare quadrato con i sindacati complici per studiare provvedimenti, formule, strategie coattive che riducano all&rsquo;impotenza i lavoratori e il sindacato dissenziente? Pare che l&rsquo;azienda ora inclini per questa seconda strada, parente prossima del Piano C di cui si &egrave; sentito parlare in questi giorni. Piano ispirato alla convinzione che quanto pi&ugrave; ampio si &egrave; rivelato il dissenso, tanto pi&ugrave; dura deve essere la repressione dei reprobi. Una linea opposta a quella che il buon senso (e una cultura non intrisa di pulsioni autoritarie) suggerirebbe: riaprire la trattativa con tutti i sindacati e ricostruire le condizioni di un accordo condiviso. Ma la Fiat sembra prigioniera di uno schema che non contempla alternative: o si resta in Polonia o si importano condizioni e salari polacchi negli stabilimenti italiani. La tesi qui sottesa &egrave; che nel mondo globalizzato, segnato da profonde diseguaglianze sociali, dove tutto &egrave; merce, anche il valore del lavoro deve scendere al livello pi&ugrave; basso consentito dalle supreme ragioni della competitivit&agrave;. Solo qualche sciocco o chi &egrave; in malafede pu&ograve; pensare che lo stabilimento di Pomigliano rappresenti un&rsquo;enclave, mentre tutto il resto dell&rsquo;apparato produttivo rimanga estraneo e al riparo da quel modello. Che &egrave; pura barbarie, ma che Maurizio Sacconi rivendica come la strada maestra verso la modernit&agrave;. Del ministro del welfare (sconcertante ossimoro) colpisce soprattutto una cosa: l&rsquo;esultanza. Perch&eacute; si pu&ograve; capire il punto di vista di chi pensa che al lavoro (o alle immarcescibili leggi di mercato) vada sacrificato tutto il resto, non il sadico entusiasmo di un rappresentante del bene comune, di uno che dovrebbe coordinare l&rsquo;attivit&agrave; privata a finalit&agrave; sociali, il quale si compiace per le condizioni jugulatorie imposte ai lavoratori. E pone in cima ai suoi pensieri (e desideri) la sconfitta del sindacato e la &ldquo;pomiglianizzazione&rdquo; delle relazioni industriali in Italia. Ma si sa che i servi sono sempre peggiori dei loro padroni. <br />
Ora &egrave; necessario che i lavoratori di Pomigliano e la Fiom non siano lasciati soli. Serve una sollevazione delle forze politiche non del tutto cloroformizzate, dei movimenti, delle associazioni culturali, degli intellettuali. Sappiamo bene che la situazione presente non autorizza particolari ottimismi. Ma ci sono momenti nei quali risposte come quella di Pomigliano risvegliano coscienze a lungo sopite e innescano dinamiche sociali nuove. La Federazione e tutto l&rsquo;arcipelago della sinistra diano qui una prova di unit&agrave;. Questi sono i processi costituenti che contano davvero.</p>]]></description><pubDate>Thu, 24 Jun 2010 15:59:1 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2422]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La lotta di classe in Italia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Domenica abbiamo pubblicato, pressoch&eacute; per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realt&agrave; &egrave; (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il pi&ugrave; prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perch&eacute; quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall&rsquo;azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, &egrave; di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedr&agrave; come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l&rsquo;operaio, fra chi comander&agrave; e chi dovr&agrave; soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l&rsquo;assalto all&rsquo;arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell&rsquo;opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si &egrave; risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell&rsquo;odierno referendum, non &egrave; andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potr&agrave; estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibert&agrave;. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l&rsquo;ipotesi inimmaginabile, la pi&ugrave; spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova societ&agrave; che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo  - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di l&agrave; della quale c&rsquo;&egrave; spazio soltanto per la pi&ugrave; barbara oppressione sociale.<br />
Certo &egrave; che le condizioni politiche che alimentano gli &ldquo;spiriti animali&rdquo; del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un&rsquo;azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si pu&ograve; produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l&rsquo;investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunit&agrave; operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo d&agrave;, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre &egrave; lui che deve tutto a te.<br />
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell&rsquo;alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no &ldquo;compagni&rdquo;.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Tue, 22 Jun 2010 15:43:39 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2421]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Pomigliano, verrà il tempo del riscatto]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2420_1_CGIL_MEL_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In prossimit&agrave; del 22 giugno - quando gli operai della Fiat di Pomigliano saranno chiamati a sottoscrivere il proprio solenne atto di sottomissione e di rinuncia a tutto ci&ograve; che distingue un lavoratore da una bestia da soma e, per sovraprezzo, a ringraziare l&rsquo;azienda che in cambio di lavoro servile continuer&agrave; a elargire loro un pezzo di pane - abbiamo ascoltato due pronunciamenti che meritano qualche considerazione. <br />
Il primo &egrave; di Walter Veltroni il quale ieri, ha spiegato, in una lunga intervista al Corriere della Sera,  che la Fiat non ha compiuto alcun ricatto. L&rsquo;ultimatum che essa ha rivolto ai suoi dipendenti e alle loro organizzazioni sindacali non sarebbe infatti che &laquo;il frutto di una condizione obiettiva, figlia della globalizzazione diseguale&raquo;. Come dire: se la competitivit&agrave; planetaria fra imprese (elevata  a universale criterio regolatore delle relazioni civili) colloca salario e diritti al livello pi&ugrave; basso imposto dal mercato, non resta che inchinarvisi. Ma in Veltroni vi &egrave; qualcosa di pi&ugrave; e di altro che una mesta rassegnazione.  C&rsquo;&egrave; l&rsquo;intima convinzione che quella soluzione vada proprio bene, che la filosofia del Lingotto parli il linguaggio della modernit&agrave; e che ci&ograve; di cui sono privi la sinistra-sinistra e il pezzo di sindacato che rimane pervicacemente classista, &egrave; lo &laquo;spirito di innovazione&raquo;. Inutile scavare dentro questa formula cos&igrave; oscura. Non vi si troverebbe niente, se non la convinzione che la borghesia industriale, illuminata e lungimirante, incarna la quintessenza del progresso, mentre gli operai, attardati nelle fumisterie ideologiche del tempo che fu, dovrebbero abbandonare la pretesa di esprimere un punto di vista collettivo, una soggettivit&agrave; sindacale e politica, perch&egrave; figli di quella pratica del conflitto sociale che gi&agrave; Berlusconi aveva rottamato nel discorso ai padroncini della Confartigianato. Come si vede, un pensiero squisitamente moderno che torna a trattare il proletariato, mutatis mutandis, come plebe succube e questuante. Poi, Veltroni, forse sfiorato dal dubbio che l&rsquo;annichilimento del contratto nazionale e la confisca del diritto di sciopero non rappresentino esattamente un fatto di civilt&agrave;, si affretta a raccomandarci di non considerare la soluzione di Pomigliano &laquo;un modello&raquo;, destinato a diffondersi e a cambiare in radice i rapporti sociali in Italia. Per l&rsquo;uomo di tutte le abiure, siamo soltanto di fronte ad una &ldquo;contingente necessit&agrave;&rdquo;...<br />
Il secondo pronunciamento, una breve dichiarazione, per la verit&agrave;, &egrave; di Guglielmo Epifani, che ha sentito il bisogno di preconizzare la vittoria del &ldquo;s&igrave;&rdquo; nell&rsquo;imminente referendum. <br />
Vale a dire la &ldquo;previsione&rdquo; che il ricatto sui lavoratori avr&agrave; un&rsquo;efficacia dirompente e che il baratto nefasto, lavoro contro diritti, un&rsquo;elemosina contro la rinuncia alla libert&agrave;, avranno libero corso. <br />
Ora, ci sono scommesse che la drammaticit&agrave; della situazione consiglierebbe di evitare, soprattutto al segretario della Cgil, soprattutto mentre Marchionne percuote sulla bilancia la sua &ldquo;spada di Brenno&rdquo; e lavora per ricacciare fuori dai cancelli della fabbrica quella Costituzione che imponenti stagioni di lotta e lo Statuto dei lavoratori avevano fatto entrare. <br />
Per fortuna c&rsquo;&egrave;, in questo catastrofico scenario, un&rsquo;altra notizia che parla, questa s&igrave;, di modernit&agrave;, di futuro. E soprattutto di dignit&agrave;. A Melfi, l&rsquo;altro grande complesso Fiat del Sud, nella rielezione delle Rsu, la Fiom &egrave; divenuta il primo sindacato, da terzo che era. Potr&agrave; anche essere che a Pomigliano i lavoratori, stretti nella tenaglia, finiscano momentaneamente per soccombere. Ma ognuno di loro conosce bene, in cuor proprio, chi li potr&agrave; difendere e aiutare a guadagnarsi il riscatto, quando sar&agrave; il momento. E quel tempo, potete esserne certi, prima o poi verr&agrave;.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Fri, 18 Jun 2010 15:28:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2420]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Fiat/2 Passato e presente]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2419_1_berlinguer_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Esattamente trent'anni fa, di fronte ad un durissimo scontro sociale e di potere fra capitale e lavoro che la pi&ugrave; grande azienda d'Italia tent&ograve; (alla fine con successo) di volgere a proprio vantaggio, il segretario del pi&ugrave; grande partito comunista dell'occidente, Enrico Berlinguer, non esit&ograve; a recarsi davanti ai cancelli di quella fabbrica. Vi and&ograve; per dire agli operai impegnati a contrastare migliaia di licenziamenti che avrebbero potuto contare sul sostegno dei comunisti, quali che fossero state le forme di lotta da essi autonomamente decise, sino all'occupazione degli stabilimenti. Vi fu allora la lucida convinzione che l&igrave; si giocasse una cruciale partita, di giustizia innanzitutto, ma anche di democrazia e di libert&agrave;, nel significato pi&ugrave; pregnante che si pu&ograve; attribuire a questi termini. Perch&eacute; la posta di quel conflitto era la gestione di un processo di ristrutturazione attraverso il quale la Fiat provava a riappropriarsi di un potere unilaterale di comando che era stato profondamente scosso da una formidabile stagione di lotte e dalla pi&ugrave; matura esperienza di democrazia consiliare che la storia operaia del Paese ci abbia consegnato. Ebbene, quello scontro campale fu perso, non per un inesorabile destino gi&agrave; scritto nelle cose, ma perch&eacute; nulla fu davvero tentato - da parte delle organizzazioni sindacali - per mettere in campo, sino in fondo, una riserva di energie, di combattivit&agrave;, di intelligenza creativa ancora integre. Fu firmato, malgrado il dissenso della maggioranza dei lavoratori, un accordo che fu in realt&agrave; una resa senza condizioni: una capitolazione che rappresent&ograve; una cesura epocale, tale da ridislocare i rapporti di forza su un piano inclinato dal quale non si ebbe pi&ugrave; la forza di risalire.<br />
Trent'anni dopo, in uno scenario politico e sociale totalmente diverso, che ha visto divelte o compromesse molte delle fondamentali conquiste degli anni Settanta, la Fiat - per nome e per conto del blocco politico-sociale dominante - prova ora a chiudere il cerchio, afferrando il toro per le corna, negando in radice lo stesso diritto di coalizione dei lavoratori, trasformando cio&egrave; lo sciopero, da diritto costituzionalmente protetto, in atto di insubordinazione disciplinare passibile della sanzione pi&ugrave; grave, quella del licenziamento. Lo percepiva nitidamente quel delegato Fiom di Pomigliano quando, qualche giorno fa, osservava che se il ricatto sull'occupazione dovesse piegare i lavoratori, allora verrebbe meno ogni regola e tutto diventerebbe possibile, nessun sopruso arginabile.<br />
In altri termini, la fabbrica (e tutti i luoghi di lavoro) tornerebbero ad essere quelle &ldquo;zone franche&rdquo; che furono fino alla fine degli anni Sessanta, quando i lavoratori non contavano assolutamente nulla.<br />
Soltanto la Fiom - con un coraggio leonino - oggi si oppone a quest'esito disastroso. Gli altri sindacati, ridotti ormai a pallide e corrive controfigure manovrate sul proscenio da Confindustria e governo, hanno gi&agrave; detto che va bene cos&igrave;. E lo stesso sostanziale consenso (entusiastico per alcuni, sofferto per altri) viene anche da un Pd che non sa neppure immaginare un ruolo meno codino, meno rinunciatario, quale si imporrebbe per rivendicare ad una azienda ultramunificata dalle risorse pubbliche almeno un brandello di responsabilit&agrave; sociale. Non basta, allora, strillare contro la devastazione della Carta, se poi vi si concorre con una remissivit&agrave; ed una subalternit&agrave; scoraggianti.<br />
Ora si andr&agrave; al referendum fra i lavoratori di Pomigliano, pi&ugrave; che mai soli nel fronteggiare questo assalto all'arma bianca in cui si chiede loro di rinunciare a tutto (libert&agrave;, dignit&agrave;, sicurezza) per non essere gettati in mezzo alla strada.<br />
Noi sappiamo che non &egrave; cos&igrave; e che il ricatto tiene prigionieri solo coloro che se ne rendono succubi. Ma fa davvero spavento il corteo politico omertoso che con poche eccezioni sta (o finge di stare) al gioco e chiede a quella gente di piegarsi ad una evidente prepotenza.<br />
Ci sono atti (e misfatti) che - una volta compiuti - cambiano istantaneamente, perch&eacute; irrimediabili, la natura di chi se ne rende protagonista. O di chi per pavidit&agrave; o altro non vi si oppone. Sono &ldquo;costituenti&rdquo;, perch&eacute; mordono, allo stesso tempo, sulla materialit&agrave; della vita e sull&rsquo;ordine simbolico.<br />
Attenti, perch&eacute; quando cedono tutti gli argini, si precipita in caduta libera. E non si sa dove si atterra.</p>]]></description><pubDate>Tue, 15 Jun 2010 15:54:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2419]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[A Pomigliano in gioco libertà e democrazia ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2418_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Come nel pi&ugrave; scontato dei copioni, i sindacati collaborazionisti, ormai pronti a sottoscrivere qualsiasi sacrificio e rinuncia governo o padroni intendano imporre ai lavoratori, hanno assicurato il proprio malinconico consenso alla Fiat che si accinge - sar&agrave; bene averne consapevolezza - ad assestare un colpo difficilmente rimediabile all&rsquo;intero quadro delle relazioni economico-sociali del Paese. Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i contenuti del diktat di corso Marconi. &laquo;Prendere o lasciare&raquo;, aveva detto l&rsquo;amministratore delegato della Fiat. Dove &laquo;prendere&raquo; significa accettare il peggioramento delle condizioni di lavoro pattuite attraverso il contratto nazionale (orari, ritmi, pause, mensa, malattia) ma, ancor pi&ugrave;, acconciarsi a subire l&rsquo;amputazione della pi&ugrave; irrinunciabile delle libert&agrave; del lavoro, quella di incrociare le braccia, di scioperare, reintrodotta dalla Costituzione all&rsquo;indomani della sconfitta del fascismo che l&rsquo;aveva abolita. E che oggi (corsi e ricorsi) viene riportata in auge dalla stessa azienda che nel 1919 chiese all&rsquo;allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di sgomberare con l&rsquo;esercito i lavoratori che l&rsquo;avevano occupata. E dove &laquo;lasciare&raquo; significa, automaticamente, perdere il lavoro, perch&eacute; la Fiat chiuder&agrave; lo stabilimento campano per realizzare le produzioni della Panda e della nuova Ypsilon, rispettivamente, a Tycky, in Polonia e a Kragujevac, in Serbia. La limpida logica del Lingotto (e di ogni impresa del globo terracqueo) &egrave; dunque quella di allocare l&rsquo;investimento l&agrave; dove le condizioni (leggi: il costo del lavoro) sono pi&ugrave; favorevoli, scaricando per quanto possibile il rischio di impresa (che vive ormai solo nelle esercitazioni di scuola) sui propri dipendenti. Ci fu un periodo in cui Sergio Marchionne entr&ograve; in odore di santit&agrave; per essersi accreditato come il manager che non speculava sui differenziali di costo del lavoro e sapeva dimostrare come anche un&rsquo;azienda transnazionale potesse rimanere competitiva, senza migrare, per capacit&agrave; innovativa, dunque per virt&ugrave; proprie. Ora che la crisi e la riorganizzazione dei poteri nel settore dell&rsquo;auto hanno polverizzato quegli intendimenti, siamo ruvidamente tornati alla realt&agrave;, a Pomigliano come a Detroit. L&rsquo;uomo dei miracoli, dopo avere decretato la fine di Termini Imerese, ci ha propinato persino un paradossale autoincensamento (&laquo;avete mai visto un costruttore che ha trasferito una produzione da un impianto dell&rsquo;est europeo?&raquo;). Ma anche questa rodomontata &egrave; fuori luogo, se si pensa che la francese Renault, parzialmente controllata dallo Stato, si &egrave; vista imporre da Nicolas Sarcozy, che certo socialista non &egrave;, di produrre &ldquo;in casa&rdquo; almeno tante auto quante l&igrave; se ne vendono perch&eacute;, ha detto il capo dell&rsquo;Eliseo, &laquo;non finanziamo certo i nostri costruttori per lasciare che spostino altrove la produzione&raquo;. E tutto ci&ograve; senza intervenire sulla &ldquo;flessibilit&agrave;&rdquo; del lavoro e sul sistema di relazioni industriali. <br />
Ma in Italia, dove da tempo si sperimenta in ogni campo il peggio del peggio, non va cos&igrave;. Accade anzi che la Fiom venga frontalmente attaccata. Non soltanto dal governo. Non soltanto dal pessimo ministro Sacconi, che sprizza da ogni poro livore antioperaio. Non soltanto da Emma Marcegaglia che giudica &laquo;irricevibile&raquo; il dissenso della Fiom, ma anche dal Pd che ha perfettamente introiettato l&rsquo;imposizione padronale come un dato immutabile. E&rsquo; Il Sole 24 Ore a rivelare una &laquo;pressione&raquo; dei Democratici sulla Fiom &laquo;per chiederle di non dare spazio a spaccature che possano generare situazioni difficili da controllare&raquo;. Fuori dal linguaggio doroteo, l&rsquo;invito &egrave; a firmare la capitolazione. E&rsquo; ancora pi&ugrave; esplicito il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, l&rsquo;uomo che schiude le porte della nostrana modernit&agrave;, il quale chiosa in questo modo: &laquo;Un pezzo del sindacato stenta a  prendere atto che non si pu&ograve; continuare a difendere pezzettini di un tempo che fu&raquo;. Rilancia Giuseppe Fioroni, che intima: &laquo;Basta col tiro alla fune. Si scelga il meglio (sic, ndr) per i lavoratori&raquo;. Che, manco a dirlo, coincide esattamente con il punto di vista dell&rsquo;azienda. Del resto, non &egrave; stato Berlusconi a ribadire, solo qualche giorno fa, davanti ad una scalpitante platea di padroncini artigiani, che il bene dell&rsquo;impresa coincide con il bene comune e che &egrave; ora di mettere in soffitta la brodaglia ideologica dell&rsquo;articolo 41 della Costituzione?<br />
Ieri la Cgil ha chiamato lavoratori e pensionati alla mobilitazione contro la manovra economica varata dal governo. Il 25 replicher&agrave; con lo sciopero generale. Se i due appuntamenti non devono rimanere pura testimonianza ma lasciare il segno, &egrave; necessario che tutta l&rsquo;organizzazione si stringa intorno alla Fiom e ai lavoratori di Pomigliano. Guai a lasciarli soli. Perch&eacute; si stanno battendo per tutti. Proprio per tutti.</p>
<p>P.S.: Osserviamo che la parte pi&ugrave; consistente della stampa impegnata nella battaglia contro il bavaglio che Berlusconi e compari vogliono imporre alla libert&agrave; di stampa e ai poteri inquirenti della magistratura, si mostra invece del tutto cieca e sorda di fronte a questa non meno profonda vulnerazione della libert&agrave; e regressione della democrazia.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Mon, 14 Jun 2010 18:6:0 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2418]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La spinta propulsiva della Costituzione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2417_1_laa-italiana_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Raramente, come davanti alla platea dei padroncini della Confartigianato, si era udito Berlusconi - che chiaro, sia pure nella protervia, lo &egrave; di suo - dire con questa verve quello che pensa. Questa volta, l&rsquo;attacco portato alla Costituzione non ha preso forme oblique ed ha mirato al cuore. &laquo;Governare con queste regole - ha esclamato - &egrave; un inferno&raquo;. E le imprese ne sono le vittime sacrificali. Colpa del vituperatissimo articolo 41 della Carta, in base al quale l&rsquo;attivit&agrave; d&rsquo;impresa deve essere coordinata a fini sociali e non pu&ograve; entrare in contrasto con la libert&agrave;, la dignit&agrave;, la sicurezza dei cittadini. Cosa che Berlusconi, nel suo delirio totalitario, trova un&rsquo;aberrazione contro natura. L&rsquo;articolo 41, ha detto ancora il caudillo, &laquo;&egrave; vistosamente datato... prodotto della cultura cattocomunista... frutto del compromesso fra Dc e Pc in un tempo in cui era ancora vivo il conflitto fra capitale e lavoro&raquo;. In quel passo, secondo Berlusconi, si parla troppo di lavoro e troppo poco di impresa, mentre il mercato, vera divinit&agrave; da idolatrare, &egrave; addirittura assente. Ecco il vero grumo teorico e pratico da costituzionalizzare: la libert&agrave; assoluta dell&rsquo;impresa che coincide, essa s&igrave;, con il bene comune. Tutto il resto &egrave; per lui un inciampo ideologico, retaggio di un&rsquo;epoca nella quale si credette &ldquo;ingenuamente&rdquo; che il modo di produzione capitalistico non rappresentasse l&rsquo;esito conclusivo della storia umana, che il mercato non fosse il miglior regolatore dei rapporti sociali e che il lavoro proletario fosse portatore di un punto di vista &ldquo;altro&rdquo;, irriducibile a quello dei detentori del capitale. <br />
Berlusconi ha dalla sua un indubbio vantaggio: l&rsquo;eutanasia, ampiamente consumatasi, della ex-sinistra comunista, entrata in un buco nero e riapparsa in un altro punto dell&rsquo;universo politico, del tutto spogliata di una propria identit&agrave; culturale, orba di una chiave interpretativa della realt&agrave;, arruolatasi fra i fautori del mercato e fra i cultori delle virt&ugrave; dei privati. Al punto che viene il fondato sospetto che quell&rsquo;articolo 41 (e seguenti) che rende agli occhi di Berlusconi la nostra Costituzione come un programma soviettista, forse, o senza forse, andrebbe stretto a molti che in Parlamento siedono nei banchi dell&rsquo;opposizione. Fa certo bene, Bersani, a digrignare i denti e a indicare la porta al despota piduista che svillaneggia la Costituzione trattandola come un ferro vecchio. Ma dovrebbe anche interrogarsi su quanto del progetto politico contenuto nella prima legge dello Stato sia gi&agrave;, nei fatti, passato in cavalleria, con quali frettolose adesioni o malcelate complicit&agrave;. Eppure, l&igrave; &egrave; contenuta una narrazione che non ha affatto esaurito la propria spinta propulsiva. Ed &egrave; proprio il suo titolo terzo, vale a dire quell&rsquo;insieme di norme che disciplinano i rapporti economico-sociali, a dischiudere una strada potenzialmente nuova, quanto purtroppo inesplorata, che abbraccia il tema della responsabilit&agrave; sociale dell&rsquo;impresa per spingersi sino ad ipotizzare nuove e diverse forme di propriet&agrave;, dove affiora, sia pure in forme soltanto abbozzate, l&rsquo;orizzonte dell&rsquo;autogoverno dei produttori associati.</p>
<p>Si capisce che la nomenclatura di classe insediata nel governo voglia liberarsi di questa suggestione come di un&rsquo;aporia, come di un fantasma che, malgrado la perdurante dittatura liberista e gli sforzi per esorcizzarne la forza evocativa, continua a rappresentare la prospettiva possibile di un&rsquo;altra strada praticabile. <br />
Proprio questa sgangherata offensiva potrebbe rappresentare l&rsquo;occasione per la ripresa di un confronto fra le forze democratiche e di sinistra, ancora tramortite da una crisi epocale del capitalismo alla quale esse guardano impotenti, rischiando la marginalit&agrave; proprio quando si presenterebbe l&rsquo;occasione di una fattiva critica radicale ad un modello ormai carico di fallimenti sociali e democratici.</p>
<p>P.S.: Come ognuno pu&ograve; vedere, la richiesta di regole pi&ugrave; snelle, il superamento dell&rsquo;elefantiasi burocratica nelle cui maglie e procedure perversamente persecutorie si annidano favoritismi, privilegi e corruzione, non c&rsquo;entra nulla con la Costituzione, tanto meno con l&rsquo;articolo 41. Del resto, proprio i fatti emersi dalle inchieste su Protezione civile e dintorni dimostrano che l&rsquo;intenzione tenacemente perseguita da Berlusconi non &egrave; quella di liberare l&rsquo;iniziativa imprenditoriale da scoraggianti pastoie, ma di affrancarla da qualsivoglia regola, dove l&rsquo;arbitrio e il perseguimento ad ogni costo dell&rsquo;interesse privato non incontrano argine e controllo alcuno. Men che meno quello dell&rsquo;utilit&agrave; sociale. Insomma, come buttare il bambino e tenere l&rsquo;acqua sporca.</p>]]></description><pubDate>Fri, 11 Jun 2010 17:41:42 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2417]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il principio di uguaglianza (secondo Sacconi)]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2416_1_giovani-precari_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>I singhiozzi di Maurizio Sacconi si sono sentiti dappertutto. &ldquo;Costrettovi&rdquo; dall&rsquo;Ue, il ministro del welfare, riconosciuto nume tutelare dei diritti dei lavoratori, ha annunciato con sincera costernazione che all&rsquo;Italia non rimane strada diversa dal protrarre fino a 65 anni l&rsquo;et&agrave; pensionabile delle donne nel settore pubblico. Lo imporrebbe un&rsquo;inappellabile sentenza della Corte di Giustizia Europea, la cui violazione comporterebbe per il nostro Paese terrificanti sanzioni economiche. L&rsquo;ineffabile titolare del welfare ha impiegato dunque un nanosecondo per piegarsi alla pi&ugrave; che resistibile indicazione europea, interpretata, o piuttosto torta, come dovuta applicazione del principio antidiscriminatorio. Neppure Ponzio Pilato oppose cos&igrave; tiepida resistenza quando si tratt&ograve; di affidare Cristo ai suoi carnefici. Eppure Sacconi avrebbe potuto farlo: opponendo la grave condizione di disparit&agrave; che segna la vita materiale delle donne, cui non viene riconosciuto, n&eacute; retribuito, n&eacute; coperto da contribuzione il lavoro di cura che pesa, in gran parte, sulle loro spalle. Avrebbe potuto mettere a frutto il richiamo dell&rsquo;Ue per affrontare il tema del sottosalario di fatto delle persone di sesso femminile, dello scarso tasso di occupazione che ne emargina il ruolo sociale, in conseguenza della cronica carenza di servizi qui da noi surrogata dalla famiglia e, nella famiglia, dalle donne. Avrebbe potuto, in subordine, decidere di destinare i risparmi previsti - immediatamente contabilizzati e messi all&rsquo;incasso - per rafforzare il sistema di protezione sociale che penalizza le donne e dare un senso al principio di uguaglianza affermato nell&rsquo;articolo 3 della Costituzione. Ma il ministro non ci ha neppure pensato. Si &egrave; semplicemente affrettato a dire che la trattativa (sic) non aveva margini e che, obtorto collo, ci si dovr&agrave; rassegnare ad applicare tempestivamente, dal 2012, una misura che egli avrebbe volentieri evitato. Sublime ipocrisia: attribuire all&rsquo;Europa il lavoro sporco e impresentabile di cui il governo italiano non ha avuto il coraggio di assumere la paternit&agrave;. La porcheria non finisce qui. Sacconi (excusatio non petita...) si affretta a rassicurare i privati, rassicurandoli che le pensioni Inps non subiranno analogo trattamento. Non c&rsquo;&egrave; chi non veda come lo stesso principio di uguaglianza, oggi fraudolentemente invocato per bastonare le lavoratrici del settore pubblico, domani sar&agrave; brandito come una clava per parificare, sempre in pejus, i trattamenti fra pubblico e privato. Ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;. Perch&eacute; il troppo trascurato regolamento Sacconi-Tremonti, quello che consentir&agrave; di elevare automaticamente l&rsquo;et&agrave; pensionabile in relazione al protrarsi dell&rsquo;attesa di vita, punta ad un ulteriore innalzamento che porter&agrave; la pensione di vecchiaia a 70 anni e quella di anzianit&agrave; a 66. Insomma, la lepre continuer&agrave; a correre. In fondo a quel piano inclinato raggiungere il diritto alla pensione (e sappiamo di quale modestissimo importo) sar&agrave; un&rsquo;impresa davvero titanica per i giovani. Con tanti auguri per quelli - e solo quelli - che iniziando a lavorare molto presto saranno forse in condizione, prima o poi di tagliare il traguardo. Mentre tutti gli altri, coloro che si arrabbattano nei bassifondi dei mille lavori precari generati dalla devastazione del mercato del lavoro e che in quell&rsquo;orrendo labirinto resteranno imbrigliati, non sanno pi&ugrave; neppure di cosa si parli. Ma tutto torna e concorre a formare un&rsquo;atmosfera socialmente spettrale in questa fase politica in cui i nodi giungono contemporaneamente al pettine. Ierilaltro, la nostra pi&ugrave; grande impresa manifatturiera, la Fiat, ha minacciato di chiudere l&rsquo;impianto di Pomigliano d&rsquo;Arco e lasciare a Tychy, in Polonia, la produzione della Panda se i lavoratori e il solo pezzo di sindacato che &egrave; loro rimasto non accetteranno di manomettere il contratto nazionale e le leggi sul lavoro, se non rinunceranno a conquiste normative consolidate, se non si acconcerano a subire il peggioramento delle loro condizioni di lavoro, se non si piegheranno a vedere conculcato e represso il diritto di sciopero, trasformato da diritto costituzionale a mancanza disciplinare sanzionabile con il licenziamento. Del resto, quando Emma Marcegaglia, afferrando il sacco per la cima, si spinge sino a dire che chi sciopera oggi &egrave; antitaliano, non fa che mettere in chiaro lo spirito dei tempi e l&rsquo;intenzione manifesta dei padroni e del loro personale politico impregnato di cultura liberista di usare la crisi come l&rsquo;occasione pi&ugrave; propizia per chiudere definitivamente i conti con ci&ograve; che resta di quello che fu il pi&ugrave; combattivo movimento operaio dell&rsquo;occidente, relegando fra le ferraglie le pi&ugrave; promettenti intuizioni costituzionali. Non &egrave; un paradosso e non vi &egrave; nulla di incomprensibile in ci&ograve; che accade: quando il tessuto sociale si frantuma e le forze portatrici di una potenziale alternativa non ci sono o languono, la scorciatoia a portata di mano, l&rsquo;atto apparentemente pi&ugrave; realistico, pu&ograve; sembrare quello di una chiusura nel proprio guscio, alla ricerca di soluzioni private, individuali, chiunque ed in qualunque modo sia in grado di offrirtele. Accade cos&igrave; che si spezzino le reti di solidariet&agrave;. Fra i lavoratori di diversi Paesi (i polacchi hanno gi&agrave; comunicato che saranno felici di adeguarsi alle condizioni volute dalla Fiat, se mai gli italiani le rifiutassero), non meno che fra lavoratori che vivono in condizioni di prossimit&agrave;, nello stesso Paese, nella stessa citt&agrave;, nella stessa azienda. E&rsquo; difficile persuadere che &ldquo;si salvi chi pu&ograve;&rdquo; &egrave; una pessima soluzione, se lo stato di cose esistenti si presenta con le sembianze dell&rsquo;inesorabile necessit&agrave;, se non risulta visibile una proposta che - nelle parti e nell&rsquo;insieme - renda credibile un&rsquo;altra via d&rsquo;uscita. E se, una volta che quel progetto sia delineato, le forze che intendono farsene interpreti e banditrici, non acquistano una massa critica, una capacit&agrave; di mobilitazione e di rappresentanza che faccia muovere le cose. Non c&rsquo;&egrave; grande spazio, davanti a noi, per mettere a frutto questo cimento che non ha i tempi della riflessione filosofica, ma quelli molto pi&ugrave; duri e urgenti della politica, prima che tutti i giochi siano fatti: dagli stessi registi, sceneggiatori, attori e comparse dello sfascio a cui assistiamo.</p>
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<p>L'immagine &egrave; stata trovata su www.dillinger.it</p>]]></description><pubDate>Wed, 9 Jun 2010 10:16:1 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2416]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il delirio guerrafondaio di Vittorio Feltri]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2415_1_ilgiornale010610_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />«Israele ha fatto bene a sparare». Vittorio Feltri titola così, a nove colonne, Il Giornale di ieri. E accompagna il suo personale, macabro epitaffio, dedicato ai pacifisti massacrati dai marines israeliani, con un editoriale semplicemente indecente, dove il cinismo varca soglie impensabili, sino ad assumere le proporzioni di un vero e proprio delirio guerrafondaio. Questo dottor Stranamore della carta stampata si avventura in un ragionamento che si dipana secondo la seguente catena causale: Hamas è un movimento terroristico, a sua volta colluso con paesi che meditano e progettano la distruzione di Israele per mezzo di un bombardamento atomico; ergo, chi porta aiuti umanitari alle popolazioni palestinesi, in realtà «fa il tifo per chi tenta di cancellare la patria degli ebrei»; convincere con le buone i pacifisti è però una passione inutile: «sparare è più persuasivo»; e poi, se i pacifisti flirtano con i terroristi vuol dire che «tanto pacifisti non sono, semmai complici dei seminatori di morte». Dunque, secondo Feltri, quanti hanno cercato di sbarcare a Gaza per alleviare le sofferenze di un popolo intero segregato stremato, umiliato, privato di ogni diritto nell’indifferenza del consesso internazionale, se la sono andata a cercare: imparino ad «occuparsi dei casi propri, così non ci sarebbero più le guerre e nemmeno i pacifisti».
Qualche settimana fa, durante il sequestro dei tre operatori di Emergency da parte del governo afghano di Karzai, in un dibattito televisivo, Edward Lutwak, uomo molto prossimo alla Cia, esprimeva un concetto analogo, sostenendo che se si cura anche il nemico questo poi torna a combattere, per cui chi svolge quest’opera apparentemente meritoria non fa che lavorare per il protrarsi della guerra.
La logica binaria che domina i pensieri e le azioni degli uomini come Feltri, per cui il mondo si divide rigorosamente in amici e nemici, porta alla ferrea conclusione che una volta scelto il campo in cui stare, l’altro deve essere annientato. Ed ogni nefandezza è autorizzata, perché riscattata da quella primitiva scelta. Non esiste possibilità di dialogo, né contano le ragioni e i torti, né giustizia, né umanità. Perché tutto è stabilito a monte, dall’appartenere ad un campo. Ed è piuttosto chiaro a quale campo Feltri appartenga. 
Per lui, che il popolo palestinese viva costretto in un carcere a cielo aperto, che sia sottoposto ad uno spietato embargo, che un vergognoso muro ed innumerevoli posti di blocco abbiano reso un gruviera il territorio dove esso popolo dovrebbe vivere sovranamente, che la proliferazione degli insediamenti dei coloni israeliani stia di fatto annettendo ogni spazio vitale, che si stia perseguendo la criminale strategia di una negazione in radice della questione palestinese e che perciò tutti gli accordi internazionali siano da decenni violati (e restino impuniti) è cosa del tutto irrilevante. Quello che Feltri e gli uomini della sua filigrana non riusciranno mai a capire è che la paranoia - se provvista di soverchiante forza militare - diventa, in seconda battuta, una pulsione autodistruttiva, che nel perseguire l’annientamento dell’avversario, trasformato in irriducibile nemico, trascina inesorabilmente verso la comune rovina. Ma Feltri e il suo foglio sarebbero ben misera cosa se convinzioni e comportamenti simili, ipocritamente dissimulati, non fossero così diffusi nei governi, nelle segreterie di Stato, nelle diplomazie dei potenti del mondo.
]]></description><pubDate>Wed, 2 Jun 2010 13:3:41 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2415]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Chi e come sta saccheggiando il Paese]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2414_1_aaaaaaaa_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Alla fine, un accorato Berlusconi, abbandonate le vesti del prestigiatore, del re Mida capace di trasformare (a parole) il bronzo in oro, ha spiegato l&rsquo;ineluttabilit&agrave; della manovra del governo e dei tagli che vi sono contenuti raccontando una stolida favoletta, il cui senso &egrave; tutto nella stupefacente espressione: &laquo;abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilit&agrave;&raquo;, per cui &laquo;ora servono i sacrifici&raquo;. Memorabile! Una parte del Paese ha in effetti vissuto ben al di sopra delle risorse disponibili, drenandole appunto dal lavoro, saccheggiando lo stato sociale, buggerando il fisco e sequestrando vitali sostanze pubbliche, per poi presentare il conto, salatissimo, all&rsquo;altra faccia del Paese, quella gi&agrave; derubata di lavoro, di reddito, di diritti e di futuro.  Non serve un grande sforzo di immaginazione per documentare queste affermazioni. Il governo sta per fare cassa mettendo un cappio al collo dei lavoratori pubblici i quali - in ragione del blocco contrattuale - lasceranno nelle mani del governo, mediamente, 1600 euro cadauno in tre anni. Contribuiranno alla salvezza nazionale anche i pensionati che andranno a riposo sei mesi pi&ugrave; tardi, nonch&eacute; tutti coloro i quali, una volta maturatone il diritto, percepiranno pi&ugrave; tardi e a rate l&rsquo;indennit&agrave; di fine rapporto. Il resto del lavoro sporco viene poi subappaltato, per interposta istituzione, agli enti locali, che compenseranno con un taglio secco dei servizi e delle prestazioni sociali il mancato trasferimento di sei miliardi da parte dello Stato. Ebbene, queste misure vengono spacciate, urbi et orbi, come necessit&agrave; oggettive, soluzioni senza alternative per salvare la barca che fa acqua. Anche qui, la menzogna &egrave; marchiana. Nei provvedimenti non c&rsquo;&egrave; neppure l&rsquo;ombra di un prelievo sui grandi patrimoni, mentre l&rsquo;annunciata lotta all&rsquo;evasione fiscale si presenta come la &ldquo;bufala&rdquo; del secolo. Le migliaia di (potenziali?) evasori che figurano nella lista Falciani (in gran parte imprenditori, signora Marcegaglia, e in gran parte lombardi, ministro Bossi), titolari di conti per 7 miliardi di dollari, custoditi nei forzieri svizzeri, potranno dormire tranquilli se avranno a suo tempo utilizzato lo scudo fiscale ideato dal ministro Tremonti. E che dire dei <em>Grand Commis</em> di Stato, cui non viene chiesto di rinunciare ad un soldo (ne parliamo a pagina 4) delle laute, opache prebende che remunerano le loro molteplici &ldquo;attivit&agrave;&rdquo;? In questi giorni, alcune inchieste del giornalismo televisivo hanno rivelato che le &ldquo;autoblu&rdquo; in dotazione alla politica superano abbondantemente le seicentomila, quasi dieci volte quante ve ne sono negli Stati Uniti, per una spesa complessiva di circa 20 miliardi, un importo quasi equivalente a quello dell&rsquo;intera manovra correttiva. Non se n&rsquo;era accorto il sedicente moralizzatore della vita pubblica, quel ministro Brunetta che va millantando inesistenti crediti nella efficientizzazione dell&rsquo;amministrazione dello Stato e che soltanto oggi ha annunciato un censimento per accertare lo stato delle cose? Ieri si &egrave; svolta anche l&rsquo;assemblea annuale di Confindustria, quella del centenario, occasione di una esibizione muscolare della presidentessa della maggiore organizzazione imprenditoriale del Paese. Emma Marcegaglia e i suoi hanno incassato volentieri  un pacchetto di provvedimenti che ai padroni non chiede assolutamente nulla, tanto meno sul fronte della difesa dell&rsquo;occupazione. L&rsquo;idea di un blocco salariale e di una ennesima sforbiciata sul welfare &egrave;, da sempre, musica per le orecchie di lorsignori. E se di qualcosa costoro si lamentano &egrave; che quelle misure siano prevalentemente transitorie, piuttosto che strutturali. Essi vorrebbero che la competitivit&agrave; delle imprese si alimentasse essenzialmente di un regime di ancor pi&ugrave; bassi salari, trascurando persino il fatto che, cos&igrave; facendo, la domanda, non pi&ugrave; trainata dal mercato interno, &egrave; condannata a ristagnare, deprimendo la produzione stessa e affossando qualsiasi prospettiva di ripresa. Su tutto prevale, nel padronato nostrano, l&rsquo;istinto corporativo, anzi: bottegaio. Altro che classe dirigente nazionale. Di fronte a questa spettacolare esibizione di ingiustizia, protervia, inettitudine, spreco &egrave; condizione irrinunciabile dispiegare la pi&ugrave; estesa, durevole mobilitazione sociale. Che per riscuotere il necessario consenso deve poggiare su una credibile piattaforma alternativa, non su qualche estemporaneo palliativo. Ci sono tutte le condizioni per costruire questa proposta, che emerge quasi da s&eacute; dal bilancio dello Stato, dai rapporti dell&rsquo;Istat sulla distribuzione della ricchezza, o dai dati che la Corte dei Conti e l&rsquo;Agenzia delle Entrate mettono periodicamente a nostra disposizione. Ecco un cimento nel quale la Federazione della Sinistra pu&ograve; trovare contributi importanti, stringere legami di solidariet&agrave;, tessere alleanze che prefigurano un campo di forze impegnate a praticare nella crisi il cambiamento, anzich&eacute; soltanto auspicarlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'immagine &egrave; stata tratta dal film Tempi moderni di C. Chaplin</p>
<p>www.movieplayer.it</p>]]></description><pubDate>Fri, 28 May 2010 10:56:22 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2414]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[No. Non saranno i ricchi a piangere]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />Ieri, in prima mattina, La7 ha ospitato, nella rubrica Omnibus, il tradizionale dibattito politico dedicato, questa volta, alla crisi e alla manovra che il governo si accinge a varare. Vi ha preso parte, fra gli altri, Marco Taradash, recentemente eletto consigliere regionale, in Toscana, nelle liste del Pdl. Ad un certo punto, il nostro si è esibito in quello che con una certa generosità potremmo definire un ragionamento, apparentemente grottesco, ma in realtà - e forse proprio per questo - rivelatore di quale sia l’ispirazione che muove l’esecutivo nel tracciare il perimetro dei provvedimenti economici. Sollecitato (provocato?) da un interlocutore che si chiedeva perché mai Tremonti non provasse a fare cassa istituendo una tassazione seria sui grandi patrimoni e sui grandi percettori di reddito, piuttosto che menare fendenti sui lavoratori e sul già dissestato welfare italiano, rispondeva - vado a memoria - più o meno così: «Bisogna stare attenti a non esagerare in un senso o nell’altro perché se si calca la mano con i poveracci si va incontro a tumulti, se invece lo si fa con i ricchi si rischiano i colpi di Stato». Dove le due ipotesi, rivolta dei poveri diavoli sottoposti ad un regime di oppressione fiscale e sociale da una parte, e reazione golpista dei ceti privilegiati dall’altra, erano poste esattamente sullo stesso piano: non desiderabili entrambe, certo, ma perfettamente equiparabili. In questa vergognosa rappresentazione, frutto di una regressione culturale ottocentesca, è riassunta, come ognuno può agevolmente capire, tutta la protervia delle classi dominanti e l’intrinseca immoralità del loro corrotto personale politico. Perché i ceti proletari sono stati già munti da un regime tributario iniquo che ha visto via via attenuarsi il carattere progressivo dell’imposta, da una compressione dei redditi da lavoro e da un prosciugamento del sistema di protezione sociale; mentre i detentori di capitale e la borghesia usuraria hanno potuto persino aumentare le proprie fortune, protetti da ogni sorta di deroga e guarentigia istituzionale.
Per la seconda volta in pochi giorni ricorriamo ad una citazione da Il Sole 24Ore che ha svolto una propria inchiesta, pubblicata nell’edizione di ieri, dalla quale si evince che nel 2009 l’evasione fiscale (Irpef, Ires, Iva, Irap) è cresciuta del 20% rispetto al 2007, raggiungendo il livello (ma la stima è «prudenziale», ci avvisa il giornale confindustriale) di 120 miliardi di euro. Non solo: questa ulteriore degenerazione fraudolenta, indice per giunta di un sicuro deterioramento dei rapporti sociali e della democrazia, si è verificata in concomitanza con una secca diminuzione del Pil.
Lascio a chi legge l’elementare considerazione circa cosa sarebbe possibile fare per il Paese, e in primo luogo per i lavoratori (o evitare loro - considerato che Gianni Letta, con salutare chiarezza - parla di «duri sacrifici, si spera provvisori»), se i 118 milioni di euro trafugati all’erario affluissero invece nelle casse dello Stato. Questo è il punto di fondo, eludere il quale significa avvitarsi in una disputa senza arte né parte. Naturalmente, se si pensa, come Taradash, che i ricchi possano adombrarsene e reagire con un colpo di Stato, meglio soprassedere. Non si può aver tutto dalla vita.

]]></description><pubDate>Tue, 25 May 2010 13:36:5 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2413]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[La finta lotta all’evasione del ministro Tremonti]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2411_1_LottaEvasioneFiscale_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />L’accanimento con il quale il governo prova a cancellare l’uso giudiziario delle intercettazioni e ad ammutolire la libera stampa nell’esercizio del diritto di informazione è sì l’ultimo violento scossone inferto all’edificio costituzionale, bombardato nel suo architrave portante ed ormai a rischio di cedimento strutturale, ma rappresenta, allo stesso tempo, la più plateale confessione di quanto la cricca malavitosa che le cronache giudiziarie hanno portato alla ribalta non sia l’escrescenza patologica di un corpo nella sua sostanza sano, ma la nervatura stessa del potere politico costituito.
La brama di nascondere le porcherie sotto il tappeto, mettendo in sicurezza quel sordido groviglio di interessi, rivela la compromissione organica, dunque fisiologica, di un sistema che non può essere emendato, depurato, senza smarrire la sua stessa ragion d’essere.
Tutto ciò diventa ogni giorno più evidente. E c’è da sperare che la realtà delle cose riesca finalmente a far breccia anche nel perdurante ottundimento critico che impedisce a tanta gente, pur estranea e persino vittima di questo clima degenerato, di comprenderne origine e responsabilità.
Si può così capire, ad esempio, con quale improntitudine il ministro Tremonti abbia potuto annunciare, fra le misure anticrisi, una dura lotta ai «veri evasori», considerato che proprio i più spudorati manigoldi sono stati graziati dallo “scudo fiscale” che ne ha remunerato gli sporchi profitti e protetto l’identità. Giusto ieri, il Sole 24Ore spiegava limpidamente come gli accertamenti fiscali che potrebbero derivare dall’analisi dei conti correnti contenuti nella “lista svizzera” (quella che l’informatico trentottenne Harvè Feliciani ha consegnato alla nostra Guardia di Finanza e che la Procura di Torino sta cercando di ottenere con formale procedura di rogatoria internazionale) «potrebbero trovare un ostacolo nell’operazione “scudo fiscale” che si è chiusa il 30 aprile». Questo significa che se fra i titolari di quei conti si annidano - come è più certo che probabile - degli evasori e se questi si sono avvalsi del vergognoso riciclaggio di Stato loro concesso dal governo italiano, potranno farla franca e vedere estinte le violazioni tributarie e penali di cui si sono macchiati.
Semplicemente, l’evasione fiscale, che cresce inesorabilmente di anno in anno, non troverà nell’azione dell’esecutivo alcun freno, come non ne ha trovato il lavoro nero, celebrato dal ministro Brunetta come un formidabile ammortizzatore sociale.
I cento sindaci che ieri hanno clamorosamente protestato sdraiandosi per terra in piazza della Signoria, a Firenze, per protestare contro il dissanguamento delle finanze degli enti locali e per chiedere un allentamento dei vincoli di bilancio, non avranno risposta. A meno che non si intenda per tale la prima rata del federalismo, quello demaniale, che comporterà, né più né meno, una colossale svendita dei beni dello Stato, dei beni pubblici, cui i comuni saranno costretti nell’impossibilità di garantirne la manutenzione o, semplicemente, e malgrado le assicurazioni in senso contrario, per pagarsi i debiti. Si darà la stura ad un nuovo, gigantesco trasferimento della proprietà pubblica verso quella privata, si favorirà ogni sorta di speculazione, di intreccio corruttivo fra politica e affari, di inquinamento malavitoso, di ulteriore arricchimento dei grandi detentori di liquidità, di proliferazione delle mafie le quali - spossessato il demanio - potranno governare su aree ancor più estese del territorio nazionale. Come è facile arguire, decentramento dei poteri e valorizzazione delle autonomie non c’entrano nulla, perché queste misure ne sono l’esatto opposto. Con buona pace dell’Italia dei Valori la cui (sempre più tiepida) cultura della legalità scivola su un terreno assai viscido e cede il passo a più antiche e collaudate seduzioni privatistiche.
]]></description><pubDate>Thu, 20 May 2010 18:10:51 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2411]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Un piano contro il lavoro]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Il governo italiano si appresta a varare un piano &ldquo;anticrisi&rdquo; - cos&igrave; &egrave; ipocritamente definito - intorno ai 30 miliardi di euro. Basta un esame sommario dei provvedimenti in gestazione per comprenderne il carattere violentemente antipopolare, destinato a compromettere ulteriormente il reddito dei lavoratori italiani e una domanda gi&agrave; stagnante. Negli anni novanta le manovre di contenimento della spesa sociale venivano varate nel nome della costruzione europea. Ora vengono rieditate nel nome della lotta alla speculazione. C&rsquo;&egrave; sempre un &ldquo;vincolo&rdquo; esterno che viene evocato per infliggere nuovi colpi a ci&ograve; che resta del welfare e per peggiorare la ripartizione del reddito gi&agrave; pesantemente sperequata a sfavore del lavoro e a vantaggio del profitto e della rendita. C&rsquo;&egrave; qualcosa di odiosamente paradossale in tutto questo: nell&rsquo;ultimo decennio del secolo scorso, le manovre &ldquo;lacrime e sangue&rdquo; venivano giustificate spiegando che esse avrebbero rappresentato un investimento sul futuro di ognuno, un futuro radioso che solo il neoliberismo avrebbe potuto garantire. Oggi, l&rsquo;imposizione dei sacrifici &egrave; il risultato del fallimento di quel liberismo medesimo del quale si prova a rabberciare la coperta sdrucita. Come? Facendone pagare il conto alle popolazioni e, in particolare, ai lavoratori a reddito fisso. Gli untori si trasformano in terapeuti. Ma somigliano, sempre pi&ugrave;, alla volpe e al gatto della favola di Collodi. Le sole invenzioni escogitate dal governo di questi manigoldi sono un nuovo ritardo sull&rsquo;uscita verso la pensione di chi ne ha gi&agrave; maturato i rerquisiti, il ritardo nella corresponsione delle liquidazioni, la sospensione delle erogazioni salariali frutto della contrattazione collettiva, il rinvio dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego, il blocco del turn over nello Stato. Tutto per fare cassa. E poich&eacute; non c&rsquo;&egrave; ritegno, persino il ricorso ad un nuovo condono edilizio figura fra le ipotesi in campo. Rimarrebbe deluso chi cercasse di scovare, fra le misure emergenziali, un solo brandello di equit&agrave;. Per esempio, un prelievo sui grandi patrimoni, sulle grandi ricchezze; o una tassazione sulle rendite finanziarie. O ancora, in chiave di riduzione della spesa, un taglio delle spese militari in crescita continua, il ritiro del contingente italiano in Afghanistan; una sforbiciata sugli sprechi - quelli reali - che ammorbano la pubblica amministrazione (si pensi al fatto che il parco di &ldquo;autoblu&rdquo; in dotazione alla politica &egrave; in Italia di dieci superiore a quello degli Stati Uniti); la ricostruzione di una rete sanitaria pubblica, devastata dagli accreditamenti ai privati, che hanno fatto lievitare i costi e peggiorare la qualit&agrave; del servizio ai cittadini. Questo e molto altro ancora &egrave; del tutto estraneo alla cultura di governo, da oltre venti anni a questa parte.  Mentre ora Berlusconi chiama ai sacrifici a senso unico per fronteggiare l&rsquo;emergenza (ma la crisi non era alle spalle e chi si attardava a parlarne con preoccupazione un mestatore?), il Pd lancia la proposta di nuove formule governative per gestire consensualmente la medesima stretta monetarista, come ognuno pu&ograve; vedere, persino pi&ugrave; rigida di quella che a Maastricht ha segnato la distruzione dello stato sociale e il declino dell&rsquo;Europa. E&rsquo; indispensabile, ora, subito, una risposta sociale cui sono chiamati i sindacati a sostegno di una proposta di misure alternative alla cui formulazione proveremo anche noi a dare un contributo.</p>]]></description><pubDate>Tue, 18 May 2010 15:20:42 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2410]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Anticomunismo prêt-à-porter]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2409_1_sky-italia-annunci-natale_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Sull&rsquo;ultimo numero di <em>Io DONNA</em>, settimanale del <em>Corriere della Sera</em>, nella rubrica &laquo;Voci dal Palazzo&raquo;, &egrave; apparso un breve, illuminante articoletto intitolato &laquo;Lo Squalo e il comunista duro e puro&raquo;, nel quale Maria Teresa Meli racconta di quanto Rubert Murdoch, proprietario di Sky, sia molto apprezzato &laquo;nei dintorni del Prc&raquo;. Questo eccezionale (?) gradimento - &laquo;incredibile&raquo;, lo definisce la Meli - sarebbe dovuto al fatto che Sky &laquo;elargisce&raquo; con grande generosit&agrave; &laquo;quel tanto di pubblicit&agrave; che aiuta il quotidiano di Rifondazione a non trovarsi in pessime acque&raquo;. N&eacute; ci&ograve; basta - continua l&rsquo;opinionista del <em>Corriere</em> - perch&eacute; mentre le tv di Stato e quelle di Mediaset hanno praticamente oscurato il Prc per tutta la campagna elettorale, Sky gli ha dedicato &laquo;pi&ugrave; del doppio del tempo che gli hanno concesso tutte le altre emittenti messe insieme&raquo;. Capito? Tutti i giornali beneficiano della pubblicit&agrave; di Sky, ma se ci&ograve; accade anche a <em>Liberazione</em> non siamo pi&ugrave; in presenza di un accordo commerciale, ma di una &laquo;elargizione&raquo; benefica, di un gratuito e, appunto, &laquo;incredibile&raquo; atto di salvataggio del giornale comunista. Se poi tutte le tv, pubbliche e private, hanno fatto a gara nel negare al partito di Ferrero qualsiasi spazio nell&rsquo;ultima campagna elettorale, lo scandalo (<em>pardon</em>: la sorpresa) non &egrave; per questo madornale atto di discriminazione e di censura, ma per chi qualche scampolo di tempo lo ha invece concesso. Se invece il silenziatore avesse riguardato tutte, ma proprio tutte le emittenti, saremmo rientrati nella perfetta normalit&agrave;, con buona pace del pluralismo dell&rsquo;informazione. E Maria Teresa Meli avrebbe dedicato ad altre &ldquo;curiosit&agrave;&rdquo; la sua attenzione.</p>
<p><em>L'immagine si trova all'indirizzo www.gexplorer.net</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 12 May 2010 17:55:45 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2409]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Cgil: La svolta c’è a destra]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2407_1_cgil_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Seguiamo sempre con particolare interesse i fatti del movimento sindacale italiano. Ed in modo speciale ci&ograve; che si muove dentro la pi&ugrave; grande e prestigiosa delle organizzazioni dei lavoratori, la Cgil, che ha appena concluso i lavori del suo <a href="http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=08/05/2010" target="_blank">XVI congresso</a>. Quest&rsquo;attenzione, mista a speranza, dipende dalla convinzione che l&igrave; resiste ancora un punto di coagulo del lavoro proletario potenzialmente capace di produrre azione collettiva, conflitto sociale e consapevolezza di s&eacute;: come classe e - almeno nelle espressioni pi&ugrave; mature - come soggetto politico. Non &egrave; cosa trascurabile, nello scenario cupamente degenerativo della politica e nello zoppicante barcamenarsi della sinistra italiana. Eppure, l&rsquo;accumulo di temi, di domande e problemi irrisolti che reclamavano un serio sforzo di elaborazione non hanno per nulla trovato, nel semestre di dibattito precongressuale e, soprattutto, nel suo esito finale, una risposta convincente.<br />
Era necessario un cambio di rotta e di passo, tale da sottrarre la Cgil ad una politica traccheggiante, che da un lato l&rsquo;ha vista rifiutare la firma dell&rsquo;accordo capestro sul modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil, Ugl con Confindustria, senza dall&rsquo;altro trovare la forza di imboccare con determinazione la strada dell&rsquo;autonomia rivendicativa, lasciando che ogni categoria - con l&rsquo;eccezione dei metalmeccanici - gestisse in proprio una linea di sostanziale rientro nei ranghi.<br />
La modestia della replica sindacale alla crisi e alla latitanza del governo che ha abbandonato i lavoratori al loro destino, &egrave; stata in questi mesi sconcertante. Le sporadiche mobilitazioni messe in campo hanno avuto pi&ugrave; la caratteristica di una testimonianza, di una protesta fine a se stessa, condita con qualche estemporanea ed improvvisata proposta, che non il senso di una strategia, curata nell&rsquo;insieme e nelle parti, su cui agire il conflitto sociale ed un confronto stringente con le controparti padronale e governativa. Sicch&eacute; lo stesso &ldquo;cuore&rdquo; della relazione di Guglielmo Epifani, la proposta di un&rsquo;intervento emergenziale, della durata di tre anni, per arginare il salasso occupazionale (correzione del carico fiscale, investimenti in ricerca e formazione, allentamento del patto di stabilit&agrave;, riapertura del turn over nella scuola e nella sanit&agrave;) &egrave; apparso fragile, privo della &ldquo;ingegnerizzazione&rdquo; necessaria a rendere credibile l&rsquo;impianto, omissivo di ben pi&ugrave; robusti interventi davvero capaci di ridisegnare il profilo di una strategia di cambiamento economico e sociale.<br />
La circostanza che la Repubblica e Il Corriere della Sera abbiano dedicato al congressone esilissime note intorno alla trentesima pagina non &egrave; solo indice di una reiterata diffidenza verso il presunto, vituperato sindacato del &ldquo;no&rdquo;, quanto piuttosto la presa d&rsquo;atto che vera &ldquo;ciccia&rdquo; da quell&rsquo;assise non &egrave; uscita, e che, una volta spente le fioche luci dei riflettori, riprender&agrave; il consueto tran-tran, nel quale alla pratica subalterna dei sindacati dichiaratamente collaborazionisti la Cgil opporr&agrave; intermittenti fuochi fatui, alternati ad autolesionistici ammiccamenti unitari, per nulla ricambiati dai partners sindacali e men che meno apprezzati dalla parte pi&ugrave; combattiva della propria base.<br />
Sappiamo che, nel precipitare della crisi finanziaria, l&rsquo;Italia sconta elementi di debolezza strutturale profondi, originati dalla fragilit&agrave; del suo apparato produttivo. Per difendere l&rsquo;occupazione non basta dire che vanno riaperte le assunzioni nel pubblico impiego. Occorre impedire che l&rsquo;esaurimento della cassa integrazione guadagni nel settore privato si traduca nel ricorso ai licenziamenti collettivi. Per scongiurare i quali bisognerebbe generalizzare il ricorso ai contratti di solidariet&agrave;, rivendicando che vi siano dedicate pi&ugrave; consistenti risorse pubbliche ed impegnando un braccio di ferro con Confindustria che considera quello strumento (blocco dei licenziamenti + riduzione dell&rsquo;orario di lavoro) come fumo negli occhi.<br />
Cos&igrave;, per ottenere una redistribuzione del reddito di qualche significato, capace cio&egrave; di portare ristoro a redditi da lavoro ridotti ai minimi termini e ridare fiato alla domanda intrna, non basta reclamare al governo pur sacrosante misure di riequilibrio fiscale, ma &egrave; indispensabile ricostruire una strategia contrattuale finalmente liberata da un moderatismo salariale che perdura da vent&rsquo;anni e che non ha sortito alcuna contropartita in termini di investimenti e innovazione, per porsi l&rsquo;obiettivo di aumentare il salario reale dei lavoratori, la quota di produttivit&agrave; che spetta al lavoro rispetto a quella che &egrave; stata ed &egrave; appannaggio del profitto e della rendita.<br />
Ancora: se si rivendicano investimenti nella ricerca, nella formazione e a sostegno di un processo di riconversione ecosostenibile dell&rsquo;economia, misure di correzione tributaria improntate ad un&rsquo;equit&agrave; di cui sino ad ora non s&rsquo;&egrave; vista traccia, occorre dire, contemporaneamente, come e dove si possono reperire le risorse pubbliche necessarie. Non limitandosi ad evocare &laquo;una lotta senza quartiere all&rsquo;evasione&raquo;, ma chiedendo l&rsquo;immediato varo di una tassa sui patrimoni, l&rsquo;aumento del prelievo sulle rendite, il taglio secco delle spese militari, la revoca dei costosissimi impegni finanziari destinati ad opere di nessuna utilit&agrave;, come il ponte sullo stretto di Messina, o persino dannose, come la Tav.<br />
Se la Cgil non mostra consapevolezza dell&rsquo;urgenza di una linea di netta discontinuit&agrave;, nella quale impegnare tutta la propria capacit&agrave; di mobilitazione e di conflitto, la ricetta greca finir&agrave; per abbattersi come un ciclone anche sul nostro Paese.<br />
Nel volgere di tre lustri, il combinato disposto fra la destrutturazione del mercato del lavoro, la creazione di rapporti di lavoro sottocontribuiti, l&rsquo;elevazione dell&rsquo;et&agrave; pensionabile, la modifica dei coefficienti di rivalutazione e l&rsquo;introduzione del metodo di calcolo contributivo, ha provocato un vero e proprio sisma che ha devastato le aspettative di sicurezza sociale di una generazione e di quelle che verranno. Pu&ograve; il pi&ugrave; grande sindacato italiano non porsi il problema di come provare a rimontare un dramma di queste proporzioni?<br />
Nelle conclusioni del congresso di Rimini ci sono poi altre cose che alimentano la pi&ugrave; seria preoccupazione. Non c&rsquo;&egrave; chi non veda che mai come oggi si &egrave; aperta una divaricazione culturale e strategica fra la maggioranza che si raccoglie intorno a Guglielmo Epifani e la Fiom. Che il voto referendario dei lavoratori sugli accordi sia considerato niente pi&ugrave; che un&rsquo;opzione rimessa alla discrezionalit&agrave; dei gruppi dirigenti e non un diritto irrevocabile dei lavoratori dice quanto il tema cruciale della democrazia sia tutt&rsquo;altro che metabolizzato. Che la Cgil assegni alla Confederazione, statutariamente, la potest&agrave; esclusiva e dirimente di pronunciarsi in merito alle scelte dell&rsquo;organizzazione, espropriando le categorie di qualsivoglia ruolo e prerogativa in tal senso, &egrave; indice di un avvitamento burocratico che impoverisce la dialettica interna e premia, nel nome dell&rsquo;&laquo;unicit&agrave; della Cgil&raquo;, una pericolosa torsione verticistica, gi&agrave; sperimentata nel confronto sul modello contrattuale. In questa nuova geometria di poteri, paradossalmente, ogni categoria sar&agrave; legittimata, al proprio interno, ad agire secondo gli indirizzi pi&ugrave; disparati: la difesa strenua del carattere inalienabile del contratto nazionale da parte dei metalmeccanici potr&agrave; cos&igrave; tranquillamente convivere con la disponibilit&agrave; alle deroghe aziendali sottoscritta dai chimici. E cos&igrave; via.<br />
Hanno di che rallegrarsi Cisl e Uil, le quali hanno ben compreso che la direzione (si fa per dire) dell&rsquo;orchestra rester&agrave; saldamente nelle loro mani.</p>]]></description><pubDate>Sat, 8 May 2010 19:42:11 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2407]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Chi protegge il “blocco nero”. E perché]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2406_1_blocco-studentesco_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Sul sit-in di oggi indetto dal &ldquo;blocco studentesco&rdquo; a Roma si &egrave; sviluppata una polemica virulenta intorno alla liceit&agrave; di una manifestazione parafascista, essendo ancora in vigore la XXII disposizione transitoria finale della Costituzione che vieta, &laquo;sotto qualsiasi forma&raquo; la ricostituzione del partito fascista. Hanno fatto certamente bene le forze, i partiti, le associazioni, che hanno chiesto la proibizione di quel raduno. Un raduno che ha evitato accuratamente l&rsquo;esibizione dei simboli e della sloganistica del ventennio, con una sapiente, calcolata opera di dissimulazione identitaria di cui gli stessi soggetti non si curano quando promuovono le spedizioni squadristiche contro militanti della sinistra. Ed &egrave; stato parimenti giusto tenere un concomitante presidio di protesta e di vigilanza antifascista in piazza SS. Apostoli. Fa un po&rsquo; sorridere l&rsquo;atteggiamento snobisticamente libertario di chi ha voluto farsi paladino del diritto universale di manifestare il proprio pensiero fornendo un&rsquo;involontaria (?) legittimazione democratica a formazioni che della democrazia teorizzano la soppressione. Tuttavia vi &egrave; un punto, meno scontato, che meriterebbe un approfondimento. Il fatto &egrave; che le diverse organizzazioni neofasciste possono oggi permettersi di mascherare il loro volto pi&ugrave; truce perch&eacute; sono tutte quante cooptate nella sfera del potere. La rivoluzione piduista che ha trovato in Berlusconi il principale protagonista si &egrave; sostanzialmente compiuta, l&rsquo;arco costituzionale protagonista della rivoluzione democratica e antifascista &egrave; stato cacciato all&rsquo;opposizione, i comunisti &ndash; che della Resistenza hanno rappresentato il punto di maggior forza &ndash; messi all&rsquo;indice. Il razzismo &egrave; stato sdoganato sino ad ispirare una legislazione xenofoboba. La pulsione totalitaria &ndash; contrabbandata per moderna riforma istituzionale &ndash; sta puntando, in realt&agrave;, al superamento della divisione dei poteri. L&rsquo;aggressione ai diritti dei lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali sta producendo lo smottamento di tutte le conquiste sociali realizzate nei primi trent&rsquo;anni della Repubblica. La disuguaglianza si &egrave; accentuata sino a trasformare in voragini le sacche di povert&agrave;. La democrazia si sta convertendo nel privilegio di pochi di guadagnare una ribalta mediatica omologata e orwellianamente controllata. Si capisce, allora, perch&eacute; le organizzazioni neofasciste, senza bisogno di manifesta ostentazione, si trovino a proprio agio in un quadro politico cos&igrave; profondamente mutato e compromesso, humus ideale per veicolare &ndash; tollerato e protetto dal potere costituito &ndash; il vecchio ciarpame reazionario. Va poi da s&eacute; che, all&rsquo;occorrenza, costoro possono tornare utili: loro, le loro catene e i loro bastoni.</p>]]></description><pubDate>Fri, 7 May 2010 18:26:1 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2406]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Editoria, i 20 milioni di Ciarrapico dateli a noi]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2405_1_scajola_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In queste ore, la cronaca propone due istruttivi fatterelli, entrambi fedele rappresentazione di ci&ograve; che si rimesta nelle paludose acque della politica italiana. Il primo riguarda il ministro delle Attivit&agrave; produttive, Claudio Scajola, recidivante <em>gaffeur</em> e protagonista di indimenticate <em>performance</em> politiche. Nel 2001, quando da ministro degli Interni fu corresponsabile della &ldquo;mattanza&rdquo; al G8 di Genova. Quindi, nel 2002, quando scaric&ograve;, apostrofandolo come &laquo;rompicoglioni&raquo;, il professor Marco Biagi che - sotto minaccia brigatista - chiedeva gli fosse riassegnata la scorta, appena prima che i terroristi lo freddassero davanti casa. Sal&igrave; poi nuovamente alla ribalta per avere imposto all&rsquo;Alitalia un inutile, dispendiosissimo volo di linea <em>ad personam</em>, da Albenga (33 km distante dalla citt&agrave; di Imperia, citt&agrave; natale del ministro e suo collegio elettorale) a Fiumicino.<br />
L&rsquo;ultima, farsesca puntata &egrave; di questi giorni, quando la Guardia di Finanza ha trovato tracce di assegni circolari per circa 900mila euro provenienti dal costruttore Anemone (gi&agrave; coinvolto nello scandalo della Protezione civile e al momento associato alle patrie galere) destinati a pagare la parte in nero di un appartamento fronte Colosseo intestato alla figlia di Scajola. Il lato esilarante di questa miserabile vicenda &egrave; che il ministro, dopo avere affannosamente tentato di nascondere la mano, ha spiegato che qualora si scoprisse (ohib&ograve;) che qualche benefattore - beninteso, a sua insaputa - lo ha davvero cos&igrave; generosamente munificato, denuncerebbe il contratto d&rsquo;acquisto. Il mondo intero (un po&rsquo; meno noi) rider&agrave;, con ogni probabilit&agrave;, di questo Paese da operetta. <br />
Il secondo episodio riguarda l&rsquo;imprenditore e senatore del Pdl Giuseppe Ciarrapico, che si &egrave; indebitamente intascato, fra il 2002 e il 2007, venti milioni di euro di contributi destinati all&rsquo;editoria cooperativa, avendo egli spacciato per tale le proprie societ&agrave; editrici. La procura di Roma ha ora disposto il sequestro dei beni del senatore (barche, immobili, azioni) per analogo importo. Una proposta: e se queste somme fossero erogate alla libera stampa, allentando il cappio che rischia di annientare il pluralismo dell&rsquo;informazione? Il dramma &egrave; che la corruzione di questo governo tracima come da un vaso colmo e contagia una societ&agrave; dove il divario fra chi tira la cinghia e chi si arricchisce fraudolentemente si allarga sempre di pi&ugrave;. La Grecia &egrave; vicina.</p>
<p><em>La foto si trova all'indirizzo zamparini.wordpress.com/</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 5 May 2010 9:47:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2405]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Il pianeta che abbiamo in prestito]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2404_1_uccello-nel-petrolio_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>L&rsquo;immane catastrofe ecologica provocata dall&rsquo;esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum mi ha riportato alla mente il celebre film <em>Matrix</em> portato qualche anno fa sugli schermi dai fratelli Wachowski. L&igrave; si immaginava (o si profetizzava?) un mondo dominato dalle macchine che, rovesciando la tradizionale relazione d&rsquo;uso, avevano assunto il quasi totale controllo degli umani, riducendoli in stato letargico e allevandoli in immensi silos per ricavare dal loro corpo intubato l&rsquo;energia necessaria al proprio funzionamento.  Le macchine avevano prodotto un mondo ingannevole, nel quale gli umani conducevano un&rsquo;esistenza puramente virtuale. Salvo pochi resistenti, sottrattisi alla schiavit&ugrave; di quel mondo artificiale ed impegnati in una strenua resistenza. E&rsquo; ad uno di costoro che si rivolge sprezzante un agente delle macchine per rinfacciargli, pi&ugrave; o meno, quanto segue: &laquo;Voi umani non siete dei mammiferi. I mammiferi generano un equilibrio biologico con l&rsquo;ambiente circostante. Voi no. Voi colonizzate un territorio e lo depredate. Quindi passate ad un altro. E cos&igrave; via. C&rsquo;&egrave; un solo organismo vivente che si comporta cos&igrave;. E&rsquo; il virus&raquo;. Viene da chiosare che, in realt&agrave;, neppure il virus lavora per la propria autodistruzione. Noi invece ci stiamo &ldquo;spiaggiando&rdquo;, come le balene. Ma mentre i cetacei vi sono sospinti dall&rsquo;inquinamento (chimico, acustico) prodotto dagli umani, questi ultimi lo stanno facendo da se medesimi, coscientemente, prigionieri di una pulsione autolesionistica che ne ha inibito persino l&rsquo;istinto di sopravvivenza, oltre che l&rsquo;innata solidariet&agrave; con la propria specie, per lo pi&ugrave; presente nel resto del regno animale. Non c&rsquo;&egrave; bisogno di evocare un linguaggio metaforico. Perch&eacute; si moltiplicano gli esempi rivelatori di quanto un delirante antropocentrismo stia compromettendo le condizioni di riproduzione della specie umana e della natura di cui essa fa parte. L&rsquo;equilibrio da preservare e custodire nello scambio organico uomo-natura &egrave; ormai quotidianamente sopraffatto da un modello di produzione e riproduzione nel quale l&rsquo;aumento della disuguaglianza sociale cammina di pari passo con l&rsquo;alterazione e la compromissione dell&rsquo;ambiente. Entrambi sono i frutti avvelenati di un processo di accumulazione capitalistica che non riconosce (non pu&ograve; riconoscere) vincoli a s&eacute; estrinseci e che si &egrave; imposto - a dispetto delle catastrofiche conseguenze di cui si &egrave; reso responsabile - come il solo modello di relazioni sociali pensabile. Fra la bolla speculativa che ha devastato le economie di due terzi del mondo, il prezzo sociale imposto dal Fondo Monetario Internazionale al popolo di Grecia e il disastro del Golfo del Messico esistono pi&ugrave; nessi di quanto ve ne sia la percezione. Soprattutto, si &egrave; completamente smarrito l&rsquo;ammonimento di Wolfgang Sachs: &laquo;Non abbiamo ricevuto il pianeta in eredit&agrave; dai nostri genitori, lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli&raquo;.</p>
<p><em>La foto si trova all'indirizzo www.informazionepura.it/cronaca/</em></p>]]></description><pubDate>Tue, 4 May 2010 11:12:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2404]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Pdl democratico? Missione impossibile]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2403_1_bossi_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Pretendere di democratizzare, anche solo moderatamente, una monarchia assoluta, nella quale, per definizione, per investitura divina, carattere, propensione, uno solo detiene il potere di fare e disfare a proprio piacimento; ritenere che colui il quale ha fondato un reame, con annessa pletora di cortigiani, saltimbanchi, ballerine, possa piegarsi a qualcosa che lontanamente somigli ad un organismo capace di tollerare velleit&agrave; pluralistiche; pensare che un partito nato sul predellino di un&rsquo;automobile per volere di un&rsquo;egotista che se ne considera il proprietario: di questa illusione &egrave; fatto l&rsquo;annunciato fallimento dell&rsquo;impresa politica Gianfranco Fini.<br />
Come era prevedibile, Berlusconi - forte di un soverchiante potere - non gli ha concesso il bench&eacute; minimo spazio. Prima gli ha urlato in faccia che la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo sarebbe equivalsa ad una scissione; poi, a disfida consumata, ha fatto approvare un documento o, per meglio dire, una &ldquo;grida&rdquo; che &egrave; una sprezzante bastonatura del presidente della Camera, al quale si intima di lasciare l&rsquo;alta carica istituzionale ricoperta e di uscire dal Pdl.<br />
Quella messa in scena l&rsquo;altroieri non &egrave; stata, come qualcuno ha creduto e scritto, l&rsquo;esemplare apertura di un libero confronto, ma un&rsquo;autentica, pubblica lapidazione. L&rsquo;ha perfettamente capito anche la pattuglia dei cosiddetti finiani (non i fascisti La Russa e Gasparri, sin dall&rsquo;inizio iscritti nel libro paga del caudillio), una parte dei quali &egrave; sciamata, o si &egrave; pavidamente mimetizzata nel voto quasi unanime dell&rsquo;editto conclusivo, in previsione del mobbing politico, da caccia alle streghe, cui sar&agrave; sottoposto chiunque, d&rsquo;ora innanzi, non aderisca come un guanto agli ordini del cavaliere.<br />
A Fini va riconosciuto il coraggio di una battaglia condotta a viso aperto, senza nulla celare, eppure tardiva. Doveva metterlo in conto l&rsquo;ex capo di An, che invece defin&igrave; non troppo tempo fa &laquo;lucida follia&raquo; la trasformazione di Forza Italia nel Pdl, attuata per cooptazione e decisa d&rsquo;imperio dal suo padre-padrone. Doveva sapere, Fini, che Berlusconi incarna una concezione del potere, del suo esercizio, totalmente estranea alla cultura liberale, persino nella versione pi&ugrave; dichiaratamente moderata. Non &egrave; dato sapere quale sar&agrave; il destino personale di colui che ha provato, dall&rsquo;interno, a contrastare &ldquo;l&rsquo;uomo che volle farsi re&rdquo;. Certo &egrave; che non gli sar&agrave; consentito di rimanere dov&rsquo;&egrave;, di continuare in un sia pur sterile controcanto al premier. A meno che egli non si acconci ad un sostanziale atto di contrizione, a qualche indecoroso compromesso che ne decreterebbe la fine politica. <br />
Fini disse ai suoi, solo qualche giorno fa, che era venuto il momento di rischiare. Ora che lo spazio si &egrave; chiuso dovr&agrave; agire in proprio e tirare fuori dal suo sacco qualcosa di pi&ugrave; solido, se nel suo repertorio politico c&rsquo;&egrave;. Qualcosa che dia pi&ugrave; precisamente conto di se e come egli possa concorrere alla formazione di una destra costituzionale, di stampo europeo, qual &egrave; nelle sue dichiarate intenzioni. Il passo &egrave; molto impegnativo, per un homo politicusa tutto tondo, che aveva immaginato di poter guidare questo processo emancipativo ereditando per moto inerziale tutto il Pdl o gran parte di esso, senza violenti scossoni, come pot&egrave; fare col Msi nel passaggio di Fiuggi. Coltivando questo disegno egli ha semplicemente sottovalutato Berlusconi e il mostro politico reazionario da questi generato, fedele interprete del progetto piduista, per nulla disponibile a metamorfosi democratiche, ancorch&eacute; fortemente conservatrici. Il caudillo di Arcore ha detto - ma era lecito dubitarne? - che la sola destra possibile &egrave; la sua, prendere o lasciare. E chi si oppone deve sapere che sar&agrave; guerra totale, dove non si faranno prigionieri.<br />
L&rsquo;opposizione, a partire da un Pd afflitto da uno stato di perdurante abulia, dovrebbe ora provare a mettersi a disposizione di una linea di azione comune, senza delimitazioni a sinistra, piuttosto che limitarsi al quotidiano commentario di ci&ograve; che accade in casa altrui, manifestazione del pi&ugrave; innocuo (e noiosissimo) vojerismo politico.<br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Sat, 24 Apr 2010 16:54:13 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2403]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Caduta libera]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2402_1_Agf_Emergency_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Edward Lutwak, invitato da Michele Santoro alla trasmissione Anno Zero in qualit&agrave; di esperto di politica estera americana, ha spiegato, di fronte ad un&rsquo;esterrefatta platea, che Emergency, proprio in quanto votata a curare senza esclusioni tutti coloro, belligeranti o meno, che ne hanno bisogno, dunque anche i talebani, non fa che protrarre i tempi della guerra perch&eacute; guarisce persone le quali, una volta ristabilite, tornano a combattere. Se invece fossero lasciate morire, la guerra si estinguerebbe, in virt&ugrave; di una pi&ugrave; rapida e definitiva eliminazione del nemico. Ecco spiegato, con raggelante cinismo, senza bisogno di ulteriore istruttoria, il motivo per cui i servizi di ogni Paese ingaggiato nel conflitto afgano, non meno delle gerarchie dei contingenti militari impiegati sul campo, considerano come fumo negli occhi l&rsquo;attivit&agrave; umanitaria che i volontari prestano negli ospedali, assimilata - secondo lo schema binario, bianco/nero, amico/nemico - all&rsquo;attivit&agrave; terroristica. Va da s&egrave; che a questa meritoria &ldquo;opera di bene&rdquo; si possa pagare qualche prezzo. Come occultare la verit&agrave;, neutralizzare ogni testimonianza che possa dare conto dei delitti, delle violenze, anche le pi&ugrave; efferate e gratuite che il conflitto genera quotidianamente. A partire dal massacro di inermi, in primo luogo bambini, che affollano (pardon: affollavano) l&rsquo;ospedale di Lashkar Gah, da due giorni chiuso dai signori della guerra, plastica rappresentazione di un orrore senza fine. Un massacro che rende insopportabile l&rsquo;ipocrita retorica somministrata per reclutare le truppe di occupazione fra i peacekeeper fra i portatori della democrazia, fra i difensori di una sicurezza internazionale che i &laquo;nostri ragazzi&raquo; generosamente difenderebbero dal flagello terroristico.<br />
Presa a calci da Lutwak (e da un ministro come La Russa, al quale manca solo indossare stivali e camicia nera d&rsquo;orbace per aderire, lombrosianamente, all&rsquo;immagine del fascista d&rsquo;annata), la verit&agrave;, come abbiamo scritto qualche giorno fa, &egrave; la prima vittima della guerra.<br />
Ma di essa si pu&ograve; fare poltiglia anche fuori dal contesto bellico. E, forse, &egrave; proprio lo sdoganamento della guerra a rendere tutto possibile.<br />
Cambiamo scena, ma non spartito. Ieri l&rsquo;altro, il caudillo che regna come un satrapo sull&rsquo;Italia si &egrave; spinto oltre una soglia che sembrava insuperabile, quando nel corso di una conferenza stampa con ministri al seguito, ha spiegato che sono trasmissioni come La Piovra e libri come Gomorra a nuocere all&rsquo;immagine del nostro Paese. Si &egrave; osservato con ragione che l&rsquo;uomo non &egrave; nuovo a simili sproloqui. Questa volta, tuttavia, egli ha aggiunto una cosa in pi&ugrave;, e cio&egrave; che l&rsquo;opera di Saviano rappresenta un vero e proprio &laquo;supporto promozionale alla mafia&raquo;.&nbsp;<br />
Occorre superare il moto di ribrezzo che una simile affermazione suscita per comprenderne il senso profondo. Berlusconi crede che il problema non sia la mafia, ma chi la racconta. Che la verit&agrave;, non sia condizione necessaria per la presa di coscienza, a sua volta premessa di una lotta alla mafia che per essere vincente deve divenire &laquo;movimento culturale e morale per rompere la catena dell&rsquo;omert&agrave; e delle complicit&agrave;&raquo;. Berlusconi - da autocrate che guarda al popolo come ad una massa plebea ignorante, preda del suo populismo demagogico - non sa cosa sia la &ldquo;societ&agrave; civile&rdquo;, non ha la pi&ugrave; pallida idea di cosa sia la democrazia. Anzi, egli ne teme la refrattariet&agrave; al comando unilaterale, egli aborre l&rsquo;irriducibilit&agrave; dei cittadini a volgo servile dominato da egoistici istinti. Il capo dell&rsquo;esecutivo, impegnato a trasformare l&rsquo;Italia in una repubblica presidenziale e a riassumere in se stesso un potere assoluto privo di contrappesi, pensa che i tempi siano maturi per una simile svolta. Occorrer&agrave; svegliarsi in fretta, affinch&egrave; questa stagione da incubo non si volga in tragedia. Per tutti noi. Perch&egrave; nel Pantheon di Berlusconi non troveremo combattenti per la libert&agrave;, ma Licio Gelli e Marcello Dell&rsquo;Utri.&nbsp;<br />
Ieri, in piazza San Giovanni, abbiamo capito che, malgrado tutto, c&rsquo;&egrave; speranza, sotto questo cielo grigio.</p>]]></description><pubDate>Mon, 19 Apr 2010 8:3:59 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2402]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Noi stiamo con Emergency]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2401_1_emergency-logo_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La cifra morale dei governanti di questo nostro sfortunato Paese &egrave; ben rappresentata dal ministro degli esteri, tale Franco Frattini, il quale, di fronte al sequestro dei tre operatori di Emergency da parte dei servizi afghani in combutta con l&rsquo;Isaaf, con l&rsquo;accusa di terrorismo, non ha trovato altre parole che queste: &laquo;Se fosse vero sarebbe una vergogna&raquo;. Sarebbe, appunto. Dove quel condizionale, che sfiora la presunzione di colpevolezza, cos&igrave; imprudentemente ostentato, tradisce l&rsquo;ostilit&agrave; per l&rsquo;organizzazione che ha scelto per se stessa, come missione incondizionata, l&rsquo;assistenza sanitaria, per salvare vite nei luoghi pi&ugrave; disgraziati e per le persone pi&ugrave; povere. Ma secondo l&rsquo;ineffabile ministro degli esteri italiano, c&rsquo;&egrave; una macchia indelebile - confermata dalle parole del sottosegretario Alfredo Mantica - sull&rsquo;organizzazione di Gino Strada: &laquo;Fanno troppa politica&raquo;, dice. Dove per &ldquo;fare politica&rdquo; si intende la professione pacifista, la condanna senza appello della guerra, dell&rsquo;inutile ferocia, della disumanit&agrave; e dei danni irreparabili di cui essa si rende responsabile. Pi&ugrave; in l&agrave; di tutti si spinge Maurizio Gasparri, per il quale &egrave; la &ldquo;linea&rdquo; di Emergency a costituire &laquo;un grave danno per l&rsquo;Italia&raquo;. La convinzione di Emergency che l&rsquo;occupazione militare e il sempre pi&ugrave; attivo coinvolgimento italiano nelle operazioni militari rappresentino un errore gravissimo &egrave; motivo pi&ugrave; che sufficiente per innescare l&rsquo;odio di chi invece - abbandonati ogni remora e paravento umanitario - nel conflitto ha immerso il nostro Paese sino al collo. E si sa che quando ci sono due parti in conflitto, anche la pi&ugrave; disinteressata iniziativa, proprio perch&eacute; orientata, come nel caso di Emergency, ad offrire cure e assistenza a 360 gradi, senza esclusione alcuna, viene vissuta e spacciata per collusione con il nemico. Dove la disumanit&agrave; e la violenza pi&ugrave; efferata regnano sovrane, dove &egrave; bandito ogni sentimento di piet&agrave;, dove il gesto solidale, che richiama ad una fratellanza dimenticata, quotidianamente presa a cannonate, &egrave; considerato un pericolo. Come pericolosi, per la cattiva coscienza di chi nasconde i propri crimini dietro la propaganda di guerra, sono gli occhi di quanti, in quel teatro, sono in grado non soltanto di curare, ma anche di vedere, di capire, di testimoniare. Perch&eacute;, come &egrave; noto, la prima vittima della guerra &egrave; la verit&agrave;, sottoposta alla contraffazione, piegata artatamente nel suo opposto per offrire uno straccio di giustificazione a ci&ograve; che giustificazione non pu&ograve; avere.  Abbiamo iniziato da qui perch&eacute;, con tutta evidenza, il pregiudizio politico dei titolari dei dicasteri degli Interni e della Difesa, il loro sentirsi, sopra e prima di tutto, parte politica in gioco, prevale su ogni altra considerazione e giunge sino a travolgere i loro primari doveri istituzionali di ministri della Repubblica. Prendono per buone informazioni di fonte giornalistica e si preoccupano unicamente di commentarne il contenuto  per dichiarare che &laquo;Emergency non fa parte della rete di organizzazioni umanitarie patrocinate dalla cooperazione italiana&raquo;; non protestano per non essere stati direttamente messi a conoscenza di un&rsquo;operazione svoltasi con il palese coinvolgimento dell&rsquo;Alleanza; trascurano di intervenire (o lo fanno tiepidamente e con grave intempestivit&agrave;) al fine di pretendere il rispetto dei diritti delle persone tuttora (illegalmente) fermate e di cui nulla &egrave; dato pi&ugrave; sapere. Dovrebbero dimettersi, se fossero provvisti di un brandello di dignit&agrave;. E qualcuno, dalla cloroformizzata opposizione parlamentare, dovrebbe chiederlo. Dunque, il <em>Times</em> di Londra ha accreditato la notizia, rivelatasi falsa, di una mai avvenuta confessione dei tre uomini di Emergency prelevati dall&rsquo;ospedale di Lashkar Gah: la confessione di essere terroristi impegnati in un  complotto per uccidere il governatore della provincia afghana di Helmand. Ebbene, <em>Il Giornale</em>, nella edizione di ieri mostra di conoscere l&rsquo;una e l&rsquo;altra notizia: la falsa ammissione di colpevolezza e la totale infondatezza della circostanza. Dell&rsquo;una e dell&rsquo;altra il quotidiano di Feltri d&agrave; conto nell&rsquo;articolo, ma in prima, il titolo di testa continua a recitare: &laquo;Gli amici di Strada: confessione shock&raquo;. E il sottotitolo: &laquo;Preparavano agguati kamikaze&raquo;. <em>Libero</em> batte tutti e si aggiudica lo sproloquio pi&ugrave; clamoroso, suggerendo un sillogismo il cui senso &egrave; questo: Strada &egrave; amico dei Talebani, i Talebani sono terroristi, quindi... Piuttosto indecente. Ma perch&eacute; lo fanno? Diceva un saggio che raccontare un diluvio di menzogne &egrave; come vuotare un sacco di piume: per quanto tu ti sforzi di raccoglierle, qualcuna resta sempre in giro. Vale forse la pena di aggiungere che un estremo per quanto residuo soprassalto morale dovrebbe impedire di gettare fango su persone integre. Di varcare quella soglia. Ma temo che questo limite sia stato ormai ampiamente superato e che chiedere ascolto, almeno in questo, sia una passione inutile. Noi stiamo con Emergency.</p>
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<p>L'immagine si trova sul sito: www.rossosantena.it</p>]]></description><pubDate>Mon, 12 Apr 2010 19:53:21 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2401]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Armi atomiche ora liberiamo l’Italia]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2400_1_fungo-atomico_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Per una volta, complimenti a <em>Il Giornale</em>. Pi&ugrave; precisamente a Livio Caputo che gioved&igrave;, a pagina 14 del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, chiede perch&eacute; - nella nuova situazione internazionale e mentre Barack Obama promuove una campagna per il progressivo disarmo nucleare - l&rsquo;Italia non si ponga il problema di &laquo;togliere le atomiche&raquo; stoccate negli arsenali di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia).<br />
La questione, posta formalmente da Belgio, Germania, Olanda e Norvegia (Paesi che &ldquo;ospitano&rdquo; analoghe armi di distruzione totale) al segretario generale della Nato, sembra invece non interessare il governo del nostro Paese che non ha ritenuto di associarsi alla pressante domanda. Ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;. Caputo ha infatti scoperto che il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, avrebbe dichiarato, nel corso di un&rsquo;intervista rilasciata a CNRmedia del marzo scorso, che in Italia &laquo;non ci sono testate nucleari&raquo;. Il cronista si &egrave; chiesto, con trattenuto umorismo, come mai ad una notizia tanto clamorosa non sia stato dato il meritato rilievo. A meno che al sottosegretario non abbiano riferito che nella base Nato di Aviano, secondo un rapporto del <em>Natural Resources Defence Council</em>, sarebbero tuttora conservate 50 bombe atomiche B61-4, di potenza variabile fra 45 e 107 chilotoni, mentre nell&rsquo;analoga base di Ghedi ve ne sarebbero altre 40 di eguale potenziale, per una potenza distruttiva superiore di 900 volte alla bomba di Hiroshima. Tutto ci&ograve; in coerenza con il concetto Nato denominato <em>Nuclear sharing</em>, dove <em>sharing</em> sta per &laquo;condividere&raquo;. Condividere, cio&egrave;, una strategia di &ldquo;difesa&rdquo; (?) nucleare anche da parte di Paesi che hanno assunto l&rsquo;impegno a non dotarsi di armi atomiche. Ma se quegli ordigni vengono montati su <em>Tornado</em> italiani (anch&rsquo;essi presenti in cospicuo numero nelle suddette basi), guidati da piloti italiani, regge ancora la foglia di fico che consente a Paesi come l&rsquo;Italia di sottrarsi all&rsquo;applicazione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) da essa formalmente sottoscritto? Come ha scritto Lisa Clark, &laquo;deve riprendere un movimento che liberi il territorio da queste illegali bombe. Illegali perch&eacute; le bombe atomiche sono state dichiarate immorali ed illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1996. Illegali perch&eacute; anche la minaccia di uso delle armi atomiche &egrave; stata dichiarata illegale dalla Corte. Illegali perch&eacute; l&rsquo;Italia ripudia la guerra. Illegali perch&eacute; sono puntate sul Medio Oriente. Illegali perch&eacute; l&rsquo;Italia si &egrave; impegnata a non dotarsi mai di armi nucleari&raquo;. Se la necessit&agrave; di scongiurare la pi&ugrave; grave ecatombe umanitaria che gli esseri umani possono infliggere a se stessi &egrave; ormai un sentimento comune, proviamo a chiedere, a pretendere - con una campagna bipartisan - che gli ordigni nucleari lascino per sempre il nostro Paese. Ecco un pegno per il futuro di cui le generazioni venture potranno esserci solidalmente grate.</p>
<p><em>L'immagine di seguito si trova all'indirizzo www.unita.it/.../un_ mondo_senza_armi_nucleari</em></p>]]></description><pubDate>Sat, 10 Apr 2010 15:50:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2400]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L'Italia delle gabbie. E della diseguaglianza]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2399_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />Ha perfettamente ragione, Francesco Merlo, quando, con graffiante ironia, racconta su la Repubblica della «piccola Yalta d’Italia» in cui per un giorno si è trasformata la reggia di Arcore, la residenza del caudillo, dove si è consumato un pasto animalesco fra il presidente del Consiglio e il caporione leghista che a mo’ di rito iniziatico aveva portato con sé anche il rampollo Renzo, «la trota», al quale mostrare “come si fa politica”. Dove il piatto da spartirsi era l’Italia, la sua Costituzione, la forma istituzionale, il presidenzialismo, il federalismo, la giustizia. E poi, le intercettazioni, il fisco, non meno che le poltrone, quella da sindaco di Milano e quella da ministro dell’Agricoltura, in un coacervo di scambi e di favori, in cui gli interessi personali e quelli politici si fondono in miserabile concerto. Uno spudorato mercimonio, che gli stessi primattori di oggi avevano inscenato nel 2005, quando provarono a demolire la Costituzione repubblicana, facendo approvare dal parlamento, a maggioranza semplice, una riforma che era, in realtà, un golpe bianco, provvisoriamente sventato dal successivo referendum, grazie al quale il popolo italiano evitò per qualche anno la manomissione formale della Carta. Non di quella materiale, però, presa sistematicamente a colpi d’ariete dal governo, un giorno sì e l’altro pure: nel parlamento, nei luoghi di lavoro, nella scuola, nella vita quotidiana diventata un penoso travaglio per tante persone che non sanno più a che santo votarsi. Oggi la Lega sente giunto il momento di tornare a stringere il cappio, che si era solo allentato, al collo della nostra indebolita democrazia per assestarle il colpo di grazia. Lo fa in virtù dei successi mietuti nelle regionali e - forse più ancora - incoraggiata dalla debolissima replica che il contraccolpo elettorale ha visibilmente avuto su un Pd che oscilla fra uno sterile tatticismo (Bersani) e l’entusiastica accoglienza riservata alla bozza di Arcore dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ansioso di saltare sul carro ed entrare (da comparsa) nel gioco a perdere. Un vero e proprio “cedimento psicologico strutturale” che la Lega mostra di avere perfettamente capito. Il Carroccio prova, questa volta, a cogliere il risultato con un voto parlamentare che superi la soglia dei due terzi, la maggioranza qualificata necessaria per evitare l’incognita del referendum confermativo che già causò al governo di centrodestra seri dispiaceri. Se c’è una cosa che dà il segno della inarrestabile risacca che trascina all’indietro la politica nostrana, questa è proprio la rassegnazione, lo smarrimento che serpeggia nel Pd. E’ come se si fosse totalmente persa la capacità di cogliere il senso dei cambiamenti che, a tappe forzate, si vogliono introdurre non solo nel quadro istituzionale, ma nei rapporti sociali del Paese. Anzi: in quelli per definitivamente travolgere questi. Come non comprendere - giusto per afferrare il sacco dalla cima - che non vi è nulla di “etico” né di salvifico, nella riforma federalista che la Lega intende attuare. Come non vedere che l’esaltazione dell’elemento territoriale e la mistica delle “piccole patrie” servono a praticare la rottura irrimediabile del principio di uguaglianza. Vogliono un’Italia fatta di gabbie. Dove i diritti fondamentali (al lavoro, ad una giusta ed equa retribuzione, alle cure, all’istruzione, all’esercizio delle libertà personali) siano revocabili o interpretabili in tanti modi quante sono le regioni d’Italia che devono somigliare, il più possibile, a stati sovrani provvisti di poteri sempre più estesi, dove regna la legge del più forte e al cui interno non scompaiono, ma si accentuano e radicalizzano altre discriminazioni, lungo un processo di balcanizzazione sociale che genera nuove esclusioni e più acuta marginalità. Perché è questa la sostanza dell’interclassismo professato e praticato dalla Lega: occultare la struttura classista della società e l’ingiustizia che le è connaturata, sovrapporvi l’enfasi di legami comunitari in realtà assai laschi, ma esaltati da un’ideologia che inocula paure e inventa capri epiatori. Un humus mefitico, nel quale la rivincita di una piccola borghesia produttiva e commerciale frustrata si incontra con un proletariato ormai spogliato di qualsiasi identità e ridotto ad una massa di individui soli e in concorrenza reciproca. Non c’è ragione alcuna di pensare che questo modello neocorporativo sia in contrasto con l’evoluzione presidenzialista. Una volta eliminata, a vantaggio delle regioni-stato, qualsiasi materia concorrente, qualsiasi area di sovrapposizione giurisdizionale, l’architettura arcaico-feudale del Paese sarà completata, e apparirà nella sua intima natura autoritaria, totalmente estranea non soltanto alla democrazia costituzionale e agli elementi di socialismo in essa contenuti, ma anche al pensiero liberaldemocratico e alle costruzioni statuali fondate sulla divisione e sull’equilibrio fra poteri indipendenti. Intanto, su un altro fonte, perfettamente complementare, lavora alacremente Angelino Alfano. Il «legittimo impedimento» o, per chiamarlo con il nome ad esso più consono, la moratoria processuale ad uso personale di Berlusconi, è cosa fatta, mallevadore il Capo dello Stato. Mentre, sotto traccia ma non troppo, si fa strada anche l’altra bozza, tanto reale quanto ridicoli appaiono gli sforzi del premier per dissimularne la portata: separare le carriere dei giudici, azzerarne l’organo di autogoverno, sottoporre all’esecutivo l’attività dei Pm, trasferire alla polizia giudiziaria poteri oggi esercitati dalla magistratura inquirente. Il ministro della Giustizia - senza tema del grottesco - assicura che la legge in gestazione sarà caratterizzata da «grande misura e ponderatezza… una legge che garantisca il diritto a governare». Scusi ministro, abbiamo capito bene? Sta rivendicando il diritto di un governo sostenuto da una debordante maggioranza parlamentare e che ha abusato della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, di fare, senza più limiti ed ostacoli di qualsivoglia fonte e natura, quello che vuole?

 

L'immagine si trova all'indirizzo: www.generaldrink.com]]></description><pubDate>Fri, 9 Apr 2010 13:21:0 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2399]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[«Biodegradabili»]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2397_1_la sinistra_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&laquo;I radicali non sono biodegradabili, con Vendola invece vedo una prospettiva comune tra lui e noi&raquo;. Esattamente cos&igrave; si &egrave; espresso Pierluigi Bersani nell&rsquo;intervista concessa a <em>l&rsquo;Espresso</em> in questi giorni in edicola. Il distillato del suo pensiero politico, al presente, sta tutto in questa formuletta dal sen fuggita: &laquo;biodegradabili&raquo;, vale a dire, smaltibili nell&rsquo;ambiente, assimilabili. Dove l&rsquo;ambiente &egrave; gi&agrave; dato e permane nel suo equilibrio stabile. Stabile: non alterabile. Bersani pensa, come prima di lui D&rsquo;Alema, che la sinistra sia sdoganabile solo se imbozzolata dentro il Pd, come frangia ininfluente cui &egrave; concesso unicamente mulinare qualche utopica illusione, purch&eacute; la politica, quella vera, come arte di un &ldquo;possibile&rdquo; privo di vere ambizioni trasformative, sia rigorosamente consegnata nelle mani della moderatissima e traccheggiante leadership democratica. Bersani non riconosce alla sinistra alcuna autosufficienza progettuale e la intende - al massimo - come tendenza culturale, come soffio romantico che pu&ograve; persino far bene all&rsquo;immagine, altrimenti troppo prosaica ed opaca, del Pd e conferirgli una patina di seduttivit&agrave; che pu&ograve; attrarre quanti, fra gli elettori, pensano ancora che nella politica debba vivere una narrazione, un&rsquo;idealit&agrave; forte e non solo un pragmatico tirare a campare, tassativamente dentro il perimetro del gi&agrave; visto, del gi&agrave; dato. Tutto qui. Bersani pensa che una siffatta sinistra, anche se promossa col nome vincente di Vendola, non rappresenti alcun pericolo per il fulcro centrista del Pd e che essa pu&ograve; essere con profitto e senza scossoni digerita, assimilata, &laquo;biodegradata&raquo;, appunto, come dice senza perifrasi Pierluigi Bersani. Il quale - cos&igrave; &egrave; parso - ha annacquato anche il proposito, dichiarato nella fase del duello per la leadership democratica, di sbloccare il sistema elettorale con una correzione proporzionale di cui si &egrave; persa ogni traccia. La tentazione di rendere permanente la coazione bipolare e strutturale la rendita del voto utile, non ultima causa della disaffezione elettorale e della dilagante passivizzazione, sta potentemente riaffiorando nel Pd. Della riforma elettorale (&laquo;la legge attuale fa schifo&raquo;, ha ribadito Bersani) resta soltanto la reintroduzione delle preferenze e la riduzione del numero dei parlamentari. Sfuma, fino all&rsquo;invisibilit&agrave;, l&rsquo;obiettivo di restituire significato democratico al pluralismo della rappresentanza politica.<br />
Si d&agrave; per scontato, si vuole, che una parte dei cittadini continui ad orientare il proprio voto non gi&agrave; verso le forze politiche ed i candidati a s&eacute; pi&ugrave; prossimi, ma verso coloro che in partenza hanno pi&ugrave; possibilit&agrave; di successo: non si vota il pi&ugrave; vicino, ma il meno lontano o, perlomeno, quello che si suppone tale. Una parte dell&rsquo;elettorato non ci sta, non si tappa pi&ugrave; il naso, e non va pi&ugrave; a votare. La politica si separa vieppi&ugrave; dalla societ&agrave; reale e gli schieramenti che si contendono il potere risultano sempre meno alternativi facendosi sponda l&rsquo;uno con l&rsquo;altro in un gioco asfittico che &egrave; sempre pi&ugrave; la parodia della democrazia. E all&rsquo;ombra del quale fioriscono i populismi, quelli di destra e quelli di sinistra.<br />
Esattamente lo stesso avviene nel campo dell&rsquo;informazione. La semplificazione duopolistica ha raggiunto, quest&rsquo;anno, limiti estremi. Il polo opposto all&rsquo;impero mediatico del presidente del Consiglio ha efficacemente denunciato la sistematica saturazione di ogni spazio comunicativo da parte del premier, giunto sino allo spegnimento delle voci ostili o non allineate. Il caso di Annozero, emerso dalle intercettazioni telefoniche della procura di Trani, ha proposto, in tutta la sua gravit&agrave;, il tema della censura e della manipolazione dell&rsquo;informazione. Quello che invece non emerge &egrave; che la malattia ha ampiamente contagiato i tycoon mediatici dell&rsquo;area di centrosinistra. Lo abbiamo constatato - macroscopicamente - guardando gli spazi, pressoch&eacute; nulli, concessi alla Federazione della Sinistra nelle trasmissioni elettorali ma, prima ancora e da molto tempo, nella estromissione di essa dalle trasmissioni di approfondimento e confronto politico. In questo totale ostracismo informativo si sono solidalmente uniti alle ammiraglie della Rai anche il <em>La7</em>. Sicch&eacute; quando Michele Santoro, a conclusione della storica trasmissione di Annozero allestita nel PalaDozza di Bologna, ha recitato la formula-giuramento: &laquo;Noi continueremo a farla fuori dal vaso&raquo;, ci &egrave; venuto in mente che, fuori da quel vaso non c&rsquo;&egrave; la libera e pluralistica informazione, bens&igrave; un altro contenitore, anch&rsquo;esso dal perimetro ben delimitato, dove si praticano con lo stesso metodo altre esclusioni, altre discrezionali prevaricazioni. Certo, meno visibili, in quanto i soggetti che le subiscono sono troppo deboli per denunciarle e per trovare spazi alternativi. Se la democrazia si misura dalla capacit&agrave; di tutelare i diritti delle minoranze, bisogna concludere che la &ldquo;convenzione ad escludere&rdquo;, &egrave; una pratica <em>bipartisan</em> in pieno dispiegamento. Certo &egrave; che &egrave; urgente riprendere - insieme al tema non svolto della ricomposizione di una moderna sinistra di classe e di un radicamento territoriale sino ad ora pi&ugrave; predicato che praticato - la questione delle forme della politica e dei modi della comunicazIone, non meno che dei suoi contenuti. La circostanza che le <em>liste Grillo</em>, ove si presentano, riscuotano consensi eguali e superiori, talvolta largamente superiori, ai voti dell&rsquo;insieme delle sinistre, &egrave; cosa che deve suscitare la pi&ugrave; seria riflessione. L&igrave; si raccoglie non piccola parte del voto giovanile, secondo una per noi inedita forma di impegno politico e civile. Non &egrave; concepibile che ci si rassegni al fatto che le nuove generazioni guardino alla sinistra con incomprensione o, peggio, con manifesta diffidenza.<br />
Per questo e su questo dobbiamo avere l&rsquo;intelligenza di suscitare un dibattito franco, senza preconcette esclusioni, capace di cogliere quanto di positivo si muove dentro e fuori dalle nostre file, aprendo nuove interlocuzioni, abbandonando la preliminare pretesa di cooptarle dentro i nostri schemi culturali ed  organizzativi. Ci&ograve; comporta l&rsquo;investimento di tutte le energie disponibili. Per non restare sui colpi o limitarsi a qualche debole esercizio consolatorio. La brutta realt&agrave; che (non solo) l&rsquo;esito del voto descrive ci chiede un di pi&ugrave; di capacit&agrave; critica. Per imparare a parlare (e ad ascoltare) su una lunghezza d&rsquo;onda molto pi&ugrave; ampia di quella che oggi copriamo.<br />
&nbsp;</p>
<p><em>L'immagine si trova all'indirizzo www.sinistra-democratica.it</em></p>]]></description><pubDate>Fri, 2 Apr 2010 10:54:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2397]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Al mittente la legge contro il lavoro]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2396_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Giorgio Napolitano ha rinviato alle Camere il disegno di legge sul lavoro approvato dal parlamento italiano argomentando in un dettagliato messaggio i seri dubbi di incostituzionalit&agrave; del provvedimento. Dunque, abbiamo avuto ragione nel denunciare la straordinaria gravit&agrave; dell&rsquo;attentato alla &ldquo;Repubblica Democratica fondata sul lavoro&rdquo; che in esso si configura. Abbiamo avuto ragione nel sostenere che se il giudice fosse costretto ad attenersi, nei suoi pronunciamenti, non gi&agrave; alla legge - come tassativamente prevede l&rsquo;art. 101 della Costituzione - ma alle clausole derogatorie privatamente sottoscritte dal singolo lavoratore con il singolo imprenditore, saremmo di fronte alla pura e semplice legittimazione formale della legge del pi&ugrave; forte. Abbiamo avuto ragione nell&rsquo;affermare che la scelta con cui un lavoratore decide di affidare ad un arbitro, piuttosto che ad un magistrato, la soluzione di un contenzioso &laquo;secondo equit&agrave;&raquo; (e non secondo la legge) non &egrave; una sua libera opzione, soprattutto se questa &egrave; da lui subita all&rsquo;atto della stipula del rapporto di lavoro, come condizione necessaria per l&rsquo;assunzione. E ancora, abbiamo avuto ragione a batterci contro una misura che non soltanto aggira e vanifica l&rsquo;efficacia dell&rsquo;art. 18 (voluto dal legislatore per proteggere i lavoratori dai licenziamenti comminati senza giusta causa o giustificato motivo), ma cerca di disintegrare la stessa contrattazione collettiva, consentendo che un accordo jugulatorio, stipulato fra parti asimmetriche, ne inibisca ogni efficacia. Chiunque sia provvisto di un minimo di onest&agrave; intellettuale pu&ograve; capire quale effetto devastante sull&rsquo;intera architettura giuslavoristica avrebbe una norma che finge il lavoratore isolato capace di contrarre liberamente un patto equo con il suo potenziale datore di lavoro. Diciamo le cose come stanno: tornare ad una simile pratica vorrebbe dire rendere canonico il caporalato, riesumare il lavoro servile, fare di una patologia sociale una regola codificata dalla legge. Si pu&ograve; sostenere con molte ragioni che in questi anni si &egrave; alacremente operato, dalle pi&ugrave; varie parti, per distruggere ogni forma di tutela del lavoro e che una porzione assai ampia di persone, tendenzialmente maggioritaria, fatta soprattutto di giovani, entra nel &ldquo;mercato del lavoro&rdquo; del tutto sprovvista di diritti e nei fatti privata della stessa possibilit&agrave; di coalizione sindacale.<br />
L&rsquo;ideologia in base alla quale il passaggio dalle grandi economie di scala al post-fordismo avrebbe dovuto necessariamente comportare una flessibilit&agrave; spinta della prestazione (delicato eufemismo con cui &egrave; stato camuffato un colossale processo di precarizzazione) &egrave; profondamente penetrata nella legislazione, influenzando via via la stessa contrattazione collettiva da vent&rsquo;anni sottoposta ad una martellante erosione.<br />
Quanti hanno pensato che cos&igrave; si schiudessero le porte della modernit&agrave; sono serviti. L&igrave;, squadernato davanti a noi, c&rsquo;&egrave; l&rsquo;Ottocento. Con la brutale affermazione della primazia del punto di vista dell&rsquo;impresa, spinto sino all&rsquo;unilateralit&agrave; del comando. L&rsquo;esatto opposto, appunto, dei principi fondamentali dettati nella prima parte della Costituzione. Il rovescio diametrale di quell&rsquo;art. 41 che pone la libert&agrave;, la dignit&agrave;, la sicurezza di chi lavora prima e al di sopra della stessa libert&agrave; di impresa, e che subordina l&rsquo;attivit&agrave; di questa alla realizzazione dell&rsquo;utilit&agrave; sociale e del bene comune.</p>
<p>Per queste ragioni ci siamo rivolti al capo dello Stato, a Giorgio Napolitano, chiedendogli di non controfirmare quel definitivo colpo di maglio sul lavoro e sulla legge fondativa della Repubblica. Oggi egli ha compiuto questo passo necessario e atteso. La partita, ovviamente, &egrave; del tutto aperta. Poich&eacute; &egrave; lecito dubitare che il governo si acconci a modificare in modo significativo il testo approvato. Per questo un ruolo importante giocher&agrave; anche la Consulta, quando sar&agrave; chiamata - con potere cassativo - a pronunciarsi sull&rsquo;argomento. Ma occorre dire, nello stesso tempo, che l&rsquo;esito di questa vicenda non pu&ograve; essere affidato semplicemente al rapporto fra istituzioni dello Stato. Lo Statuto dei lavoratori, le conquiste pi&ugrave; significative della contrattazione sono stati il risultato di grandi e in alcune fasi impetuose lotte sociali. Per questo &egrave; un bene che la Cgil abbia in corsa completato la piattaforma posta alla base dello sciopero generale svoltosi lo scorso 12 marzo, includendovi il tema del ddl sul lavoro rimasto sino allora singolarmente in ombra. E tuttavia &egrave; indispensabile insistere. Non solo chiamando in causa la Consulta che, ne sono certo, far&agrave; la sua parte. Ma conferendo allo scontro il carattere di una vera vertenza, di una battaglia da cui non deflettere sino a quando non sar&agrave; stato colto il risultato. Inutile inseguire Cisl e Uil, ormai da tempo consegnatesi ad un rapporto gregario e &laquo;complice&raquo; con Confindustria e governo, come prova, da ultimo, l&rsquo;avviso comune con cui esse hanno cercato di mettere una pezza sdrucita sul disegno di legge.</p>
<p>C&rsquo;&egrave; anche dell&rsquo;altro da fare. Qualcosa che chiama in causa i partiti dell&rsquo;opposizione parlamentare, avvinti da letargico torpore quando si tratta di schierarsi davvero a fianco dei lavoratori nel conflitto sociale. Un lungo sonno che, giova ricordarlo, ebbe le pi&ugrave; deleterie conseguenze quando i Ds (allora non si erano ancora uniti con la Margherita per dare vita al Pd) indicarono all&rsquo;elettorato di disertare le urne in occasione del referendum indetto per estendere a tutti i lavoratori e le lavoratrici i benefici dell&rsquo;art. 18.</p>
<p>La Federazione della Sinistra sta ora per presentare i quesiti referendari attraverso i quali revocare alcuni degli effetti pi&ugrave; nefasti della legge 30. A partire dalla certificazione privata dei rapporti di lavoro in deroga. Da l&igrave; dovr&agrave; prendere corpo una campagna da portare in ogni angolo del Paese. Ecco una buona causa in cui ingaggiarsi. Un filo tirando il quale si pu&ograve; andare lontano.</p>
<p><em>L'immagine si trova all'indirizzo gioventuitaliana-bari.over-blog.it</em></p>]]></description><pubDate>Thu, 1 Apr 2010 11:57:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2396]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Senza conflitto sociale la sinistra non vince]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2395_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In queste ore ci siamo chiesti, tutti quanti, senza eccezioni, se il fortissimo incremento dell&rsquo;astensione (circa sette punti percentuali, pari a tre milioni di aventi diritto al voto) avrebbe penalizzato il centro destra, come molte considerazioni inducevano a ritenere probabile, oppure se il rifiuto delle urne si sarebbe pi&ugrave; equamente spalmato sui diversi contendenti. Mentre scriviamo le bocce non sono ancora ferme e prudenza vuole che si attendano pi&ugrave; precisi riscontri prima di trarre attendibili conclusioni. Sembra, tuttavia, che le cose siano pi&ugrave; complesse di come si poteva immaginare. Personalmente, credo che una parte dell&rsquo;astensione - sebbene molto meno cospicua delle ottimistiche previsioni della vigilia - appartenga all&rsquo;area del centrodestra e, precisamente, di quella parte dell&rsquo;elettorato il cui stomaco non &egrave; riuscito a digerire l&rsquo;impressionante spettacolo di corruzione e di prepotenza politica di cui il premier e il suo entourage ha fatto tracotante sfoggio. Invece, l&rsquo;assenza di risposte che la politica ha saputo dare alla crisi non ha colpito - come era pi&ugrave; naturale pensare - soltanto il governo nazionale, malgrado la colpevole inerzia da esso dimostrata, ma anche il centrosinistra, la cui opposizione deve essere parsa ben poco consistente e la cui proposta sociale talmente irrisoluta da risultare poco o per nulla percepibile. Sicch&eacute; tutto il dibattito politico deve essere parso - come in effetti &egrave; stato - completamente slegato dai problemi economici ed esistenziali che le persone quotidianamente vivono. E tale disinteresse &egrave; stato abbondantemente ripagato. La stessa riluttanza del sindacato ad offrire uno sbocco conflittuale meno incerto ed episodico al profondo disagio del mondo del lavoro ha finito per rafforzare in tanta gente la convinzione che gli uni e gli altri pari sono e, soprattutto, che le soluzioni o si cercano individualmente o non sono. Con il risultato che nelle tre regioni a pi&ugrave; alta industrializzazione e composizione sociale operaia, il centrodestra a trazione leghista fa saltare il banco e conquista forse anche il Piemonte. Infine, pare a me che il bipolarismo imposto dalla legge elettorale responsabile di avere scardinato il pluralismo della rappresentanza politica, rendendo gli schieramenti politici che si contendono il potere sempre meno alternativi e sempre pi&ugrave; omologhi, abbia avuto la sua parte nel generare passivizzazione e rinuncia, proprio nella porzione pi&ugrave; esigente dell&rsquo;elettorato, quella che guarda a sinistra.</p>
<p>Le elezioni devono ormai essere state vissute come eventi destinati a non cambiare sostanzialmente le cose, appuntamenti che si possono dunque disertare senza soverchi drammi. La consultazione del Lazio, malgrado l&rsquo;assenza della lista del Pdl e malgrado un&rsquo;astensione che ha raggiunto livelli record, offre qualche eloquente testimonianza di quanto si &egrave; detto sopra. Quanto alla sinistra dovremo, nei prossimi giorni, impegnare un&rsquo;approfondita riflessione. Oggi valgono solo poche note fugaci. La prima: si vince in Puglia, ma non c&rsquo;&egrave; chi non veda come la divisione del centro destra abbia avuto in quel risultato, comunque importante, un peso determinante. E come la trascorsa esperienza di governo in quella regione debba essere sottoposta a un serio esame critico. La seconda: la sinistra (Fed+Sel) si &egrave; presentata unita in una propria lista soltanto nelle Marche. Programma serio, candidato credibile, risultato gratificante, un 7 per cento tondo tondo, se le ultime schede scrutinate ne daranno conferma. Ne viene un&rsquo;indicazione molto chiara, sciaguratamente non raccolta in Campania ed in Lombardia dove il pi&ugrave; impresentabile dei centrosinistra, fagocitata anche Sel, &egrave; andato incontro a una prevedibile, secca sconfitta.</p>
<p><em>L'immagine si trova all'indirizzo sarasbizzera.wordpress.com</em></p>]]></description><pubDate>Tue, 30 Mar 2010 15:36:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2395]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[A 25 anni dall’assassinio di Ezio Tarantelli da parte delle Br]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Venticinque anni fa moriva, assassinato dalle Brigate rosse, Ezio Tarantelli, economista e professore presso l&rsquo;Universit&agrave; degli Studi di Roma.  Era opinione di Tarantelli che per tutelare il bene primario dell&rsquo;occupazione fosse indispensabile combattere l&rsquo;elevata inflazione italiana, fra gli anni Settanta e Ottanta. E che per farlo efficacemente occorresse interrompere quello che egli riteneva un circolo vizioso fra l&rsquo;aumento dei prezzi e il successivo adeguamento automatico dei salari garantito dal meccanismo denominato &ldquo;scala mobile&rdquo;. Per ottenere questo risultato egli pensava necessario predeterminare un certo numero annuale di punti di contingenza, a bella posta sottostimato e dunque inferiore al livello di inflazione esistente, di cui si voleva ad ogni costo arrestare la corsa. La sua proposta prevedeva poi che, a fine anno, qualora i salari fossero risultati penalizzati rispetto alla dinamica dei prezzi, ai lavoratori sarebbe spettato un conguaglio. Se la tesi dell&rsquo;economista romano forn&igrave; la base teorica per il taglio secco di quattro punti di scala mobile disposto con decreto nel 1982 dal governo Craxi, &egrave; pur vero che mai Ezio Tarantelli pens&ograve; ad un&rsquo;abolizione dell&rsquo;istituto della scala mobile, obiettivo per il quale - lungo i dieci anni successivi - si mobilitarono con successo la borghesia industriale e i governi a trazione social-democristiana. Tre considerazioni &egrave; possibile fare, a posteriori. La prima &egrave; che il controllo di prezzi e tariffe amministrate - che doveva accompagnare l&rsquo;intervento sulla scala mobile - non &egrave; mai avvenuto, rivelandosi per ci&ograve; che era: una promessa fraudolenta, campata per aria, mai mantenuta e, probabilmente, non onorabile. La seconda &egrave; che, a partire dagli anni Ottanta, e con ritmo crescente dopo la definitiva soppressione dell&rsquo;indennit&agrave; di contingenza, a far data dal &rsquo;92, l&rsquo;erosione del potere d&rsquo;acquisto di salari e retribuzioni &egrave; stata costante e inesorabile, portandone il valore al livello pi&ugrave; basso, in termini assoluti, nell&rsquo;Europa dei quindici. La terza &egrave; che la convinzione che cattur&ograve; gran parte dello stesso sindacato, secondo cui l&rsquo;eliminazione degli automatismi retributivi avrebbe rivitalizzato il muscolo atrofizzato della contrattazione, si &egrave; rivelata un tragico errore. Ebbe ragione - inascoltato - Enrico Berlinguer, che all&rsquo;indomani del decreto di San Valentino impegn&ograve; il suo riluttante partito nella campagna referendaria per la reintegrazione dei punti di scala mobile tagliati. Ebbe ragione, cio&eacute;, nel sostenere che per quella via si affermava un principio ideologico di formidabile portata, generando la credenza, tutt&rsquo;ora in voga, secondo cui la competitivit&agrave; di una azienda e del sistema economico si gioca essenzialmente sulla compressione del costo del lavoro, e l&rsquo;intera condizione lavorativa deve perci&ograve; ridursi a variabile dipendente del comando d&rsquo;impresa. La sconfitta che si consum&ograve; in quegli anni fu dunque grave non soltanto per le pesanti conseguenze materiali che determin&ograve; e che ancor pi&ugrave; avrebbero pesato nel tempo sull&rsquo;esistenza di milioni di persone, ma perch&eacute; segn&ograve; l&rsquo;affermarsi dell&rsquo;egemonia culturale del capitale sul lavoro, colpevolizzando le lotte sociali e inoculando la fallace e autolesionistica convinzione che il progresso economico e sociale dei lavoratori confligga con gli interessi generali del Paese. Ci sar&agrave; pure qualche motivo se chi oggi governa il Paese punta ad una riscrittura della Costituzione e ad una definitiva, formale rimozione di quella &ldquo;centralit&agrave;&rdquo; del lavoro che gi&agrave; i rapporti sociali hanno provveduto a scardinare. Queste poche riflessioni servono a ricordare come la ri-conquista di un&rsquo;autonomia di pensiero e della perduta capacit&agrave; di lettura dei rapporti sociali sia essenziale per conferire senso, spessore, motivazioni, credibilit&agrave; ad una strategia di autentico cambiamento, oggi naufragata nel <em>mare magnum</em> delle aporie moderniste, nella melassa ideologica interclassista e nella rinunciataria mediocrit&agrave; del pensiero debole.</p>]]></description><pubDate>Sat, 27 Mar 2010 16:34:36 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2394]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[La “griffe” di Vendola su De Luca]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2393_1_images1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>In un&rsquo;intervista concessa ieri al Mattino di Napoli, Nichi Vendola plaude alla novit&agrave; sostanziale che sarebbe rappresentata da Vincenzo De Luca, candidato per il centrosinistra e sostenuto anche da Sinistra Ecologia e Libert&agrave; nelle elezioni campane. L&rsquo;ex sindaco di Salerno, che anche Nichi sino a ieri chiamava &laquo;<em>sceriffo</em>&raquo; per le politiche ipersicuritarie e per la caccia al migrante di cui si era reso protagonista e paladino, ora sale sugli scudi.<br />
<br />
Tutto sembra risolversi in un bonario rimbrotto: &laquo;<em>alcuni suoi atteggiamenti meritavano una critica</em> (&hellip;);<em> sulle questioni politiche e programmatiche ci si &egrave; chiariti</em>&raquo;. Dunque, colui che sino a ieri era nominato come il &laquo;<em>leghista del sud</em>&raquo;, crocevia di un sistema di potere elettoralmente opposto, ma politicamente simmetrico e comunque non dissimile da quello del suo diretto antagonista, viene elevato a &laquo;<em>vera novit&agrave; a sinistra</em>&raquo;, argine alla corruttela affaristica e alla collusione mafiosa che hanno profondamente inquinato la vita politica campana.<br />
<br />
Ecco, quando qualche giorno fa dicevamo che &egrave; un errore fatale appiccicare la griffe di Vendola a merce taroccata ci riferivamo proprio a vicende come questa. La difficile (ma indispensabile) ricostruzione dell&rsquo;unit&agrave; della sinistra, se davvero vi si crede, passa per altre strade. Certamente pi&ugrave; complicate e impegnative, ma pi&ugrave; coerenti e credibili.</p>]]></description><pubDate>Thu, 25 Mar 2010 18:25:40 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2393]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Il finto duello fra Bossi e il caudillo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2391_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Da due giorni assistiamo ad un duello inedito: quello fra il caporione leghista e il caudillo di Arcore. Il primo, impegnato a vaticinare l&rsquo;inesorabile sorpasso della propria lista sul Pdl, al di sopra del Po. Il secondo, voglioso di rassicurare il proprio elettorato e di dare per sicura la riconferma del prmato del Popolo della Libert&agrave;.<br />
<br />
La sola cosa certa &egrave; che questa bizzarra contesa fra alleati di ferro, legati a filo doppio nella coalizione di governo, ha per scopo quello di portare, ciascuno per la propria parte, pi&ugrave; voti al centrodestra. Va poi da s&eacute; che la Lega, intrinsecamente legata ad una dimensione territoriale e ad una vocazione secessionistica, o pi&ugrave; prudenzialmente federale, consideri Berlusconi un comodo (e indispensabile) taxi.<br />
<br />
Quel legame - un tempo ritenuto blasfemo - ha del resto abbondantemente ripagato il Carroccio: consentendogli di far fruttare e tenere insieme la presunta, incontaminata purezza nordista e la presenza nel governo centrale, il pi&ugrave; osceno e corrotto della storia repubblicana, nel nome del ripudio di &ldquo;Roma Ladrona&rdquo;.</p>]]></description><pubDate>Thu, 25 Mar 2010 18:11:37 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2391]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Libera Chiesa in succube Stato]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2390_1_laicita_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Bisogna tornare molto, molto indietro, diciamo di mezzo secolo, nella storia repubblicana e nelle vicende alterne della vulnerabile democrazia italiana, per rintracciare un&rsquo;incursione plateale come quella che le gerarchie vaticane hanno portato in questi giorni nella contesa elettorale. <br />
Ierilaltro, il cardinale Angelo Bagnasco, per nome e per conto della Conferenza Episcopale, ha invitato i cittadini di fede cattolica ad orientare il proprio voto verso quei candidati che difendono &laquo;valori non negoziabili della nostra fede&raquo;, un voto - ha detto in esplicito - &laquo;antiabortista&raquo;, contro quell&rsquo;oltraggio alla vita, quel &laquo;delitto incommensurabile&raquo; rappresentato dall&rsquo;interruzione di gravidanza; contro, in definitiva, una legge che, nella sua autonomia, lo Stato italiano si &egrave; dato per sconfiggere (con successo) gli aborti clandestini, causa di tanti lutti, e per affermare il diritto della donna all&rsquo;autodeterminazione. Ora, poich&eacute; il bersaglio del cardinale Bagnasco si trova in una latitudine politica che va dal centrosinistra alla sinistra, &egrave; evidente che la Chiesa italiana, almeno al suo vertice, propina un&rsquo;inequivoca e perentoria indicazione di voto in favore del centrodestra. Che incassa e ringrazia per questo non so quanto risolutivo ma certo indebito <em>assist</em> elettorale. <br />
Due considerazioni, fra le tante possibili, si impongono. La prima riguarda il diritto che la Chiesa riserva a s&eacute; medesima - e che gran parte della politica italiana subisce passivamente - di dettare regole di comportamento e, soprattutto, atti legislativi in linea con la propria concezione etico-morale. Una pretesa che essa esercita, con queste modalit&agrave; e, ohinoi, con qualche efficacia, soltanto in Italia. Poich&eacute; altrove, in Europa, non vi prova neppure o, quando lo fa, vede rispedita al mittente ogni interferenza.<br />
La seconda ha invece a che fare proprio con quel sistema di valori che  sembrerebbe interessare massimamente la Chiesa, se &egrave; vero che essa non manca di denunciare quella politica che si macchia di &laquo;comportamenti iniqui e contiguit&agrave; affaristiche&raquo; a cui non possono essere concessi &laquo;impossibili coperture&raquo; o &laquo;alibi preventivi&raquo;. Ebbene, le qualit&agrave; morali, presentate come prerequisiti della buona politica e della buona amministrazione, al dunque si dissolvono nel nulla. Come ben poca rilevanza, alla prova dei fatti, sembrano avere i temi sociali pi&ugrave; rilevanti, come la crisi sociale, lo stato di abbandono in cui versano tanti lavoratori, la dilagante precariet&agrave; che sta divorando il futuro di una generazione, la latitanza delle politiche di accoglienza sostituite da strategie di vera persecuzione xenofoba: peccati veniali, evidentemente, da meritare soltanto qualche innocuo rimbrotto. <br />
Sicch&eacute; un satrapo piduista e corruttore, un delirante egotista come Silvio Berlusconi e con lui lo sterminato esercito di cortigiani che egli ha disseminato in tutta Italia, finisce per poter contare sulla  accondiscendenza o almeno sulla benevola tolleranza del Vaticano.  Al quale, del resto, il governo in carica non manca di dimostrare la propria riconoscenza: ostacolando l&rsquo;affermazione di diritti fondamentali della persona in materia di fine vita, testamento biologico, unioni omosessuali o, pi&ugrave; prosaicamente, elargendo alla Chiesa risorse materiali (finanziamenti diretti attraverso l&rsquo;8 per mille e poi alle scuole confessionali e, ancora, ai sacerdoti che insegnano la religione cattolica nella scuola pubblica). Insomma, favorendo l&rsquo;affermazione di un potere clericale invasivo e antitetico ad una visione laica dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa.<br />
La collusione di interessi fra un governo reazionario, sempre pi&ugrave; dominato da pulsioni e pratiche totalitarie, ed una Chiesa che ha prima smarrito e poi totalmente divelto l&rsquo;ispirazione del Concilio Vaticano Secondo sta trascinando il Paese su un crinale premoderno e oscurantista, un <em>cul-de-sac</em> che pu&ograve; essere di nuovo fatale alla democrazia italiana. Anche per questo le imminenti elezioni rappresentano una prova importante. Se il caudillo di Arcore ne uscisse indenne si aprirebbe uno scenario inquietante per i destini sociali, politici, istituzionali della Repubblica.<br />
&nbsp;</p>
<p>L'immagine si trova all'indirizzo circologl.splinder.com/ archive/2009-01</p>]]></description><pubDate>Wed, 24 Mar 2010 15:32:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2390]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Stefano Cucchi, Eluana Englaro: la maleodorante ipocrisia del potere]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2386_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>La commissione parlamentare di indagine presieduta da Ignazio Marino ha certificato che Stefano Cucchi &ndash; a prescindere dalla dose devastante di botte che gli sono state a pi&ugrave; riprese somministrate da chi aveva il dovere di tutelare la sua integrit&agrave; fisica &ndash; &egrave; morto disidradato in un reparto di ospedale. Nessuno, fra coloro che pochi mesi fa ingaggiarono, nel nome del diritto alla vita (?!) una singolar tenzone (culturare, politica, scientifica, ideologica, teologica, giudiziaria) per impedire che si potesse dismettere l&rsquo;alimentazione forzata che teneva artificialmente in vita vegetativa Eluana Englaro; nessuno di costoro, dal governo alle gerarchie vaticane, ha proferito una sola parola di condanna o anche solo di sdegno per le incredibili circostanze che hanno portato alla morte un ragazzo che non voleva e non doveva morire.  Vicende come questa dimostrano di quanta falsa coscienza, di quanta spregiudicata strumentalit&agrave; politica sia lastricata l&rsquo;&ldquo;appassionata&rdquo; difesa della vita ingaggiata da tanti ipocriti e da qualche conclamato lestofante.</p>
<p>L'immagine di Stefano Cucchi si trova all'indirizzo blog.panorama.it/italia/ author/giacomoamadori/</p>
<p>L'immagine di Eluana Englaro si trova all'indirizzo digilander.libero.it/ fuci.macerata/eventi.htm</p>]]></description><pubDate>Fri, 19 Mar 2010 17:58:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2386]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Il ddl sul lavoro, il Sole24 Ore e Liberazione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2385_1_peder-art18_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>A differenza di tanti giornali affetti da cronica distrazione verso tutto ci&ograve; che incrocia con il lavoro, Il Sole 24Ore non perde di vista neppure per un momento tutto ci&ograve; che si muove in quel perimetro, avendo esso perfetta nozione di quanto gli esiti della politica e la tutela degli interessi in campo si giochino sul terreno dei rapporti sociali. Non &egrave; dunque un caso se il prestigioso giornale confindustriale sia il solo, insieme a Liberazione, ad essersi occupato e ad occuparsi con speciale attenzione del destino del Ddl sul lavoro recentemente approvato dal parlamento. Quello, per capirci, che rende nei fatti obbligatorio l&rsquo;arbitrato nei conflitti di lavoro e che, in ogni caso, limita la giurisdizione del magistrato alla verifica puramente formale degli accordi pattuiti, in sede di certificazione, fra singolo lavoratore e singolo imprenditore, in deroga a leggi e contratti. <br />
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Ieri, per esempio, Il Sole pubblica un appunto che Marco Biagi, nel lontano 2001, aveva affidato all&rsquo;attenzione dell&rsquo;allora ministro del lavoro Roberto Maroni, ricordando, nell&rsquo;incipit, che il giuslavorista bolognese cadde, un anno dopo, sotto il piombo delle Brigate rosse. Atto, sia chiaro, moralmente e politicamente ripugnante, ma che non trasforma la vittima, secondo un italico, ipocrita vezzo, in icona da adorare e le sue opinioni in verit&agrave; inossidabili. Ma cosa si trova, in quella nota, che gi&agrave; non fosse conosciuto? Assolutamente nulla. Quella de Il Sole &egrave; dunque una riesumazione puramente propagandistica, prodotta per spalmare una patina di autorevolezza sul provvedimento che ora Napolitano &egrave; chiamato a valutare nel suo profilo di costituzionalit&agrave;. <br />
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Cosa sosteneva Biagi in quel testo vergato circa 10 anni fa per l&rsquo;opportuna meditazione di Roberto Maroni ed ora da questi reso pubblico? Riassumiamo, con il dovuto scrupolo. Biagi afferma che prioritario &laquo;nell&rsquo;agenda della modernizzazione&raquo; &egrave; la &laquo;flessibilit&agrave; in uscita&raquo;, vale a dire l&rsquo;opportunit&agrave; per l&rsquo;azienda di risolvere il rapporto di lavoro, anche quando il licenziamento sia illegittimo, essendo il lavoro &laquo;iperprotetto&raquo; (?) un viatico per il lavoro precario e &ldquo;nero&rdquo; e, soprattutto, rappresentando esso un gapuno &laquo;svantaggio competitivo che sopportiamo rispetto alle imprese di altri paesi europei&raquo;. L&rsquo;obbligo di reintegrazione eventualmente disposto dal giudice in ragione dell&rsquo;articolo 18 dovrebbe dunque, secondo Biagi, essere tolto di mezzo, per lasciare il posto ad un&rsquo;&laquo;indennit&agrave; risarcitoria che ristori il lavoratore dal danno subito&raquo;. La sanzione economica - e soltanto economica - verrebbe poi affidata ad un arbitro, abilitato unicamente a calibrarne l&rsquo;entit&agrave;, &laquo;tenendo in considerazione tutte le circostanze del caso&raquo;. <br />
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Sicch&eacute; &laquo;l&rsquo;obbligo della reintegrazione ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rimarrebbe solo in caso di licenziamento discriminatorio&raquo;. Peccato che, come anche Biagi ben sapeva, il carattere discriminatorio di un licenziamento (per razza, religione, idee politiche, ecc.), che neppure il pi&ugrave; sprovveduto dei datori di lavoro adotterebbe mai come formale motivazione per la cacciata di un proprio dipendente, deve essere dimostrato in giudizio dal ricorrente, dal lavoratore: impresa improba e fatalmente destinata all&rsquo;insuccesso. Ci&ograve; che invece appare del tutto estraneo all&rsquo;orizzonte culturale di Biagi &egrave; che la privazione del lavoro inflitta ingiustamente non rappresenta soltanto una vulnerazione patrimoniale, bens&igrave; un&rsquo;amputazione grave della dignit&agrave; e della personalit&agrave; della persona. La nota di Biagi poi prosegue, sostenendo che alla flessibilit&agrave; &laquo;in uscita&raquo;, delicato eufemismo con cui viene rinominato il licenziamento, sarebbe utile unire, &laquo;ad abundantiam&raquo;, anche quella &laquo;in entrata&raquo;, allungando il periodo di prova &laquo;almeno fino ad un anno&raquo;, in modo tale che l&rsquo;imprenditore, prima di stabilizzare un rapporto di lavoro, possa &ldquo;tastare in bocca&rdquo; il lavoratore ed evitare di tirarsi qualche serpe in seno. <br />
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Ora, bisogna essere grati a Il Sole 24Ore per avere reso un servizio alla messa a fuoco di un tema cos&igrave; cruciale. E di avere (involontariamente?) mostrato come lungo un decennio le mirabili intuizioni del professor Biagi abbiano fatto strada, siano state riprese dall&rsquo;archetipo originario e &rdquo;perfezionate&ldquo;, sino ad entrare a pieno titolo nella legislazione vigente. Gi&agrave; molto, come si sa, &egrave; stato fatto per aggirare la linea Maginot rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, inventando alcune decine di tipologie della prestazione, tutte rigorosamente a tempo determinato, che hanno reso il licenziamento discrezionale &ldquo;incorporato&rdquo; nella forma stessa del rapporto di lavoro. Dove la flessibilit&agrave; - ma si chiama, pi&ugrave; onestamente, arbitrio - ha forgiato una generazione di &ldquo;senza diritti&rdquo;, esistenzialmente precaria e antropologicamente disposta a subire la vessazione altrui. Oggi, il governo (e i padroni che, come &egrave; ovvio, sono i mandanti e gli &ldquo;utilizzatori finali&rdquo; di questa rivoluzione) provano, in un&rsquo;unica geniale mossa, a inertizzare l&rsquo;articolo 18, la contrattazione collettiva e la facolt&agrave; del magistrato di sentenziare secondo la legge. <br />
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Il negozio attraverso il quale il lavoratore cede la sua forza lavoro, torna ad essere, come un secolo fa, il risultato di un patto privato in cui egli si presenta &rdquo;libero&ldquo; sul mercato. Libero come il cane alla catena. Tutto ci&ograve; &egrave; pura barbarie. Magari &rdquo;moderna&rdquo;, ma pur sempre barbarie. E segna una regressione democratica che svelle l&rsquo;architrave stesso su cui poggia la Costituzione. <br />
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Se spetta al Presidente della Repubblica e alla Consulta non lasciare libero campo a questo scempio, &egrave; compito delle forze democratiche, dei sindacati, delle espressioni pi&ugrave; vitali della societ&agrave; civile, degli intellettuali trasformare in permanente mobilitazione sociale, in battaglia politica e culturale la difesa attiva dei diritti del lavoro.</p>]]></description><pubDate>Thu, 18 Mar 2010 18:0:22 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2385]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il golpe strisciante che affossa  la Costituzione]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2384_1_altan1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Questi giorni confusi e convulsi offrono una rappresentazione fedele del pessimo stato di salute della democrazia italiana. L&rsquo;attacco del governo e del suo indiscusso padrone si &egrave; concentrato sul secondo capoverso dell&rsquo;articolo 1 della Costituzione, che recita: &laquo;La sovranit&agrave; appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione&raquo;. <br />
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Ebbene, esso &egrave; stato stravolto da Berlusconi e rovesciato nel suo opposto, sicch&eacute; lo potremmo rideclinare cos&igrave;: &laquo;Il popolo, attraverso il voto, aliena la sua sovranit&agrave; nelle mani di un monarca che la gestisce come potere assoluto, slegato da qualsivoglia vincolo, regola, norma, procedura, istituzione si frappongano alla realizzazione di ogni suo desiderio o capriccio&raquo;.  La suprema legge dello Stato, formalmente e sostanzialmente sovraordinata a tutta la produzione legislativa, da perimetro inviolabile &egrave; ormai derubricata a legge ordinaria, aggirabile attraverso il pi&ugrave; sbrigativo decreto. E a colpi di fiducia. Si chiama dittatura, ancorch&eacute; della maggioranza. Dico dittatura, perch&eacute; una volta sradicata la Costituzione non esiste pi&ugrave; una cornice condivisa, uno stato di diritto entro il quale sia possibile immaginare il corretto svolgimento della vita politica e civile del Paese. Tutti i poteri messi in equilibrio dall&rsquo;architettura costituzionale sono posti in discussione e tendenzialmente sussunti dall&rsquo;esecutivo che mena fendenti in ogni direzione: contro l&rsquo;ordine giudiziario, contro la Consulta, contro lo stesso Parlamento e, da ultimo, con un&rsquo;arroganza che avrebbe meritato dal Colle una replica meno timida, contro il Presidente della Repubblica. Bisogna finalmente prendere atto che &egrave; in corso una guerra &ldquo;a bassa intensit&agrave;&rdquo;, un vero e proprio sovvertimento, condotto con modalit&agrave; sempre pi&ugrave; aggressive, del quadro istituzionale disegnato dalla Carta. E poich&eacute; ogni Costituzione &egrave; sempre e dovunque frutto di grandi, epocali rivolgimenti, quello che oggi si sta svolgendo sotto i nostri occhi con un impressionante accelerazione, &egrave; un salto di regime. Dove la temperie resistenziale, l&rsquo;afflato costituente dei primi anni repubblicani sono stati totalmente spazzati via. Di tutto questo vi &egrave; solo una parziale e intermittente consapevolezza. Ci&ograve; che invece la tiepida opposizione parlamentare non ha affatto capito &egrave; che la frana dell&rsquo;impianto  istituzionale &egrave; la conseguenza inevitabile del progressivo smantellamento della prima parte dell&rsquo;articolo 1 della Costituzione. Precisamente, quello che fissa nel lavoro il fondamento sociale e politico dello Stato. L&rsquo;obiettivo &egrave; stato perseguito con metodica tenacia dal blocco sociale dominante e si &egrave; tradotto nella sconfitta del sindacato, nella mortificazione del welfare, nell&rsquo;annichilimento della contrattazione collettiva, nella regressione del diritto del lavoro a diritto commerciale, nella riduzione del lavoro a libero mercato delle braccia, dove dilagano arbitrio padronale, precariet&agrave; e rottura dei legami solidali.  Sappiamo che questo &egrave; l&rsquo;esito devastante di una sconfitta di proporzioni storiche del movimento operaio italiano, una sconfitta che ne ha disgregato le fila non meno di quanto ne abbia disorganizzato le idee e la coscienza di s&eacute;. Fino al punto da dissolverne la rappresentanza politica, via via consegnatasi, nella sua parte largamente maggioritaria, ad una deriva subalterna e ad una cultura interclassista.  La borghesia italiana, storicamente orfana di un vero approdo democratico, ha finito per consegnarsi a Berlusconi (come un tempo fece con Mussolini), l&rsquo;uomo che pi&ugrave; di ogni altro ne incarna le pulsioni revansciste, sino a vivere gli stessi precetti liberali come un fardello ingombrante.  La cosa si &egrave; spinta cos&igrave; in l&agrave; che &egrave; oggi difficile immaginare quale piega prender&agrave; la vicenda politica italiana, soprattutto se essa dovesse dipendere interamente dall&rsquo;esito di un conflitto interno alle classi dominanti. E se l&rsquo;opposizione parlamentare continuer&agrave; a rimanere &ldquo;l&rsquo;opposizione di sua maest&agrave;&rdquo;. Certo &egrave; - ma lo si &egrave; finalmente capito? - che viviamo una fase di straordinaria emergenza democratica, che fa apparire un vezzo intellettualistico, un astratto duello nominalistico, la disputa se siamo oppure no precipitati nel fascismo. Semplicemente, siamo al punto in cui il Paese sta scivolando lungo una china che porta alla sostanziale soppressione della libert&agrave; e della democrazia, come necessario complemento di una societ&agrave; che vive di ingiustizia e di diseguaglianza.  Questo repellente impasto reazionario va contrastato con tutta la forza di cui possiamo essere capaci. Ora. Con lo sciopero, con la lotta politica, con il voto, promuovendo ogni sussulto di partecipazione popolare. Tracheggiare, vivacchiare alla giornata nella speranza che qualche improbabile resipiscenza sgombri il cielo dalle nubi per riannodare i fili di non si sa quale discorso o compromissorio inciucio, significa non avere capito nulla di quello che &egrave; gi&agrave; accaduto. E che ancora pu&ograve; accadere. <br />
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Ecco la foto originale tratta da http://legmantova.files.wordpress.com:<br />
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<img align="left" src="http://legmantova.files.wordpress.com/2009/05/altan1.jpg" alt="" /></p>]]></description><pubDate>Wed, 10 Mar 2010 18:47:11 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2384]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L'armata delle tenebre]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2383_1_2376_1_silvio-berlusconi-gesu_small_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Quando abbiamo letto della nuova crociata scatenata dal caudillo di Arcore ci siamo chiesti - e ne abbiamo scritto - se questa ennesima rincorsa paranoica non fosse indice di un logoramento, diremmo di un disturbo o di un&rsquo;alterazione ormai cos&igrave; profondi da sfiorare i tratti di una dissimulata follia.<br />
Solo un anno fa, issandosi sul predellino di un&rsquo;automobile, Berlusconi aveva fondato quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un partito capace di raccogliere pi&ugrave; del cinquanta per cento dei voti, la maggioranza assoluta dei consensi per un potere che pretendeva di diventare altrettanto assoluto. L&rsquo;egotismo parossistico del gesto e l&rsquo;intento dichiarato contenevano gi&agrave;, di per s&eacute;, qualcosa di inquietante, un&rsquo;inclinazione molto pi&ugrave; che autoritaria, una volont&agrave; protesa a ridurre al silenzio tanto gli avversari quanto gli alleati non immediatamente riconducibili alla cerchia ristretta dei suoi genuflessi corifei. Nonostante la fragilissima opposizione incontrata negli uni e la pazienza corriva degli altri, il disegno &egrave; entrato in crisi, pi&ugrave; per autocombustione che per effetto di una manifesta caduta di consenso o sull&rsquo;onda di una spinta sociale, forte e continua, che con tutta evidenza non vi &egrave; stata e non vi &egrave;. E forse, proprio per questo, una parte sempre pi&ugrave; significativa dei &ldquo;poteri forti&rdquo; si &egrave; persuasa della possibilit&agrave; e dell&rsquo;opportunit&agrave; di liberarsi, senza correre soverchi rischi, di un personaggio incapace di rappresentarne gli interessi se non in un quadro profondamente corrotto e avviato verso un rapido disfacimento della legalit&agrave; democratica, ostico persino al reggimento liberale. Insomma, si &egrave; aperta una sfida, tutta interna al blocco sociale dominante. Una sfida al cui esito non si pu&ograve; certo restare indifferenti, e alla quale bisogna prender parte per forzarne i limiti, avendone tuttavia chiare caratteristiche e dinamiche.<br />
Siamo stati pi&ugrave; volte tentati, nel passato, di vaticinare la chiusura di una fase. Per poi dover constatare, una volta di pi&ugrave;, che Berlusconi riusciva a ridistribuire le carte, a rilanciarsi nel gioco politico, proprio quando sembrava ormai alle corde. Ogni volta, tuttavia, perdendo dei pezzi e vedendo affievolita l&rsquo;efficacia dei propri proclami da imbonitore, sempre pi&ugrave; inadeguati a fronteggiare un malessere sociale difficilmente esorcizzabile esibendo uno sgangherato ottimismo o paventando il ritorno (?) del comunismo che, con riflesso maccartista, egli vede ovunque presente.<br />
Confesso, tuttavia, che l&rsquo;ultima invenzione, quella propinata ieri ai media con una estasiata Vittoria Brambilla al fianco, sembra davvero uscita da un altro mondo: la fondazione dei &laquo;paladini della libert&agrave;&raquo;, una sorta, si parva licet, di &laquo;guardiani della rivoluzione&raquo;, un corpo di fedelissimi, arruolati personalmente dal premier (&laquo;dovranno rispondere solo a me&raquo;) e ingaggiati per impegnare una lotta senza quartiere &laquo;contro il male&raquo;.<br />
Ora, c&rsquo;&egrave; una sola domanda alla quale a questo punto occorre trovare una risposta, perch&eacute; delle due l&rsquo;una: o questo delirio da ayatollah nostrano &egrave; il seme di una superfetazione terminale che come tale viene avvertita, giudicata e definitivamente neutralizzata, oppure, se ci&ograve; non accade, vuol dire che il sogno totalitario dell&rsquo;uomo &egrave; entrato in magnetica risonanza con una parte estesa della societ&agrave;, senza storia e memoria, che ne ha ormai metabolizzato le pulsioni e introiettato la patologia.<br />
La storia del &rsquo;900 ci ha riservato drammatiche esperienze, quando sulla sconfitta del movimento operaio si consum&ograve;, nel cuore dell&rsquo;Europa, un gigantesco fenomeno di reazione di massa. Il primo e pi&ugrave; importante compito che &egrave; davanti a noi consiste nell&rsquo;impedire che questo progetto si realizzi, che questa deriva si compia.<br />
Si guardi al processo di annichilimento della vita pubblica, al ristagno della partecipazione, all&rsquo;inaridimento delle fonti della cultura critica, all&rsquo;implosione della rappresentanza sociale, sostituita da caste privilegiate ed autoreferenziali. E si capir&agrave; quanto il rischio di una lunga fase di decadenza sia tutt&rsquo;altro che remoto.</p>
<p>La foto si trova all'indirizzo: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Traduzioni_automatiche:Silvio_Berlusconi</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 4 Mar 2010 16:12:26 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2383]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L'Italia in guerra: un'amnesia “bipartisan”]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2382_1_2374_1_calcio_small_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Se non sono italiani, se non sono europei, se non sono, in definitiva, occidentali le loro vite valgono di meno. O non valgono niente. Contavano poco da vivi, figuriamoci da morti. Ieri, la Nato ha bombardato un convoglio di minibus in Afghanistan uccidendo decine di persone inermi. Erano tutti &ldquo;civili&rdquo;, scambiati (?), una volta di pi&ugrave;, per guerriglieri talebani. Fra loro c&rsquo;erano donne e bambini. Scuse immediate dal quartier generale Isaf, dal generale Stanley MacChrystal che ha commentato l&rsquo;&ldquo;errore&rdquo; spiegando che esso, in fondo, &laquo;nuoce alla nuova strategia Usa volta a creare feeling fra le truppe d&rsquo;occupazione e la popolazione&raquo; (sic). Niente di pi&ugrave;, niente d&rsquo;altro. Del resto, non &egrave; in atto una guerra? E la guerra non comporta i suoi prezzi? Dunque, episodio archiviato. Anche da noi, anche dall&rsquo;Italia che &egrave; l&igrave; con i suoi soldati, con i suoi tornado, a contribuire, come forza di complemento, alla mattanza, definita ieri, dal ministro La Russa, con sublime ipocrisia, opera volta a &laquo;conquistare i cuori e le menti del popolo afghano&raquo;. I cuori e le menti. Come quelli dei morti ammazzati, che hanno smesso di funzionare. Chi si prendesse la briga di sfogliare i giornali di oggi, soprattutto la grande stampa, scoprirebbe che la notizia &egrave; nascosta, quasi scomparsa. Per trovarla su la Repubblica bisogna andare in diciassettesima. Fa lo stesso la Stampa di Torino. Il Corriere della Sera la annuncia brevemente in prima per &ldquo;trattarla&rdquo; solo in ventesima. Persino l&rsquo;Unit&agrave; ne d&agrave; conto in trentesima pagina. Sul Giornale della famiglia Berlusconi - ma questo &egrave; scontato - un invisibile trafiletto in sedicesima. Libero, che pure se ne frega, la sbatte in venticinquesima. Un&rsquo;amnesia bipartisan, come bipartisan &egrave; la missione italiana, che oggi trover&agrave; al Senato un&rsquo;ulteriore benedizione, riunendo in un patriottico abbraccio maggioranza e opposizione parlamentare, forse con la sola defezione dell&rsquo;IdV, colta da benvenuta, ancorch&egrave; tardiva, resipiscenza. E senza che un fremito di vergogna passi per la schiena di quanti hanno gi&agrave; dimenticato l&rsquo;impegno di riaprire, in Parlamento, una discussione intorno al senso della presenza delle truppe italiane in Afghanistan e alla necessit&agrave; di una exit strategy, tramutatasi, ormai manifestamente, nel suo opposto. Dunque, pi&ugrave; denari per finanziare la guerra (308 milioni nei prossimi sei mesi), destinati a crescere ulteriormente nel secondo semestre per coprire l&rsquo;invio di altri mille uomini sul teatro del conflitto. Si spiega solo cos&igrave;, con la cattiva coscienza, la rimozione dell&rsquo;ennesima strage. Che trascina con s&eacute; un altro effetto collaterale, non meno carico di veleni. Perch&eacute; se la guerra in corso, se il pi&ugrave; asimmetrico dei conflitti, se l&rsquo;assassinio sistematico di innocenti non rappresentano pi&ugrave; un tab&ugrave;, se l&rsquo;assuefazione all&rsquo;altrui sofferenza preclude la capacit&agrave; di ascoltare, vedere, sentire, reagire, allora si pu&ograve; davvero precipitare molto in basso e corrompere quella scala di valori che ha nella difesa della pace il suo architrave fondante. Dopo, tutto diventa possibile. E digeribile.</p>
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<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 4 Mar 2010 16:0:39 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2382]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Quando la prepotenza diventa legge dello Stato]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2381_1_images_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Senza clamore e, malauguratamente, senza efficaci reazioni parlamentari, sta per essere approvato al Senato un disegno di legge (il 1067-b) che, di fatto, liquida la &ldquo;giusta causa&rdquo; nei licenziamenti individuali, assestando un colpo mortale a quell&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che rappresenta l&rsquo;estrema difesa contro i soprusi padronali nei conflitti di lavoro.<br />
Gi&agrave; in passato, ripetutamente, ma quasi in solitudine, abbiamo denunciato l&rsquo;estrema gravit&agrave; del progetto attraverso il quale si riducono in polvere, in un colpo solo, i contratti collettivi, le leggi a tutela della parte pi&ugrave; debole e la stessa funzione della magistratura. L&rsquo;architettura giuridica che conduce a questo terrificante esito si regge sul combinato disposto di due articoli, il 32, che interviene sul processo del lavoro e sul ruolo del giudice; e il 33 che introduce l&rsquo;&ldquo;arbitrato&rdquo;. Per comprendere di cosa effettivamente si tratti, occorre rammentare che la famigerata legge 30 aveva previsto la possibilit&agrave; che, nell&rsquo;attivare un rapporto di lavoro, le due parti interessate potessero &ldquo;certificare&rdquo;, in accordo fra loro e secondo una prassi definita, condizioni in tutto o in parte derogatorie rispetto ai contratti collettivi e alla legislazione vigente. E&rsquo; evidente a chiunque come la stipula di simili accordi non possa che essere frutto di un ricatto. Poich&eacute; solo il bisogno estremo di lavorare pu&ograve; indurre una persona in possesso delle proprie facolt&agrave; intellettive ad accettare clausole jugulatorie, peggiorative delle condizioni normative o retributive della sua prestazione, rinunzie alle quali mai, ragionevolmente, si piegherebbe se non coartata da uno stato di necessit&agrave;. La norma serve dunque a conferire forza legale, legittimit&agrave; formale alla legge del pi&ugrave; forte, rovesciando un punto fermo del giuslavorismo italiano, in base al quale il soggetto pi&ugrave; debole, il lavoratore, non deve essere posto nelle condizioni di soccombere in ragione della propria stessa debolezza. Per questo la legge aveva sin qui previsto che vi fossero &ldquo;diritti indisponibili&rdquo;, vale a dire irrinunciabili, persino da parte di coloro che ne sono i beneficiari. Per completare il misfatto e rendere inoperante questo sano e democratico principio, occorreva tuttavia introdurre un altro, decisivo tassello. Occorreva impedire al giudice di intervenire ex post, di fronte ad una contestazione promossa dal lavoratore quando questi, perch&eacute; pi&ugrave; libero di disporre di s&eacute;, o perch&eacute; licentiatosi, avesse inteso ottenere, sia pure tardivamente, giustizia.<br />
Ecco allora la nuova norma che chiude il cerchio, il catenaccio che vanifica ogni intento riparatorio: &laquo;Nella qualificazione del contratto di lavoro e nell&rsquo;interpretazione delle relative clausole, il giudice non pu&ograve; discostarsi dalle valutazioni delle parti, espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro (&hellip;) salvo il caso di erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformit&agrave; tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione&raquo;. Prosa ripetitiva e stucchevole, ma dal significato inequivocabile: il giudice non applicher&agrave; n&eacute; la legge n&eacute; i contratti collettivi, ma si atterr&agrave; a ci&ograve; che i soggetti in questione hanno privatamente pattuito e, in seguito, marchiato con il timbro di ceralacca. Siamo alla riedizione del contratto individuale e alla sostanziale cancellazione del diritto del lavoro.<br />
A completare questo idilliaco quadretto, infine, la disciplina dell&rsquo;arbitrato. Dove l&rsquo;arbitro, nella sua terziet&agrave;, decider&agrave;, anche in materia di licenziamenti, &laquo;secondo equit&agrave;&raquo;, vale a dire in base alla sua discrezionale concezione dell&rsquo;equit&agrave;, e non pi&ugrave; secondo la legge. Ecco come, in poche ma precise mosse, il divieto di licenziare in assenza di &ldquo;giusta causa o giustificato motivo&rdquo;, focus di un epico scontro, vinto dai lavoratori nel 2002, viene aggirato e reso del tutto inapplicabile, almeno quando la forza di interdizione sindacale sia debole o nulla. Proprio come gi&agrave; avviene nella sterminata prateria del precariato, dei lavori saltuari, intermittenti, somministrati, a progetto, a chiamata, che interessano una, o forse ormai due generazioni di persone i cui diritti fondamentali, la cui libert&agrave; e la cui dignit&agrave; sono stati mandati al macero. Nel nome della libert&agrave; e della competitivit&agrave; d&rsquo;impresa. La cui stella, come ognuno pu&ograve; vedere, grazie a questo lavacro, splende radiosa sul cielo d&rsquo;Italia.</p>
<p>P.S.: La Cgil, ha espresso un giudizio durissimo sul ddl in corso di approvazione, sostenendo, con ottime ragioni, che l&rsquo;offensiva confindustrial-governativa comporterebbe conseguenze persino peggiori di quelle che furono tentate otto anni orsono, quando tre milioni di persone furono da essa Cgil mobilitate e confluirono a Roma per impedire la manomissione dell&rsquo;articolo 18.<br />
Sarebbe pi&ugrave; che mai necessario che di fronte a questo nuovo, poderoso colpo di ariete si opponesse una mobilitazione di quell&rsquo;intensit&agrave; e di quelle proporzioni. A partire dallo sciopero del 12 marzo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 4 Mar 2010 15:37:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2381]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[L’Aquila: il sipario strappato]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2378_1_abruzzo_EIDO_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Abbiamo davanti agli occhi l&rsquo;immagine degli abitanti dell&rsquo;Aquila (o meglio, di coloro che l&rsquo;abitavano un anno fa) mentre forzano il blocco della polizia e, armati di carriole, rimuovono con le mani le macerie delle loro case ancora ammassate dal giorno del terremoto in quella che &egrave; divenuta una citt&agrave; fantasma. Quello spettacolo spettrale, simbolo dell&rsquo;ignavia e dell&rsquo;irresponsabilit&agrave; di un potere corrotto e corruttore &egrave; stata tenuta nascosta. Bisognava evitare in ogni modo che fosse cancellata, o anche soltanto scalfitta, l&rsquo;immagine bugiarda dell&rsquo;efficienza, dell&rsquo;intervento &laquo;tempestivo ed efficace&raquo; con cui il &laquo;governo del fare&raquo; aveva smantellato le tendopoli e assicurato a tutti (?) una casa.<br />
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La realt&agrave; ha tuttavia finito per bucare la diga di balle mediatiche con cui Berlusconi era sin qui riuscito, almeno in parte, a nascondere lo stato delle cose ad un Paese gi&agrave; di per s&eacute; cloroformizzato e disposto, in discreta parte, a credere qualsiasi cosa gli si propini. Impresa, poi, non del tutto improba se dalla tv ammiraglia del servizio pubblico si pu&ograve; impunemente raccontare che il signor David Mills e, per la propriet&agrave; transitiva, il signor Silvio Berlusconi, sono stati assolti, s&igrave; assolti, dall&rsquo;accusa di corruzione. In questa Italia dove tutto pu&ograve; accadere e tutto pu&ograve; essere, contro la verit&agrave; e secondo disegno, spacciato per falso o per vero, le carriole degli aquilani hanno strappato il sipario. Almeno in parte. Perch&eacute; rimane ancora occultata, o conosciuta solo per approssimazione, l&rsquo;altra faccia della medaglia, quella che racconta del mastodontico sperpero di denaro pubblico che ha visto la protezione civile protagonista, alla Maddalena prima e all&rsquo;Aquila poi, di spese dissennate per la gestione di quella spettacolare autocelebrazione di s&eacute; in cui il governo ha imposto fosse trasformato il G8. Si sa che il &ldquo;grande evento&rdquo;, trasferito dalla Maddalena alla capitale abruzzese e durato 3 giorni, &egrave; costato pi&ugrave; di mezzo miliardo. Si conosce meno, o per nulla, il dettaglio di quegli impieghi. Il cui elenco &egrave; invece un&rsquo;istruttiva rappresentazione di cosa sia diventata la gestione della protezione civile, senza neppure il bisogno di attenderne la trasformazione in societ&agrave; per azioni, nelle munifiche mani della coppia Berlusconi-Bertolaso.<br />
<br />
Il settimanale <em>L&rsquo;Espresso</em> pubblica questa settimana l&rsquo;elenco di alcuni fra i contratti stipulati per dare lustro alla grande kermesse. Ad esempio: accapatoi e asciugamani, 24mila 420 euro; 60 penne, edizione unica, 26mila euro; noleggio di poltrone <em>Frau</em>, 373mila 235 euro; noleggio televisori al plasma, 347mila 348 euro; 45 ciotoline in argento <em>Bulgari</em>, 22mila 500 euro; tessuto per divise di steward e hostess: 18mila 700 euro; tessuti per divise (non specificate), 54mila euro; tessuti con logo per personalizzazione transenne, 23mila 442 euro; addobbi floreali, 64mila euro; trasferimento della scultura &laquo;il Guerriero di Capestrano&raquo; da Chieti alla sede G8 dell&rsquo;Aquila, 11mila 122 euro; trasporto opere d&rsquo;arte, 36mila euro; posacenere, 10mila 200 euro; rivestimento ascensori con pellicola vinilic, 9mila 72 euro; realizzazione del progetto &laquo;A city to listen to&raquo;, 193mila 996 euro. Tutto ci&ograve; al netto delle enormi cifre impiegate per allestire il G8 in Sardegna (fra alberghi, sale conferenze, giardini, porti), dove era stata imbandita la tavola che doveva soddisfare gli appetiti degli amici e degli amici degli amici, la camarilla finita in carcere grazie all&rsquo;inchiesta della Procura di Firenze. Come si vede - e come &egrave; sempre stato - questione politica e quetione morale camminano appaiate: l&rsquo;una &egrave; lo specchio fedele dell&rsquo;altra. Dove il potere viene scientificamente utilizzato per coltivare appannaggi, prebende, privilegi, immunit&agrave;, il bene pubblico, o comune che dir si voglia, se ne va a ramengo. E la democrazia soccombe sepolta sotto un cumulo di macerie. Come le speranze della gente dell&rsquo;Aquila.<br />
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Foto: Eidon</p>]]></description><pubDate>Mon, 1 Mar 2010 12:39:38 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2378]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Vittorio Feltri: apologia del servilismo]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2377_1_Feltri e Berlusconi_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>&laquo;Se non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; il corrotto non ci pu&ograve; pi&ugrave; essere il corruttore&raquo;. Con questo stupefacente, lapidario commento apparso stamane sul quotidiano di famiglia del premier, Vittorio Feltri commenta la sentenza con la quale la Cassazione prescrive il reato di cui si &egrave; reso responsabile l&rsquo;avvocato David Mills. Peccato che, come capirebbe anche un bambino e come senz&rsquo;altro anche il direttore de <em>il Giornale</em> capisce, la corruzione - che rappresenta il vero interesse politico nella questione - vi &egrave; stata e i giudici l&rsquo;hanno confermata. Solo la prescrizione consentir&agrave; verosimilmente al <em>caudillo</em> di farla franca, cio&egrave; di non pagare dazio per avere in ogni caso compiuto un reato che la legge ha accertato ma che non pu&ograve; pi&ugrave; essere punito. Dunque, solo la malafede consente a Feltri di costruire l&rsquo;inconsistente sillogismo di cui sopra, affermando il falso nella proposizione principale (&laquo;se non c&rsquo;&egrave; il corrotto...&raquo;). Invece il corrotto c&rsquo;&egrave;. E c&rsquo;&egrave;, altrettanto chiaramente, il corruttore: si chiama Silvio Berlusconi ed &egrave; il presidente del Consiglio in carica. Importa poco, a questo punto, che il processo che il <em>caudillo</em> dovr&agrave; comunque affrontare (il suo reato cadr&agrave; in prescrizione nella primavera del prossimo anno) non potr&agrave; attraversare i tre gradi di giudizio. Il fatto politico, grande come una casa, &egrave; davanti agli occhi di tutti. Se Berlusconi non ne trae le conseguenze &egrave; perch&eacute; l&rsquo;uomo si ritiene - e tanto basta - non punibile, a dispetto di qualunque misfatto di cui si sia reso, o possa rendersi, responsabile, in forza del mandato popolare che egli interpreta - fuori e contro lo stato di diritto - come un&rsquo;investitura <em>super leges</em>. Si capisce bene perch&eacute;, per la propriet&agrave; transitiva, egli estenda l&rsquo;immunit&agrave; a tutti gli uomini del suo circo che incorrano in violazioni di legge, anche molto, molto gravi. E perch&eacute; egli si accanisca contro la magistratura che deve invece accertare e punire ogni <em>vulnus</em> inferto alla legalit&agrave;. Nessuna credibile operazione di bonifica del mondo inquinato della politica, degli affari, delle collusioni con la malavita sar&agrave; davvero possibile finch&eacute; colui che si crede al di sopra della legge continuer&agrave; a sedere sullo scranno pi&ugrave; alto del potere.</p>
<p>L&rsquo;immagine si trova all&rsquo;indirizzo: http://senzapelisullatastiera.blogspot.com/2009/09/in-mancanza-del-confronto-politico</p>]]></description><pubDate>Fri, 26 Feb 2010 13:55:25 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2377]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[E’ il capitalismo, bellezza!]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2375_1_thyssenkrupp1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Ci sono fatti che illuminano la realt&agrave; dei rapporti sociali in modo pi&ugrave; penetrante di quanto non possano cento saggi di sopraffina erudizione. Ne proponiamo due, pescando fior da fiore, dai tanti episodi che la cronaca quotidianamente ci presenta. Il primo riguarda la ThyssenKrupp, l&rsquo;azienda tedesca produttrice di acciai speciali (con articolazioni produttive in tutti i segmenti industriali, 190 mila dipendenti, stabilimenti in ogni parte del mondo, 40 miliardi di ricavi lo scorso anno), il cui amministratore delegato si trova sotto processo con l&rsquo;accusa di omicidio volontario, per aver causato l&rsquo;orrenda morte di sette operai, suoi dipendenti, bruciati vivi a seguito dell&rsquo;esplosione della linea 5 dello stabilimento torinese in cui lavoravano, in una condizione di violazione degli standard di sicurezza, conosciuta eppure totalmente trascurata dai dirigenti aziendali. L&rsquo;amministratore delegato, che secondo un collaudato copione aveva cinicamente provato a scaricare sulle vittime la responsabilit&agrave; del disastro (&laquo;non dovevano distrarsi&raquo;, aveva detto), ora si &egrave; reso protagonista di un ignobile ricatto. Egli ha condizionato la disponibilit&agrave; ad avanzare domanda di cassaintegrazione &ldquo;in deroga&rdquo; per i 30 dipendenti ancora in forza nello stabilimento piemontese alla condizione che questi rinuncino alla costituzione di parte civile ed escano dal processo ordinato dalla magistratura contro i responsabili della strage. Non c&rsquo;&egrave; in questo comportamento soltanto qualcosa di moralmente ripugnante. C&rsquo;&egrave; lo stigma del potere assoluto, l&rsquo;alterigia sprezzante di chi pensa che i lavoratori possano essere trattati come carne da macello, la loro dignit&agrave; calpestata e requisita, buttando una manciata di euro sul tavolo. Il secondo fatto chiama i causa i padroni di casa nostra, anzi, il padrone per eccellenza, la Fiat della famiglia Agnelli e quel Marchionne, salito sugli scudi come una sorta di novello re Mida e rapidamente domostratosi degno erede dei Valletta e dei Romiti, per la determinazione con cui &ndash; abbandonata ogni ostentata velleit&agrave; progressista &ndash; ha deciso lo smantellamento dello stabilimento di Termini Imerese e il ridimensionamento degli altri, mentre l&rsquo;investimento della casa torinese viene allocato l&agrave; dove salari, diritti, vincoli sociali sono pi&ugrave; laschi o assenti. C&rsquo;&egrave; un piccolo particolare, un &ldquo;dettaglio&rdquo; molto significativo, in questa coraggiosa performance imprenditoriale: l&rsquo;amministratore delegato e il presidente della Fiat si sono aumentati lo stipendio, sotto forma di stock option, di qualche milione di euro. Poco prima avevano remunerato gli azionisti, distribuendo loro 144 milioni di dividendi. E&rsquo; cos&igrave; che va: profitti ed emolumenti, da una parte; licenziamenti, cassaintegrazione e botte generosamente somministrate dalla polizia, dall&rsquo;altra. E&rsquo; il capitalismo, bellezza. Nonch&eacute; la lotta di classe, agita da una parte sola.</p>]]></description><pubDate>Wed, 24 Feb 2010 19:4:6 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2375]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[La farsa. Sulla nostra pelle]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2373_1_berlusconi e bertolaso-1_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Avevate davvero pensato, anche per un solo, fugace momento, che Berlusconi potesse essersi trasformato in un irriducibile nemico della corruzione, in un persecutore dell&rsquo;illegalit&agrave;, in un fautore delle buone pratiche e dell&rsquo;etica imprenditoriale, della trasparenza amministrativa?  Avevate davvero immaginato che la tenacia indeflettibile con cui il caudillo ha scientificamente perseguito e preteso la garanzia della propria personale immunit&agrave; (lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento) potesse mutare cos&igrave; radicalmente obiettivi e bersagli? E ancora, vi siete chiesti cosa abbia a che fare questa improvvisata e strombazzata conversione legalitaria con il contemporaneo assalto scatenato contro lo strumento delle intercettazioni telefoniche, di vitale importanza nelle investigazioni anti-mafia e senza il quale la stessa rete di corruttela concresciuta all&rsquo;ombra della Protezione civile non sarebbe mai venuta alla luce?  In questi giorni, di fronte allo sdegno suscitato dalle proporzioni dello scandalo, di fronte al raggelante cinismo dei suoi protagonisti (quelli che ridacchiavano sulla tragedia aquilana e si fregavano le mani per la miniera d&rsquo;oro che si stava loro apparecchiando), di fronte all&rsquo;intreccio di interessi e di favori che coinvolge gli uomini del team berlusconiano, ecco la messa in scena dell&rsquo;ultimo colpo di teatro, il rovesciamento diametrale della prospettiva. Ecco il consueto esercizio del &ldquo;bluff&rdquo;, come lo ha definito Bersani, ecco lo &ldquo;spot pubblicitario&rdquo; come lo ha chiamato Casini. S&igrave;, perch&eacute; di nient&rsquo;altro si tratta. Una trovata mediatica, un&rsquo;escogitazione propagandistica per attraversare senza troppi danni la fase difficile, per neutralizzare gli effetti delle imbarazzanti collusioni, alla vigilia di una consultazione elettorale. Per passare la nottata, e magari far dimenticare gli insulti rabbiosi rivolti solo pochi giorni or sono alla procura di Firenze che con il proprio lavoro gli aveva rotto il giocattolo della Protezione civile. &laquo;Vergognatevi&raquo;, aveva sentenziato. Ma ancora oggi, nel surreale tentativo di negare le dimensioni di un fenomeno in cui si riassumono forma e sostanza del suo potere personale, lo ha derubricato a marachella di pochi <birbantelli>. E quale genere di coerenza, di pulizia morale &egrave; possibile aspettarsi da un uomo che ha appena  respinto le dimissioni del sottosegretario Cosentino, malgrado la Cassazione avesse confermato il fondamento della richiesta d&rsquo;arresto disposta dai giudici nei suoi confronti in quanto accusato di collusione con il clan dei Casalesi?  Ancora ieri, costretto in corsa a rinunciare alla privatizzazione della Protezione civile, il governo si &egrave; opposto (senza successo) all&rsquo;introduzione di una &laquo;black list&raquo; delle imprese sospettate di collusione con la criminalit&agrave; e alla cancellazione dello scudo immunitario che il ddl prevedeva per i commissari dell&rsquo;emergenza rifiuti in Campania.  In ogni caso, malgrado le modifiche apportate (o inflitte) alla versione originaria del decreto, la Protezione civile rimane il centro di annodamento di un potere spropositato ed unilaterale, provvista di una latitudine di intervento che continua a spaziare dalle catastrofi naturali ai cosiddetti grandi eventi, gallina dalle uova d&rsquo;oro per vassalli, valvassori e valvassini del premier.  Quanto al decreto anticorruzione, esso ha vissuto, come si &egrave; visto, per sole 48 ore. Il Consiglio dei ministri che lo doveva approvare a tamburo battente lo ha gi&agrave; fermato. Chi &egrave; disposto a credere che sar&agrave; licenziato la prossima settimana?  Vedrete che, in ogni caso, calato il sipario sulle elezioni regionali, la musica riprender&agrave;. Su un altro spartito. E sempre sulla nostra pelle. </birbantelli></p>]]></description><pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:41:22 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2373]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Se il Caudillo avesse un cavallo…]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2371_1_   forzasilvio_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Adesso diranno che l&rsquo;uomo ha un insuperabile gusto per l&rsquo;ironia, per la battuta salace, s&igrave;, ma in fondo innocua. Adesso ci spiegheranno che Lui possiede l&rsquo;innato estro cabarettistico del saltimbanco e le sue boutade sono frutto di una genuina spontaneit&agrave;, di un animo fanciullo, ma privo di malizia. Insomma, cercheranno di buttarla in uno sghignazzo. &laquo;Quando sar&ograve; anziano, mi far&ograve; fare senatore&raquo; ha detto ieri l&rsquo;altro Berlusconi, nel corso di una cena con un gruppo di senatori invitati a Palazzo Grazioli. Per il prodigo dioscuro Gianni Letta, il cui candido profilo rischia di uscire meno immacolato dalle indagini della magistratura sugli appalti aquilani, &egrave; invece gi&agrave; apparecchiato lo scranno pi&ugrave; alto, quello del Quirinale. Quando Napolitano avr&agrave; concluso il suo settennato, s&rsquo;intende. Del resto, chi, pi&ugrave; di lui, &laquo;che ha dato tanto&raquo;, meriterebbe quel posto? Ci si metta in testa che Berlusconi fa sul serio. Fa sempre sul serio. Anche &ndash; e proprio &ndash; quando le sue affermazioni paiono pi&ugrave; paradossali. Egli dice quel che pensa e fa quel che dice. Col piglio autoritario di chi non ammette contraddittorio e spiana, letteralmente, ogni ostacolo che gli si frapponga. Abbiamo visto come il caudillo ha scelto il &ldquo;suo&rdquo; personale politico, con quale metro, o centimetro, ha selezionato ministri e ministre, candidati e candidate. Credo che se la sua affezione fosse per un cavallo ci troveremmo di fronte ad un redivivo Caligola. Invece, si &egrave; accontentato di uno &ldquo;stalliere&rdquo;, quel Vittorio Mangano ospitato per due anni nella villa di Arcore ed in seguito condannato all&rsquo;ergastolo per un omicidio di mafia. &laquo;Un eroe&raquo;, come ebbe a definirlo un altro stinco di santo, sodale del cavaliere, il potente Marcello Dell&rsquo;Utri gi&agrave; condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e ad altri due per frode fiscale, colui che secondo la deposizione di Massimo Ciancimino &egrave; subentrato al famigerato Vito come interlocutore di Cosa Nostra alla morte di quest&rsquo;ultimo. Oggi, mentre dalle inchieste della magistratura sugli appalti della protezione civile e dalla relazione della procura generale della Corte dei Conti emerge, in tutta la sua drammaticit&agrave;, il groviglio di illegalit&agrave; e di latrocinii che legano il potere agli affari, Berlusconi avverte l&rsquo;urgenza che il parlamento tolga di mezzo le intercettazioni telefoniche ed imbavagli il lavoro dei magistrati, responsabili di avere, ancora una volta, scoperchiato il vaso di pandora.  Questo paese, come dovrebbe esser chiaro ad ogni persona onesta e dotata di comune buon senso, sta andando senza guida alla rovina. Ovunque si posi lo sguardo, si coglie lo scricchiolio e, non di rado, lo sconquasso di una macchina statale e amministrativa nella quale la responsabilit&agrave; nell&rsquo;esercizio delle funzioni pubbliche arretra di fronte al tornaconto personale. Al punto che desta sorpresa quando, sempre pi&ugrave; raramente, ci si imbatte in comportamenti virtuosi. Sarebbe delittuoso subire passivamente, con impotente rassegnazione, questa parabola della nostra democrazia. Perch&eacute; nel vuoto della politica e della partecipazione popolare si possono materializzare i fantasmi del peggiore passato prerepubblicano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 18 Feb 2010 17:27:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2371]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[Libera volpe in libero pollaio]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Quella che sta svolgendosi in queste ore, sotto i nostri occhi, &egrave; la rappresentazione plastica di un disastro politico, economico e morale. Si badi: non c&rsquo;&egrave;, in questa affermazione, alcuna enfasi propagandistica, n&eacute; alcun compiaciuto retrogusto polemico. Perch&eacute; parliamo del disastro di un&rsquo;Italia a tal punto svenata e sgovernata che tutto sembra precipitare in un abisso senza fondo. Le frane di Maierato e di San Fratello, che stanno letteralmente ingoiando quei paesi, fanno da raccapricciante contrappunto simbolico al grumo di malversazione, di concussione, di corruzione che sta emergendo dalla vicenda della Protezione civile. Di giorno in giorno, il fronte di quest&rsquo;altra frana si allarga e assume un profilo inquietante. Vedremo presto sin dove &egrave; risalita la cancrena, quali stanze del potere ha contaminato. Toccher&agrave; ai magistrati accertare le violazioni di legge e le responsabilit&agrave; penali, che sono personali. A noi compete e interessa invece un ragionamento politico, per istruire il quale abbiamo gi&agrave; a disposizione il materiale necessario. I fatti sono che la Protezione civile, la quale istituzionalmente avrebbe dovuto occuparsi di prevenire, per quanto possibile, attraverso opere di bonifica ambientale, eventi di dissesto geologico, ha progressivamente ampliato a dismisura il perimetro del proprio intervento sino a spostarne il baricentro in tutt&rsquo;altra direzione. E lo ha fatto utilizzando sino in fondo le facolt&agrave; discrezionali che con interessata generosit&agrave; il governo e la presidenza del consiglio le hanno riconosciuto. Col risultato che sotto l&rsquo;egida dell&rsquo;emergenza e attraverso procedure incontrollabili si sono messi in moto interessi voraci, capaci di divorare ingenti risorse pubbliche, messe a disposizione di una rete di faccendieri, speculatori, profittatori. Il mercimonio sessuale che fa da sordido contorno a questo banchetto non &egrave; che l&rsquo;epifenomeno di un sistema, di un modello degenerato di gestione del potere che concede a chi lo detiene la possibilit&agrave; di elargire favori, garantire coperture e protezioni. L&rsquo;altra faccia di questa medaglia &egrave; la disperazione della gente dell&rsquo;Aquila, l&rsquo;abbandono delle popolazioni messinesi che in queste ore stanno perdendo tutto nel pi&ugrave; prevedibile degli eventi calamitosi; &egrave; la condizione dei lavoratori che stanno subendo licenziamenti di massa senza poter contare su alcuna tutela; &egrave; lo stato desolante della scuola pubblica, prosciugata sino a pregiudicare il diritto all&rsquo;istruzione; &egrave; la condizione di totale precariet&agrave; in cui una generazione intera dibatte la propria esistenza grama, espropriata di fondamentali diritti di cittadinanza; &egrave; lo stato di ormai cronica marginalit&agrave; sociale, di sfruttamento, quando non di persecuzione cui &egrave; sottoposta la popolazione migrante. Tutto questo, che sta passando nel tritacarne la vita di milioni di persone, scassandone il presente e ipotecandone il futuro, &egrave; considerato meno di nulla dal presidente del consiglio. Il quale, di fronte al verminaio che lambisce (o attraversa) la corte dei suoi sodali, riesce a dire che si tratta soltanto di &laquo;piccole volpi nel pollaio&raquo;. L&rsquo;impressione &egrave; che le volpi siano molte e, soprattutto, si trovino perfettamente a loro agio in un contesto politico nel quale, come abbiamo ripetutamente spiegato, le regole, le procedure, i vincoli, la trasparenza sono considerati soltanto ostacoli. Esattamente come la democrazia costituzionale, osteggiata e sbeffeggiata come un fastidioso balzello che si oppone all&rsquo;esercizio spregiudicato della &laquo;politica del fare&raquo;.</p>]]></description><pubDate>Wed, 17 Feb 2010 11:16:30 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2370]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il potere corrotto ed Emanuele che a 28 anni si è tolto la vita]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Vale la pena di soffermarsi sulle ragioni che hanno spinto Berlusconi - e, di risulta, la stretta cerchia dei suoi cortigiani - a prendere le incondizionate difese di Guido Bertolaso. Contrariamente a quanto le accorate parole di Gianni Letta possano far pensare, non c&rsquo;entrano la stima per l&rsquo;efficienza dell&rsquo;uomo, n&eacute; il desiderio di proteggerne l&rsquo;immagine e neppure la volont&agrave; di porre la Protezione civile al riparo da un contraccolpo che potrebbe demolirne il prestigio. Il motivo sta nel fatto che il caudillo di Arcore percepisce con il fiuto che nessuno gli disconosce di essere lui medesimo sotto sferza. Lo dice senza mezzi termini: &laquo;Il vero bersaglio sono io&raquo;. Ma perch&eacute; il Presidente del Consiglio ritiene di essere il vero destinatario dell&rsquo;inchiesta della procura di Firenze? Solo l&rsquo;inclinazione paranoica del suo carattere giunta ormai allo stadio patologico? No. La ragione di questo accanimento difensivo affonda le radici nel modello sul quale la Protezione civile &egrave; stata plasmata: una struttura autocratica, diretta da un uomo solo, dotata di poteri assoluti, priva di controlli e di vincoli, ispirata ad una filosofia che vede nelle regole soltanto pastoie burocratiche. Quello che succede nelle pieghe di un meccanismo intrinsecamente esposto alla corruzione, sino alle pi&ugrave; indecenti incursioni speculative, &egrave; privo di importanza. Berlusconi vede se stesso, la propria concezione della politica e del potere perfettamente riflessi e chiamati in causa in questa torbida vicenda. La sua permanente disfida, ora contro la magistratura, ora contro gli organi di garanzia costituzionale, ora contro il parlamento, ora contro l&rsquo;informazione libera, ha precisamente questo senso. Come la maggioranza delle azioni, in un&rsquo;impresa, consegna al suo detentore un potere illimitato, cos&igrave;, chi ha riscosso il consenso elettorale maggioritario non deve avere pi&ugrave; nulla e nessuno sopra di s&eacute;. Chi prova ad opporglisi deve essere contrastato. E se insiste, annientato.  P.S.: Mentre dalle intercettazioni della Procura fiorentina cominciano ad emergere le proporzioni della mangiatoia allestita all&rsquo;ombra della Protezione civile, ieri l&rsquo;altro &egrave; accaduto che Emanuele Vacca, un ragazzo di 28 anni, si sia tolto la vita per la disperazione di aver perso il lavoro impiccandosi nei locali dell&rsquo;azienda presso la quale svolgeva la sua attivit&agrave;. Forse sapeva di non poter contare su nessun aiuto. Di certo non in un sistema di protezione sociale che a lui, e a tantissimi come lui, non avrebbe potuto offrire nulla. Esiste fra le due vicende una relazione? Eccome se esiste, grande come una casa.</p>]]></description><pubDate>Mon, 15 Feb 2010 16:28:55 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2367]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[Il governo non può chiudere i giornali]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/2360_1_PIC_0006_small.jpg' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Come per un sortilegio, inauguriamo il nostro sito web mentre &egrave; in pieno, compulsivo dispiegamento un attacco del governo ai giornali di partito, fra i quali Liberazione, a quelli cooperativi e di idee. In una parola, alla libert&agrave; di stampa, al pluralismo dell&rsquo;informazione che si vorrebbe castrare per limitare il gioco a pochi potentati. La modalit&agrave; perseguita &egrave; di disarmante semplicit&agrave;: prosciugare o, preferibilmente, estinguere il finanziamento pubblico dedicato a quelle testate, impedire persino che esse possano ad ogni effetto vantare l&rsquo;esigibilit&agrave; degli stanziamenti pregressi, ma non ancora erogati, per ottenere dalle banche i crediti indispensabili per lavorare. Gli impegni solennemente assunti solo due mesi fa dal plenipotenziario ministro del Tesoro si sono liquefatti come neve al sole. Anzi, si sono tramutati nell&rsquo;esatto opposto. Il diritto soggettivo, abolito con la finanziaria, non &egrave; stato reintrodotto, come era stato promesso, nel decreto &ldquo;milleproroghe&rdquo;. L&rsquo;emendamento con cui, dalla maggioranza e dall&rsquo;opposizione, si cercava di mettere una pezza &egrave; stato rigettato dal governo che, sempre pi&ugrave; palesemente, non si propone affatto di disboscare la giungla editoriale da quei soggetti privi che sono privi dei requisiti necessari per beneficiare del contributo pubblico perch&eacute; privi di strutture redazionali, di dipendenti regolarmente iscritti a libro paga, con pubblicazioni assenti o intermittenti in edicola, ma intende fare di ogni erba un fascio e chiudere il rubinetto. Che migliaia di lavoratrici e lavoratori si trovino, nelle prossime settimane, senza lavoro; che le loro aziende siano costrette a ricorrere a costosissimi (anche per lo Stato) ammortizzatori sociali; che decine e decine di giornali scompaiano dal panorama informativo non costituisce per la sedicente cultura liberale di questo governo alcun problema. Nell&rsquo;agenda storica di questo Paese vi fu un tempo in cui i giornali furono chiusi, letteralmente, col fuoco: fu l&rsquo;esordio tragico del fascismo. Oggi, nell&rsquo;infragilita democrazia della seconda repubblica si prova a regolare il conto in altro modo. Abbiamo detto che reagiremo con ogni nostra energia, adottando tutte le forme democratiche di protesta e di iniziativa, sviluppando le pi&ugrave; ampie alleanze e convergenze. E contando su un sussulto del mondo della cultura, dei movimenti, delle associazioni, di quanti comprendono il rischio di una drammatica implosione degli spazi di libert&agrave;. Il 3 ottobre scorso, a Roma, in una piazza gremita di popolo, la Federazione della stampa chiam&ograve; a raccolta contro il tentativo dell&rsquo;esecutivo di mettere il bavaglio alla libert&agrave; di stampa e di colpire mortalmente uno dei capisaldi della Costituzione. Oggi che quell&rsquo;attacco si rivela in tutta la sua greve materialit&agrave;, serve una risposta all&rsquo;altezza. A &ldquo;babbo morto&rdquo; non ne saremmo pi&ugrave; capaci.</p>]]></description><pubDate>Mon, 15 Feb 2010 11:19:5 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2360]]></link><category><![CDATA[Primo piano]]></category></item><item><title><![CDATA[11/2/2010 "Il gioco è sporco" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Ora &egrave; chiaro: ci stanno prendendo in giro. Solo un malriposto atto di fiducia nei confronti degli autorevoli affidamenti di Fini e Tremonti ci aveva indotto, lo scorso mese di dicembre, a buttare il cuore oltre l&rsquo;ostacolo e a dare credito alle dichiarate intenzioni del ministro del Tesoro. &laquo;Le testate storiche depositarie di una cultura politica saranno salvaguardate&raquo;, ci aveva detto. Come? &laquo;Attraverso il decreto mille proroghe&raquo;, era stata la risposta. Tutta la stampa aveva salutato con enfasi la &ldquo;soluzione&rdquo;.  E l&rsquo;efficacia dell&rsquo;&laquo;asse Fini-Tremonti&raquo; da cui sembrava fosse venuta una parola conclusiva sulla vicenda. Oggi, l&rsquo;atteso decreto approda al Senato, dove si annuncia un nuovo voto di fiducia, esattamente come avvenne per la finanziaria di fine anno. Ma del promesso ripristino del diritto soggettivo, cancellato dalla legge di bilancio e indispensabile per la sopravvivenza a breve di tanti giornali, neppure l&rsquo;ombra. Nemmeno l&rsquo;emendamento tripartisan Pd, Pdl, Lega sottoscritto in commissione &egrave; stato sufficiente a rimuovere il rinnovato diniego del governo. La tesi consunta secondo cui fra le testate che beneficiano di contributi pubblici ve ne sono molte che lucrano indebitamente non regge pi&ugrave;. Perch&eacute; &egrave; manifesta e comune convinzione che a breve, attraverso uno specifico disegno di legge, si potr&agrave; agevolmente mettere ordine nella materia, adottando criteri di finanziamento rigorosi, tali cio&egrave; da evitare sprechi e distinguere i giornali &ldquo;veri&rdquo;, sorretti da strutture redazionali, con dipendenti, presenti quotidianamente nelle edicole, da prodotti editoriali lontani mille miglia da questi elementari requisiti. Dunque, la pretesa volont&agrave; di separare il grano dal loglio, l&rsquo;intendimento di non buttare denari dei contribuenti per foraggiare iniziative parassitarie non c&rsquo;entra nulla. L&rsquo;attacco - esplicito - &egrave; proprio rivolto a noi. E&rsquo; il bambino che si vuole gettare, non l&rsquo;acqua sporca. La garrota - fra una rassicurazione e l&rsquo;altra - si stringe sulla libert&agrave; di stampa. E su alcune migliaia di persone il cui lavoro &egrave; messo sotto schiaffo. Siamo dunque di fronte ad una questione politica di prima grandezza, sempre che il pluralismo dell&rsquo;informazione sia ancora apprezzato come un&rsquo;irrinunciabile condizione della democrazia e non come un fastidio di cui sbarazzarsi. Non vogliamo pensare che vi sia, fra i soggetti potenzialmente colpiti, chi coltiva il retropensiero che, spento un forno, altri se ne possono accendere dove cuocere il proprio pane. Magari in ragione di partnership pi&ugrave; solide di quelle che noi possiamo vantare. Che le cose possano stare cos&igrave; &egrave; molto pi&ugrave; che un sospetto. La contemporanea, incredibile decisione della commissione di vigilanza della Rai di escludere dalle tribune elettorali tutte le forze politiche minori lascia ampiamente capire quale aria tiri. Non &egrave; il caso di perdersi in giri di parole: bipolarismo politico e bipolarismo mediatico rappresentano due facce di un&rsquo;unica medaglia. E&rsquo; in pieno dispiegamento un disegno antidemocratico, una convention ad excludendum il cui obiettivo - solidalmente condiviso da maggioranza e opposizione parlamentare - &egrave; quello di ridurre il gioco politico ad una partita fra i soliti noti, spegnendo la luce su ogni voce dissonante. Quel che serve &egrave; allora una risposta pi&ugrave; ampia, e pi&ugrave; ruvida, di quella che con le nostre sole forze possiamo mettere in campo. Lo chiediamo sin d&rsquo;ora al movimento sindacale, alle associazioni che operano nel sociale, ai movimenti che in questi anni hanno trovato in noi una fonte di informazione libera e indipendente e a tutte le espressioni della cultura democratica.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:13:43 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2351]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[9/2/2010 "Le scorie tossiche del congresso Idv" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Dunque, per Di Pietro, d’incanto, tutto ciò che in questi mesi è stato mobilitazione, partecipazione di massa (con buona pace del “popolo viola”) e lotta sociale (con buona pace dei lavoratori) è derubricato a «sterile protesta», da archiviare in favore di un aggancio alle stanze del potere. Sì, perché «di opposizione si muore». La stagione della «resistenza», che il padre padrone dell’Idv crede di avere plasmato con un editto, dovrebbe dunque finire con la promulgazione di un altro editto, di segno opposto. Mallevadore della repentina svolta, Pierluigi Bersani, orfano dell’Udc ed ora in cerca di altre alleanze che facciano massa critica e tolgano il suo partito da un’imbarazzante sequenza di insuccessi. Di Pietro gli si è consegnato, armi e bagagli, senza badare a spese, a sua volta sperando di condizionarne la politica. Lo ha fatto con un atto di eccezionale portata simbolica, considerata l’impronta intransigentemente giustizialista con cui l’ex magistrato aveva voluto connotare la fisionomia della propria formazione: la convergenza sulla candidatura del plurinquisito sindaco di Salerno, quel Vincenzo De Luca che Isaia Sales ha definito «un satrapo di provincia che ha messo insieme un sistema di potere da far impallidire quello bassoliniano (...), un misto di stalinismo e di leghismo (...), uno che è andato a caccia di senegalesi casa per casa». E poiché anche la forma è sostanza, non desta minore impressione la rapidità con cui questo campione del più spregiudicato sicuritarismo è stato elevato ad icona di un congresso che ha finito per tributargli un’autentica ovazione. Grottescamente invitato alla tribuna «per discolparsi», De Luca si è comportato come lo shakespeariano Marcantonio sul corpo di Giulio Cesare. Con un magistrale colpo di teatro, egli ha mutato i propri vizi in virtù e rovesciato gli umori di una platea cucinata a puntino e ormai pronta a farsi ammaliare dal demagogo di turno. «Volete consegnare la Campania ai Casalesi?», ha tuonato. Quando i delegati, all’unisono, hanno gridato «Nooo», si è capito che il gioco era fatto. La questione morale dimenticata. Quanto all’alternativa al Pdl, non si capisce più in che cosa effettivamente consista. Con essa tramonta anche l’ipotesi di un polo di sinistra, capace di proporsi come reale espressione di quel pezzo di società che non si piega ad una concezione della politica dove tutto si riduce a manovra per la conquista del potere, rispetto alla quale i contenuti, i progetti, la coerenza nel perseguirli diventano cosa del tutto secondaria e cangiante. L’epilogo del congresso dell’Idv ha prodotto altre scorie tossiche a sinistra. La decisione di Sinistra e Libertà di sostenere De Luca allarga, piuttosto che ridurre, il solco che la divide dalla Federazione della Sinistra. Lo diciamo con preoccupazione, perché Liberazione ha molto investito sulla vicenda pugliese e sul sostegno convinto di tutta la sinistra alla candidatura di Vendola. Per il bene di quella Regione, innanzitutto, ma anche per marcare la necessità di mettersi alle spalle, tutti quanti, i postumi laceranti di una rottura che ha prodotto effetti disastrosi e riattivare un laboratorio di ricerca unitaria. Prima la Lombardia, poi il Piemonte, ora la Campania sembrano accreditare la pessima sensazione che la convergenza costruita nel tacco dello stivale abbia rappresentato nulla più che un fatto contingente e strumentale. Per essere espliciti, se Vendola, fuori dalla Puglia, diventa una griffe appiccicabile a merce taroccata, dove i temi cruciali del lavoro, dei diritti, dei migranti, dell’ecologia, della democrazia partecipata possono essere tranquillamente rimossi, allora nel setaccio non rimane che un po’ di realpolitik, priva di appeal e di prospettive. E’ come se - sotto traccia - il tema della competizione a sinistra, in un recinto sempre più angusto, rimanesse la posta principale da riscuotere, insieme al bisogno di rientrare, in fretta e ad ogni costo, nel gioco istituzionale. Ora, il tema delle alleanze è certo importante quanto quello dell’identità politica e programmatica. E fondamentale è l’equilibrio - sempre difficile - fra le due esigenze. Se perdi di vista la prima ti condanni alla marginalità e all’impotenza. Ma se smarrisci la seconda perdi la tua ragion d’essere, la tua credibilità sociale. E ti trasformi in una sbiadita comparsa in un processo di omologazione trasformistica che può solo rappresentare, per qualche piccola casta, l’occasione di una remunerativa cooptazione.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:13:35 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2350]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6/2/2010 "La parabola delle ambizioni di Sergio Marchionne" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Sergio Marchionne ha un&rsquo;ottima e probabilmente fondata opinione di s&eacute;. Delle proprie capacit&agrave; imprenditoriali e delle proprie risorse creative, innanzitutto. Con tutta evidenza, all&rsquo;uomo piace anche scartare dallo stereotipo del padrone cinicamente spietato, attento esclusivamente alle perfomances dell&rsquo;impresa della quale regge il timone e, al contrario, incline a conciliare l&rsquo;interesse aziendale con il bene comune. Atteggiamento piuttosto desueto in quest&rsquo;epoca di rapaci avventurieri, quando non di spregiudicati bancarottieri. Cos&igrave;, almeno, si era presentato, quando nel 2004 aveva ereditato una Fiat sull&rsquo;orlo del fallimento e aveva intrapreso l&rsquo;impervia fatica di un processo di risanamento e di rilancio della casa torinese. In parte riuscito, in un quadro mondiale pesantemente recessivo, e forse proprio grazie ad esso, considerato che l&rsquo;operazione Chrysler &egrave; potuta maturare nelle pieghe di questa catastrofica congiuntura. E&rsquo; cos&igrave; accaduto che, in tempi eccezionalmente rapidi, il carattere sempre pi&ugrave; transnazionale della Fiat ne abbia spostato baricentro, vincoli, priorit&agrave;. E mentalit&agrave;. E&rsquo; anzi certo che se anche l&rsquo;operazione Opel-Gm fosse andata in porto, la spinta alla razionalizzazione produttiva ne avrebbe ricevuto un ulteriore, formidabile impulso. In ogni caso, &egrave; con il concretizzarsi dell&rsquo;avventura americana che Marchionne si libera di ogni remora sociale per muoversi secondo parametri strategici e logiche di impresa molto, molto tradizionali. Chi ha buona memoria ricorder&agrave; che l&rsquo;amministratore delegato della Fiat si present&ograve; su una scena imprenditoriale nostrana mortificata da tante delocalizzazioni speculative, spiegando che in Italia si pu&ograve; benissimo fare impresa e remunerare l&rsquo;investimento industriale, in ossequio alle regole vigenti, rispettando i contratti, i diritti dei lavoratori e, massimamente, la loro dignit&agrave;. Insomma, una novit&agrave; rilevante in un proscenio in cui la lamentazione padronale per il costo del lavoro e per i gravami tributari rappresenta il filo conduttore di un infinito piagnisteo, volto a giustificare per chi resta a produrre sull&rsquo;italico suolo retribuzioni da fame e condizioni di lavoro proibitive. Ebbene, di questo afflato innovatore, di questa riscoperta propensione per una qualche responsabilit&agrave; sociale dell&rsquo;impresa, si &egrave; persa ogni traccia. Fiat vuole chiudere Termini, disposta a rinunciare anche agli incentivi di cui ora (soltanto ora) essa scopre la natura intrinsecamente turbativa del mercato. Con quale argomento? Ne &egrave; stato estratto dal cilindro uno solo: il costo unitario &egrave; tale che ogni auto prodotta a Termini comporta una perdita secca di mille euro. Perch&eacute;? Spiega Marchionne a La Stampa che &laquo;non &egrave; colpa dei siciliani o della qualit&agrave; del lavoro, ma del fatto che non esiste un indotto nell&rsquo;area e i costi di logistica sono enormi&raquo;. Come se in questione vi fosse la creazione di un nuovo opificio e non gi&agrave; di una fabbrica che esiste da 40 anni. E se &egrave; certo che lo Stato e la stessa Regione Sicilia si dividono gravi responsabilit&agrave; per la perdurante povert&agrave; infrastrutturale dell&rsquo;isola, non si capisce chi - se non la Fiat stessa - avrebbe dovuto stimolare, in tanti anni, la generazione di un indotto in quel territorio. Marchionne poi, nell&rsquo;intento di dimostrare che il gruppo non intende penalizzare la produzione italiana, rivela l&rsquo;obiettivo di passare dalle attuali 650mila auto alle 900mila nel 2012. Prendendo per buone queste intenzioni, ci&ograve; significa che la chiusura di Termini acquista la valenza di una bocciatura strategica senza appello: in Sicilia - e per estensione in gran parte del Mezzogiorno - non &egrave; appetibile investire, per i maggiori oneri che l&rsquo;intrapresa comporta. E&rsquo; l&rsquo;amministratore delegato stesso a confessarlo: &laquo;quarant&rsquo;anni fa - dice - la Fiat vantava un sostanziale monopolio sul mercato italiano, gli stranieri non potevano entrare e competere e i maggiori costi venivano scaricati sui clienti&raquo;. Siamo dunque ritornati al classico: nella competizione mondiale si alloca l&rsquo;investimento dove farlo costa meno. Oggi tocca a Termini, ma dietro l&rsquo;angolo c&rsquo;&egrave; Pomigliano, anche se le collaudate tattiche padronali consigliano di sfogliare il carciofo una foglia alla volta per non aprire troppi fronti contemporaneamente. I lavoratori, che questo gioco hanno capito, faranno bene a tenere causa comune.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:13:33 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2349]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[2/2/2010 "Il grido disperato di Sergio"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>In una luminosa giornata di domenica, Sergio Marra, operaio bergamasco, dopo essere stato licenziato in tronco, si &egrave; cosparso di benzina e si &egrave; dato fuoco, uccidendosi. In un modo orribile. Sergio non si &egrave; spento silenziosamente. Il suo &egrave; stato un grido acutissimo, in faccia a una violenza insopportabile. Ora vi sar&agrave; chi, prima di consegnare all&rsquo;oblio questa tragedia, spiegher&agrave; che non si pu&ograve; mai sapere quali siano le ragioni reali di atti come questo e che &egrave; riduttivo attribuirne le cause alla &ldquo;sola&rdquo; perdita del posto. Chi disinvoltamente pontifica in questo modo ha di solito le terga ben al caldo, non ha la pi&ugrave; pallida idea di cosa significhi - materialmente e socialmente - essere deprivati dei mezzi di sostentamento per s&eacute; e per la propria famiglia e, ad un tempo, essere spogliati della propria identit&agrave;, della speranza stessa in una via di uscita. La morte di Sergio parla anche a noi, della sua solitudine disperata, di un calvario che riflette una condizione collettiva condivisa in sorte da tante persone. E della sciagurata irresponsabilit&agrave; con cui chi comanda continua a sottovalutare, a nascondere, la gravit&agrave; della crisi, esimendosi da qualsiasi iniziativa di contrasto. Fatti come questo bucano l&rsquo;impersonale asetticit&agrave; delle percentuali, delle statistiche con le quali si prova a dar conto di ci&ograve; che accade. E raccontano che c&rsquo;&egrave; un pezzo di societ&agrave; - esseri umani in carne ed ossa - che va in rovina. Se ne ha davvero contezza? Se ne comprendono le proporzioni? Guardate che non c&rsquo;&egrave; solo la disoccupazione conclamata. C&rsquo;&egrave; quella precaria non censita. Poi c&rsquo;&egrave; quella mascherata dalla cassa integrazione che, in gergo, si definisce &ldquo;a perdere&rdquo;, quella propedeutica alla collocazione in mobilit&agrave; e non alla reintegrazione nel posto di lavoro. Poi c&rsquo;&egrave; quella che non risulta perch&eacute;, ufficialmente, chi lavora due giorni la settimana, o una settimana al mese, &egrave; computato fra i lavoratori in attivit&agrave;, anche se fa la fame. Inoltre, dentro la crisi, anche le aziende che si ristrutturano mutano pelle: all&rsquo;espulsione dei lavoratori con maggiore anzianit&agrave; e mediamente pi&ugrave; protetti subentra l&rsquo;ingresso dei forzati della precariet&agrave;. Un esercito di lavoratori &ldquo;interinali&rdquo;, &ldquo;a progetto&rdquo;, &ldquo;somministrati&rdquo;, &ldquo;occasionali&rdquo;, &ldquo;a chiamata&rdquo;, privi di tutele e di diritti. In fondo alla catena, l&rsquo;ultimo anello, quello del lavoro servile, schiavistico, appannaggio &ldquo;privilegiato&rdquo; degli immigrati. Ecco, il gesto di estremo autolesionismo di Sergio dissolve l&rsquo;effetto ipnotico di una rappresentazione mediatica della realt&agrave; che pi&ugrave; fasulla non potrebbe essere. Ma dice anche - per contrasto - della insopportabile vacuit&agrave; della politica politicante, del distacco abissale fra la realt&agrave; e i dibattiti irretiti dalle geometrie elettoralistiche nelle quali si consumano le sfide politiche.Mentre il Paese, stremato, non trova risposte. Non ne trova, almeno, la sua parte pi&ugrave; debole, che con ogni evidenza deve sfangarsela da sola. Operai sui tetti, giovani e non pi&ugrave; giovani, scolarizzati e non, tutti orbati di una prospettiva che abbia un brandello di credibilit&agrave;. Un cul-de-sac, un corto circuito non solo politico, ma morale. Servirebbe qualcosa di eccezionale: come drenare risorse dalle sacche di opulenza e impiegarle in un piano senza precedenti di sostegno al reddito e al lavoro. O come disporre il blocco dei licenziamenti, attraverso un massiccio ricorso ai contratti di solidariet&agrave; tale da consentire un&rsquo;immediata redistribuzione del lavoro che c&rsquo;&egrave;. O come ripensare, dalle fondamenta, la presenza, quasi estintasi, della mano pubblica, dello Stato nei settori nevralgici dell&rsquo;economia, sciaguratamente lasciati in balia degli interessi privati e del mercato, o consegnati all&rsquo;opacit&agrave; di un mondo finanziario che si scompone e ricompone attorno ai &ldquo;soliti noti&rdquo;. Per concepire ed operare in controtendenza serve una svolta culturale e politica. E servono i soggetti collettivi capaci di farsene carico. Il paradosso &egrave; che se questa strada &egrave; occlusa, se la crisi sociale rimbalza su se stessa senza risposte progressive, &egrave; fatale lo scivolamento rapido verso soluzioni politiche autoritarie. Scriveva Mario Tronti, qualche tempo fa, che quando si esaurisce la spinta propulsiva di grandi movimenti di trasformazione sociale e politica, quando se ne prosciuga e se ne disperde l&rsquo;idealit&agrave;, &egrave; la storia remota, profonda, a riemergere dal passato come forza inerziale e a prendere il sopravvento. Che per noi ha voluto dire balcanizzazione, trasformismo, opportunismo. E fascismo.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:13:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2348]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[29/1/2010 "L’irresponsabilità sociale dell’impresa" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Nel suo lucido e non meno drammatico libro intitolato &ldquo;Il lavoro non &egrave; una merce&rdquo;, Luciano Gallino, due anni fa, scriveva che &laquo;nell&rsquo;oceano del lavoro, la tempesta deriva dall&rsquo;aver messo in competizione tra loro, deliberatamente (il corsivo &egrave; mio), il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che hanno goduto per alcuni decenni buoni salari e condizioni di lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende con salari miserandi&raquo;. Oggi possiamo dire che questa concorrenza vigliacca e spietata &egrave; stata pienamente messa a profitto dal capitale nei &ldquo;punti alti dello sviluppo&rdquo;, dove il quadro dei diritti individuali e collettivi, il sistema di protezione sociale e il diritto del lavoro sembravano costituire uno zoccolo sufficientemente solido da potersi considerare, una volta per tutte, acquisito. Quello che quotidianamente si palesa sotto i nostri occhi &egrave; che nulla &egrave; pi&ugrave; certo e tutto &egrave; in discussione. Ed &egrave; proprio la grande impresa a rendersi protagonista della pi&ugrave; radicale regressione dei rapporti sociali. Si pensi alla Fiat, che prende in ostaggio i lavoratori di tutti i propri stabilimenti per ottenere dallo Stato pi&ugrave; risorse di quante ne abbia sin qui munte. O che dispone il fermo della produzione a Termini Imerese (gi&agrave; condannata alla chiusura), fintanto che i lavoratori della Delivery Email, cui &egrave; stata revocata la commessa, non cessino le azioni di protesta. Si pensi all&rsquo;Alcoa, multinazionale dell&rsquo;alluminio fra le prime tre del mondo, che decide di chiudere gli impianti di Portovesne e di Fusina e di mandare a spasso duemila lavoratori se non potr&agrave; lucrare ulteriori sconti sulle gi&agrave; vantaggiose tariffe energetiche. Si pensi alla Novartis, colosso farmaceutico mondiale, che non esita a disfarsi (anzich&eacute; riassorbire in organico) 24 dei suoi dipendenti, malgrado abbia realizzato lo scorso anno profitti per un miliardo di euro vendendo a vagonate i vaccini antipandemia. Si pensi alle migliaia di lavoratori truffati e abbandonati da Eutelia e Phonemedia, entrambe leader nell&rsquo;erogazione di servizi di telemarketing e telecomunicazioni. Si pensi, ancora, al dilagare di forme di lavoro schiavistico nelle campagne meridionali e al proliferare, un po&rsquo; ovunque, di ogni sorta di lavoro precario, sottoretribuito, sottocontribuito, grigio e nero. E si pensi che questa non &egrave; altro che la punta di un iceberg, perch&egrave; la mappa dei soprusi, delle grandi e piccole infamie subiti da lavoratori e lavoratrici deve essere quotidianamente aggiornata.  A chi ancora provasse, ingenuamente o per dolo, a spiegare che questa &egrave; la modernit&agrave; post-fordista alla quale non rimane che adattarsi, magari attenuandone l&rsquo;impatto con qualche palliativo, occorrer&agrave; tornare a rispondere che no, non vi &egrave; nulla di oggettivo in questo stato di cose. E che esso &egrave; il risultato della devastante unilateralit&agrave; con cui il modo di produzione capitalistico si &egrave; imposto - senza contrappesi e alternative - sull&rsquo;intero pianeta. Da noi, va riconosciuto, con quel tanto di protervia stracciona che la borghesia usuraria italiana ha attinto dalla propria storia peggiore, esaltata da una deriva politica che ne ha favorito lo strapotere e i vizi. Oggi, del resto, nessuno si azzarda pi&ugrave; ad evocare la &ldquo;responsabilit&agrave; sociale dell&rsquo;impresa&rdquo;. Quella riposa inerte nell&rsquo;articolo 41 della Costituzione. Prov&ograve; ad inverarne il contenuto soltanto un certo Adriano Olivetti, molti decenni fa. Nella triste parabola della sua azienda vive - direbbe il filosofo - la nemesi del capitalismo italiano. Ancora Luciano Gallino commentava, sconfortato, che &laquo;dire che la politica dell&rsquo;ultimo decennio ha drammaticamente sottovalutato la condizione del lavoro significa tenersi molto al di sotto delle righe&raquo;. Si pu&ograve; aggiungere che lungo quel piano inclinato si &egrave; in realt&agrave; cominciato a ruzzolare molto prima. E che il motore delle stesse organizzazioni sindacali gira da tempo, quando gira, ad un cilindro solo. Ora che la corsa ha preso velocit&agrave; sembra non esservi pi&ugrave; freno. Da domani, il Prc, nella sua assemblea nazionale, prover&agrave; a tirare almeno qualche filo dell&rsquo;ingarbugliata matassa.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:13:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2347]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[27/1/2010 "Novartis: l’arroganza dei presunti benefattori" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Producono un sinistro rumore di ricatto le parole di Rino Rappuoli, responsabile della ricerca nel campo dei vaccini della Chiron di Emmeryville, in California, e &laquo;uomo di riferimento&raquo; dello stabilimento di Siena della Novartis dove &egrave; stata prodotta gran parte dei circa 100 milioni di vaccini per fronteggiare l&rsquo;influenza A. Il capo dei ricercatori ha voluto ieri replicare alle proteste levatesi da pi&ugrave; parti - e con particolare insistenza da &quot;Liberazione&quot; - per la decisione della casa farmaceutica di Basilea di liberarsi di ventiquattro lavoratori dello stabilimento toscano, impiegati come informatori scientifici. Rappuoli ha utilizzato il pi&ugrave; vieto degli argomenti, dicendo, in sostanza, di stare attenti, perch&eacute; le eccessive rimostranze potrebbero scoraggiare gli investimenti dell&rsquo;azienda in Italia con grave nocumento per l&rsquo;occupazione e per il Paese, visto che proprio qui vengono pagate le tasse. Rappuoli ha poi aggiunto che sono molti gli Stati che si sono offerti di ospitare gli stabilimenti della Novartis e che uno di questi aprir&agrave; la propria attivit&agrave; in America, in Nord Carolina, nel 2012. Tanto per sottolineare, a chi fosse duro di comprendonio, che a tirare troppo la corda si rischia di rimanere a secco. Dove la pretesa &ldquo;insostenibile&rdquo; - di cui il sindacato si &egrave; reso interprete - consisterebbe nel chiedere che i ventiquattro lavoratori dichiarati eccedentari, su un totale di 1455 dipendenti, siano reintegrati nei ranghi aziendali, anche attraverso opportuni corsi di riqualificazione professionale: impresa giudicata titanica da un&rsquo;azienda leader mondiale nelle biotecnologie mediche che ha realizzato, in un solo anno, stratosferici profitti sulla commercializzazione dei vaccini antipandemia, con un incremento dell&rsquo;utile netto del 54%. La Novartis metta da parte la dissimulata arroganza e si assuma la modestissima responsabilit&agrave; di revocare i licenziamenti intimati.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:6:6 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2346]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[26/1/2010 "Quel bisogno di ricostruire l’Unità"  ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>C&rsquo;&eacute; qualcosa di nuovo e di importante che si fa strada fra la nebbia della politica italiana. Il successo di Vendola nelle primarie del centrosinistra pugliese - almeno nelle proporzioni materializzatesi - &egrave; davvero qualcosa di inedito e di imprevisto. Che la svolta stesse maturando lo si era avvertito in questi giorni da alcuni segnali, sempre pi&ugrave; nitidi: la crescente fibrillazione nelle file dei democratici, il repentino abbandono del campo da parte del &ldquo;grande tessitore&rdquo;, Massimo D&rsquo;Alema, il quale dopo aver promesso sfracelli a chi avesse ostacolato il suo disegno si &egrave; sfilato dalla contesa, lasciando che lo sfibrato Boccia, proiettato nella mischia come un kamikaze, consumasse in solitudine la sua seconda sconfitta contro Nichi. Ma non &egrave; sugli errori &ldquo;tattici&rdquo; del Pd, che pure vi sono stati, e vistosi, che merita soffermarsi. Sotto il cielo di Puglia &egrave; avvenuto - ed &egrave; forse la cosa pi&ugrave; importante - che le geometrie politiciste, le alleanze concepite dagli stati maggiori, come in un asettico caleidoscopio, a fronte della ben modesta attenzione dedicata ai programmi, sono state travolte da un sussulto di popolo. Gli apparati, dunque, non sono onnipotenti. C&rsquo;&egrave; una domanda di democrazia, di coerenza e di pulizia che non si fanno fideisticamente irregimentare, addomesticare e ridurre al silenzio dalla &ldquo;ragion di partito&rdquo;. La seconda lezione &egrave; che le coalizioni concepite con il solo o con il prevalente intento di conquistare il potere (ossessione compulsiva che ha contaminato la sinistra moderata sino a sconvolgerne identit&agrave; e profilo politico) generano in realt&agrave; sconfitte, disaffezione, fuga dall&rsquo;impegno militante, astensione dal voto, persuasione che nulla pu&ograve; cambiare sul serio. La terza lezione &egrave; per la sinistra, per tutta la sinistra, nella speranza che essa sappia prestarvi ascolto. Si rinnova verso di essa, una richiesta di cui si erano perse le tracce. Una richiesta di esistenza e di unit&agrave;. Di esistenza, perch&eacute; &egrave; necessaria una forza autonoma, non subalterna al Pd, capace di ridare dignit&agrave; alle smarrite ragioni dell&rsquo;uguaglianza, dei diritti, del conflitto sociale, del lavoro, sbiadite sino all&rsquo;impalpabilit&agrave; nella cultura &ldquo;riformista&rdquo; autoconfinatasi dentro il perimetro della liberaldemocrazia; e di unit&agrave;, perch&eacute; la vocazione alla diaspora che dopo il collasso dell&rsquo;89 ha progressivamente ridotto la sinistra alla marginalit&agrave; e all&rsquo;ininfluenza ha gi&agrave; procurato troppi danni al Paese, consegnato alla pi&ugrave; grave crisi democratica della storia repubblicana. La ritrovata intesa, perseguita e costruita nell&rsquo;estremo sud, &eacute; ora alla prova nel resto d&rsquo;Italia. Anche in Lombardia, per capirci.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:6:5 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2345]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[22/1/2010 "Sindacato, e migranti, un problema c’è"  ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Il quotidiano di Vittorio Feltri ha avviato una nuova campagna denigratoria contro il sindacato confederale, questa volta prendendo a pretesto la difficolt&agrave; di quest&rsquo;ultimo nell&rsquo;offrire copertura, formale e politica, ad uno sciopero generale dei migranti, tema carsicamente riaffiorante nelle comunit&agrave; immigrate e nei loro coordinamenti sindacali, ma ora - dopo i drammatici fatti di Rosarno - ripropostosi con nuova forza. Ora, che il neonato interesse de il Giornale per la sorte degli immigrati sia &ldquo;peloso&rdquo; &egrave; cosa certa e manifesta. Non abbiamo mai letto nulla (n&eacute; mai nulla leggeremo) su quelle pagine, che somigliasse ad una critica, pur velata, alla legislazione xenofoba che genera clandestinit&agrave;, o che contestasse al centrodestra il rifiuto di riconoscere il permesso di soggiorno a quanti, fra i migranti regolari, provassero a portare alla luce la propria condizione di sfruttati. Che oggi il Giornale usi la loro voglia di riscatto e la loro rivendicazione di dignit&agrave; come corpo contundente contro i sindacati &egrave; una acrobazia politica talmente palese che &egrave; difficile immaginare possa trovare, persino fra i propri lettori, chi sia disposto a prestarvi fede. C&rsquo;&egrave; tuttavia un nodo, questo s&igrave; reale, che il sindacato non ha sino ad oggi saputo o voluto sciogliere. I migranti rappresentano ormai una percentuale a due cifre di tutti gli iscritti, fra gli &ldquo;attivi&rdquo;. In alcune categorie, soprattutto nei settori manifatturieri, gli stranieri toccano o superano il 20% delle adesioni. Ebbene, accade che finch&eacute; la tutela dei loro diritti e dei loro interessi coinvolge i diritti e gli interessi dell&rsquo;insieme dei lavoratori, tutto fila liscio. Quando invece entra in gioco la specificit&agrave; della condizione migrante, non direttamente assimilabile a quella dei nativi, le cose si complicano. Perch&eacute; delle due l&rsquo;una: o i lavoratori migranti si muovono come parte nel tutto - e si danno propri strumenti di rappresentanza, di decisione e di azione - ma questo urterebbe fragorosamente contro il carattere universalistico dell&rsquo;azione sindacale; oppure tutti i lavoratori devono essere chiamati a sostenere la causa di una minoranza emarginata e discriminata. Se, dunque, uno sciopero generale &ldquo;etnico&rdquo;, promosso cio&egrave; per una sola porzione del mondo del lavoro nel disinteresse dell&rsquo;altra contraddice l&rsquo;imprinting solidaristico e la natura confederale del sindacato, &egrave; del tutto evidente come la proclamazione di un&rsquo;astensione di tutti i lavoratori debba fare i conti con i retaggi culturali, le tossine xenofobe largamente diffuse fra ampi strati dei lavoratori dipendenti, soprattutto del nord. E&rsquo; dunque ora che il problema - per troppo tempo rimosso ed eluso per il timore di contraccolpi non governabili - sia afferrato per le corna. Nel solo modo possibile. Vale a dire promuovendo una grande discussione di massa, dentro ogni luogo di lavoro. Se questo non si far&agrave; e se i migranti matureranno la convinzione che la loro diversit&agrave; sia - persino dentro il loro sindacato - un ostacolo alla piena uguaglianza, finiranno fatalmente per trovare altre strade. E, paradossalmente, potrebbe essere proprio la destra a trarne beneficio.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:6:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2344]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[17/1/2010 "Il patto scellerato fra lo Stato e la Novartis" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>E&rsquo; accaduto, in questo bizzarro Paese, che il ministro del welfare, nonch&eacute; della salute sino allo scorso dicembre, Maurizio Sacconi, abbia potuto disinvoltamente svolgere il ruolo di garante istituzionale della sanit&agrave; pubblica mentre sua moglie, Enrica Giorgetti ricopriva la carica, che tuttora detiene, di direttrice generale di Farmitalia, l&rsquo;associazione che tutela gli interessi delle case farmaceutiche. Tutto ci&ograve; senza che si levassero, a suo tempo, significative obiezioni, tali, per esempio, da rendere evidente il plateale conflitto di interessi e, soprattutto, senza che si avvertisse la necessit&agrave; di rimuoverlo, seduta stante. Si pu&ograve; osservare, con amaro umorismo, che nel Paese dove si incarna nel presidente del consiglio il pi&ugrave; colossale conflitto di interessi che si sia mai visto, tutto ci&ograve; che si muove in quel solco ne risulta in qualche modo legittimato, lungo un crinale degenerativo ormai privo di argini. L&rsquo;inciampo, per&ograve;, &egrave; questa volta clamoroso perch&eacute; ad essere preso in ostaggio &egrave; lo Stato, piegato a sottoscrivere un accordo jugolatorio con la casa farmaceutica Novartis, economicamente gratificata oltre ogni buon senso ai danni dei contribuenti e sollevata da qualsiasi responsabilit&agrave; nel caso il farmaco commissionato per immunizzare i cittadini dal virus H1N1 avesse comportato danni collaterali &laquo;a cose o a persone&raquo;. Un protocollo segreto - e se ne capisce la ragione - reso pubblico grazie al sito mensile di AltrEconomia e di cui ora si conoscono gli incredibili dettagli, ad eccezione degli svariati omissis di cui il testo &egrave; costellato. Pubblichiamo nel giornale di oggi il testo integrale delle puntuali contestazioni formulate il 10 settembre scorso dall&rsquo;Ufficio di controllo della Corte dei Conti, del tutto ignorate dal governo in ragione dell&rsquo;&laquo;eccezionalit&agrave; e somma urgenza dell&rsquo;intervento&raquo;. Pescando fior da fiore, ci chiediamo cosa sarebbe accaduto se, di fronte a danni patiti dalle persone cui &egrave; stato somministrato il farmaco, lo Stato italiano fosse stato chiamato ad onorare l&rsquo;intesa sottoscritta e a risponderne ad ogni effetto in luogo della Novartis. Sugli interessi che si sono saldati in questa poco pulita vicenda, gi&agrave; costata moltissimo, non &egrave; certo infondato nutrire gravi sospetti. In ogni caso, si impone un&rsquo;inchiesta del Parlamento e, ci auguriamo, un&rsquo;attenzione della magistratura inquirente. Se poi vivessimo in quel Paese normale che tanti (retoricamente) invocano, il ministro - quello che giocava in casa - dovrebbe dimettersi. Altrove basterebbe molto, molto meno. P.S.: Notiamo che, con rarissime, lodevoli eccezioni, la grande stampa ha sino ad ora totalmente ignorato questa non proprio modesta notiziola, e che nessuno, letteralmente nessuno, ha acceso i riflettori sullo strano caso dei coniugi Sacconi.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:6:2 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2343]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[15-1-2010 "La congiura dei bugiardi"  ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Immagino che i pi&ugrave; non ricordino la splendida, metaforica novella del grande Gianni Rodari, intitolata Gelsomino nel paese dei bugiardi. L&igrave; si raccontava di un lestofante che governava da satrapo uno stato nel quale era obbligo mentire, dove quanti osavano dire la verit&agrave; venivano messi in manicomio, dove i gatti erano costretti ad abbaiare e i cani a miagolare e dove, soprattutto, tutti dovevano lodare il re. Questa reminiscenza infantile &egrave; prepotentemente riaffiorata alla mia memoria di fronte all&rsquo;ultima, menzognera sortita del caudillo di Arcore, tornato sulla scena politica con l&rsquo;annuncio di un&rsquo;imminente riforma che avrebbe dovuto abbattere radicalmente il prelievo fiscale. Molto poco per i poveri, a dire il vero, tantissimo per i ricchi. D&rsquo;acchito, abbiamo osservato come il progetto rappresentasse un palese attacco alla progressivit&agrave; dell&rsquo;imposta e, dunque, alla Costituzione; e come - in ogni caso - in presenza di una caduta delle entrate esso avrebbe inevitabilmente comportato un taglio secco della spesa sociale gi&agrave; ridotta ai minimi termini. Per la verit&agrave;, abbiamo subito sospettato trattarsi dell&rsquo;ennesimo ballon d&rsquo;essai, della rodomontata preelettorale di un uomo abituato a gestire spregiudicatamente lo strumento mediatico, senza mai pagar dazio alla sistematica violazione del principio di non contraddizione, essendo l&rsquo;opinione pubblica, o una cospicua sua parte, disposta a perdonargli qualsiasi acrobazia. Questa volta, per&ograve;, Berlusconi ha superato se stesso. Nel giro di sole ventiquattr&rsquo;ore, il progetto imperniato sulla riduzione a due delle aliquote, &egrave; stato da lui stesso dichiarato impraticabile, in ragione della scoperta (una vera novit&agrave;!) che la crescita del debito pubblico e degli interessi da pagarvi sopra, entrano in collisione con questa &ldquo;meritoria&rdquo; intenzione. Tuttavia, una ratio &egrave; forse rinvenibile in tanta apparente follia. Perch&eacute; dichiarando inagibile la strada di un intervento sul fisco, quello malandrino che aveva in animo, egli ostruisce la strada anche a misure di riequilibrio del carico tributario che invece sono assolutamente urgenti, possibili, e la cui attuazione favorirebbe la ripresa dei consumi ed una boccata d&rsquo;ossigeno al mercato interno: un&rsquo;imposta sui patrimoni, un&rsquo;adeguata tassazione delle rendite finanziarie, un corrispettivo sgravio fiscale per il lavoro dipendente e un sostegno al reddito per disoccupati e precari. I quali, dunque, faranno bene a non attendersi niente. Nella favola di Rodari, che finisce bene, la verit&agrave;, al dunque, trionfa. E persino il re dei bugiardi, sconfitto, riesce a trovare una vocazione meno truffaldina. Nella realt&agrave;, la partita &egrave; invece tutta da giocare e l&rsquo;epilogo nient&rsquo;affatto scontato.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:50:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2342]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[10/1/2010 "Le cosche, il ministro Maroni e lo Stato che non c’è" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Noi diciamo che le parole del ministro Maroni, l&rsquo;accusa rivolta ai migranti - perch&eacute; di questo si tratta - di essere, letteralmente, causa del proprio male, sono abominevoli. Lo sono moralmente e politicamente. Il ministro degli Interni sa che il lavoro di raccolta di agrumi e ortaggi nelle campagne siciliane, calabresi, pugliesi, campane viene svolto dai lavoratori stranieri, per lo pi&ugrave; extracomunitari; conosce le condizioni di sfruttamento, di inaudito servaggio in cui quel lavoro si svolge; sa della miserabile paga che &ldquo;remunera&rdquo; quella durissima fatica; ha certo adeguata nozione delle baraccopoli, delle bidonville, che ricordano le favelas pi&ugrave; degradate del pianeta, dove si svolgono gli scampoli di vita che quelle persone riescono a sottrarre al massacrante lavoro quotidiano. Il ministro sa anche altre cose. Per esempio che lo Stato ha nei fatti appaltato alla &rsquo;ndrangheta la gestione del mercato del lavoro locale, acconsentendo o subendo che su quell&rsquo;attivit&agrave; l&rsquo;organizzazione criminale lucri il pizzo e amministri, come in una zona franca, la pi&ugrave; arbitraria e sordida violenza. E che ribellarsi a questo stato di cose non &egrave; dato, se non mettendo a repentaglio la propria incolumit&agrave; o la propria vita. Il ministro dovrebbe poi sapere - ma invece ignora o, piuttosto, finge di ignorare - che la legge razzista varata per disciplinare il fenomeno migratorio impedisce, in realt&agrave;, la regolarizzazione di un migrante intenzionato a svolgere onestamente il proprio lavoro e che &egrave; stata respinta ogni strategia di emersione fondata sul riconoscimento del permesso di soggiorno a chi trovi il coraggio di denunciare il proprio sfruttatore. Al ministro Maroni, ligio all&rsquo;imprinting xenofobo della sua parte politica, non interessa che lo Stato si allei con i migranti per promuovere un percorso di integrazione e di cittadinanza condivisa. Meglio chiudere gli occhi e agire con la forza della repressione quando la sofferenza di quella povera gente supera ogni soglia di sopportabilit&agrave; ed esplode, come a Rosarno, con la furia disperata di chi si sente abbandonato e comprende di non avere pi&ugrave; nulla da perdere. Allora, ecco comparire lo Stato. E cosa fa lo Stato? Spazza via i migranti, come rifiuti umani, li deporta, lontano dall&rsquo;epicentro degli scontri. Dove invece la caccia all&rsquo;uomo di pelle nera continua. Domani cosa sar&agrave; di loro? Dica la verit&agrave;, signor Ministro, a lei non importa niente. Per questo si permette di pronunciare irresponsabili parole, che forniscono alibi, alibi istituzionali, a continuare la mattanza. Complimenti.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:50:10 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2341]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[9/1/2010 "La realtà manipolata dalla statistica" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>I dati sulla dinamica occupazionale del Paese sono stati oggetto dell&rsquo;ultima manipolazione mediatica orchestrata dal governo, impegnato nella mission impossible di fornire un qualche supporto statistico alla tesi di una crisi economica in via di progressivo assorbimento, secondo il dettato della propaganda berlusconiana. Il gioco di prestigio funziona cos&igrave;: prima si prende atto che le ore di non lavoro coperte dalla cassa integrazione sono state, lo scorso anno, un milione, con un aumento - gennaio 2009 su gennaio 2008 - del 230%; poi si rileva che paragonando, nella loro interezza, i due anni considerati, la crescita della cig &egrave; stata del 300%; quindi si suggerisce la conclusione che vi sono tutti i segni di un tendenziale miglioramento della situazione. Prima che qualcuno prenda per buona questa fraudolenta mascheratura, converr&agrave; chiarire poche semplici cose: che i senza lavoro, nel 2009 sono cresciuti, in valori assoluti, di 400mila unit&agrave; e che nel 2010 questa cifra aumenter&agrave; ancora di mezzo milione. L&rsquo;apparente decelerazione del ricorso alla cig &egrave; invece il risultato del fatto che tanti lavoratori stanno giungendo al termine delle 52 settimane, soglia massima autorizzata dalla legge. Le statistiche, a quel punto, registreranno una flessiohe nell&rsquo;utilizzo dell&rsquo;istituto, ma soltanto perch&eacute; vi saranno subentrati i licenziamenti collettivi e la disoccupazione. Ecco come si pu&ograve; trasformare una realt&agrave; drammatica nel suo esatto contrario. Dei precari, ovviamente, non si parla neppure. Il mercato del lavoro li considera occupazione accessoria. Lo Stato li lascia senza tutela alcuna. E per la contabilit&agrave; non esistono neppure come numeri.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:50:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2340]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[7-1-2010 "La scoperta tardiva e sospetta dell’ingiustizia fiscale" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Raffaele Bonanni, postmoderno segretario della Cisl, ha ieri  argomentato, con autentico fervore, come la vera riforma di cui il Paese  ha prioritario bisogno sia quella di ricostruire il patto fondamentale  che lega i cittadini fra loro e fra essi e lo Stato, vale a dire il patto  fiscale, la regola - vergata con inequivocabili parole nella Costituzione  - secondo cui ciascuno deve contribuire all&rsquo;erario in misura proporzionale  al proprio reddito, attraverso un prelievo che abbia carattere di progressivit&agrave;.  La riscoperta di questo imperativo categorico, sotto la sferza della crisi  che per tante persone sta assumendo proporzioni drammatiche, &egrave; ovviamente  benvenuta, ancorch&eacute; tardiva. Abbiamo pi&ugrave; volte insistito, su queste pagine,  sulla circostanza, non certo fortuita, che il gravame fiscale - a prescindere  dal mastodontico fenomeno evasivo - si &egrave; interamente spostato sul lavoro  dipendente, su coloro cio&egrave; che pagano la ritenuta alla fonte. Che un riequilibrio  sostanziale sia necessario &egrave; dunque fuori discussione.   Ci&ograve; che sorprende, nelle parole di Bonanni, di mestiere  sindacalista, &egrave; che c&rsquo;&egrave; un altro terreno sul quale egli dovrebbe esercitare  - direttamente - un ruolo da attore protagonista nella redistribuzione  della ricchezza: &egrave; quello negoziale, attraverso il quale, dentro i luoghi  di produzione di merci e di servizi, si contratta quanto del valore generato  &egrave; appannaggio della retribuzione. Qui il conto non torna. Perch&eacute; la moderazione  rivendicativa e il contenimento dei salari sono stati l&rsquo;alfa e l&rsquo;omega  delle politiche sindacali da oltre vent&rsquo;anni a questa parte. Sino alla  paradossale sottoscrizione - meno di un anno or sono - dell&rsquo;accordo separato  che mette in conto e legittima una scientifica riduzione del salario. Questa  pratica deleteria si &egrave; sommata ad altri due concomitanti processi, nessuno  dei quali &egrave; stato mandato dal cielo: da un lato la selvaggia deregolamentazione  del mercato del lavoro, portatrice di precarizzazione, cancellazione di  diritti individuali e collettivi, sottosalario e voragini previdenziali  che le nuove generazioni pagheranno nel tempo; dall&rsquo;altro, l&rsquo;impoverimento  della gi&agrave; fragile rete degli ammortizzatori sociali, proprio quando gli  effetti devastanti della crisi raccomanderebbero di rafforzarne gli argini.  Su tutto ci&ograve;, la latitanza del sindacato &egrave; di un evidenza solare. E sarebbe  disdicevole se la neonata, meritoria attenzione sul fisco servisse a spostare  l&rsquo;attenzione dal rapporto, immediatamente dato, fra capitale e lavoro.  Va da s&eacute; che un&rsquo;assunzione di responsabilit&agrave;, una profonda revisione di  cultura, modelli, strategie rivendicative si imponga, a partire dalla pi&ugrave;  grande confederazione di lavoratori, attesa ad uno dei congressi pi&ugrave; impegnativi  della sua storia recente. D&rsquo;altra parte, il fatto che tutta la contesa  politico-elettorale si possa permettere di non sfiorare neppure tangenzialmente  questi problemi, non rivela forse, pi&ugrave; di ogni chiacchiera, la totale ininfluenza  dei lavoratori sull&rsquo;agenda politica del Paese? Sempre ieri, Vincenzo Visco,  chiamato da Corradino Mineo a commentare le parole di Bonanni, si &egrave; detto  pi&ugrave; che convinto dell&rsquo;urgenza di un intervento che attenui il peso tributario  esorbitante storicamente accumulatosi sul lavoro. Bene. C&rsquo;&egrave; semmai da domandarsi  perch&eacute;, quando il centrosinistra ne ha avuta l&rsquo;opportunit&agrave;, ha agito sul  cuneo fiscale per ridurne il peso solo ed esclusivamente dal lato dell&rsquo;impresa,  mentre ha destinato al sistema degli ammortizzatori sociali risorse talmente  risibili da risultare insufficienti persino per la manutenzione ordinaria  di quegli istituti. Ora Tremonti ha annunciato un intervento organico sul  fisco. Tocchiamoci, perch&eacute; l&rsquo;uomo ci ha abituato a togliere ai poveri per  dare ai ricchi. Ma quand&rsquo;anche una riduzione delle imposte alleviasse le  condizioni dei ceti pi&ugrave; deboli, bisogner&agrave; compensarla con un aggravio del  carico sui piani alti dell&rsquo;edificio sociale. Altrimenti tutto si ridurr&agrave;  in un ulteriore depauperamento del welfare ed in una ancor pi&ugrave; spinta esternalizzazione  e privatizzazione dei servizi sociali, ridotti a merci da acquistare sul  mercato. Di questo dovrebbero parlare - facendosi capire dagli elettori  - le forze che in queste settimane definiscono il quadro delle alleanze  con cui si contenderanno il governo delle regioni. Ma non &egrave; cos&igrave;. Le geometrie  elettorali, le logiche politiciste sono di gran lunga prevalenti e il Pd  sembra esserne prigioniero. Ma c&rsquo;&egrave; un prezzo politico che inesorabilmente  si paga a tanta disinvoltura tattica. Quando l&rsquo;alleanza con l&rsquo;Udc di Casini  - perseguita ad ogni costo e mettendo in conto la recisione di ogni rapporto  a sinistra - dovr&agrave; trasformarsi in concrete opzioni programmatiche, se  ne vedr&agrave; sino in fondo il carattere tutt&rsquo;altro che alternativo alla gestione  affaristica e socialmente iniqua a cui ci si continua a dichiarare - con  sempre meno credibilit&agrave; - alternativi.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:35:36 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2339]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[5/1/2010 "La brutta stella di tempo immobile sul cielo d’Italia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Per provare a capire, nel modo pi&ugrave; semplice e diretto, lo stato delle relazioni sociali nel Belpaese, basta prestare attenzione ad alcuni, inconfutabili dati relativi alla distribuzione del reddito. L&rsquo;Ocse rivela che salari e stipendi italiani valgono, in media e al netto delle imposte, diciannovemila euro l&rsquo;anno e che questa performance ci colloca al ventitreesimo posto fra i trenta paesi pi&ugrave; industrializzati del mondo. A chi venisse il sospetto che i salari netti non tengano conto degli oneri sociali e delle tasse sar&agrave; sufficiente spiegare che prendendo in considerazione gli emolumenti lordi scaleremmo di un solo posto questa imbarazzante classifica. Se invece il riferimento &egrave; all&rsquo;Europa dei quindici, i salari (lordi) italiani si collocano sotto la media di un trenta per cento tondo tondo. Il risultato di vent&rsquo;anni di politiche retributive restrittive &egrave; stato che i redditi da lavoro hanno lasciato a rendite e profitti ben tredici punti di Pil, molto pi&ugrave; di quanto sia successo ovunque. Contemporaneamente, come documenta il Nens (Centro studi Nuova Economia Nuova Societ&agrave;), in dieci anni i redditi elevati sono cresciuti di sette volte, mentre le rendite finanziarie, i capital gains, continuano ad essere gravati di una tassazione nettamente inferiore al salario di un lavoratore a progetto. Un esercito di dirigenti d&rsquo;azienda incassa bonus e stock options esentasse, mentre il prelievo fiscale sul lavoro dipendente aumenta in ragione della progressione puramente nominale del salario (fiscal drag). In una battuta: i ricchi godono di intollerabili franchigie, i poveri pagano persino pi&ugrave; di quanto la legge imporrebbe loro. Questa brutale ingiustizia - cronicizzatasi sino ad essere vissuta, nel senso comune, come una malattia incurabile - spiega perch&eacute;, in Italia, frodare il fisco sia divenuto il passatempo pi&ugrave; disinvoltamente praticato, tollerato, incentivato. Con martellante ripetitivit&agrave;, la Corte dei Conti e l&rsquo;Agenzia delle Entrate riferiscono della mastodontica e crescente dimensione dell&rsquo;evasione fiscale, stimata - al netto delle innumerevoli pratiche elusive - in 130 miliardi annui. Mentre tutte le iniziative di contrasto languono e le somme evase, accertate da sempre pi&ugrave; impotenti organi ispettivi, vengono recuperate all&rsquo;erario soltanto nella loro decima parte, il governo vara, nella forma pi&ugrave; impresentabile, lo scudo fiscale. Del cui carattere perverso si &egrave; gi&agrave; detto, giustamente, di tutto: &laquo;riciclaggio di stato&raquo;, &laquo;istigazione a delinquere&raquo;, &laquo;schiaffo agli onesti&raquo;, e cos&igrave; via. Lor signori si sono per un po&rsquo; schermiti, intuendo che la palese indecenza del provvedimento procurasse loro un eccesso di impopolarit&agrave;: &laquo;male necessario&raquo;, avevano detto, per un po&rsquo;, Emma Marcegaglia e compagnia cantante. Nessuno, tuttavia, avrebbe mai pensato che il &ldquo;genio&rdquo; di Tremonti si sarebbe spinto sino a rivendicare l&rsquo;operazione come la pi&ugrave; grande manovra economica di sempre, capace cio&egrave; di mettere a disposizione del nostro esausto apparato produttivo risorse pari a 100 miliardi. Pochi - e fra questi Liberazione - sono insorti di fronte a tanta solenne improntitudine. Per dire che chi ha potuto anonimamente ripulire il denaro illecitamente prodotto e altrettanto illecitamente esportato, non porr&agrave; mai quelle risorse a disposizione di un processo di rifinanziamento delle piccole e medie imprese, ma rimetter&agrave; lubrificante nell&rsquo;economia malata e malavitosa, rinsaldandone l&rsquo;intreccio con un potere corrivo e corrotto. Che fa impudicamente mostra della propria natura di classe proprio dimostrando di non saper raschiare neppure il grasso che cola dalla sponda pi&ugrave; ricca per rispondere ai bisogni sociali pi&ugrave; urgenti. Mentre Gordon Brown introduce un forte, strutturale prelievo sugli alti redditi e mentre analoghe misure hanno in animo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, da noi non si riesce neppure a varare lo straccio di una &ldquo;patrimoniale&rdquo;, moderatamente ispirata a qualche impulso equitativo. Il 2010 comincia cos&igrave;, sotto questa brutta stella da tempo immobile sul cielo d&rsquo;Italia. Se ne parla quasi per niente, nel teatro imbalsamato della politica.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:33:40 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2338]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[31/12/2009 "Liberazione: è l’ora del rilancio" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Come ben sanno i nostri lettori, l&rsquo;annus horribilis da cui ci stiamo congedando &egrave; stato anche per Liberazione (teniamola bassa) assai complicato. E impegnativo. Un traguardo essenziale &egrave; stato raggiunto: la sopravvivenza. L&rsquo;altro, quello del rilancio, &egrave; invece ancora da guadagnare. Potremmo dire - con una certa generosit&agrave; riconscente dell&rsquo;impegno e della dedizione che vi abbiamo messo - che alcune essenziali premesse, politiche e organizzative, sono state poste. Ma, nelle condizioni date, abbiamo dovuto pagare un prezzo, e non lieve: stato di crisi e contratti di solidariet&agrave; condivisi da giornalisti e poligrafici, riduzione della foliazione, della tiratura, delle aree coperte dalla distribuzione. E tuttavia, il giornale &egrave; uscito, ogni giorno, selezionando e qualificando l&rsquo;informazione resa, con una buona caratterizzazione ed un&rsquo;attenzione crescente a temi sociali, politici, culturali non rintracciabili in testate dotate di ben altra &ldquo;potenza di fuoco&rdquo;. Ora, con tutta la sincerit&agrave; del caso, dobbiamo rendere edotti i nostri lettori, la nostra comunit&agrave; di riferimento, quanti si accostano con fedelt&agrave; purtroppo intermittente a &ldquo;Liberazione&rdquo; che &ldquo;gli esami non sono finiti&rdquo;. Fuor di metafora, per continuare ad esistere dobbiamo unire alle risorse provenienti dal finanziamento pubblico (anch&rsquo;esso peraltro messo sotto schiaffo e minacciato di revoca dal governo) i proventi delle vendite, degli abbonamenti e del ridotto afflusso pubblicitario. Per intenderci, non potremo pi&ugrave;, come nel passato, contare su risorse fresche messe a disposizione dall&rsquo;editore per coprire le perdite di bilancio. In queste settimane abbiamo provveduto a differenziare l&rsquo;offerta del giornale, nella versione cartacea e in quella telematica, e abbiamo prodotto l&rsquo;inserto bisettimanale &laquo;Le lotte, raccontate dai loro protagonisti&raquo;. Soprattutto, dopo una faticosa gestazione, abbiamo messo a punto il &ldquo;contenitore&rdquo; del sito-web di Liberazione il cui esordio in rete comunicheremo fra breve. Superfluo sottolineare che contiamo molto sulle potenzialit&agrave; interattive di questo strumento e sulle infinite opportunit&agrave; informative, di dibattito che esso offre. Siamo anche convinti che il web non competa con il giornale di carta in una gara ad esclusione, ma gli sia complementare e possa contribuire a migliorarne contenuti, fattura, appeal e - al dunque - dilatarne l&rsquo;interesse per una pi&ugrave; vasta ed eterogenea area di lettori. Tuttavia, non essendo avvezzi a sermoncini retorici, vi diciamo, con la stessa necessaria franchezza, che la misura - la sola misura - della bont&agrave; degli sforzi intrapresi sar&agrave; l&rsquo;aumento sostanziale delle vendite, degli abbonamenti, la ripresa dell&rsquo;antica, negletta abitudine di diffondere il giornale, almeno una volta alla settimana ed in concomitanza con eventi politici e sociali rilevanti, nazionali e locali. L&rsquo;impegno &egrave; ora. Ragionarne fra sei mesi, in una situazione stagnante, sarebbe letale, per il giornale, per la sua missione politica, per il gi&agrave; pessimo stato dell&rsquo;informazione libera e indipendente di questo Paese.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:32:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2337]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[22/12/2009 "Lo stratega" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Ecco di nuovo D&rsquo;Alema, il &ldquo;solo&rdquo; politico che ha la stoffa dello statista di rango, l&rsquo;uomo che anticipa di tre mosse quelle di amici e avversari, tornare prepotentemente alla ribalta con una nuova, sensazionale trovata, una sorta di &laquo;mossa del cavallo&raquo;, capace di scompaginare le carte, depurare il clima avvelenato in cui si &egrave; avvitato lo scontro politico, rimettere in moto una situazione che pareva irrimediabilmente ingessata. E in cosa consisterebbe questa geniale escogitazione partorita dall&rsquo;eccellentissima mente di Massimo D&rsquo;Alema? Nulla di pi&ugrave; semplice. Basta dare a Berlusconi quello che egli brama: la certezza dell&rsquo;impunit&agrave; tramite immunit&agrave;. Un artifizio che renda certo il premier di non avere pi&ugrave; nulla da temere, che lo sottragga all&rsquo;incubo della &laquo;persecuzione giudiziaria&raquo;, del &laquo;complotto&raquo; contro di lui ordito da una perfida macchinazione. Una volta recuperata questa personale serenit&agrave;, Berlusconi abbandonerebbe ogni propensione paragolpista (anzi: vi &egrave; mai stata in lui una simile tentazione?), ogni velleit&agrave; da caudillo, per disporsi ad un dialogo serio, ad una riabilitazione della politica come confronto democratico di idee e di programmi. Di pi&ugrave;: alla costruzione condivisa - e non pi&ugrave; di parte - di nuove riforme istituzionali. D&rsquo;Alema, dunque, suppone che una volta offerto, in qualsivoglia modo (&laquo;non ha importanza di che colore &egrave; il gatto pur che prenda i topi&raquo;) il salvacondotto a Berlusconi, la compulsiva, distruttiva crociata che questi ha scatenato, nell&rsquo;ordine, contro l&rsquo;impianto egualitario della Costituzione, contro lo stato di diritto, contro l&rsquo;indipendenza della magistratura, contro la libert&agrave; dell&rsquo;informazione, contro tutti gli organi di garanzia, si dissolva come neve al sole. Improvvisamente, il caudillo diventerebbe un agnello mansueto e - una volta convertito alle regole della democrazia - darebbe il suo consenso a metter mano al colossale conflitto di interessi che si incarna nella sua persona, inaugurerebbe una nuova primavera parlamentare, togliendo i sigilli alle Camere oggi ridotte a simulacri del potere legislativo. A quel punto, magicamente, prenderebbe l&rsquo;abbrivio il confronto sulle riforme, quelle sociali in particolare. Giulio Tremonti smetterebbe di flirtare con gli evasori, rinuncerebbe alla proroga dello scudo fiscale e aprirebbe i cordoni della borsa, non pi&ugrave; per regalare prebende agli industriali, ma per rilanciare l&rsquo;esangue sistema degli ammortizzatori sociali; Roberto Maroni inaugurerebbe una stagione di accoglienza, relegando nel dimenticatoio le misure da pogrom razzista e mettendo mano ad una seria modifica della legislazione in materia di immigrazione e di sicurezza; (...) Maria Stella Gelmini riaprirebbe il confronto con studenti, insegnanti, genitori per tentare un rilancio della scuola pubblica, dell&rsquo;universit&agrave; e della ricerca. Con analogo spirito costruttivo, Angelino Alfano riafferrerebbe il filo del dialogo con la magistratura e proverebbe ad occuparsi davvero del diritto di ogni cittadino ad una giustizia rapida e garantista; Maurizio Sacconi abbandonerebbe la forsennata vis demolitoria contro ci&ograve; che rimane del welfare e contro il sindacato per ricostruire qualcosa che somigli ad un sistema di protezione sociale; Ignazio La Russa, da par suo, istruirebbe una discussione sino ad ora mai fatta sulla presenza dei soldati italiani nei vari teatri di guerra, per ragionare su una possibile exit-strategy e restituire un senso all&rsquo;art. 11 della Costituzione. Questo ed altro ancora D&rsquo;Alema immagina potersi verificare una volta baipassata la singolar tenzone con Berlusconi? E se, invece, non si tratta di questo, in cosa davvero consiste il compromesso (diciamolo in modo elegante) di cui parla l&rsquo;immarcescibile &laquo;baffino&raquo;?</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:30:29 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2336]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[15/12/2009 "Pescano nel torbido. Senza pudore" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Sono bastate poche ore dall&rsquo;aggressione subita da Silvio Berlusconi perch&eacute; quello che &egrave; stato, con tutta evidenza, l&rsquo;atto inconsulto ed isolato di uno squilibrato fosse usato politicamente, anzi, brandito come un corpo contundente contro quanti, in questi mesi, non avrebbero fatto altro che disseminare odio e alimentare il &ldquo;clima&rdquo; dentro il quale &egrave; potuto maturare quell&rsquo;episodio. Che all&rsquo;opinione pubblica non viene in queste ore presentato come un&rsquo;aggressione solitaria, bens&igrave; come un attentato. Di pi&ugrave;: un atto di terrorismo politico. Da qui all&rsquo;attribuzione della responsabilit&agrave; oggettiva, morale dell&rsquo;accaduto a tutti coloro, partiti o singole persone, che abbiano osato contrastare la politica del premier o attaccarne le pulsioni totalitarie, il passo &egrave; stato brevissimo. Anzi, gli ascari di Berlusconi quel passo hanno compiuto, con riflesso istintivo, in un battibaleno: ovunque, nell&rsquo;opposizione, si nascondono i &ldquo;mandanti&rdquo;, gli ispiratori &ldquo;silenti&rdquo; dell&rsquo;odiosa violenza. Siamo di fronte ad una commedia di cui conosciamo a menadito il copione. Ricordate l&rsquo;omicidio di Marco Biagi nel marzo del 2002, per mano delle Brigate Rosse? Allora fu proprio Berlusconi, da presidente del Consiglio e dagli scranni del Parlamento, ad additare in Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, che del giuslavorista bolognese aveva osato criticare il &laquo;libro bianco&raquo;, il mandante morale di quell&rsquo;assassinio. Oggi non vi &egrave; neppure la pi&ugrave; labile traccia di una strategia brigatista, ma egualmente si pesca nel torbido, senza pudore. Pi&ugrave; le acque imputridiscono e pi&ugrave; vi sguazzano dentro, con cinica spregiudicatezza, i propugnatori di una svolta reazionaria, coloro che hanno sempre cercato di volgere a loro favore gli episodi pi&ugrave; efferati e ai quali oggi non par vero di poter capovolgere le parti in commedia, trasformando il Cavaliere in un martire, vittima di una persecuzione politica tanto immotivata quanto priva di scrupoli. In questo Paese tramortito dalla crisi, dove tante persone lottano, da sole, come mai nel passato, con i problemi della quotidiana sopravvivenza, non vi &egrave; tuttavia alcun pericolo di deriva terroristica. Evocarne il fantasma per giustificare, ex post, una torsione autoritaria ancor pi&ugrave; forte di quella che gi&agrave; sta stringendo la sua morsa su ci&ograve; che resta di un democratico conflitto sociale &egrave; un atto di scoperta, sciagurata mistificazione. Chi &egrave; davvero colpito - e noi fra questi - dal ferimento di Berlusconi, dovrebbe abbassare i toni e non gettare benzina sul fuoco nella speranza di poter lucrare su questa brutta vicenda un vantaggio politico. Perch&eacute; insistervi potrebbe davvero innescare un&rsquo;irresponsabile spirale di tensione. Il bersaglio, ovviamente, non &egrave; l&rsquo;anonimo Massimo Tartaglia, che sar&agrave; presto riconsegnato ad adeguate terapie psichiatriche e la cui inconsistente biografia politica verr&agrave; subito dimenticata. L&rsquo;obiettivo di questa incalzante campagna &egrave; tappare la bocca ad ogni critica, criminalizzare ogni voce di dissenso, giustificare lo stato di eccezione, restringere gli spazi di democrazia e preparare il terreno propizio al varo dello scudo immunitario che Berlusconi pretende per s&eacute; medesimo: processo breve, legittimo impedimento, lodo Alfano, riproposti in un compulsivo arrembaggio che ha ormai preso di petto la Costituzione, i suoi principi cardinali, i suoi organi di garanzia. Ora, ci&ograve; che dobbiamo esercitarci a scongiurare &egrave; che l&rsquo;aggressione subita da Berlusconi abbia un effetto perverso sulla situazione politica del Paese, che si propaghi un paralizzante senso di incertezza, di paura e che la mobilitazione, quella democratica e nonviolenta, cresciuta in queste settimane ne possa essere contagiata e paralizzata. Perch&eacute; la democrazia, come sempre, non si difende irretendola, ma praticandola.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:29:2 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2335]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[12/12/2009 "12 dicembre '69: passato e presente" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>La manifestazione di oggi, a Milano, nel quarantennale della strage di piazza Fontana, &egrave; tutto meno che una ricorrenza rituale. Perch&eacute; se quello fu l&rsquo;evento tragico che inaugur&ograve; la strategia della tensione, vale a dire il pi&ugrave; organico tentativo di rovesciare il processo di rinnovamento democratico che attraversava potentemente la societ&agrave; italiana, oggi, a distanza di quasi mezzo secolo siamo davanti allo stesso, drammatico crinale, sia pure in forme e contesti del tutto diversi e inediti. Quella fu una &ldquo;guerra a bassa intensit&agrave;&rdquo;, anche se mai dichiarata, concepita nella connivenza fra borghesia industriale reazionaria, fascismo, servizi deviati, profondamente innervata di pulsioni golpiste, in un mondo dominato dalla guerra fredda, cui le forze del movimento operaio organizzato e di una sinistra saldamente radicata nel Paese seppero tuttavia opporre una risposta tenace e vincente. Quella di oggi &egrave; il risultato di una degenerazione politica, culturale, morale gi&agrave; consumatasi, che ha visto il potere incarnarsi, con il consenso elettorale, nella protodittatura di un uomo solo, sostenuto da una cricca affaristica con inquietanti prossimit&agrave; ai poteri criminali, tronfia nel perseguire la propria impunit&agrave;, che sta metodicamente sfasciando ci&ograve; che resta del reggimento democratico perch&eacute; ad esso irriducibilmente refrattaria. E questo avviene in un humus sociale sfibrato e molto meno reattivo, anche se non del tutto piegato, e dentro un quadro politico sul quale la divisione e la sconfitta della sinistra hanno lasciato un segno pesante. Berlusconi - abbandonato ormai ogni tatticismo, rotto ogni argine, deciso l&rsquo;arrembaggio finale all&rsquo;intera impalcatura costituzionale - punta decisamente ad elezioni che si trasformino in un plebiscito, nella richiesta che il Paese, tutto il Paese, gli sia consegnato e si compia sino in fondo la torsione totalitaria compulsivamente inseguita sin dall&rsquo;inizio della sua &ldquo;discesa in campo&rdquo;. E&rsquo; sommamente necessario che l&rsquo;entit&agrave; del pericolo sia colta sino in fondo, che si uniscano tutte le forze, le soggettivit&agrave;, i movimenti, le espressioni culturali - anche le pi&ugrave; diverse fra loro - che hanno tuttavia percepito quanto scosceso sia il piano inclinato sul quale, tutti insieme, rischiamo di precipitare. Chi non ha - o ha smarrito - la memoria delle vicende della storia Patria, potrebbe pensare che vi &egrave; un eccesso in questo allarme e che si esagera nel paventare sciagure imminenti. Ebbene, anche da questa coazione a ripetere antiche amnesie e sottovalutazioni bisogna difendersi. Ora. Per non doversene pentire dopo. Da Milano e dalle tante citt&agrave; che oggi ospiteranno manifestazioni, cos&igrave; come avvenuto sabato scorso da Roma, &egrave; necessario salga un segnale forte, uno stimolo a rimettere in circolo tutte le risorse democratiche su cui l&rsquo;Italia pu&ograve; ancora contare. Sia il popolo e non soltanto la magistratura, a difendere la sua Costituzione e la legalit&agrave; repubblicana. Nessuno si sottragga.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:27:31 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2334]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[10/12/2009 "Ripristinare il diritto soggettivo. Subito" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Consideriamo positivo l&rsquo;esito dell&rsquo;incontro svoltosi ieri fra alcuni direttori dei giornali di partito con il presidente della Camera. Ma siamo molto, molto prudenti.La preoccupazione per la sopravvivenza dei nostri giornali, di quelli cooperativi e di idee non &egrave; certo fugata, essendo sicuro che la finanziaria che ne vorrebbe la morte istantanea sar&agrave; approvata, intonsa, attraverso il voto di fiducia imposto dal governo. La novit&agrave; &egrave; che Gianfranco Fini ha condiviso la necessit&agrave; di scongiurare il rischio di una drammatica contrazione del pluralismo dell&rsquo;informazione che sarebbe la conseguenza nefasta, ma inevitabile, di questo provvedimento. E di avere chiesto al ministro Tremonti di trovare un rimedio. Qui ed ora, perch&eacute; l&rsquo;eliminazione del diritto soggettivo introdotta nella legge finanziaria rende - come abbiamo gi&agrave; scritto - impresa impervia la negoziazione con le banche dell&rsquo;erogazione dei crediti su cui vivono molti giornali, proprio quelli ai quali sono per lo pi&ugrave; negati o centellinati gli introiti pubblicitari. La soluzione ci sarebbe, e semplice: togliere dalla finanziaria quel comma 53 bis inventato apposta per metterci in ginocchio. E poi discutere, senza coltello alla gola. Giulio Tremonti, raggiunto telefonicamente e collegato in &ldquo;vivavoce&rdquo; con i convenuti alla riunione ha confermato l&rsquo;intenzione di operare in tal senso, utilizzando lo strumento del &ldquo;decreto mille proroghe&rdquo;, entro la fine dell&rsquo;anno in corso, o il &ldquo;decreto sviluppo&rdquo;, previsto per i primi giorni del prossimo anno, precisando tuttavia che se &egrave; necessario garantire la sopravvivenza &laquo;di tutte le testate depositarie della cultura politica del Paese&raquo;, occorre anche &laquo;separare il grano dal loglio&raquo;, ed evitare che delle risorse dei contribuenti continuino a beneficiare soggetti privi di qualsiasi struttura editoriale e che esistono soltanto in funzione dell&rsquo;obiettivo di drenare contributi pubblici. Il tempo della verifica &egrave; assai breve. Dunque, staremo a vedere. Senza abbassare la guardia, perch&eacute; non vorremmo che nel mentre si pensa ad elaborare nuovi e pi&ugrave; cogenti criteri, anche dentro un processo negoziale condiviso, il paziente muoia per assenza di cure immediate. I due tempi, dunque, ancorch&eacute; disposti in rapida successione, sono in questo caso indispensabili. &ldquo;primum vivere&hellip;&rdquo;. Si ripristini subito, perci&ograve; il diritto soggettivo e si proceda, poi, a mettere ordine nella materia. E state attenti a non fregarci. P.S.: All&rsquo;incontro mancava la Padania, &laquo;per contrattempi logistici&raquo;, ci ha detto, chiedendo tuttavia di &laquo;essere considerata presente e d&rsquo;accordo con le richieste avanzate dai direttori delle altre testate di partito&raquo;. Ieri, abbiamo cercato di intervistarne il direttore, per ora senza fortuna. Riproveremo.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:26:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2333]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[8/12/2009 "Vogliono metterci il bavaglio" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Ci stanno riprovando. Un emendamento alla legge Finanziaria votato a furor di Popolo della Libert&agrave; dalla Commissione Bilancio della Camera &ldquo;elimina il diritto soggettivo relativo al finanziamento pubblico dei giornali di partito, cooperativi e di idee&rdquo;. Se questo orientamento fosse - come pare pi&ugrave; che probabile - confermato in aula e blindato attraverso l&rsquo;apposizione del voto di fiducia, segnerebbe la fine di decine di testate, i cui editori non potrebbero iscrivere a bilancio questi finanziamenti &laquo;e quindi - come nota la Federazione nazionale della stampa italiana - sarebbe preclusa la negoziazione di fondamentali anticipi con le banche&raquo;. Migliaia di posti di lavoro sarebbero bruciati e il gi&agrave; moribondo pluralismo dell&rsquo;informazione subirebbe un colpo letale. Si capisce bene da quale fonte sia ispirato questo micidiale affondo. Gi&agrave; un mese fa, nel Consiglio dei ministri, Berlusconi aveva dettato le sue condizioni per un intervento in materia di legge sull&rsquo;editoria tale da imbavagliare, per quanto possibile, ogni voce che sfugge al suo diretto controllo, dentro e fuori del suo schieramento. Poter tenere stretti nelle sue mani i cordoni della borsa, decidere se, come e a chi destinare risorse pubbliche e agire, una volta di pi&ugrave;, il ricatto economico per condizionare la libert&agrave; di espressione &egrave; l&rsquo;obiettivo manifesto di questa manovra. E se egli non pu&ograve; ancora usare il rasoio con qualche grossa testata giornalistica, intende tuttavia chiudere il conto con quelle pi&ugrave; piccole, pi&ugrave; fragili ed esposte. Magari, non con tutte, perch&eacute; un osso da spolpare lo si pu&ograve; sempre gettare nel recinto degli alleati pi&ugrave; fedeli, attingendo al proprio capiente forziere o inventando qualche scappatoia ad hoc. Si rafforza, anche per questa via, un duopolio mediatico che riduce la dialettica ad uno scontro fra potentati, entrambi inclini ad amputare ci&ograve; che fuoriesce dai propri confini o che si presenta eccentrico rispetto alle proprie coordinate culturali. Ne rende testimonianza il fatto che, al momento, nessuna voce si leva da altre testate, che se nulla hanno da temere, per se stesse, da questa solenne sforbiciata, dovrebbero avvertire tutto il peso di un attacco alla libert&agrave; di stampa contro il quale solo un mese fa avevano chiamato a raccolta i cittadini e le forze democratiche tutte, paventando il rischio di un vulnus gravissimo alla democrazia costituzionale. Questo rischio oggi sta materializzandosi sotto i nostri occhi. E&rsquo; un altro pezzo di democrazia che va a ramengo. Per questo daremo battaglia, fino in fondo. Ci auguriamo non in solitudine.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:22:52 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2332]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6-7/12/2009 "Questa è la vera scossa di cui il paese ha bisogno" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Venerd&igrave; titolavamo il giornale dando corpo ad una sensazione che era anche un auspicio, una speranza: &laquo;Scesi in campo&raquo;, scrivevamo sotto la foto di un gruppo di giovanissimi, stretti in gruppo, che tenevano nelle mani il manifesto del NoBDay. Ebbene, ieri, per le vie di Roma si &egrave; visto davvero qualcosa di nuovo, di inedito. E di promettente. Quella generazione che si &egrave; inseguita per settimane sulla rete, che ha via via preso coscienza di s&eacute;, della possibilit&agrave; di un agire politico diretto si &egrave; ritrovata in piazza, per dire che Berlusconi e con lui tutto il marcio che ammorba questo sderenato Paese se ne deve andare. Un corteo impressionante, per la quantit&agrave; delle persone che hanno raccolto l&rsquo;appello e, ancor pi&ugrave;, per l&rsquo;intensit&agrave; di una partecipazione che emanava consapevolezza di una responsabilit&agrave; collettiva. Tutto il contrario di quella passivit&agrave; rassegnata che abbiamo temuto potesse prendere il sopravvento nel clima di degenerazione che si sprigiona dai palazzi del potere. Chi abbia seguito il serpentone fin dentro una piazza San Giovanni per una volta troppo piccola non pu&ograve; non aver ricavato un&rsquo;impressione profonda. Perch&eacute; la protesta corale, la richiesta condivisa di giustizia, di uguaglianza, di pulizia, era declinata in mille modi diversi, come se ognuno volesse dirlo in un modo proprio, con un segno, un cartello, uno slogan, un drappo del vestito. C&rsquo;era il viola, colore adottato dagli organizzatori della manifestazione. E c&rsquo;era il rosso delle bandiere della Federazione della Sinistra che in mattinata, in un teatro Brancaccio straripante, ha posto la prima, fondamentale pietra di una sinistra unita e plurale. E che ora &egrave; attesa al compito pi&ugrave; impegnativo, quello di mettere radici in tutto il Paese e divenire - senza supponenza - interlocutrice dei movimenti, del variegato conflitto sociale, di una domanda di democrazia rimasta per troppo tempo inascoltata e men che meno rappresentata. La nottata non &egrave; certo passata. Ma forse qualcosa comincia a cambiare davvero.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:20:0 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2331]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[5/12/2009 "In piazza le risorse di un Paese democratico" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco </p>
<p>Si rassegnino quei media e quelle forze che hanno in ogni modo tentato di oscurare il NoBDay o di contraffarne il messaggio politico. Vedrete che non baster&agrave; allo scopo neppure l&rsquo;odioso boicottagio riservato a quella che si annuncia come un&rsquo;imponente, matura manifestazione di popolo da parte di un servizio televisivo pubblico sempre pi&ugrave; prono agli ordini dell&rsquo;esecutivo. Tutto lascia pensare che oggi piazza San Giovanni sar&agrave; davvero gremita e costituir&agrave; un evento difficilmente esorcizzabile. Intanto per il modo del tutto inedito con cui la manifestazione &egrave; stata convocata, grazie a quel tam-tam che per il tramite della rete ha messo in moto energie, volont&agrave; individuali e collettive, non incanalate dentro la tradizionale rappresentanza dei partiti eppur vive e determinate a giocare in proprio un ruolo politico. Poi, perch&eacute; le forze organizzate che da subito hanno voluto essere della partita, Rifondazione, l&rsquo;Italia dei valori, ma anche il Pdci e i Verdi, hanno saggiamente resistito alla tentazione di &ldquo;mettere il cappello&rdquo; alla mobilitazione ed hanno fatto un passo indietro, assicurando tuttavia il sostegno organizzativo e logistico a quanti da ogni dove confluiranno a Roma, impegnando contemporaneamente ogni propria risorsa e capacit&agrave; di mobilitazione. Le adesioni, di giorno in giorno cresciute fino a farne percepire le proporzioni anche ai pi&ugrave; distratti, hanno finito per scuotere il torpore del Pd, dapprima determinato a ritrarsi, poi pi&ugrave; possibilista, almeno in qualche sua componente, infine costretto dalle adesioni individuali di tanti militanti della sua base ad abbandonare, se non altro, l&rsquo;atteggiamento ostativo delle prime ore. Questo pilatesco &ldquo;n&eacute; aderire n&eacute; boicottare&rdquo; &egrave; tuttavia rivelatore dello stato di impasse di un partito che resta, anche dopo l&rsquo;esito dell&rsquo;aspro confronto interno, strutturalmente incapace di scelte chiare, espressione di una &ldquo;sinistra light&rdquo;, talmente moderata da ridurre la propria opposizione ad un velletario esercizio parolaio. Taluni hanno spiegato la loro diffidenza per l&rsquo;iniziativa con l&rsquo;eccessiva personalizzazione che finirebbe per fare di Berlusconi il male supremo, trasformandolo in una vittima e, paradossalmente, rafforzandolo. Altri, da un versante opposto, hanno voluto vedere nel NoBDay il limite di un approccio politico ingenuo, cio&egrave; inconsapevole del fatto che una volta sconfitto il caudillo, il potere politico rimarrebbe comunque - nelle condizioni date - saldamente nelle mani della destra e dei poteri forti che la sorreggono. Ora, in entrambe le posizioni &egrave; rintracciabile un grumo di verit&agrave;. E tuttavia, esse appaiono, nella loro astrattezza, sostanzialmente sbagliate. In primo luogo perch&eacute; dovrebbe essere ormai chiaro che Berlusconi ha giocato il suo smisurato, pervasivo potere politico-economico-mediatico per scatenare un attacco compulsivo, mortale, contro la Costituzione, lo stato di diritto, la laicit&agrave;, i diritti collettivi e individuali, a partire da quelli del lavoro. E lo ha fatto divenendo il collante corruttivo degli istinti peggiori che albergano in un ceto politico parassitario che fa del privilegio, dell&rsquo;arbitrio, dell&rsquo;impunit&agrave;, della prepotenza classista la propria abituale linea di condotta. Berlusconi &egrave; divenuto il crocevia di interessi - anche innominabili - che si sostengono reciprocamente in un perverso, mutuo scambio di favori, appannaggi, protezioni. Tagliare questa cancrena, prima che il Paese ne risulti irreversibilmente infettato, &egrave; diventato il primo e fondamentale compito di chi vuole ridare una chance al traballante edificio della nostra infragilita democrazia. Mutatis mutandis, come nella svolta di Salerno del 1944, oggi bisogna unire le forze, con la pi&ugrave; vasta latitudine politica, per liberare l&rsquo;Italia da una deriva catastrofica. Questo obiettivo &egrave; tutt&rsquo;altro che semplice, perch&eacute; il composito schieramento che la persona di Berlusconi riesce a tenere insieme &egrave; consapevole - malgrado i suoi interni conflitti - che la liquidazione del premier comporterebbe la crisi di un sistema di alleanze e di potere che potrebbe improvvisamente collassare se perdesse il suo centro di annodamento, travolgendo tutte le forze eterogenee che si muovono convulsamente al suo interno. Ma proprio per questo, quando a questo si riuscisse, tutta la situazione si rimetterebbe in movimento, perch&eacute; la stessa torsione bipolare imposta alla politica italiana ne verrebbe profondamente scossa e messa in discussione. Poi, certo, tutti i problemi si ripresenterebbero, essendo il berlusconismo una tabe inoculatasi in profondit&agrave; nel corpo sociale, sino a informare di s&eacute; comportamenti, visioni del mondo e delle relazioni umane che hanno prodotto guasti seri e duraturi. L&rsquo;uscita di scena di Berlusconi non cancellerebbe miracolosamente la forza di una destra politica che, nel suo insieme, ha prodotto una devastante legislazione antisociale, intrisa di razzismo, di populismo e del clericalismo pi&ugrave; r&egrave;tro. Ma la scena cambierebbe istantaneamente, su entrambi i lati dello scacchiere bipolare, incrinando una scena politica ingessata e mortifera. Oggi muove i suoi primi passi la Federazione della Sinistra. E&rsquo; un bene che questo atto di nascita coincida con una grande mobilitazione democratica e plurale. Perch&eacute; di rompere rigidi, paralizzanti steccati e autoreferenziali frammentazioni la sinistra ha un bisogno estremo. Per tornare a contare nella vita politica nazionale, da troppo tempo orfana di un progetto davvero alternativo, capace - concretamente e per forza propria - di indicare una strada che non costringa a scegliere fra schieramenti che confliggono ma praticano proposte omologhe.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:17:35 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2330]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[1/12/2009 "Invito alla indignazione. E alla rivolta"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>&laquo;Esiste un contagio del male: chi &egrave; non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a s&eacute;, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso&raquo;. Primo Levi</p>
<p>&laquo;Facciamo schifo&raquo;. Con un&rsquo;amarezza e uno sdegno senza fine, Erri De Luca, ospite domenica sera di una delle rare trasmissioni televisive sopravvissute al dilagante ciarpame, ha cos&igrave; commentato quella che nel nostro Paese &egrave; ormai divenuta una vera e propria persecuzione razziale contro i migranti. Contro tutti i migranti, clandestini e non, nordafricani e slavi, rom prima di tutto - perch&eacute; di tutti sono i pi&ugrave; deboli - non importa se nomadi o stanziali, apolidi o ad ogni effetto cittadini italiani. Le immagini della polizia meneghina in tenuta antisommossa, schierata davanti ad un&rsquo;inerme bambina che guarda sbigottita le ruspe travolgere e ridurre in macerie le casupole costruite con materiali di risulta e le povere cose in esse contenute, sono le terrificanti istantanee di una barbarie che monta, inarrestabile, tronfiamente rivendicata, ierilaltro, dal vicesindaco milanese, il fascista Riccardo De Corato (&laquo;c&rsquo;&egrave; un solo modo per riassumere la politica del comune di Milano nei confronti dei rom: sgomberare&raquo;). Ora, costoro, diceva De Luca, abbiano almeno il pudore di &laquo;rimuovere anche il presepe che hanno allestito dentro le proprie case per il Natale&raquo;. Non lo faranno, caro Erri: la doppia morale, l&rsquo;ipocrisia filistea di costoro, dei cultori del &ldquo;White Christmas&rdquo;, il bozzolo marcio dentro l&rsquo;ottuso, conformistico perbenismo, consentiranno loro di far convivere l&rsquo;una e l&rsquo;altra cosa: la croce con la spada, le &ldquo;radici cristiane&rdquo; con l&rsquo;apartheid. Doppiamente blasfemi. Del resto, &egrave; gi&agrave; successo. Ed &egrave; proprio questo il punto: &egrave; gi&agrave; successo. Oggi, davanti a noi, razzismo istituzionale e consenso sociale si rincorrono e retroagiscono l&rsquo;uno sull&rsquo;altro: le retate da pulizia etnica, le taglie sul clandestino da snidare e cacciare, gli inviti alla delazione, le case, le classi, gli autobus, i &ldquo;bonus beb&egrave;&rdquo; negati o differenziali, la proposta (per ora) accantonata di una cassa integrazione ridotta per gli stranieri, le deiezioni dei maiali sparse sui luoghi dove si vuole impedire possano sorgere le moschee, il reato di immigrazione clandestina, i lager e i respingimenti, il diniego del diritto di voto. Fino ai cori razzisti negli stadi, spudoratamente spacciati per innocue manifestazioni di tifo sportivo. L&rsquo;altra faccia di questa putrida medaglia &egrave; l&rsquo;arroganza di un potere corrotto, culla del privilegio e dell&rsquo;impunit&agrave; di casta, che premia i mediocri corrivi, che distrugge tutto ci&ograve; che sa di cultura, che educa alla passivit&agrave; e al servilismo. A questo punto ed anche oltre siamo giunti, passo dopo passo. Scivolone dopo scivolone, la corsa sul piano inclinato &egrave; diventata una ruzzola indecente, invisibile soltanto a chi non rammenta nulla, avendo tutto rimosso, o a chi non ha nulla da ricordare perch&eacute; nessuno glielo ha mai insegnato. Quante volte ci si &egrave; chiesti, riflettendo sui drammi della storia patria e di quella continentale, &laquo;come sia stato possibile&raquo; che l&rsquo;Europa, &ldquo;culla della civilt&agrave;&rdquo; sia potuta divenire l&rsquo;incubatoio della barbarie. Dove come quando &egrave; cominciato, con quale sequenza si sia giunti a tollerare, a tacere l&rsquo;abisso. Difficile rintracciare un solo momento, un solo episodio, di per s&eacute; decisivi. Credo che il precipizio abbia inizio ogni qualvolta, di fronte ad un sopruso, prevale la coazione vigliacca a girare la testa dall&rsquo;altra parte, a rinunciare alla propria personale responsabilit&agrave;, ad &ldquo;occuparsi dei fatti propri&rdquo;, perch&eacute; quanto accade &ldquo;non ci riguarda&rdquo;. E non si dica che gli anticorpi sono stati ormai metabolizzati e dunque la soglia del pericolo non sar&agrave; oltrepassata. Prima o poi ci si convince che dall&rsquo;altrui persecuzione si pu&ograve; persino trarre qualche vantaggio. Salvo scoprire - sempre troppo tardi - che da quel buco nero non si esce. Il direttore della Luiss (Libera Universit&agrave; degli studi sociali), ha ieri reso pubblica una lettera indirizzata al figlio - e a tutti i figli - invitandolo, a studi universitari ormai conclusi, a lasciare questo paese divenuto irriconoscibile e invivibile. Ma quella lettera, a voler capire, non &egrave; un invito alla resa, alla rassegnazione, all&rsquo;abbandono, ma all&rsquo;indignazione. E alla rivolta.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:13:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2329]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[25/11/2009 "Vogliamo tornare al contratto individuale" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Chi per esperienza diretta abbia dovuto fare i conti con la materiale concretezza del rapporto di lavoro sa bene quanto ripido sia il piano inclinato sul quale sono ruzzolati i diritti, individuali e collettivi. Alla fine degli anni settanta i contratti a tempo determinato o a causa mista erano limitati a quattro fattispecie: apprendistato, termine, formazione lavoro e interinale. Dunque, solo una porzione limitata di lavoratori vi era coinvolta e per un periodo limitato di tempo: il precariato non era ancora un destino. Quello che &egrave; successo nel quarto di secolo successivo &egrave; noto. I rapporti di lavoro precari si sono moltiplicati (44 tipologie) sino a comprendere la quasi totalit&agrave; delle nuove assunzioni, e con essi si &egrave; drasticamente indebolito il potere di coalizione dei lavoratori, persuasisi che senza tutela dai licenziamenti illegittimi si rischia troppo grosso, che conviene stare lontani dal sindacato e prendere sommessamente quel che generosamente il padrone fa cadere dal tavolo. E&rsquo; come se tutto il bagaglio di conquiste del lavoro maturate in un decennio fosse stato ingoiato da un buco nero per uscirne irriconoscibilmente deformato. Poi &egrave; venuto l&rsquo;attacco diretto al contratto nazionale di lavoro, prosciugato nei suoi contenuti da regole che ne hanno ristretto perimetro e giurisdizione. Cisl e Uil sono giunte sino a sottoscrivere un accordo che contempla la possibilit&agrave; di deroghe, aziendali o territoriali, ai contratti da esse medesime firmati ove se ne ravvisi la necessit&agrave; per favorire la competitivit&agrave; di impresa. Che &egrave; tornata a rappresentare la stella polare della navigazione del sindacato concertativo. Ora si veleggia rapidamente verso la totale destrutturazione del diritto del lavoro. Perch&eacute; il governo, con l&rsquo;entusiastica adesione di Confindustria, si sta accingendo a dare cogente forma giuridica ad un dispositivo, gi&agrave; presente nella famigerata legge 30 del 2003, che prevede la possibilit&agrave; di una deroga individuale all&rsquo;applicazione delle norme contrattuali: baster&agrave; che questa volont&agrave; &ldquo;condivisa&rdquo; sia certificata (per esempio, presso la direzione provinciale del lavoro) da un datore di lavoro e da un suo dipendente, perch&eacute; a quest&rsquo;ultimo sia inibita qualsiasi possibilit&agrave;, ex post, di ricorso giudiziario. S&igrave;, perch&eacute; il giudice dovr&agrave; riferirsi, in via esclusiva, al patto derogatorio sottoscritto, anche se in palese contrasto con il contratto di lavoro di riferimento, che perder&agrave; cos&igrave; ogni efficacia generale. Ecco che i rapporti giuridici vengono a conformarsi ai rapporti sociali. Ecco che la legislazione giunge a legittimare, al dettaglio, ci&ograve; che qualche sindacato corrivo pretendeva di praticare all&rsquo;ingrosso. Stiamo tornando, dunque, al contratto individuale di lavoro, il cui fondamento &egrave; l&rsquo;idea ottocentesca che datore di lavoro e prestatore d&rsquo;opera sono entrambi liberi, l&rsquo;uno di vendere la propria forza lavoro, l&rsquo;altro di comprarla: &ldquo;libero operaio, in libera impresa&rdquo;... Ci era voluto molto tempo prima di conquistare la consapevolezza che le forze in campo sono in realt&agrave; del tutto asimmetriche e prima che il giuslavorismo moderno sancisse il principio che la parte pi&ugrave; debole, il lavoratore, debba essere protetta dalla sua stessa debolezza, impedendogli rinunzie che non possono essere consapevolmente compiute se non in una condizione di estremo bisogno e, dunque, di ricatto. L&rsquo;indisponibilit&agrave; della norma contrattuale, la conquista cio&egrave; di un livello incomprimibile di trattamento economico-normativo oltre il quale la dignit&agrave; del lavoratore e della lavoratrice sarebbero compromessi, &egrave; esattamente ci&ograve; che si vuole definitivamente cancellare. Il fantastico epilogo di questa corsa verso la civilt&agrave; sta muovendo rapidi passi al Senato della Repubblica dove, fra altre nequizie, compare uno scampolo di riforma del processo del lavoro che impedisce al giudice la possibilit&agrave; di restaurare l&rsquo;efficacia di un contratto di lavoro calpestato.  La Cgil dice che vi si opporr&agrave; con la pi&ugrave; grande determinazione. E&rsquo; davvero auspicabile che ci&ograve; avvenga, ma allora servir&agrave; rinvigorire il muscolo atrofizzato del conflitto. Come fu nel 2002, quando impedimmo a suon di scioperi la cancellazione dell&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:12:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2328]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[20/11/2009 "Coccaglio, Italia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Accade quotidianamente, sotto i nostri occhi, si insinua nei luoghi delle nostre consuetudini, nella vita e nel lavoro. E&rsquo; un senso comune sempre pi&ugrave; diffuso, strisciante, condiviso da molti senza storia n&eacute; memoria, sub&igrave;to con assuefatta rassegnazione da chi pensa non sia possibile contrastarne l&rsquo;avanzata, o sottovalutato da quanti ancora ne trascurano la devastante portata. E&rsquo; il razzismo, come sentimento e come concreta pratica segregazionista. Gli sconvolgenti fatti di Brescia a cui abbiamo dedicato copertina e primo piano di ieri non documentano semplicemente l&rsquo;aberrazione morale di un sindaco, quasi fosse un caso isolato da cui prendere le distanze. C&rsquo;&egrave; un clima greve che monta, alimentato da un governo - e, in specie, da un partito dentro quel governo - che sul razzismo costruisce la sua fortuna politica. Che persegue sistematicamente l&rsquo;apartheid, attraverso ogni atto amministrativo disponibile: dai respingimenti alla negazione del diritto di asilo, dalle violenze nei Cie all&rsquo;introduzione del reato di immigrazione clandestina, dallo smantellamento - manu militari - dei campi rom allo stillicidio di atti persecutori che rendono la vita del migrante un quotidiano calvario, sino alla materializzazione di un quadro normativo che configura ormai un regime di diritti discriminatorio e duale.  Dichiarare la prossimit&agrave; di questo stato di cose alle leggi razziali del &rsquo;38 era apparso a taluni un&rsquo;iperbole polemica, un eccesso propagandistico. Invece siamo proprio l&igrave;. Si rifletta sulle parole del sindaco di Coccaglio, che intende festeggiare con il pogrom dei migranti il suo paradossale &laquo;Bianco Natale&raquo; cristiano: &laquo;Qui da noi non c&rsquo;&egrave; criminalit&agrave; - dice - Vogliamo solo fare pulizia, perch&eacute; il Natale non &egrave; la festa dell&rsquo;accoglienza ma quella della nostra tradizione e della nostra identit&agrave;&raquo;. Pulizia e basta. Dice cos&igrave;, quel &ldquo;primo cittadino&rdquo;, incurante dell&rsquo;enormit&agrave; delle sue affermazioni, peraltro rivendicate e rilanciate in un battibaleno da altri sindaci di amministrazioni a trazione leghista. Pulizia. Come avveniva nel sud degli Stati Uniti negli anni &rsquo;30 del secolo scorso, dove i linciaggi non avevano neppure bisogno di un movente, ma venivano giustificati affinch&eacute; &laquo;i negri non diventassero troppo spavaldi&raquo;. Ci&ograve; che ne viene &egrave; dunque un&rsquo;istigazione alla violenza e una copertura, neppure velata, agli atti di aggressione contro i migranti che la Lega, quando ancora si chiamava &ldquo;lombarda&rdquo;, definiva, nel suo originario statuto, &laquo;l&rsquo;infezione che viene a corrompere la purezza della nostra razza&raquo;. Ecco il punto su cui merita riflettere. Se oggi torna, prepotentemente, quella primitiva impostazione himleriana, &egrave; perch&eacute; i suoi banditori pensano che il perverso messaggio sia ampiamente metabolizzato e per spacciarlo non occorrano pi&ugrave; travestimenti securitari. Questo Paese - dopo quindici anni di berlusconismo e leghismo - pu&ograve; divenire il terreno di coltura di un razzismo di massa, propizio per le peggiori avventure reazionarie. Si capisce allora come la semplice ipotesi di riconoscere agli immigrati regolari la facolt&agrave; di votare nelle consultazioni amministrative sia considerato da costoro una mostruosit&agrave;, perch&eacute; &laquo;il diritto di voto &egrave; una cosa seria, sacra, che spetta solo ai cittadini&raquo;, tuona Roberto Cota, capogruppo dei deputati leghisti. S&igrave;, perch&eacute; gli immigrati tali non sono, n&eacute; i loro figli, neppure se nati sull&rsquo;italico suolo. Loro sono (e devono rimanere) estranei, alieni. O, pi&ugrave; precisamente, buoi da tiro, da utilizzare come braccia, forza lavoro a buon mercato, se e finch&eacute; serve, senza diritti da fare valere, silenziosi e succubi, deprivati di progettualit&agrave;. Questa vera e propria cancrena della democrazia deve essere combattuta perch&eacute; di qui passa lo snodo cruciale fra civilt&agrave; e barbarie. Ora. Migranti e nativi. Insieme.  P.S: mentre scriviamo giunge notizia che il comune di Milano ha assegnato l&rsquo;&ldquo;Ambrogino d&rsquo;oro&rdquo; ai vigili urbani distintisi nella caccia al clandestino sui &ldquo;Bus galera&rdquo;. Congratulazioni vivissime a coloro che si sono resi meritevoli di questa benemerenza e, soprattutto, complimenti alla giuria che a maggioranza ha voluto premiare un fulgido esempio di tutela della &ldquo;white community&rdquo;.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:10:47 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2327]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[14/11/2009 "Un acre odore di fascismo"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, domenica 15 novembre) ci propone uno stupefacente sillogismo, cos&igrave; paradossale nella sua formale struttura logica da fare invidia alle pi&ugrave; ardite esercitazioni sofistiche. Il fatto che il presidente del Consiglio riceva avvisi di garanzia - dice il nostro - &laquo;&egrave; un fatto di drammatica valenza politica&raquo;, e poich&eacute; la magistratura ne sforna in rapida sequenza, ci&ograve; vuol dire che essa magistratura &laquo;&egrave; un attore politico vero e proprio&raquo;. Non un magistero indipendente che bilancia l&rsquo;esorbitante potere del capo dell&rsquo;esecutivo, ma - bizzarria di questo mondo capovolto - un grumo eversivo, le cui intenzioni sediziose sono dimostrate proprio dalle recidivanti attenzioni che i pubblici ministeri di mezza Italia riservano al caudillo. Ci eravamo appena ripresi dallo sproloquio dell&rsquo;editorialista del Corrierone quando ecco, ieri, tornarvi sopra - sul foglio di famiglia - Vittorio Feltri, in preda ad evidente eccitazione. Il direttore de Il Giornale, sente il bisogno di tradurre, in volgare, la preziosa intuizione di Galli della Loggia, per &laquo;gli avventori della Trattoria Falconi in Ponteranica&raquo;, che a ragion veduta immagina suoi lettori, preoccupato che quella gente di grana grossa non abbia afferrato il concetto. Che &egrave; questo: &laquo;Berlusconi non fa ci&ograve; che fa per sottrarsi ai processi, ma per impedire che i processi siano utilizzati quali strumenti non gi&agrave; di giustizia, ma di politica&raquo;. E &laquo;poich&eacute; la magistratura &egrave; un partito, &egrave; ovvio che Berlusconi se ne difenda con il suo partito&raquo;. Et voil&agrave;, il rovesciamento &egrave; compiuto: la terziet&agrave; del potere giudiziario revocata dall&rsquo;intangibilit&agrave; del monarca, che deve poter regnare indisturbato, come dominus legibus solutus, in forza di un esito elettorale che lo renderebbe padrone di una discrezionalit&agrave; assoluta. Poi, siccome i nemici si annidano ovunque, anche nel Pdl, ecco riaffiorare il ricatto, la tentazione di giocare l&rsquo;asso pigliatutto, di sferrare la sfida totale, quella del ricorso alle elezioni anticipate, la minaccia cio&egrave; di utilizzare un&rsquo;eventuale conferma del mandato popolare come uno staffile di cuoio chiodato da calare sulla testa di avversari e di alleati felloni, facendone un sol mazzo e riducendoli al silenzio. E&rsquo; il sogno - pi&ugrave; che autoritario - di un uomo che nel suo pericolosissimo delirio prova a liberarsi, in un sol colpo, della Costituzione &laquo;bolscevica&raquo;, della divisione dei poteri, del parlamento, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, dello stato di diritto, dei sindacati, della sempre meno libera stampa. Forse un giorno, guardandosi indietro, i posteri potranno ridere per questo sgangherato tracollo della verit&agrave;, dell&rsquo;onest&agrave; e, dio non voglia, della democrazia. Noi che in questo baillamme siamo immersi sino al collo e che ne subiamo le conseguenze, non ce lo possiamo permettere. Scrive Giorgio Bocca, in questi giorni, che da tempo torniamo a chiederci se il fascismo ritorner&agrave;, trascurando il fatto che, di caduta in caduta, di cedimento in cedimento, l&igrave; siamo gi&agrave; arrivati, sia pure in forme diverse dal ventennio: &laquo;Se il fascismo di regime chiamava pantofolai o panciafichisti i borghesi di normale buon senso, questi che ci ritroviamo vedono complottisti e sabotatori in chiunque si opponga al nuovo sultanato&raquo;. E a tutti provano a mettere la mordacchia. Con una primafila fatta di &laquo;ex socialisti alla Bombacci, che pensano che un posto alla greppia valga il voltagabbana, e come tutti i transfughi sono i pi&ugrave; entusiasti del nuovo duce e i pi&ugrave; rancorosi con i vecchi compagni&raquo;. Sacrosante parole.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:9:11 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2326]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[13-11-2009 "Il potere corrotto che si autoassolve"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>C&rsquo;&egrave; una domanda che reclama una risposta intellettualmente onesta: se la Corte costituzionale avesse dato via libera al lodo Alfano, Pdl e governo sarebbero oggi ugualmente impegnati nella spasmodica ricerca di soluzioni come la &laquo;prescrizione breve&raquo; (ipotesi solo formalmente tramontata), o come il &laquo;processo breve&raquo; (anzi, brevissimo, alla luce del ddl presentato ieri dal governo), frutto del neonato, fragilissimo compromesso fra Berlusconi e Fini? In altri termini, se il caudillo di Arcore avesse ottenuto dalla Consulta il salva condotto desiderato - per lui e per lui solo - saremmo qui a discutere, come invece sarebbe davvero necessario, dell&rsquo;insopportabile lentezza della giustizia, dei processi che non giungono mai a conclusione o che - quando finalmente pervengono a sentenza - rischiano di procurare pi&ugrave; danni di quanti torti riparino? Mi pare scontata la risposta. La possibilit&agrave; di una giustizia &ldquo;giusta&rdquo;, rapida, garantista dipende, in non piccola parte, da quanto si investe in una macchina ridotta ai minimi termini. Chi abbia prestato ascolto alle relazioni che i procuratori della Repubblica svolgono, da almeno un decennio, in occasione dell&rsquo;inaugurazione dell&rsquo;anno giudiziario, avrebbe compreso che l&rsquo;esiguit&agrave; delle risorse dedicate alla giustizia ne hanno messo in ginocchio l&rsquo;amministrazione. Nessuno, nei governi, ha mai prestato ascolto all&rsquo;abnormit&agrave; di una situazione che - come sempre - fa pagare ai deboli. Perch&eacute; nei meandri della burocrazia e della farragine giudiziaria - come si sa - resta impigliato il povero e la fa franca, sempre o quasi, il ricco. La sola cura, ossessivamente somministrata dal governo di centro destra consiste nel tentativo di mettere sotto tutela (generoso eufemismo) la magistratura inquirente. Il resto &egrave; fumo. Come &egrave; fumo tutta la cultura pseudo-legalitaria che si infrange ogniqualvolta si tratta di incrociare seriamente i ferri con la mafia, con l&rsquo;evasione fiscale o con chi compromette la sicurezza sul lavoro, mentre si accanisce - travestita da garanzia securitaria - contro migranti, lavavetri, graffitari, posteggiatori abusivi, clochard, per abbattersi con crudele, classista pervivacia contro tutto il mondo della marginalit&agrave;, dei senza diritti, che tali devono rimanere. La faccenda &egrave; tutta qui: nella difesa pregiudiziale di Cosentino e nella presunzione di colpevolezza di Cucchi, giustiziato prima ancora di essere processato per la detenzione di 20 grammi di hashish. E nell&rsquo;evocazione spregiudicata e sprezzante del responso della sovranit&agrave; popolare per pretendere un&rsquo;immunit&agrave; ed un potere assoluti, sopra il diritto e sopra la legge.  In questi giorni, dicevamo, fra Fini e Berlusconi &egrave; intervenuto un compromesso. Che avr&agrave; tuttavia come prevedibile conseguenza la caduta in prescrizione dei processi Mills e Mediaset. Cos&igrave;, le prescrizioni vantate dal premier, tutt&rsquo;ora incensurato (!), toccheranno la ragguardevole cifra di otto. N&eacute; ci&ograve; basta. Perch&eacute; il caudillo &ldquo;sente&rdquo; che altre nubi si addensano sulla sua testa. E ne &egrave; visibilmente preoccupato. Il processo d&rsquo;appello a Dell&rsquo;Utri, le inchieste sugli attentati di mafia del &rsquo;92, le rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Tommaso Buscetta possono condurre lontano. E dirci molte cose sulla formazione del patrimonio dell&rsquo;uomo pi&ugrave; ricco d&rsquo;Italia, sul blocco di interessi (anche innominabili) che sono stati agglutinati da Forza Italia e che si muovono sotto l&rsquo;involucro protettivo del &laquo;partito del predellino&raquo;. Ecco allora, ad abbundantiam, a lato del &laquo;processo breve&raquo;, prendere corpo l&rsquo;idea di resuscitare l&rsquo;immunit&agrave; parlamentare, cancellata dopo i processi a tangentopoli, e tagliare cos&igrave; di netto il nodo gordiano. Il Giornale e la minzoliniana tv di famiglia stanno, non a caso, sponsorizzando questa soluzione (alla quale lavora l&rsquo;infaticabile Ghedini) che garantisce l&rsquo;immunit&agrave; non soltanto dai processi del presente, ma anche dalle inchieste del futuro. Quando si dice la cattiva coscienza! Ma poich&eacute; il diavolo fa le pentole, e non sempre i coperchi, ecco saltare fuori anche la Lega che, coerente con il proprio imprinting razzista, ha imposto di tener fuori dal &laquo;processo breve&raquo; gli immigrati mentre, per altro verso, qualcosa come 100mila procedimenti in corso andrebbero al macero. Insomma, un capolavoro! Il rischio che questa ennesima fuga verso l&rsquo;impunit&agrave; si infranga nuovamente sugli scogli della Consulta &egrave; - fortunatamente - molto forte. Un&rsquo;ultima considerazione, di ordine prettamente politico. Ci si chiede se la ormai quotidiana, mediatica disfida fra il premier e il presidente della Camera sia &ldquo;sostanza o accidente&rdquo;, se riveli un&rsquo;inesorabile rotta di collisione fra i due oppure rappresenti un&rsquo;articolazione opportunistica che consente al Pdl di tenere insieme, elettoralmente, impostazioni culturali e politiche altrimenti divaricanti. Ora, non vi &egrave; dubbio che fra la destra presidenzialista di impronta europea agognata da Fini e l&rsquo;autoritarismo plebiscitario anticostituzionale perseguito da Berlusconi esista una evidente differenza. Ma &egrave; altrettanto chiaro che una rottura del Pdl, oggi, sarebbe catastrofica per Fini che, nel tempo, vorrebbe far sortire il cigno (si fa per dire) dal brutto anatroccolo. La corda tesa - in un gioco ad alto rischio, prima di tutto per il Paese - &egrave; destinata a durare. Non sembra che Berlusconi sia disponibile a spalancare le porte al suo alleato-rivale. Anzi: il combinato disposto dei provvedimenti in materia di giustizia &egrave; talmente impresentabile da cuocere a fuoco lento le velleit&agrave; del traghettatore di An. Resta, non ancora svolto, il tema di fondo: la necessit&agrave; che l&rsquo;opposizione parlamentare e la sinistra giochino in proprio, una partita che oggi hanno guardato dagli spalti. Vedremo se Bersani sapr&agrave; battere un colpo. Intanto, vi sono segnali incoraggianti, dai territori, che la Federazione della Sinistra comincia ad ingranare, provando ad unire ci&ograve; che per troppo tempo ci si &egrave; esercitati a dividere.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:7:43 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2325]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[10/11/2009 "Liberarsi di Berlusconi, salvare la democrazia"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Ricordate la pirotecnica esternazione di Berlusconi sull&rsquo;inutilit&agrave; del Parlamento? E ricordate la sua proposta - guai a non prendere sul serio il caudillo - di fare del voto nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama la prerogativa esclusiva dei capigruppo? In quell&rsquo;occasione non molti diedero credito a quella che dovette apparire come una grossolana boutade. Nell&rsquo;area della maggioranza non si ud&igrave; un solo sussulto, foss&rsquo;anche soltanto di dignit&agrave;. Con l&rsquo;eccezione di Fini che, come presidente della Camera, non poteva apporre il proprio marchio a questa intenzione di manifesta impronta eversiva. Poco dopo, tocc&ograve; ancora alla terza carica dello Stato disporre la chiusura del Parlamento per ben nove giorni, in ragione della mancanza di materia su cui discutere e votare (considerato il carattere ormai ordinario della decretazione d&rsquo;urgenza), oltre che a causa della impossibilit&agrave; tecnica di varare provvedimenti privi di copertura finanziaria. Insomma, una vera e propria sospensione del lavoro parlamentare e il ricorso ad una sorta di cassa integrazione per i rappresentanti del popolo, con la variante che la messa in libert&agrave; di deputati e senatori non comporta decurtazione alcuna dei loro non proprio modesti emolumenti. Ora la Repubblica ci rivela che, in realt&agrave;, fra il 1&deg; maggio e il 31 ottobre di quest&rsquo;anno i senatori hanno lavorato, al netto delle ferie, per 8,6 ore la settimana, e i deputati per 18. In questo periodo, le leggi approvate sono state 47, 36 delle quali preconfezionate dal Consiglio dei ministri, mentre per ben 25 volte, negli ultimi diciotto mesi, il governo ha posto la fiducia malgrado la straripante maggioranza di cui dispone in entrambi i rami del Parlamento. La qual cosa &egrave; la pi&ugrave; lampante dimostrazione che neppure la trasformazione della maggioranza in un&rsquo;accolita di solerti &ldquo;signors&igrave;&rdquo; &egrave; ritenuta dal presidente del Consiglio una garanzia sufficiente e che il pi&ugrave; piccolo scarto, la pi&ugrave; elementare ed innocua dialettica politica &egrave; considerata un attentato al regime autocratico che egli personalmente incarna. Del resto, non &egrave; stato Federico Confalonieri, in una illuminante intervista a La Stampa di qualche giorno fa, ha rivelarci, candidamente, che Berlusconi considera la democrazia, in quanto tale, un impaccio, una perdita di tempo, quando non un vero e proprio ostacolo alla sua &laquo;politica del fare&raquo;?  Dunque, per tornare all&rsquo;origine del ragionamento, la riduzione del potere legislativo ad orpello formale e il Parlamento ad una d&eacute;pendance dell&rsquo;esecutivo sono perfettamente consustanziali al processo di smantellamento della Costituzione. Che sta conoscendo una formidabile accelerazione, se &egrave; vero che la magistratura (vale a dire il potere giudiziario) &egrave; divenuta bersaglio del medesimo assalto frontale. Non &egrave; stata la Lega - in perfetta consonanza con i desiderata di quell&rsquo;uomo perbene che fu Vito Ciancimino - a chiedere l&rsquo;elezione popolare dei pubblici ministeri? Della libert&agrave; di stampa, ormai asservita al caudillo o - nella migliore della ipotesi - annichilita dentro un rigido bipolarismo mediatico, s&rsquo;&egrave; ampiamente parlato. La domanda che allora si pone &egrave; se un quadro di regole formali caratterizzato dall&rsquo;opportunit&agrave; offerta ai cittadini di eleggere in blocco, una volta ogni cinque anni, un monarca dotato di potere assoluto e la sua corte, possa essere considerata una democrazia. Oppure, se la paventata fuoriuscita dall&rsquo;architettura della Carta, sia ormai un fatto compiuto che attende soltanto una sanzione formale. Berlusconi sta praticando questo obiettivo attraverso progressive rotture, essendosi potuto avvalere, sino ad oggi, di un contrasto dell&rsquo;opposizione parlamentare talmente tenue e ondivago da risultare inoffensivo. Se l&rsquo;elezione di Bersani alla guida del Pd segna un&rsquo;effettiva discontinuit&agrave;, la si misurer&agrave; proprio su questo punto essenziale: costruire con tutta l&rsquo;opposizione parlamentare e con la sinistra politica e sociale nelle sue plurali articolazioni, un patto per il ripristino della democrazia costituzionale. A Roma, il 5 dicembre c&rsquo;&egrave; un primo appuntamento, popolare, di massa, promosso attraverso il &laquo;tam tam&raquo;della rete e a cui hanno gi&agrave; aderito la Federazione della Sinistra e l&rsquo;Italia dei Valori. Sarebbe della massima importanza se quanto vi &egrave; di vitale e non rassegnato nella societ&agrave; italiana si unisse a questa mobilitazione e costituisse l&rsquo;abbrivio di una nuova e pi&ugrave; promettente fase della politica italiana.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:5:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2324]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[29/10/2009 "5 dicembre: in piazza contro Berlusconi ma senza il Pd"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco </p>
<p>Quello tracciato per la manifestazione del 5 dicembre (promossa ierilaltro dalla Federazione della Sinistra e dall&rsquo;Italia dei Valori) &egrave; un buon perimetro politico: democrazia, lavoro, questione morale. Certo, occorrer&agrave; scavare di pi&ugrave;, per declinare la proposta, se oltre l&rsquo;appuntamento di piazza dovr&agrave; esservi - come &egrave; auspicabile - un seguito, un agire politico pi&ugrave; conseguente e coerente. Cosa tutta da verificarsi. Ma, intanto, un passo, ancorch&eacute; limitato, &egrave; stato compiuto nella direzione giusta. Tuttavia, le contraeree mediatiche sono - lo si &egrave; visto ieri - in piena attivit&agrave;. In base al collaudato copione per cui ci&ograve; che non viene raccontato, semplicemente, non esiste, tutti i principali giornali hanno ignorato la notizia: un flebilissimo segnale del Corriere della sera a pagina 14, nulla sul giornale dei presunti campioni dell&rsquo;informazione &laquo;libera e indipendente&raquo;, la Repubblica. Nulla su l&rsquo;Unit&agrave; che, con riflesso istantaneo, ha colto la sostanza della risposta venuta dal quartier generale del Pd per bocca di Filippo Penati, il quale ha &ldquo;cortesemente&rdquo; declinato l&rsquo;invito a condividere la promozione della giornata di lotta. Pierluigi Bersani ha poi motivato quella che &egrave; un&rsquo;oggettiva presa di distanza con la pi&ugrave; classica delle formule politichesi: &laquo;Quando ci saranno una piattaforma e contenuti comuni sulle questioni democratiche e sociali aperte nel Paese e sulle prospettive dell&rsquo;alternativa - ha detto - sar&agrave; il momento giusto per decidere tutti insieme forme di iniziativa e mobilitazione&raquo;. Campa cavallo... Ieri, Alberto Asor Rosa scriveva su il manifesto che il neo segretario del Pd durer&agrave; fatica a costruire un&rsquo;opposizione che &laquo;rimetta insieme tutto quello che ha alla sua destra e tutto quello che ha alla sua sinistra&raquo;. Direi che, prima ancora, egli dovr&agrave; esercitarsi a tenere insieme quello che ha all&rsquo;interno del suo partito. Anzi, per essere pi&ugrave; precisi, quello che c&rsquo;&egrave; all&rsquo;interno della composita maggioranza che ha portato alla sua elezione. Giacch&eacute; &egrave; complicato, terribilmente complicato, mettere d&rsquo;accordo chi pensa ad un rinnovato radicamento del Pd nel mondo del lavoro e chi invece, come Enrico Letta, porta su di s&eacute; un nitido imprinting confindustriale. Temo che l&rsquo;interrogativo di Asor Rosa, che si chiedeva - retoricamente? - se il Pd possa mai tornare a far propria l&rsquo;idea del lavoro come &laquo;variabile indipendente&raquo;, sia destinato a cadere nel nulla. Il lavoro, variabile indipendente: questa efficacissima definizione di ispirazione costituzionale (si rilegga con attenzione cosa &egrave; scritto negli articoli 41, 42, 43 della Carta), ripresa alla met&agrave; degli anni 70 da Riccardo Lombardi per indicare il percorso di un possibile salto di paradigma economico-sociale, &egrave; stata totalmente rimossa, anzi abiurata. Il riformismo politico e, ahinoi, lo stesso sindacato hanno da molto tempo rovesciato l&rsquo;ordine dei valori, ponendo l&rsquo;impresa e le sue compatibilit&agrave; al centro delle relazioni sociali. E&rsquo; l&rsquo;impresa che occupa il vertice della scala gerarchica, subordinando a s&eacute; i lavoratori, le modalit&agrave; della loro prestazione, i loro diritti, il loro salario, la loro sicurezza, la loro dignit&agrave;. Dopo un secolo di lotte e di conflitti di classe, l&rsquo;universo tolemaico &egrave; tornato a risplendere nel firmamento ideologico della sinistra (?) moderata. Mentre ci&ograve; che resta della sinistra che non ha accettato di traslarsi nel suo opposto, &egrave; un arcipelago di realt&agrave; sciaguratamente concorrenti e confliggenti. Ci raccontiamo da tempo che esiste una potenzialit&agrave; inespressa, fatta di movimenti, di pratiche sociali cui offrire un&rsquo;interlocuzione, forse una possibile sintesi politica, riconoscendo ad essi autonomia e capacit&agrave; di azione diretta. Dovremmo provare sul serio a mettere in moto un processo coesivo, davvero plurale e unitario, superando ruggini e idiosincrasie che ormai sfociano nell&rsquo;autolesionismo. E&rsquo; questo il solo modo che pu&ograve;, con qualche efficacia, aumentare la massa critica a sinistra e ridistribuire le carte in un gioco politico stagnante.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:3:48 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2323]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[27/10/2009 "Pd, tutti i nodi che devono essere sciolti"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Appena avuta la certezza della vittoria, consumati i ringraziamenti di rito, ai competitors prima e agli elettori poi, Pierluigi Bersani ha detto un paio di cose impegnative, molto impegnative, che saranno presto attese alla verifica dei fatti, la sola che conta. La prima &egrave; che il partito che egli si accinge a dirigere abbandoner&agrave; la solipsistica e fallimentare idea - coltivata da Veltroni e fatta propria da Franceschini - di fare da s&eacute;. Vedremo presto se sar&agrave; davvero archiviata la presunzione di autosufficienza del Pd, approdata all&rsquo;idolatria del sistema elettorale maggioritario, ad un bipolarismo politico perseguito con metodo. Vedremo se il Pd sapr&agrave; riscoprire il valore costituzionale della rappresentanza proporzionale, se capir&agrave; che la riduzione, la semplificazione coatta della contesa politica a due sole forze tra loro pi&ugrave; omologate che antagonistiche comprime la partecipazione, alimenta l&rsquo;astensionismo e la passivit&agrave; di ampi strati della popolazione. Vedremo se l&rsquo;obiettivo di cannibalizzare tutto ci&ograve; che gravita alla sinistra dei democratici attraverso un meccanismo elettorale che adesca i cittadini con il miraggio del &laquo;voto utile&raquo; sar&agrave; sostituito da una nuova propensione al confronto e al dialogo. Non tutto &egrave; chiaro, a riguardo. Anzi. Non &egrave; per nulla scontato che Bersani - ammesso che queste siano le sue reali intenzioni - riesca davvero a praticarle, considerata la torsione moderata subita dal Pd, sfociata nell&rsquo;indecifrabilit&agrave; del suo programma, per non dire delle contraddizioni tutt&rsquo;altro che risolte che l&igrave; albergano su aspetti cruciali della vita nazionale. E questo rinvia alla seconda affermazione del neo-segretario. Che ha indicato nel lavoro e nella precariet&agrave; il tema prioritario del suo impegno. Ottimo proposito. Ma anche qui, si tratta di capire meglio. Perch&eacute; lo spazio per le chiacchiere &ldquo;cerchiobottiste&rdquo; che hanno dato la stura ad una sterminata aneddotica del &laquo;ma anche&raquo;, per cui una tesi ha potuto convivere disinvoltamente con il suo contrario, &egrave; esaurito. E allora Bersani dovr&agrave; chiarire come si concilia la ribadita vocazione interclassista con l&rsquo;auspicato radicamento sociale nel mondo del lavoro. Soprattutto, dovr&agrave; dirci, nell&rsquo;ordine: se la politica economica ricalcher&agrave; le orme dell&rsquo;ortodossia monetarista di Padoa Schioppa e continuer&agrave; ad ispirare misure di bilancio restrittive, oppure se si potr&agrave; contare su un opposto orientamento verso il finanziamento, anche ricorrendo al debito, della spesa sociale; se i non molti denari disponibili dovranno andare al lavoro oppure, come &egrave; sempre avvenuto, alle imprese. Dovr&agrave; dirci se il &ldquo;nuovo corso&rdquo; contempla che si mettano risorse aggiuntive sugli ammortizzatori sociali e sul welfare, oppure se - come si &egrave; fatto sin qui - si pensa solo di spalmare la miseria fra gli ultimi e i penultimi; se si sar&agrave; capaci di proporre il blocco dei licenziamenti ed una politica di redistribuzione del lavoro, oppure si riterr&agrave; - alla maniera di Pietro Ichino - che l&rsquo;uso iperflessibile della manodopera, fonte di sterminata precariet&agrave;, debba continuare a guidare le scelte in materia di mercato del lavoro. Ancora: se si difender&agrave; il valore del contratto nazionale di lavoro o si avalleranno le pratiche derogatorie che hanno frantumato il sistema dei diritti; se ci si batter&agrave; per una legge sulla rappresentanza che riconosca ai lavoratori la facolt&agrave; di decidere sui loro contratti, oppure ci si schierer&agrave; con quei sindacati che la negano in radice. Oppure se, nell&rsquo;impossibilit&agrave; di scegliere, il Pd si consegner&agrave; alla reiterazione di una pilatesca, paralizzante ambiguit&agrave;. Questi nodi dovranno essere sciolti molto rapidamente. Si capir&agrave; allora di cosa si &egrave; parlato sin qui. Se la crisi latente del centrodestra potr&agrave; avere uno sbocco progressista oppure trover&agrave; nel medesimo, angusto recinto i suoi eredi.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:2:17 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2322]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[21/10/2009 "La conversione (sospetta) di Tremonti"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco </p>
<p>Dopo avere offerto il suo discreto contributo alla pi&ugrave; colossale devastazione del mercato del lavoro e del sistema di protezione sociale del nostro Paese, il ministro Tremonti se ne esce ora - pulito pulito - con una stupefacente affermazione. Che suona, letteralmente, cos&igrave;: &laquo;La stabilit&agrave; del lavoro &egrave; alla base della stabilit&agrave; sociale&raquo; e &laquo;il posto fisso &egrave; la base su cui costruire la famiglia&raquo;. Ma va? Per un quarto di secolo la cultura e il verbo liberisti di cui il governo in carica &egrave; scrupoloso interprete, hanno predicato e praticato - col generoso contributo del riformismo nostrano - la demolizione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sostituendovi un ginepraio di rapporti di lavoro saltuari, a termine (oltre 40 fattispecie!), totalmente privi di garanzie, tutele, protezioni giuridiche. Un supermercato delle braccia a disposizione delle imprese che dovevano essere assecondate nella loro pi&ugrave; sofisticata e deregolamentata domanda di flessibilit&agrave;. Sicch&eacute; il precariato &egrave; diventato oggi la forma canonica di assunzione ed i lavoratori - soprattutto, ma non soltanto, giovani - formatisi dentro questo &ldquo;moderno&rdquo; sistema di relazioni sociali, hanno visto prosciugarsi ogni loro diritto, a partire da quello di coalizione, che ha come presupposto la possibilit&agrave; di vincere la paura, il timore paralizzante che la pi&ugrave; semplice rivendicazione possa costare il posto di lavoro. Una generazione intera &egrave; stata addomesticata a pensare che il lavoro non sia un diritto e che la prestazione d&rsquo;opera sia un&rsquo;elargizione generosa del padrone, da fornirsi alla bisogna e in ogni forma possibile, anche la meno dignitosa e la pi&ugrave; insicura. L&rsquo;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che disciplina i licenziamenti individuali, impedendone il ricorso senza giusta causa, &egrave; stato oggetto sino a ieri di un assalto furioso. Ora scopriamo che &egrave; stato tutto uno sbaglio, una conseguenza della globalizzazione, una degenerazione improvvidamente importata dal modello americano. Ovviamente, sia benvenuta la sia pur tardiva resipiscenza. Ma c&rsquo;&egrave; da chiedersi se il pirotecnico ministro del tesoro e il governo di cui fa parte vogliano porvi rimedio, per esempio abolendo la legge 30 che di quella politica &egrave; il pi&ugrave; organico distillato legislativo. Ne dubitiamo alquanto. E&rsquo; lo stesso Tremonti, del resto, a confermare il nostro scetticismo. Nell&rsquo;esternazione di ieri il ministro ci riserva, infatti, un&rsquo;altra interessante rivelazione. E cio&egrave; che la Costituzione repubblicana &laquo;&egrave; ancora valida, ma non del tutto applicata&raquo;. Esattamente laddove essa &laquo;regola e disciplina il risparmio, identificando nell&rsquo;industria del credito una realt&agrave; che favorisce l&rsquo;accesso alla propriet&agrave;, all&rsquo;azionariato popolare...&raquo;. Ohib&ograve;, non ci eravamo accorti che fosse questo l&rsquo;architrave su cui i &ldquo;padri costituenti&rdquo; avevano poggiato l&rsquo;edificio repubblicano. Era parso a noi, anzi, che si trattasse d&rsquo;altro. Del lavoro, per esempio. Che ne &egrave; del lavoro nell&rsquo;ultima versione del Tremonti-pensiero? Che ne &egrave; della dignit&agrave; del lavoro, della sicurezza del lavoro, che il titolo III della Costituzione pone al centro delle relazioni sociali, in una posizione privilegiata rispetto alla stessa libert&agrave; di impresa, ove questa sia esercitata in contrasto con l&rsquo;utilit&agrave; sociale e metta a repentaglio la libert&agrave; delle persone? E quale ruolo si attribuisce ai lavoratori? Semplicemente quello di partecipare, passivamente, in qualit&agrave; di azionisti, alle sorti (e soprattutto ai rovesci) dell&rsquo;impresa presso la quale essi prestano la propria attivit&agrave;? Si &egrave; reso conto Tremonti, nella sua neonata scoperta della Carta, che essa prevede persino l&rsquo;esproprio di attivit&agrave; produttive e la consegna di esse nelle mani dei lavoratori quando l&rsquo;interesse collettivo, il bene comune, rischino una vulnerazione grave? Noi siamo da tempo convinti, proprio come Tremonti, &laquo;che un ritorno alla Costituzione possa portare a concrete e non poche, remote riflessioni&raquo;. Lo siamo al punto di fare di questa battaglia il fulcro della ricostruzione delle traballanti fondamenta della nostra democrazia. Basta intendersi. P.S. Ora leggiamo che Bonanni e Angeletti hanno reclutato Tremonti nelle proprie file. Peccato che predicando &ldquo;la flessibilit&agrave; buona&rdquo; ne abbiano cogenerato di pessima attraverso la pi&ugrave; cedevole e subalterna pratica contrattuale. Pi&ugrave; sincero Brunetta, che prendendo sul serio il suo collega, ne respinge risolutamente il giudizio, bollandolo come un retaggio novecentesco. Punto sul vivo replica seccato anche l&rsquo;immarcescibile Pietro Ichino. E si capisce: lui, che a disfare le tutele del lavoro (nel nome degli &ldquo;outsider&rdquo;) e a vaticinare ogni possibile deroga contrattuale ha dedicato interi libri e il suo pi&ugrave; recente ingaggio nella politica.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 17:0:4 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2321]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[20/10/2009 "Riparte l’attacco alle pensioni" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>L&rsquo;assalto alle pensioni, capitanato dal governatore della Banca  d&rsquo;Italia, &egrave; ripartito. E ha tutta l&rsquo;aria del definitivo colpo d&rsquo;ariete  al sistema previdenziale solidaristico e a ripartizione che, per trent&rsquo;anni,  aveva consentito di tenere saldo il patto in base al quale il lavoro e  i contributi dei figli alimentavano il fondo necessario per garantire ai  padri una pensione dignitosa. E cos&igrave; via, di generazione in generazione.  Tutti sanno, anche se molti dimenticano, o piuttosto fingono di dimenticare,  che il welfare pensionistico ha subito, a partire dal &rsquo;92, una progressiva  scarnificazione: l&rsquo;elevazione dell&rsquo;et&agrave; pensionabile, l&rsquo;abbattimento dei  rendimenti, il passaggio al regime contributivo sono stati le punte di  lancia di questa scientifica demolizione. Uniti alla devastante proliferazione  dei lavori precari, saltuari e soggetti a sottocontribuzione, hanno formato  un micidiale combinato disposto che se ha depauperato le pensioni di anzianit&agrave;  in essere, ha letteralmente piallato ogni legittima aspettativa dei giovani,  i quali - a meno di una rivoluzione nel mercato del lavoro e di un intervento  massiccio della fiscalit&agrave; generale - alla pensione non arriveranno mai.  O vi arriveranno, dopo una vita di lavoro, con una rendita prossima agli  importi di quella sociale, con la quale &egrave; piuttosto evidente che non &egrave;  umanamente possibile sopravvivere. Nondimeno, fra palesi falsificazioni  circa lo stato dei conti dell&rsquo;Inps e fraudolente campagne tendenti a contrapporre  gli interessi dei giovani a quegli degli anziani, si vuole andare oltre.  Ma oltre cosa? &laquo;Elevare l&rsquo;et&agrave; pensionabile, aumentare sensibilmente la  soglia attuale&raquo;, dice perentoriamente Draghi. Riuscite a immaginare un  edile, un operaio o un&rsquo;operaia di linea, un infermiere o un&rsquo;infermiera,  lavorare fino a 70 anni? E cosa ne sar&agrave; di quelle persone, gi&agrave; oggi in  attesa di una prima occupazione alla &ldquo;tenera&rdquo; et&agrave; di 30 anni? Non &egrave; vergognoso  che si vada raccontando che quanto si risparmia in pensioni erogate pu&ograve;  essere speso per un rafforzamento degli ammortizzatori sociali ormai ridotti  ad un colabrodo? Come se tutta la spesa sociale dovesse rimanere racchiusa  in un fazzoletto e si trattasse, di volta in volta, di decidere come distribuire  il poco grano che c&rsquo;&egrave; in cascina e chi lasciare scoperto. Perch&eacute;, questa  &egrave; la logica, per tutti non ce n&rsquo;&egrave;. Ma oggi, come dicevamo, si va oltre.  E si propone di anticipare quell&rsquo;automatismo perverso - gi&agrave; predisposto  dal ministro Sacconi con qualche robusta complicit&agrave; sindacale e con la  sostanziale adesione del Pd - che prevede di correlare l&rsquo;importo della  pensione all&rsquo;attesa media di vita: pi&ugrave; quest&rsquo;ultima cresce e pi&ugrave; si riduce  l&rsquo;indennit&agrave; a tua disposizione. E&rsquo; il meccanismo tipico delle assicurazioni, dove  l&rsquo;attenzione per la finalit&agrave; sociale dell&rsquo;istituto pensionistico &egrave; pari  a zero. N&eacute; ci&ograve; basta, perch&eacute; all&rsquo;orizzonte c&rsquo;&egrave; la modifica, naturalmente  al ribasso, dei cosiddetti coefficienti di trasformazione, vale a dire  gli indici in base ai quali si rivalutano le somme versate a titolo di  contribuzione. I fautori delle pensioni integrative che avrebbero dovuto  compensare l&rsquo;inesorabile riduzione di quelle pubbliche, dovrebbero poi  spiegare come potr&agrave; mai pagarsele quell&rsquo;esercito di precari, di disoccupati,  o di occupati che percepiscono un salario di fame, sulle cui spalle &egrave; stato  posto questo fardello. Quanto ai lavoratori esposti ad attivit&agrave; usuranti,  il tema &egrave; archiviato. Se mai &egrave; stato davvero aperto. Come sepolto &egrave; un  qualche riconoscimento del lavoro di cura delle donne. E allora? Allora  bisognerebbe rimettere il ragionamento sui piedi. E riconoscere, per cominciare,  che se aumenta l&rsquo;attesa di vita e con essa il numero degli anziani, &egrave; necessario  aumentare anche la quota di Pil ad essi destinata. Cosa che pare pi&ugrave; sensata  di costringerli a lavorare da vecchi o di diminuire i loro mezzi di sostentamento.  Le risorse necessarie devono essere generate aumentando il tasso di occupazione,  annichilito dalla cronica incapacit&agrave; dello Stato e delle imprese ad investire  nei settori pi&ugrave; innovativi, nella ricerca, nella soddisfazione di consumi  sociali totalmente rimossi. Ancora: diminuendo l&rsquo;orario di lavoro a parit&agrave;  di retribuzione, anche e proprio in una fase di crisi come l&rsquo;attuale, attraverso  i contratti di solidariet&agrave; e il sostegno pubblico che per essi prevede  la legge. Ancora: aumentando le retribuzioni (e quindi il gettito fiscale  e contributivo che automaticamente ne consegue), considerato che la quota  di ricchezza trasferitasi in questi vent&rsquo;anni dal lavoro al capitale &egrave;  stata di oltre 10 punti. Ancora: legalizzando le centinaia di lavoratori  migranti costretti a lavorare in nero da una legislazione autolesionistica  non meno che xenofoba. Ancora: assumendo 40mila ispettori del lavoro (i  quali rendono molto pi&ugrave; di quanto costano) e addestrandoli ad una caccia  davvero senza quartiere all&rsquo;evasione fiscale che - come ognuno sa - veleggia  verso i 150 miliardi di euro l&rsquo;anno. Infine: varando una politica economica  che - liberata dall&rsquo;ossessione del debito pubblico e dell&rsquo;inflazione -  scelga senza titubanza il finanziamento in deficit della domanda interna,  dell&rsquo;innovazione tecnologica, della ricerca, di un&rsquo;infrastrutturazione  civile legata alla bonifica ambientale. Questo il salto di cultura, di  &ldquo;paradigma&rdquo; che occorrerebbe produrre. Questo l&rsquo;atto di vero realismo politico,  lontano mille miglia dalle scelte presenti, su cui la sinistra deve spendere  le sue carte.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:57:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2320]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[13/10/2009 "Berlusconi non scherza, pronto a tutto" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Nell&rsquo;editoriale di sabato scorso abbiamo sostenuto che difficilmente Berlusconi si sarebbe arreso di fronte alla necessit&agrave; di affrontare processi che lo vedranno imputato come corruttore in atti giudiziari e grande evasore fiscale. Certamente egli aveva ormai pensato di essersi tolto questa spina dal fianco. Il responso della Corte gli ha riproposto il rovello. Al riguardo si &egrave; scatenata una canea su presunti patti non rispettati con il Presidente della Repubblica. Cosa alquanto improbabile, smentita da pi&ugrave; parti, a partire dal Colle. Resta il fatto, il solo che conta, che - hic stantibus rebus - Berlusconi dovr&agrave; fronteggiare in tribunale le accuse pi&ugrave; infamanti. Ed &egrave; francamente difficile che possa pensare di farla franca. Vorr&agrave; dunque provarle tutte, e tutte le sta provando, per evitare di finire sotto processo. Una nuova versione dell&rsquo;immunit&agrave; parlamentare per mettere fuori gioco le procure? Una riforma del processo penale che consenta di allungare i tempi dei dibattimenti cos&igrave; da potersi avvalere della prescrizione? Una riforma (ormai le chiamano tutte cos&igrave;) che metta fine alle intercettazioni, se non per i reati pi&ugrave; gravi, cos&igrave; da impedire - preventivamente - che altre disavventure giudiziarie possano aggiungersi al fardello che grava su di lui? Questo &egrave; pi&ugrave; che certo, e infatti tutti gli uomini del presidente sono gi&agrave; al lavoro per approntare, in tempi celeri, la strategia pi&ugrave; efficace. Ma c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra via d&rsquo;uscita, che il caudillo di Arcore sente sempre pi&ugrave; come la sola davvero risolutiva: la trasformazione della Repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, la fine della scomoda &ldquo;coabitazione&rdquo; (cos&igrave; l&rsquo;ha chiamata) con il Presidente della Repubblica e con gli altri organi di garanzia costituzionale, la concomitante riforma (eccone un&rsquo;altra!) dell&rsquo;ordine giudiziario che preveda la separazione delle carriere dei giudici, cos&igrave; da realizzare il sogno di un solo, incontrastato potere sovrano, privo di contrappesi istituzionali, capace di soggiogare ci&ograve; che resta di un Parlamento ridotto a simulacro, irretire una giustizia nei fatti sottoposta all&rsquo;esecutivo, ridurre al silenzio ci&ograve; che resta di una tramortita, libera informazione. E&rsquo; un disegno molto ambizioso e non &egrave; detto che la palla gli vada in buca. E&rsquo; realistico pensare che anche lui l&rsquo;abbia messo nel conto e che si riservi, extrema ratio, la possibilit&agrave; di ricorrere alle elezioni anticipate. Se egli puntasse risolutamente su questa carta &egrave; difficile immaginare che i &ldquo;suoi&rdquo; lo abbandonerebbero al suo destino. Fra gli innumerevoli difetti di Berlusconi non c&rsquo;&egrave; quello di non avvertire che gli &egrave; data la possibilit&agrave; di mettere a profitto l&rsquo;arretratezza culturale di questo Paese, la mutazione profonda degli orientamenti politici di larghe masse popolari che potrebbero rendersi disponibili ad una svolta autoritaria. E&rsquo; forse questo il solo vero e proprio talento di Mr B. Quando il ministro Brunetta parla della necessit&agrave; di liberarsi dell&rsquo;&laquo;&eacute;lite parassitaria fatta di cattivi politici, cattivi sindacalisti, cattivi magistrati, cattivi finanzieri, cattivi giornali&raquo;, indicandoli come i responsabili di una sordida macchinazione, sembra di ascoltare il Mussolini del complotto demo, pluto, giudaico, massonico. Bisogna prendere coscienza che questa gente &egrave; pronta a tutto. Eugenio Scalfari scriveva su La Repubblica di domenica che &laquo;in altri Paesi, un decimo se non addirittura un centesimo di ci&ograve; che Berlusconi dice e fa avrebbero provocato la sua messa fuori gioco. In altri paesi il suo mostruoso conflitto di interessi gli avrebbe impedito l&rsquo;ingresso nell&rsquo;agone politico. Ma in Italia questo &egrave; possibile&raquo;. La risposta, tuttavia, non pu&ograve; essere ricercata - come fa Scalfari - in una sorta di vocazione, di vizio congenito degli italiani a farsi trascinare, di tanto in tanto, dal demagogo e dittatore di turno. Occorre scavare pi&ugrave; vicino, nelle responsabilit&agrave; delle cosiddette forze democratiche, negli errori, nelle compromissioni, nelle reticenze di quella ex sinistra oggi approdata ad uno sbiadito liberalismo, che ha reciso i suoi legami sociali e che, mentre la democrazia del Paese &egrave; esposta alla capitolazione, non sa opporre altro che qualche flebile lamento.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:55:34 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2319]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[10/10/2009 "Quei cortei operai oscurati dalla “libera stampa”"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Neppure la pi&ugrave; scrupolosa ricerca vi consentir&agrave; di scovare, nei giornali di ieri, (ivi compresi quelli di area riformista) la pi&ugrave; labile traccia dello sciopero generale dei metalmeccanici. Dell&rsquo;evento si sono  occupati solo Liberazione e qualche altro foglio della sinistra-sinistra. La rimozione totale compiuta da testate come La Repubblica e l&rsquo;Unit&agrave; della mobilitazione intrapresa, in condizioni di straordinaria difficolt&agrave;, dalla pi&ugrave; grande categoria di lavoratori dell&rsquo;industria &egrave; l&igrave; a dimostrare due cose, entrambe inquietanti. La prima &egrave; che la rivendicazione di un&rsquo;informazione libera e indipendente, risuonata con forza sabato scorso in una piazza del Popolo gremita soffre di clamorose amnesie da cui &egrave; afflitta una parte cospicua di coloro che quella mobilitazione hanno sostenuto e persino promosso. La seconda &egrave; che il Pd vive la scesa in campo delle tute blu per lo meno con imbarazzo, considerandosi esso - nel suo insieme e nelle parti - assai pi&ugrave; vicino alle tesi e alla pratica collaborazionista della Cisl e della Uil, vale a dire ad un sindacalismo che ha bandito dai propri &ldquo;fondamentali&rdquo; i concetti di democrazia e di autonomia. Queste elementari constatazioni spiegano molte cose del contorto mondo della politica italiana. In queste ore ci sentiamo sollevati e persino euforici per la sentenza con la quale la Consulta, cancellando il lodo Alfano, ha salvato la Costituzione e la democrazia da una vulnerazione grave e forse irreversibile. Sentiamo indebolita la protervia di cui Berlusconi fa quotidiano sfoggio. Sicch&egrave; l&rsquo;arrogante sbocco di superbia da lui esibito dopo lo smacco incassato pare pi&ugrave; la spia di un sentimento di paura che non di sicurezza. Eppure, proprio in questo momento di massima debolezza personale del caudillo di Arcore, emerge, sconfortante, lo stato di paralisi delle forze che dovrebbero innescare un processo di cambiamento. Tutto ci&ograve; che avviene si svolge nei santuari e nelle foresterie del potere. Tutti a dire che il governo non deve cadere. Da non crederci! Tutti: dal Pdl al Pd. S&igrave;, anche il Pd, terrorizzato dal rischio di una contesa elettorale da cui teme di uscire con le ossa rotte. Non conta che il Paese sia allo stremo, non contano i tre milioni di persone in stato di povert&agrave; assoluta, i disoccupati a reddito zero e senza prospettive, non bastano la latitanza di una qualsiasi strategia di contrasto alla crisi, una legge finanziaria evanescente e atti di politica fiscale banditeschi. Prevalgono il misero calcolo di bottega, il riflesso conservativo dettato dalla consapevolezza del proprio stato confusionale, dell&rsquo;inconsistenza di una proposta davvero alternativa, capace di parlare alle classi subalterne e suscitare il coinvolgimento delle energie vitali del Paese. Prevale il puro controcanto polemico, la giaculatoria mediatica, dove tutto si risolve nel sembrare, piuttosto che essere, opposizione. Interclassismo ideologico e bipolarismo politico formano la camicia di forza nella quale si avvita senza prospettive la crisi culturale e politica del mai nato partito democratico. In questa grottesca situazione - dove tutto ci&ograve; che si muove, si compone e si scompone, &egrave; avulso dalla dinamica sociale - potrebbe essere proprio Berlusconi a coltivare l&rsquo;idea salvifica delle elezioni anticipate, dell&rsquo;appello diretto al popolo, dal quale egli ritiene di avere ricevuto un mandato assoluto. Il suo istinto gli dice una cosa vera, al di l&agrave; del delirio onnipotente che ne descrive la patologia, e cio&egrave; che qualcosa di molto profondo si &egrave; innestato nella societ&agrave; italiana, nella nervatura della societ&agrave; civile, nel senso comune. Egli ne &egrave; l&rsquo;espressione pi&ugrave; corrotta e manigolda, ma attinge ad un brodo di coltura, di disinformazione, di assuefazione che &egrave; stato preparato, coltivato, nutrito con meticolosa, scientifica perseveranza, complice una sinistra condannatasi all&rsquo;eutanasia. E&rsquo; quello che con una scorciatoia letteraria chiamiamo &ldquo;berlusconismo&rdquo;, osso da rosicchiare ben pi&ugrave; duro del fondatore di Forza Italia perch&eacute; destinato a sopravvivergli, deriva culturale profonda da indagare e contrastare con minore approssimazione di quanto colpevolmente non si faccia. Di questo torbido patrimonio di consenso Berlusconi potrebbe servirsi, trasformando le elezioni in un plebiscito, dal quale egli sente di poter uscire persino irrobustito, forte di un potere personale mai visto se non nel ventennio fascista. E allora? Allora la cosa peggiore &egrave; l&rsquo;immobilismo, l&rsquo;indifferente abulia di forze talmente poco alternative che ristagnano nel brodo di un liberismo (temperato?), incapaci di guardare persino a quel pezzo del mondo del lavoro ancora capace di iniziativa, di antagonismo sociale, di reattivit&agrave; politica e morale. E qui torniamo ai grandi cortei operai di oggi, trattati - lo ripetiamo - col malcelato disinteresse che si riserva ai fatti pi&ugrave; marginali. Temiamo che la stessa sorte toccher&agrave; ai migranti, i quali il 17 ottobre manifesteranno per chiedere che l&rsquo;art. 3 della Costituzione - quello in base al quale il lodo Alfano &egrave; stato dichiarato illegittimo - valga anche per loro. Ecco, finch&eacute; l&rsquo;opposizione non comprender&agrave; che queste sono le risorse su cui far leva, Berlusconi e gli scalpitanti pretendenti al suo trono potranno dormire sonni tranquilli.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:53:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2318]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[4/10/2009 "Risorse della democrazia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco </p>
<p>Una folla enorme. Piazza del Popolo stipata sino all&rsquo;inverosimile, come pure tutte le vie d&rsquo;accesso. Del tutto superfluo ingaggiare il consueto duello sulla stima delle presenze. Forte - e incoraggiante - anche la mobilitazione dei precari della scuola. Una buona giornata, insomma. Per quanto era in noi, abbiamo lavorato per il successo delle manifestazioni di ieri e siamo soddisfatti di avervi portato un visibile contributo. Di partecipazione, innanzitutto, ma non solo. Dico di partecipazione perch&eacute;, da quando mondo e mondo, &egrave; la presenza delle persone, sono i loro slogans, i messaggi impressi negli striscioni e nei cartelli, &egrave; il &ldquo;tono&rdquo; emotivo che attraversa la piazza a dare il segno, la cifra dell&rsquo;evento, a decretarne il successo ed il significato. Spesso persino oltre le intenzioni dei promotori. L&igrave; si esprime una creativit&agrave;, un&rsquo;autodeterminazione collettiva che diviene - immediatamente (nel senso letterale del termine: senza mediazioni) - un fatto politico. Dove la politica non &egrave; pi&ugrave; amministrata dal ceto autistico che pretende di custodirla in esclusiva, ma diventa protagonismo, partecipazione attiva, l&rsquo;esatto contrario del rapporto unilaterale che sovrappone chi ha il monopolio della parola, scritta o parlata, a chi invece pu&ograve; solo ascoltare. In piazza bisogna volerci venire. E&rsquo; una libera scelta che implica un certo grado di consapevolezza. E, soprattutto, la voglia di contare. E&rsquo; la democrazia che si organizza. C&rsquo;&egrave;, in queste osservazioni, un sovraccarico retorico? Forse. C&rsquo;&egrave; un eccesso di ottimismo? Forse. Ma nella situazione data bisogna pur cogliere - e sospingere - ogni sussulto di protesta, di opposizione al processo degenerativo che sta minando, sin nelle fondamenta, la Repubblica e la sua Costituzione. Gli avversari della mobilitazione di ieri hanno in questi giorni sollevato l&rsquo;obiezione che dietro il pretesto della difesa della libert&agrave; di stampa e del pluralismo vi sia soltanto un complotto politico antiberlusconiano, ordito e guidato da un centro di potere politico e mediatico del tutto speculare a quello dominato dal caudillo di Arcore. Ora, che nel &ldquo;partito di Repubblica&rdquo; non si risolva affatto il tema di una informazione davvero libera e indipendente &egrave; chiaro come il sole. Ma lo &egrave; altrettanto che il reggimento totalitario di Berlusconi, la sua propensione ad eliminare qualsiasi pur tenue elemento di pluralismo, nell&rsquo;informazione come nella dialettica politica, persino dentro il proprio genuflesso schieramento, fa s&igrave; che la costruzione di un tessuto democratico abbia come precondizione il tramonto di un potere personale che rappresenta un pericolo permanente. Che poi vi sia chi attende di raccogliere i frutti da questo scuotimento senza alterare ed anzi preservando i rapporti sociali e politici esistenti &egrave; del tutto evidente. Lo dimostra il ben diverso peso che la &ldquo;libera&rdquo; stampa ha assegnato alle conpulsive patologie sessuali del premier rispetto ai contenuti della politica economica e sociale del suo governo, rivolta a fare a pezzi l&rsquo;intero sistema dei diritti e il bilanciamento dei poteri fissato dalla carta costituzionale. Bisogna tenerne conto. E riflettere sul fatto che tutto ci&ograve; che si muove - socialmente e politicamente - fuori dall&rsquo;universo bipolare, semplicemente non esiste. Sostenere dunque che in Italia c&rsquo;&egrave; libert&agrave; di stampa per il sol fatto che una trasmissione - sia pure sotto schiaffo - ha potuto dire peste e corna di Berlusconi, non sta n&eacute; in cielo n&eacute; in terra. Un&rsquo;ultima, credo fondamentale considerazione. Tutta la politica e, nondimeno, lo stesso oligopolistico mondo dell&rsquo;informazione, si possono muovere dentro una bolla sospesa e autoreferente perch&eacute; dentro la societ&agrave; langue, ristagna, o nella migliore delle ipotesi muove passi incerti e intermittenti, la mobilitazione sociale. E&rsquo; tempo immemorabile che il mondo del lavoro &egrave; rinculato dentro una pura difesa corporativa (a dire il vero fragile anch&rsquo;essa), incapace di rappresentare un punto di riferimento davvero alternativo per l&rsquo;insieme della societ&agrave;, e per gli intellettuali (se mai ne esistono ancora) di questo Paese. Lo stesso si pu&ograve; dire per i movimenti. Finch&eacute; queste soggettivit&agrave; non riusciranno a ritrovare parola, proposta e capacit&agrave; di attrazione, l&rsquo;anomia sociale continuer&agrave; a specchiarsi nel - e ad alimentarsi del - caravanserraglio mediatico, in primis quello televisivo. Che pare, sempre di pi&ugrave;, un universo parallelo, dove i problemi della gente entrano - quando entrano - solo di striscio e senza lasciare traccia. Perch&eacute; tutto il resto &egrave; un potente anestetico, propinato con martellante, metodica pervasivit&agrave;, attraverso la quasi totalit&agrave; dei palinsesti televisivi. Un documentario (Videocracy) che circola quasi clandestino in poche sale cinematografiche mostra con rara efficacia come la passivizzazione di massa - scientificamente coltivata - possa diventare il terreno propizio per avventure reazionarie. Ricordate la vecchia (e quanto preveggente) canzone di Enzo Jannacci degli anni settanta che recitava: &laquo;la televisiun la ga na f&ocirc;rza de liun, la televisiun la ta rent come &rsquo;n cujun&raquo;: &laquo;la televisione ha una forza da leone, la televisione fa di te un coglione&raquo;)? A questo punta - con luciferina consapevolezza - Silvio Berlusconi. Da oggi gli sar&agrave; pi&ugrave; difficile.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:51:36 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2317]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[30/9/2009 "Tre ottobre e non solo, ecco la posta in gioco" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Quando i posteri - riappropriatisi della capacit&agrave; di esercitare un pensiero critico oggi latitante - commenteranno il tempo presente, la miserabile performance della politica nostrana, la riduzione del confronto politico a insulto gossipparo; quando un&rsquo;Italia ricivilizzata giudicher&agrave; impietosamente le macchiette che infestano il proscenio mediatico; quando - e se - sar&agrave; possibile ridare una chance alla ripresa del cammino democratico di questo declinante Paese, il tempo in cui viviamo sar&agrave; archiviato fra quelli pi&ugrave; oscuri della storia patria. Ieri l&rsquo;altro, a Milano, alla festa del partito di cui &egrave; proprietario, il caudillo di Arcore si &egrave; incoronato re, senza neppure attendere che qualche cortigiano gli porgesse la corona d&rsquo;alloro. &laquo;Governer&ograve; per sempre&raquo;, ha tuonato, dando libero sfogo alla consueta, incontenibile logorrea, mentre i suoi sudditi, rapiti dal delirio, in visibilio, inneggiavano il refrain propiziatorio: &laquo;menomale che Silvio c&rsquo;&egrave;&raquo;. L&rsquo;uomo, per quanto avviato verso un fatale crepuscolo, &egrave; pericoloso, molto pericoloso. Lo abbiamo detto sin dall&rsquo;inizio di questa legislatura, quando vi era chi discettava in punta di fioretto su una possibile evoluzione di stampo liberale della sua leadership. L&rsquo;uomo &egrave; pericoloso. Lo &egrave; nel suo avvitamento totalitario, reso possibile dall&rsquo;inconsistenza dell&rsquo;opposizione parlamentare, recitata da quel sedicente riformismo che si &egrave; fatto complice dell&rsquo;annientamento del modesto pluralismo esistente e dell&rsquo;articolazione della rappresentanza istituzionale. Senza il minimo ripensamento, la conventio ad excludendum pianificata da Pdl e Pd - Di Pietro consenziente - per cacciare la sinistra dai parlamenti nazionale e poi europeo sta per riproporsi nelle prossime elezioni regionali. Si vuole nuovamente fare scattare la tagliola della soglia di sbarramento e chiudere definitivamente il cerchio, riducendo tutta la politica ad un minuetto fra schieramenti omologhi: una maggioranza satrapa ed un&rsquo;opposizione di &ldquo;sua maest&agrave;&rdquo;. Non soltanto al centro, ma in ogni articolazione, anche la pi&ugrave; periferica, del potere politico e amministrativo.  Se si conviene che questo &egrave; il rischio e questa la posta in gioco, converr&agrave;, senza perdere un solo istante, promuovere un&rsquo;iniziativa ad ampio raggio, capace di coinvolgere tutte le forze politiche, sociali, culturali interessate ad ostacolare una cos&igrave; grave implosione democratica. Quanto sta avvenendo sul terreno dell&rsquo;informazione, massimamente in quella televisiva (artefice prima del processo di decerebrazione di massa che affligge il Paese), dovrebbe rendere avvertiti che non ce ne sar&agrave; per nessuno. Non dico per un&rsquo;informazione libera e indipendente, alla quale &egrave; in radice negata ogni bench&eacute; minima cittadinanza, ma anche, semplicemente, per qualche sia pur labile elemento di pluralismo. Lo dimostrano la surreale sortita di Scajola, autoelettosi a censore di un programma sgradito al monarca, o la proposta dell&rsquo;ineffabile Mariastella Gelmini, inconsapevole riesumatrice di una mentalit&agrave; da Min. Cul. Pop., quando vorrebbe introdurre a beneficio (sic!) degli anestetizzati telespettatori segnalazioni di merito e di demerito sui programmi messi in onda dalla tv pubblica: se non siamo al regime, &egrave; certo che vi stiamo correndo incontro con gli stivali delle sette leghe. Da oggi riprendiamo la campagna a sostegno della manifestazione indetta dalla Federazione della Stampa per il 19 settembre, poi improvvidamente rinviata a sabato prossimo, a seguito dell&rsquo;attentato ai militari italiani in Afghanistan. Lo facciamo con la determinazione con cui sosteniamo ogni sussulto di quel pezzo di societ&agrave; che in vario modo manifesta la propria attiva opposizione alla totale devastazione di ci&ograve; che resta dell&rsquo;edificio costituzionale. Il calendario delle mobilitazioni si fa ogni giorno pi&ugrave; denso. Del 3 ottobre abbiamo gi&agrave; detto. Il 9 ottobre scenderanno in campo i metalmeccanici, con uno sciopero nazionale di otto ore. Il giorno dopo a Roma, sar&agrave; la volta della manifestazione indetta dal movimento Lgbt. Il 17 toccher&agrave; ai migranti riempire le strade della capitale per contestare la politica di apartheid del governo. Mentre crescono un po&rsquo; dovunque le iniziative di quanti contrastano il depauperamento della scuola pubblica. Dare un senso unitario a queste lotte, farle crescere, uscire dalla rassegnata passivit&agrave; &egrave; il compito al quale merita dedicarsi. In queste settimane. In queste ore.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:47:35 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2316]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[24/9/2009 "L’orgia del potere" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco </p>
<p>Scudo da cosa? E per chi? Ne abbiamo gi&agrave; parlato e ampiamente su questo giornale. Ma merita insistervi, perch&eacute; le modifiche introdotte ieri dal Senato della Repubblica all&rsquo;ignobile provvedimento, denominato &laquo;scudo fiscale&raquo;, aggiungono ulteriori benefici e salvacondotti per evasori fiscali, malversatori, riciclatori di denaro sporco. Scudo. Cominciamo da questa parola, concepita con l&rsquo;involontario umorismo di chi non prova senso di vergogna, per significare la protezione infame che lo Stato garantisce a chi - violando la legge - ha via via esportato all&rsquo;estero ingenti risorse (stimate in 500 miliardi di euro!), frutto di azioni fraudolente di ogni genere e tipo, anche di attivit&agrave; malavitose. Scudo, s&igrave;, perch&eacute; consente ai protagonisti di questi veri e propri attentati contro il bene comune, contro gli elementari presupposti della civile convivenza, di farla franca. Come? Elargendo all&rsquo;erario una ridicola mancia (pari al 5% del maltolto), in cambio della sanatoria, nonch&eacute; dell&rsquo;anonimato e della non perseguibilit&agrave; penale per l&rsquo;evasione fiscale perpetrata e per tutti i reati compiuti al fine di renderla possibile. Il tutto sotto l&rsquo;egida delle istituzioni. Ora il Senato ha deciso di estendere e legalizzare la protezione anche alle societ&agrave; che hanno prodotto false comunicazioni sociali, occultato atti e documenti, falsificato i bilanci, emesso false fatturazioni. La frode paga: ecco il messaggio, chiaro come non potrebbe esserlo di pi&ugrave;, che il governo manda al Paese. Si continui cos&igrave;! E fesso chi non ha capito che evadendo non si rischia nulla, perch&eacute; prima o poi interverr&agrave; un condono tombale a mettere le cose a posto. Tanto a pagare le tasse - sempre pi&ugrave; salate - rimarranno i lavoratori dipendenti, attraverso la ritenuta alla fonte. Da cui - come ognuno sa - non si scappa, dovendosi in questo caso pagare sull&rsquo;unghia il dovuto (e pi&ugrave; del dovuto, considerato che il drenaggio fiscale impone oneri aggiuntivi per effetto dell&rsquo;aumento puramente nominale, ma non reale, delle retribuzioni), prima ancora di aver percepito il salario, vale a dire il miserabile corrispettivo di una prestazione di lavoro gi&agrave; erogata. E se la mastodontica evasione fiscale che nel nostro Paese &egrave; pari a 150 miliardi l&rsquo;anno divora le risorse che dovrebbero essere destinate alle pensioni, alla sanit&agrave;, all&rsquo;assistenza, alla scuola, alla ricerca, ad una redistribuzione del carico tributario tale da attenuare l&rsquo;enorme divario fra i redditi e le sempre pi&ugrave; sconvolgenti diseguaglianze, pazienza. Forse nulla come in questa indecente misura - nel suo genere e nella sua perversa architettura unica al mondo - disvela non soltanto la natura spudoratamente classista del grumo di interessi privati al governo del Paese, ma l&rsquo;intima immoralit&agrave; di chi l&rsquo;ha concepita ed attuata. Centoquaranta senatori (su 161 votanti) non hanno trovato quel sussulto di dignit&agrave; sufficiente ad impedire che si consumasse una repellente ingiustizia, che in via di fatto rovescia il dettato costituzionale in base al quale la tassazione dev&rsquo; essere proporzionale e progressiva. Ce ne sarebbe d&rsquo;avanzo per rovesciare il tavolo e mandare a casa questa razza di lestofanti. Ora c&rsquo;&egrave; da augurarsi che il presidente della Repubblica si metta davvero di traverso. La coesione sociale, l&rsquo;identit&agrave; e l&rsquo;unit&agrave; del Paese non vengono compromesse soltanto dalle manovre secessioniste della Lega, ma anche dallo sfascismo istituzionale, che tracima in questa corrotta e vigliacca gestione del potere.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:40:50 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2315]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[20/9/2009 "Diabolica (e ipocrita) perseveranza" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Un coro ipocrita - che in qualche caso diventa minaccioso e violento - intima il silenzio a chi sostiene che la missione militare in Afghanistan debba finire e il contingente italiano debba essere riportato a casa. Subito. Gli strali di un risorto patriottismo guerrafondaio si abbattono senza requie persino contro chi prova a sollevare dei sommessi dubbi sull&rsquo;utilit&agrave; di una presenza militare palesemente destinata a scivolare in una compartecipazione diretta del nostro Paese al conflitto - giova ricordarlo - scatenato unilateralmente da Bush dopo l&rsquo;attentato dell&rsquo;11 settembre. Tutto l&rsquo;armamentario retorico possibile e immaginabile viene in queste ore scatenato per inibire sul nascere qualsiasi osservazione critica, o semplicemente razionale, sul senso dell&rsquo;occupazione dell&rsquo;Afghanistan. Persino il dolore dei familiari dei militari caduti &egrave; stato evocato per accusare di tradimento chi oggi suggerisce che quelle morti sono state - come sono state - tragicamente inutili. Mallevadore (ohinoi!) il Presidente della Repubblica, uno schieramento che unisce i due principali partiti del governo e dell&rsquo;opposizione ha chiuso ogni spazio di discussione. Labili voci dentro il Pd, di cui si ode appena il fruscio, lasciano intendere che si potrebbe tornare a discutere di come trasformare l&rsquo;intera missione - oggi divisa fra la guerra angloamericana e l&rsquo;intervento di peace-keeping a guida Nato - in una presenza diversa, capace di mettere al bando i bombardamenti che mietono sistematicamente vite umane fra la popolazione civile. Non vi &egrave; nulla di pi&ugrave; velleitario di questo straparlare di immaginifici scenari.  La situazione in Afghanistan &egrave; gravemente peggiorata. Quando un tronfio De Michelis spiega che l&rsquo;accentuarsi degli attentati non &egrave; altro che la conferma del successo dell&rsquo;azione militare, pronuncia un&rsquo;enormit&agrave; senza pari. I talebani oggi controllano quattro quinti del territoio afghano.  La loro capacit&agrave; di penetrazione sin nel cuore di Kabul, la facilit&agrave; con cui vengono portati a termine gli attentati raccontano, indirettamente, dell&rsquo;ostilit&agrave; sempre pi&ugrave; diffusa nella popolazione per un&rsquo;occupazione militare che - nella logica belligerante - non pu&ograve; fare altro che aumentare il proprio potenziale offensivo. Gli Stati Uniti hanno appena annunciato che entro l&rsquo;anno il loro contingente sar&agrave; implementato di ventunmila uomini. E agli alleati essi chiedono uno sforzo analogo. Se c&rsquo;&egrave; un&rsquo;evoluzione evidente nel processo in corso, questa &egrave; proprio l&rsquo;intensificazione del conflitto, destinata a togliere di mezzo l&rsquo;esile foglia di fico che separa l&rsquo;azione militare propriamente detta dalla missione Isaf. Dino Greco Scudo da cosa? E per chi? Ne abbiamo gi&agrave; parlato e ampiamente su questo giornale. Ma merita insistervi, perch&eacute; le modifiche introdotte ieri dal Senato della Repubblica all&rsquo;ignobile provvedimento, denominato &laquo;scudo fiscale&raquo;, aggiungono ulteriori benefici e salvacondotti per evasori fiscali, malversatori, riciclatori di denaro sporco. Scudo. Cominciamo da questa parola, concepita con l&rsquo;involontario umorismo di chi non prova senso di vergogna, per significare la protezione infame che lo Stato garantisce a chi - violando la legge - ha via via esportato all&rsquo;estero ingenti risorse (stimate in 500 miliardi di euro!), frutto di azioni fraudolente di ogni genere e tipo, anche di attivit&agrave; malavitose. Scudo, s&igrave;, perch&eacute; consente ai protagonisti di questi veri e propri attentati contro il bene comune, contro gli elementari presupposti della civile convivenza, di farla franca. Come? Elargendo all&rsquo;erario una ridicola mancia (pari al 5% del maltolto), in cambio della sanatoria, nonch&eacute; dell&rsquo;anonimato e della non perseguibilit&agrave; penale per l&rsquo;evasione fiscale perpetrata e per tutti i reati compiuti al fine di renderla possibile. Il tutto sotto l&rsquo;egida delle istituzioni. Ora il Senato ha deciso di estendere e legalizzare la protezione anche alle societ&agrave; che hanno prodotto false comunicazioni sociali, occultato atti e documenti, falsificato i bilanci, emesso false fatturazioni. La frode paga: ecco il messaggio, chiaro come non potrebbe esserlo di pi&ugrave;, che il governo manda al Paese. Si continui cos&igrave;! E fesso chi non ha capito che evadendo non si rischia nulla, perch&eacute; prima o poi interverr&agrave; un condono tombale a mettere le cose a posto. Tanto a pagare le tasse - sempre pi&ugrave; salate - rimarranno i lavoratori dipendenti, attraverso la ritenuta alla fonte. Da cui - come ognuno sa - non si scappa, dovendosi in questo caso pagare sull&rsquo;unghia il dovuto (e pi&ugrave; del dovuto, considerato che il drenaggio fiscale impone oneri aggiuntivi per effetto dell&rsquo;aumento puramente nominale, ma non reale, delle retribuzioni), prima ancora di aver percepito il salario, vale a dire il miserabile corrispettivo di una prestazione di lavoro gi&agrave; erogata. E se la mastodontica evasione fiscale che nel nostro Paese &egrave; pari a 150 miliardi l&rsquo;anno divora le risorse che dovrebbero essere destinate alle pensioni, alla sanit&agrave;, all&rsquo;assistenza, alla scuola, alla ricerca, ad una redistribuzione del carico tributario tale da attenuare l&rsquo;enorme divario fra i redditi e le sempre pi&ugrave; sconvolgenti diseguaglianze, pazienza. Forse nulla come in questa indecente misura - nel suo genere e nella sua perversa architettura unica al mondo - disvela non soltanto la natura spudoratamente classista del grumo di interessi privati al governo del Paese, ma l&rsquo;intima immoralit&agrave; di chi l&rsquo;ha concepita ed attuata. Centoquaranta senatori (su 161 votanti) non hanno trovato quel sussulto di dignit&agrave; sufficiente ad impedire che si consumasse una repellente ingiustizia, che in via di fatto rovescia il dettato costituzionale in base al quale la tassazione dev&rsquo;essere proporzionale e progressiva. Ce ne sarebbe d&rsquo;avanzo per rovesciare il tavolo e mandare a casa questa razza di lestofanti. Ora c&rsquo;&egrave; da augurarsi che il presidente della Repubblica si metta davvero di traverso. La coesione sociale, l&rsquo;identit&agrave; e l&rsquo;unit&agrave; del Paese non vengono compromesse soltanto dalle manovre secessioniste della Lega, ma anche dallo sfascismo istituzionale, che tracima in questa corrotta e vigliacca gestione del potere.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:36:26 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2314]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[18/9/2009 "L’arco incostituzionale"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Per nome e per conto del governo, l&rsquo;Avvocatura dello Stato manda alla Consulta che fra breve dovr&agrave; esprimersi sulla costituzionalit&agrave; del lodo Alfano un sinistro avvertimento. Se il pollice verso della Corte dovesse annullare lo scudo immunitario che il parlamento ha eretto intorno alle quattro prime cariche dello Stato potrebbero derivarne conseguenze fatali per il governo che sarebbe verosimilmente costretto a dimettersi. Dunque, l&rsquo;Avvocatura, con piglio &ldquo;ghediniano&rdquo;, senza oscuri giri di parole, manda a dire: attenti a quel che fate. L&rsquo;offensiva del governo &egrave; di inaudita gravit&agrave;. Non gi&agrave; perch&eacute; l&rsquo;Avvocatura avanzi rilievi e osservazioni che ove contenessero elementi di natura tecnica o giuridica sarebbero del tutto legittimi. Ma proprio perch&eacute; ne sono del tutto privi. Secondo l&rsquo;Avvocatura dello Stato, la Consulta dovrebbe sottrarsi al giudizio sul merito della legge, rimuovendo il solo oggetto del quale essa deve istituzionalmente occuparsi, per fare prevalere considerazioni esterne, di natura politica, (...) Giorgio Galli Liberazione nell&rsquo;aderire alla manifestazione promossa dalla Federazione della Stampa (rinviata al 3 ottobre per rispettare il lutto nazionale), a Roma, in difesa del diritto di informazione &ndash; ha rivolto a soggetti collettivi, ai partiti, alle associazioni, ai movimenti, agli intellettuali, ai protagonisti delle lotte sociali di questi mesi, 4 fondamentali domande. Ecco le risposte del politologo.  1) Non credete che l&rsquo;appuntamento del 19 debba caratterizzarsi come una grande manifestazione di popolo capace di spingere per le dimissioni di Berlusconi e del suo governo?  G.G. In un momento nel quale il disagio del paese &egrave; diffuso, ma l&rsquo;opposizione &egrave; debole e divisa, cos&igrave; come i sindacati, la forte partecipazione alla manifestazione costituirebbe gi&agrave; un successo. Ma la richiesta di dimissioni del governo Berlusconi avrebbe senso se si potesse proporre un governo alternativo: il che non &egrave;. Gli operai sui tetti delle aziende in crisi, i precari disoccupati davanti alle scuole, i cassintengrati con incerte prospettive, sono indici delle difficolt&agrave; sociali che il governo non riesce a fronteggiare. Ma non vi sono soggetti politici in grado di proporre un programma alternativo per fronteggiarle. Nell&rsquo;editoriale, Dino Greco riprende il paragone con il 25 Luglio del fascismo, gi&agrave; suggerito da Giuliano Ferrara su &ldquo;Il Foglio&rdquo;. Ma c&rsquo;era la guerra e l&rsquo;alternativa era chiara: Mussolini e i suoi volevano continuarla a fianco della Germania; buona parte del vertice fascista, lo Stato maggiore, i grandi imprenditori, il re, tentarono un armistizio separato ( lo fecero con grande inettitudine); mentre il popolo era per la pace (c&rsquo;erano stati gli scioperi di marzo). Quello che oggi manca &egrave; proprio una chiara alternativa.  2) Non credete che un&rsquo;autentica e libera informazione non possa essere ridotta alle campagne contrapposte sugli scandali sessuali, ma debba tornare ad informare in maniera indipendente e veritiera a 360 gradi?  G.G. Il problema di una autentica e libera informazione va ben al di l&agrave; delle campagne sugli scandali sessuali. Nonostante sia irrisolto il conflitto di interessi per antiche responsabilit&agrave; di tutta la sinistra, &egrave; ammirevole l&rsquo;elettorato italiano che, martellato da tre lustri dalle Tv di Berlusconi che sono il 70% della comunicazione, si ostina a dargli solo un voto su tre iscritti alle liste; rimane comunque il fatto che la campagna de &ldquo;la Repubblica&rdquo; e qualche articolo del &ldquo;Corriere della Sera&rdquo; sullo stile di vita del premier sono i fattori che pi&ugrave; hanno indebolito l&rsquo;immagine negli ultimi mesi. La manifestazione potrebbe indurre editori, direttori e giornalisti di altre testate ad essere pi&ugrave; coraggiosi, pur senza indulgere a uno scandalismo che potrebbe diventare stucchevole.  3)  Non ritenete sia necessario mobilitarsi affinch&eacute; la crisi aperta nel centro destra non si risolva in un puro avvicendamento di leadership, amministrato in proprio dai poteri e dal blocco politico e sociale che sostengono questo governo?  G.G. Riprendo il confronto col 25 Luglio&rsquo;43. La prospettiva pi&ugrave; realistica &ndash; e quella che Berlusconi sembra temere &ndash; &egrave; proprio che la crisi del centro destra possa portare a un puro avvicendamento di leadership, come fu appunto quello del 25 Luglio &rsquo;43. Lo stesso Pci sostenne allora che ci si doveva accontentare di un governo del maresciallo Badoglio, duca di Addis Abeba dopo &ldquo;la conquista dell&rsquo;Impero&rdquo;. L&rsquo;Italia repubblicana ricorre invece alla banca d&rsquo;Italia. Aveva cominciato De Gasperi, quando (nel maggio &rsquo;47) ruppe con le sinistre, affidando l&rsquo;economia al Governatore Luigi Einaudi (monarchico, ma futuro Presidente della stessa Repubblica). Pi&ugrave; recentemente, la crisi prima del berlusconismo ha portato al governo Ciampi e al governo Dini, entrambi sponsorizzati dal Presidente Scalfaro (cos&igrave; come Badoglio aveva l&rsquo;investitura del re). Oggi Berlusconi teme che l&rsquo;eventuale aggravamento della crisi del centro destra possa portare a un altro governo del Governatore della Banca d&rsquo;Italia, il temuto Mario Draghi. La base del potere sarebbbe la stessa. Ma poich&eacute; credo che Berlusconi abbia costruito non un blocco sociale (ne ho scritto su &ldquo;Il Manifesto&rdquo;), ma una semplice aggregazione elettorale, un mutamento di leadership aprirebbe prospettive positive (anche dopo il governo Badoglio vi fu il governo del Cln, comitato di liberazione nazionale)  4) Non ritenete che sia pi&ugrave; che mai urgente riaffermare il valore fondante della Costituzione antifascista come vincolo e piattaforma programmatica per la ripresa del cammino democratico del Paese? E che sia urgente rimettere al centro della mobilitazione &ndash; di cui il 19 rappresenta solo un primo momento - temi sociali sciaguratamente rimossi dal confronto politico: l&rsquo;attacco ai diritti del lavoro, la disoccupazione, la precariet&agrave;, l&rsquo;aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie, l&rsquo;abbandono del Mezzogiorno, il razzismo, l&rsquo;omofobia, la libert&agrave; delle donne?  G.G. Sono d&rsquo;accordo nel ripristinare il valore fondante della Costituzione. La definizione &ldquo;antifascista&rdquo; non mi convince, perch&egrave; essere &ldquo;anti&rdquo; non sempre &egrave; positivo: Era utile e coraggioso essere antifascisti quando il fascismo c&rsquo;era: Un po&rsquo; meno quando (fortunatamente) il fascismo non c&rsquo;&egrave;. Quella che &egrave; necessario &ldquo;riaffermare&rdquo; &egrave; la Costituzione della Repubblica Italiana, gi&agrave; in parte svuotata, coi suoi &ldquo;valori&rdquo; da tempo obnubilati e contestati. Sono d&rsquo;accordo anche sul fatto che &ldquo;i temi sociali sciaguratamente rimossi&rdquo;, sono &ldquo;i diritti del lavoro, la disoccupazione, la precariet&agrave;, l&rsquo;aumento delle diseguaglianze e delle ingiustizie&rdquo;. Ma nella &ldquo;sciagurata rimozione&rdquo; la sinistra ha non poche responsabilit&agrave;, sulle quali manca una riflessione. Bisogna partire da lontano, magari da Stalin per capovolgerlo criticamente.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:33:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2313]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[17/9/2009 "L’eclissi della democrazia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Marted&igrave; sera, Porta a Porta ha messo in scena - senza autoironia petroliniana - un distillato dell&rsquo;onanismo politico berlusconiano. Abbiamo davvero visto e ascoltato di tutto. L&rsquo;autoesaltazione menzognera del &laquo;miglior presidente del Consiglio che l&rsquo;Italia abbia mai avuto&raquo; ha fatto da parossistica cornice all&rsquo;intero spot pubblicitario ospitato con generosissima piaggeria dal sodale anfitrione Bruno Vespa. Il quale, fra ammiccamenti e bonarie quanto finte obiezioni, &egrave; riuscito a rendere ancora pi&ugrave; stucchevole la sua consueta propensione servile. Prima lo show sulle case ai terremotati, con Berlusconi nelle vesti munifiche dell&rsquo;uomo della provvidenza, re Mida dispensatore di miracoli, capace di trasformare la consegna di 93 alloggi - peraltro realizzati dalla provincia di Trento con i soldi della Croce Rossa - come il trionfo della geometrica efficienza del governo, come la resurrezione civile del popolo aquilano, in realt&agrave; ancora consegnato alla vita grama delle tendopoli o confinato negli alberghi della costa adriatica, un&rsquo;economia distrutta e pi&ugrave; di 15mila persone che hanno perso il lavoro. Poi, concluse le celebrazioni riprese nelle battute finali della trasmissione come nei fuochi pirotecnici che chiudono le sagre paesane, ecco servito il piatto forte: un comizio farneticante, dove gli insulti alla stampa (&laquo;farabutti&raquo;, &laquo;delinquenti&raquo;) si sono sommati a quelli rivolti agli avversari politici (i soliti &laquo;vetero-catto-comunisti&raquo;) e al cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini, liquidato in modo sommario (&laquo;divergenze? No, fraintendimenti&hellip; Il dissenso? Sono problemi suoi&raquo;). Quanto al deficit di pluralismo: &laquo;Scherziamo? Gi&agrave; in Forza Italia la democrazia non era grande, era esagerata&raquo;. Come nella surreale, cabarettistica conferenza stampa congiunta con Jos&eacute; Luis Zapatero, Berlusconi &egrave; sembrato - se possibile - la caricatura di se stesso. Sino a suscitare un moto di ilarit&agrave; trattenuto solo dall&rsquo;amara considerazione che ci&ograve; a cui stavamo assistendo non era avanspettacolo, ma qualcosa di tremendamente serio. In prima serata, sulla rete &ldquo;ammiraglia&rdquo; della tv pubblica, Berlusconi ha potuto straparlare a iosa, labilmente contrastato da comparse, impossibilitate a contraddirne, se non debolmente, l&rsquo;inarrestabile logorrea, perch&eacute; prive di verve o perch&eacute; irretite da una regia impenetrabile.  Cos&igrave;, Berlusconi ha potuto riproporre la grottesca favola di una informazione monocorde, perch&eacute; ispirata e orchestrata - udite, udite - da una complottistica &laquo;Internazionale di sinistra&raquo;. L&rsquo;uomo che controlla la tv pubblica e quella privata, nonch&eacute; quota cospicua della stampa quotidiana e dell&rsquo;editoria; colui che riesce a far rinviare una trasmissione politica con qualche ben delimitata velleit&agrave; pluralistica, per occupare il video da solo, come un despota sudamericano del secolo scorso; colui che fa negare la copertura legale a Report, vale a dire al solo giornalismo di inchiesta che sopravvive nell&rsquo;asfittico panorama dell&rsquo;informazione televisiva, trova il modo di operare - con la complicit&agrave; corriva di Vespa - un diametrale rovesciamento della verit&agrave;. Sabato &egrave; data l&rsquo;occasione per dire forte che c&rsquo;&egrave; anche un Paese indisponibile a farsi sedurre, manipolare, coartare. Un Paese che contraster&agrave;, e non per un giorno solo, l&rsquo;eclissi della democrazia. Qualcosa di consistente, del resto, ricomincia a muoversi nell&rsquo;intorpidita societ&agrave; italiana: i movimenti che si oppongono all&rsquo;annichilimento della scuola pubblica, le lotte sempre meno intermittenti dei precari e dei senzacasa, quelle imminenti annunciate dai migranti e, in primo luogo, il lavoro, che rientra prepotentemente in gioco: non pi&ugrave; soltanto in virt&ugrave; di scollegati episodi di strenua resistenza contro i licenziamenti, ma attraverso il coordinamento unificante offerto dalla Fiom, che per il prossimo 9 ottobre chiama alla mobilitazione e allo sciopero generale i metalmeccanici. I quali hanno sempre saputo parlare non solo a se medesimi, ma a tutto il Paese e, coniugando diritti sociali con diritti civili, hanno dato linfa alle lotte di libert&agrave; di tutti.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:31:17 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2312]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[11/9/2009 "Il re è nudo" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br />Dino Greco 

Berlusconi, il sedicente «torero» e «superuomo» ancora digrigna i denti, intimidisce, minaccia, ricatta, esibisce come virtù i suoi vizi e le sue perversioni, convinto che parlino al ventre profondo del Paese, al quale direttamente si rivolge. E ne ha per tutti. Ma la sua non è più la sicumera dei giorni migliori, quando tutto si riduceva ad uno scontato gioco del gatto col topo, con gli avversari - ovviamente - ma soprattutto con gli alleati, lesti a rientrare nei ranghi non appena il capo ringhiava, senza neppure dover percuotere il tavolo col pugno di ferro. I santuari del potere lo sostenevano, più o meno convintamente, o lo subivano, persuasi di poter trarre il massimo beneficio dall’uomo che più di ogni altro ha tentato di dimostrare che tutto e tutti possono avere un prezzo. Del resto, come ognuno può constatare, ciò si è ampiamente verificato. I conti, ora, non tornano più. Quel sodalizio si è logorato profondamente e su troppi fronti, perché il dispensatore di prebende non finisca per rappresentare un ingombro, un residuo antistorico, persino per una destra che vuole continuare a governare conservando integri i rapporti sociali esistenti. Berlusconi, in qualche modo prigioniero del suo atto politico di nascita e vittima del delirio onnipotente che ne accompagna il declino senile, è divenuto indecente e impresentabile, anche per le forze a lui alleate o contigue, per i poteri che dei suoi favori si sono sino a ieri avvalsi tappandosi naso e bocca. C’è la devastazione dell’immagine pubblica, l’insostenibilità del baratto patologico fra prestazioni sessuali e carriere politiche, c’è l’isolamento internazionale che travalica i tradizionali confini fra destra e sinistra, fra progressisti e conservatori, per divenire un unanime coro dileggiante. C’è, soprattutto, un sistema di potere che ha ammutolito il parlamento e fatto dell’esecutivo una muta di cortigiani. C’è l’attacco frontale alla magistratura e a ciò che resta della libera stampa. Ogni limite è stato ampiamente oltrepassato. Non solo la Costituzione è stata stracciata e vilipesa. L’inquilino di palazzo Chigi è ben difficilmente inscrivibile persino dentro le coordinate del più tiepido pensiero democratico, della stessa cultura liberale. La sindrome di Caligola lo ha portato al di là della soglia oltre la quale egli è divenuto un pericolo per i suoi stessi sodali, i più avvertiti dei quali colgono il rischio di essere travolti con colui che fino a ieri l’altro era l’osannato e indiscusso leader. C’è da scommettere - essendo già avvenuto tante volte nella storia patria - che, al dunque, non pochi dei fedeli ascari scenderanno dal carro con la stessa disinvolta rapidità con cui vi sono saliti. Sono ormai molti gli indizi che rendono chiaro come i poteri forti stiano coalizzandosi per “mutare spalla al proprio fucile”. Gli uomini pronti alla bisogna ci sono già. I loro nomi e le loro mosse sono già visibili, le diplomazie trasversali in piena fibrillazione. In quanto «occorre cambiare tutto, perché nulla cambi», affinché la transizione post-berlusconiana avvenga senza troppi scossoni, senza che gli equilibri politici vengano alterati, contando anche sul sostegno silenzioso e senza pretese di un’opposizione parlamentare che non riesce - né prova - a toccare palla. Berlusconi lo capisce, sente che il cerchio si stringe, e si dibatte nell’arena come un animale ferito. L’arroganza di cui ha sempre fatto sfoggio è ora intrisa di visibile paura. Come tutti i dittatori nella fase del crepuscolo, egli tende a non fidarsi più di nessuno. Questo - occorre averne contezza - lo rende estremamente pericoloso. Berlusconi ha ancora dalla sua un enorme potere politico, economico, mediatico ed il sostegno per ora non incrinato della Lega. Non è un cane morto e forse non è imminente il suo 25 luglio. Per mantenersi in sella userà tutti i mezzi possibili ed inimmaginabili, ivi compresa quella che fa già balenare come la soluzione estrema: le elezione anticipate, concepite - oggi come non mai - come un plebiscito sulla sua persona con annessa, implicita richiesta, direttamente rimessa nelle mani del popolo, di disporre di un potere assoluto, privo di qualsivoglia condizionamento. Questa è «l’arma ti tistruzione ti mondo» che Berlusconi-stranamore non esiterà ad usare, giocandosi tutto per ricondurre all’obbedienza chi vorrebbe disfarsi di lui e per assestare un colpo letale alla nostra più che traballante democrazia. Nel breve volgere di un mese, eventi di diversa natura ed entità renderanno il clima politico incandescente: l’audizione di Massimo Ciancimino sui rapporti tra Stato e mafia e, in particolare, fra Provenzano e Dell’Utri, cofondatore, con Berlusconi, di Forza Italia; l’inizio del processo d’appello al medesimo, già condannato in primo grado a nove anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione mafiosa; la manifestazione promossa dalla Federazione nazionale della stampa per il prossimo 19 settembre in difesa della libertà di informazione; la sentenza della Consulta chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità del Lodo Alfano. Ebbene, il combinato disposto di questi appuntamenti può avere un effetto dirompente sulla situazione politica del Paese. Rimane il fatto paradossale che la possibile, rovinosa caduta di Berlusconi non sarà il prodotto di una rivolta sociale, montata per la totale incapacità del governo di dare risposte adeguate alla crisi, per il drammatico stato di abbandono in cui versa il Mezzogiorno, per l’accentuarsi oltre ogni limite prima conosciuto delle diseguaglianze, per la distruzione progressiva del welfare, per le condizioni disperate in cui versa una generazione consegnata ad una precarietà economica ed esistenziale senza via di uscita, per l’attacco sistematico al lavoro e ai diritti sindacali, per la persecuzione razzista scatenata contro i migranti. Tutto questo ed altro ancora è totalmente fuori dalla scena. Il Pd è pateticamente inerte, autisticamente immerso nel proprio duello interno, senza che si intraveda su quali progetti si svolga la contesa, giacché - per dirla con Franceschini - «chi oggi vota Pd non sa che cosa vota». Il sindacato, l’altro attore potenziale di una svolta di impronta sociale, o è consegnato - come Cisl e Uil - alla più docile subalternità alla Confindustria e al governo oppure, come la Cgil, traccheggia da troppo tempo, con il motore imballato, sostanzialmente ininfluente tanto nella crisi quanto nella vicenda politica del Paese. Quanto alla sinistra, a noi, per essere più espliciti, fra i pochi a stare nei modi possibili dentro le lotte che si accendono e si spengono in ogni dove, compete provare a mettere in campo una proposta, produrre uno scatto, che aiuti a rompere questa mortifera coazione al silenzio che abbandona le sorti del Paese all’esito di un conflitto tutto interno al blocco sociale e politico dominante. Da qualche parte bisogna pur cominciare. Il primo appuntamento è quello del 19, promosso - come più sopra ricordato - dalla Federazione della stampa. E se fossimo capaci di trasformarlo in una manifestazione di popolo, capace di dire, insieme, che l’Italia non può più essere governata da un caudillo, e che serve tornare alla lettera e alla sostanza della Costituzione antifascista?                        
]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:46:59 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2311]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[2/9/2009 "Eccoci, più magri e graffianti"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>&quot;Liberazione&quot; inaugura oggi una fase nuova della sua travagliata storia. Lo fa pressata da una limitazione oggettiva, lo stato di crisi che ci costringe a lavorare a ranghi ridotti, con una redazione divisa in due gruppi che si alternano ogni quindici giorni e con un budget che non pu&ograve; pi&ugrave; essere alimentato dal suo editore, il partito della Rifondazione comunista. Questa non semplice condizione racchiude, tuttavia, un nocciolo positivo: il giornale, contrariamente ai timori di molti compagni e compagne e alle speranze di taluni nostri tradizionali o pi&ugrave; recenti avversari, continuer&agrave; ad esistere. Lo troverete quotidianamente in edicola, sia pure in un formato ridotto, di dodici pagine, che diventano sedici la domenica con lo speciale monotematico. Questa contrazione della foliazione, che cercheremo in ogni modo di rendere transitoria, ci ha indotto ad alcuni significativi, meditati cambiamenti nell&rsquo;impostazione del giornale e dell&rsquo;insieme della proposta editoriale di Liberazione. Selezioneremo con pi&ugrave; rigore le notizie: di non tutte ha senso che ci occupiamo nei nostri fogli. Molte altre saranno trasformate in una sequenza di &ldquo;brevi&rdquo;, opportunamente trattate. Quel che perderemo in estensione, per&ograve;, cercheremo di guadagnarlo in profondit&agrave;: tanto nei &ldquo;primi piani&rdquo; quanto nelle pagine di mondo, degli interni, di cultura e di spettacolo. La nostra redazione lavorer&agrave; in modo &ldquo;convergente&rdquo;, cercando di analizzare, scandagliare i temi trattati attraverso un approccio interdisciplinare che solleciti, metta a frutto tutte le competenze presenti nel giornale e fuori di esso, dando fondo alla rete di qualificate collaborazioni di cui disponiamo e che sar&agrave; ulteriormente rafforzata. Questa modalit&agrave; attraverser&agrave; tutto il giornale, orizzontalmente. Ivi comprese le pagine di partito, incontri, lettere. Il giornale si presenter&agrave; pi&ugrave; compatto, credo pi&ugrave; utile, lungo il tracciato che in questi mesi si &egrave; reso via via pi&ugrave; visibile. Come nelle campagne che abbiamo promosso e sostenuto. Talune con particolare efficacia, come quella a sostegno della lotta dei lavoratori dell&rsquo;Innse, divenendo un punto di riferimento come tale avvertito dai protagonisti di quella lotta e, contemporaneamente, uno stimolo alla ricerca, all&rsquo;approfondimento dei &ldquo;nodi&rdquo; politici e teorici che quella vicenda ha suscitato. Presteremo maggiore attenzione anche all&rsquo;impaginazione, ai formati, alla titolazione, alla componente fotografica. Insomma, per tradurre il tutto in una formula riassuntiva, direi: &ldquo;meglio meno, ma meglio&rdquo;. Una scelta oggi dettata da uno stato di necessit&agrave; ma che - a ben vedere &ndash; sarebbe stata matura e necessaria anche qualora avessimo potuto mantenere la foliazione a venti pagine. La novit&agrave; (e la fatica) non finisce qui. Anzi, cominciano proprio ora. Perch&eacute; l&rsquo;aspetto pi&ugrave; innovativo e - sia detto con franchezza &ndash; caratterizzato da una buona dose di azzardo, considerate le forze disponibili, &egrave; la costruzione di un vero sito web di Liberazione. Un giornale telematico, con una propria struttura, un proprio specifico linguaggio, una propria &ldquo;grammatica&rdquo;, potenzialmente capace di raggiungere una platea molto estesa di lettori e di suscitare un&rsquo;interattivit&agrave; e una partecipazione diffuse all&rsquo;impresa editoriale cui il cartaceo non potrebbe oggettivamente aspirare. Due canali, dunque, diversi, ma complementari. Ad essere fino in fondo sinceri, gi&agrave; tempo fa abbiamo annunciato, a conti fatti con eccessivo ottimismo, il decollo di un sito di Liberazione. La gestazione si &egrave; in realt&agrave; rivelata pi&ugrave; complicata di quanto non avessimo immaginato. E non vogliamo ora incorrere nell&rsquo;errore imperdonabilmente recidivante di anteporre il carro ai buoi. Abbiamo messo al lavoro un gruppo di redattori e procederemo per gradi, per successive approssimazioni. Sbaglieremo e ci correggeremo. Non una volta sola. Occorrer&agrave; dunque un po&rsquo; di tempo per trovare il sito nella sua impostazione definitiva. Dunque, portate pazienza e seguiteci. Vogliamo dirvi, cari lettori e lettrici, cari compagni e compagne, che ce la metteremo tutta, moltiplicando l&rsquo;impegno perch&eacute; questa &egrave; una condicio sine qua non. Tuttavia vorremmo vedervi coinvolti in questo sforzo con altrettanta generosit&agrave;. Farne un&rsquo;avventura condivisa. Questo, sin qui, non &egrave; accaduto, se non in misura intermittente e diseguale, in ogni caso troppo modesta. Non perdiamo copie, &egrave; vero, ma non ne guadagnamo e gli abbonamenti sono sempre troppo pochi. Per parte nostra, proveremo anche a diversificare l&rsquo;offerta: dell&rsquo;abbonamento postale, di quello telematico (anche giornaliero, settimanale, mensile), della vendita di coupons per un numero di acquisti anche inferiore a quello previsto dall&rsquo;abbonamento annuale. Introdurremo cio&egrave; elementi di flessibilit&agrave; che saturino tutta la diversificata domanda (anche in base alle diverse possibilit&agrave; economiche) di chi ci legge o di chi volesse iniziare a farlo.  Poi, o meglio, prima, occorre un impegno ben altrimenti convinto e organizzato del partito nel suo insieme, dal centro alle articolazioni periferiche, dalle federazioni ai circoli, nella diffusione del giornale. Quando questo &egrave; stato fatto, nei mesi scorsi, - in particolare nelle realt&agrave; territoriali coinvolte da eventi di cui il giornale si &egrave; occupato &ndash; vi assicuro che i risultati sono stati non soltanto incoraggianti, ma addirittura straordinari. Fare e portare ogni giorno il giornale in edicola &egrave; un impegno gravoso, non farlo rendere per ci&ograve; che pu&ograve; dare sarebbe incomprensibile.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:44:27 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2310]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[26/8/2009 "Una strategia per un autunno di lotta"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco  </p>
<p>Giuliano Amato ci ha regalato (Corriere della sera del 18 agosto) la pi&ugrave; aggiornata versione della perdurante vocazione trasformistica della politica italiana, quella che &ndash; abiurato financo il termine di sinistra - ama proporsi con lo stigma sbiaditissimo del riformismo, anch&rsquo;esso moderato, come se il sostantivo non bastasse a connotarne le tiepide intenzioni. L&rsquo;ex ministro degli interni del governo Prodi, responsabile di non aver a suo tempo fatto nulla, dicasi nulla, per cambiare, anche solo parzialmente, quell&rsquo;abominevole legge sull&rsquo;immigrazione che porta, accoppiati, i nomi di Bossi e di Fini, oggi constata come &ldquo;il ricatto delle estreme sia molto forte&rdquo;. Dove le estreme sono, in realt&agrave;, due destre, geograficamente connotate, entrambe al governo del Paese. L&rsquo;una, la Lega, padrona del Nord, genuina interprete del neo-razzismo padano e sintesi estrema dell&rsquo;egoismo territoriale, e l&rsquo;altra, embrione nascente di un (improbabile) partito del Sud. E poich&eacute; entrambe congiurerebbero per la divisione dell&rsquo;Italia, ecco che la nuova frontiera di un&rsquo;alleanza progressista, capace di disarticolare la maggioranza di centrodestra, consisterebbe nella creazione di una grande coalizione italiana, magari sotto l&rsquo;alto patrocinio del Presidente della Repubblica, capace di sventare ogni proposito secessionista. Questa ennesima sublimazione della lotta politica nel tatticismo, nelle geometrie politiciste della durata di un giorno o di una settimana, trova nel Pd orecchie ricettive. A guardare la sostanza, tutto si riduce nella scelta dei partners a cui rendersi gregari. I contenuti, i programmi, le scelte che dovrebbero qualificare la proposta politica e gli schieramenti ad essa consustanziali, non esistono. La gente non li vede, non perch&egrave; &egrave; orba, ma perch&egrave; non ci sono o, se ci sono, risultano talmente sbiaditi e confusi da rasentare l&rsquo;evanescenza. Si consideri la questione delle gabbie salariali. Solo una macroscopica superficialit&agrave; pu&ograve; scambiare il rilancio fattone dalla Lega per una rodomontata agostana, per un espediente propagandistico escogitato al fine di catturare qualche voto. Le gabbie salariali non sono &ndash; come maramaldescamente dice Bossi &ndash; le condizioni per &ldquo;rinunciare alla secessione&rdquo;: le gabbie (per il loro contenuto e per l&rsquo;inedita modalit&agrave; con cui la Lega propone siano attuate, attraverso un intervento geograficamente differenziato sull&rsquo;Irpef) &ldquo;sono&rdquo; la secessione. Sin dall&rsquo;inizio, con brusche accelerazioni alternate a momentanee ritirate, la Lega &ldquo;pratica l&rsquo;obiettivo&rdquo;, per raggiungere lo scopo che &egrave; nel suo imprinting originario. Essa ha trasformato una palese contraddizione in un formidabile vantaggio: l&rsquo;essere un partito nordista, secessionista e, contemporaneamente, essere parte integrante di un governo nazionale. La Lega fa un uso cinicamente strumentale della propria collocazione border line per esercitare un vero potere di interdizione, di condizionamento, di indirizzo dell&rsquo;azione di governo, lungo una traiettoria eversiva dell&rsquo;unit&agrave; nazionale non meno che dei principi costituzionali. Ma cosa rende possibile questo paradosso della politica? Cosa fa s&igrave; che in quelle che un tempo furono le roccaforti operaie, teatro del pi&ugrave; duro e maturo conflitto sociale, ora si affermi cos&igrave; estesamente l&rsquo;egemonia leghista? Quale artifizio cuce insieme interessi sociali cos&igrave; difficili da comporre: quello del padroncino che si arricchisce sfornando a raffica fatture false e quello del suo dipendente a reddito fisso con trattenuta fiscale alla fonte; quello di estesi strati di piccola borghesia urbana e del terziario commerciale campioni dell&rsquo;evasione e quelli del pensionato che non sa pi&ugrave; come tirare avanti? Se per Berlusconi tutto ci&ograve; non costituisce alcun problema, essendo in parte egli espressione &ndash; come notava Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica &ndash; della stessa cultura, rimane da chiedersi come la sinistra abbia eluso (e continui ad eludere) la domanda di fondo che vi &egrave; sottesa, e cio&egrave; come nell&rsquo;Italia ove si afferm&ograve; il pi&ugrave; grande partito comunista dell&rsquo;occidente e che ancora oggi vede la presenza di un forte sindacato confederale, dilaghi fra gli strati popolari la pi&ugrave; rozza ideologia interclassista. In ragione della quale l&rsquo;operaio pensa alla propria marginalit&agrave; non gi&agrave; come alla conseguenza dei rapporti di produzione dati, ma come ad un fenomeno esogeno, importato dall&rsquo;esterno, con l&rsquo;immigrazione, prima meridionale, poi extracomunitaria e quindi con lo Stato usurario che risucchia il frutto del suo lavoro per mantenere una casta sprecona e parassitaria. La propria oggettiva condizione di sfruttato &egrave; totalmente rimossa. Riemerge ora, nelle forme possibili, sotto la sferza della crisi. E se ne coglie tutta la fatica dalle risposte, slegate l&rsquo;una dall&rsquo;altra, prive di coordinamento, prima sindacale che politico. Ne &egrave; protagonista l&rsquo;operaio che nella disperazione e nella solitudine le prova tutte. Anche salendo in cima ad una gru, arrampicandosi su un silos, o barricandosi dentro il Colosseo. Liberazione ha sostenuto sino in fondo, giorno dopo giorno, la lotta degli operai dell&rsquo;Innse. Perch&eacute; era giusta, perch&eacute; dimostrava che l&rsquo;interesse generale passava per quegli operai e non per le miserabili speculazioni di un avventuriero e perch&eacute; rilanciava la consapevolezza, da tempo mortificata, che il conflitto non &egrave; un atto di velleitaria testimonianza, consegnato alla sconfitta, ma pu&ograve; portare alla vittoria. Al tempo stesso, quella lotta, quel gesto estremo di ribellione &egrave; lo specchio di una crisi di rappresentanza, un sussulto che fatica a trovare un punto di coagulo, malgrado l&rsquo;impegno della Fiom. Eppure, questa impennata d&rsquo;orgoglio &egrave; bastata ad allarmare il caporione leghista, a fargli materializzare davanti agli occhi il fantasma della lotta di classe: &laquo;non &egrave; pi&ugrave; il tempo di quella roba l&igrave;...gli imprenditori sono poveri disgraziati che non ce l&rsquo;hanno con gli operai...vogliono anche loro salvare le fabbriche&raquo;. Bossi teme la riconquista di una coscienza di s&eacute; da parte dei lavoratori come la peggiore sciagura perch&eacute; essa dissolve quella perversa solidariet&agrave; verticale (fra padrone e operaio) sulla quale la Lega ha costruito le sue fortune politiche. Il fatto &egrave; che non basteranno n&eacute; dieci n&eacute; cento Innse se quelle pur generose lotte rimarranno orfane di un progetto prima sindacale e poi politico unificanti. Il centrodestra ha costruito insieme a Confindustria e ad un pezzo del sindacato confederale una linea chiara ed un blocco sociale che la sostiene: massima flessibilit&agrave; contrattuale, impoverimento e disarticolazione del contratto nazionale attraverso un micidiale dispositivo derogatorio, contenimento coatto delle retribuzioni in virt&ugrave; di un sistema di relazioni industriali che funziona come una camicia di forza e trasforma il lavoro umano, del tutto deprivato di qualsiasi soggettivit&agrave;, in un docile strumento del comando d&rsquo;impresa. Con un simile armamentario, destinato a peggiorare, dentro la crisi, le condizioni di reddito e di vita di milioni di persone, non si fronteggia certo l&rsquo;offensiva della Lega, n&eacute; quella pi&ugrave; sofisticata, ma di analogo significato, di Sacconi e compagnia. L&rsquo;affannosa rincorsa degli attori dello sciagurato patto di gennaio (&ldquo;detassiamo tutto il salario frutto della contrattazione decentrata&rdquo;) non &egrave; che la patetica e fraudolenta confessione dell&rsquo;incapacit&agrave; di garantire un sostegno reale ai salari. Patetica: perch&eacute; il secondo livello negoziale, composto &ndash; di per s&eacute; &ndash; di salario variabile e perci&ograve; aleatorio, &egrave; appannaggio di una quota davvero modesta di lavoratori; fraudolenta: perch&eacute; ricorre alla fiscalit&agrave; generale per non mettere in discussione la quota di reddito che va ai profitti e alle rendite. Su questa strada, sar&agrave; Sacconi, inesorabilmente, a raccogliere i frutti. Aggiungete il fatto che, con la fine di agosto, saranno molte le aziende - in particolare quelle di piccole dimensioni, che costituiscono l&rsquo;ossatura del nostro apparato industriale - a non riaprire. La rete di protezione offerta dal vigente sistema di ammortizzatori sociali &egrave; talmente esile e scarnificata da ridurre in povert&agrave; milioni di persone che gi&agrave; raschiavano l&rsquo;osso. Viene cos&igrave; al pettine l&rsquo;altro nodo di una fallimentare politica sociale, che ha la sua origine non troppo remota nella rinuncia del governo Prodi e del sindacato (questa volta tutto intero) di investire su un&rsquo;autentica riforma del welfare. Il pessimo stato delle cose presenti chiama direttamente in causa la Cgil, che sulla linea del traguardo e sotto la pressione di metalmeccanici e pubblici seppe smarcarsi, scongiurando in extremis una capitolazione dalle conseguenze devastanti. Senza tuttavia rendersi capace di una revisione di fondo della linea che l&rsquo;aveva portata sin nel collo dell&rsquo;imbuto. Oggi, di fronte alla concentrica pressione che grava su di essa, la Cgil somiglia all&rsquo;asino di Buridano: in perfetto stallo, incapace di scegliere fra i due mucchi di fieno, vale a dire fra le due vere ipotesi che le si presentano: rientrare nei ranghi e completare la propria mutazione subalterna, oppure svoltare radicalmente e ricostruirsi come sindacato che attinge alla democrazia come sua fondamentale risorsa. E capace di ripensare un modello contrattuale e di relazioni industriali che faccia della redistribuzione del reddito dai profitti ai salari la propria bussola: un contratto nazionale a cui si riconosca (e non si inibisca!) la facolt&agrave; di aumentare il valore reale delle retribuzioni, una contrattazione decentrata svincolata dalla redditivit&agrave; di impresa, un meccanismo automatico di indicizzazione dei salari al costo della vita, l&rsquo;eliminazione del drenaggio fiscale. E, infine, ma non da ultimo, l&rsquo;introduzione di una tassa di scopo pluriennale per finanziare i contratti di solidariet&agrave; ed il sostegno al reddito dei disoccupati. E&rsquo; questo il primo indispensabile passo per riconferire al lavoro quella posizione di variabile indipendente di cui &egrave; stato espropriato. Se il lavoro non attribuisce a se stesso questa dignit&agrave;, non c&rsquo;&egrave; possibilit&agrave; che gli venga riconosciuta dall&rsquo;esterno: tanto meno dagli avversari. Ecco una linea chiara, comprensibile, la sola capace di concorrere con la Lega e, contemporaneamente, opporsi all&rsquo;altrimenti inesorabile processo di frantumazione sociale.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:39:44 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2309]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[12/8/2009 "Operai del nord, la Lega vi frega" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Bisogna provare a capire. Ed &egrave; vitale che i lavoratori, a partire da quelli del Nord, siano aiutati a farlo. Ma a capire cosa? In primo luogo, quale turpe inganno si celi dietro la proposta di reintrodurre in Italia differenze retributive per area geografica: le &ldquo;gabbie salariali&rdquo;, appunto. Il rutilante miraggio fatto balenare dalla Lega davanti agli occhi degli operai settentrionali &egrave; quello di un aumento secco della loro retribuzione. Come se, per magia, quell&rsquo;euro non corrisposto ad un lavoratore dell&rsquo;Italsider di Taranto potesse entrare, direttamente, nelle tasche di un siderurgico bresciano. Insomma, come se il modello proposto agisse alla stregua di un sistema idraulico, capace di trasferire, di pompare ricchezza da un luogo all&rsquo;altro del Paese. Ora, si mettano tutti in testa che, per cominciare, questa ipotesi non ha nulla a che vedere con le intenzioni del Carroccio. La Lega non pensa affatto ad aumentare il valore reale delle retribuzioni attraverso una lievitazione del corrispettivo della prestazione lavorativa, vale a dire del salario e del costo a carico del padrone. La Lega immagina un&rsquo;ipotesi del tutto diversa, che funziona nel modo seguente: dato il carico fiscale complessivo oggi esistente su capitale e lavoro, si tratterebbe di lasciare invariato il primo e di diminuire il secondo. A questo primo intervento ne seguirebbe un altro: la maggior parte delle entrate fiscali complessive verrebbe destinata alle casse regionali e solo la residua parte, a questo punto drasticamente abbattuta, resterebbe competenza dello Stato centrale. Da questa secca redistribuzione tributaria uscirebbero premiate le retribuzioni nette dei lavoratori e la capacit&agrave; di spesa dell&rsquo;ente Regione. Ora, &egrave; del tutto evidente che questa ipotesi nulla ha a che vedere con il federalismo fiscale. Pi&ugrave; semplicemente, essa prefigura la dissoluzione dello Stato unitario, poich&eacute; ne dissanguerebbe le risorse, ne prevaricherebbe i poteri, ne incrinerebbe l&rsquo;intelaiatura legislativa, prefigurando, addirittura, un diverso regime impositivo fra cittadini di diverse aree del Paese. Cosa, come ognuno dovrebbe ben capire, del tutto impossibile, a meno di dare per scontata la trasformazione delle Regioni, o delle macroaree interessate, in veri e propri Stati sovrani indipendenti. La proposta della Lega &egrave; dunque la plastica esemplificazione, questa volta materialisticamente e non pi&ugrave; ideologicamente prospettata, della secessione, della &ldquo;balcanizzazione&rdquo; dell&rsquo;Italia, manco a dirlo, della separazione delle aree ricche da quelle povere, lungo una moderna traiettoria... prerisorgimentale.  Con tutta probabilit&agrave; neppure il leghismo pi&ugrave; radicale pensa all&rsquo;attuabilit&agrave;, almeno nell&rsquo;immediato presente, di questa ipotesi. Ma, intanto, lo dice. E batte con forza su quel chiodo, sapendo che alle orecchie di tanti lavoratori che sperimentano da anni sulla propria pelle la realt&agrave; di un salario di fame, senza che la contrattazione collettiva abbia dato loro risposte decenti, quelle parole possono suonare dolci e seduttive. E poi, la Lega fa una cosa che una volta facevamo noi: pratica l&rsquo;obiettivo, giorno dopo giorno. Con la luciferina consapevolezza che, cos&igrave; operando, con quotidiana perseveranza, anche i sogni in apparenza pi&ugrave; velleitari, possono infine avverarsi. Tuttavia, come era ampiamente prevedibile, di fronte a questa commedia degli equivoci, un coro di &ldquo;no&rdquo; si &egrave; levato contro la possibile riedizione delle &ldquo;gabbie&rdquo;. Non gi&agrave; nella impraticabile versione pi&ugrave; sopra riassunta, ma persino secondo la pi&ugrave; tradizionale e storicamente conosciuta accezione, vale a dire quella che prevede differenziali retributivi applicati ai minimi contrattuali. Questa ritrosia non dipende dal fatto che i padroni considerino sbagliata la flessibilit&agrave; delle retribuzioni ma, al contrario, perch&eacute; ne vogliono - e ne stanno ottenendo - di pi&ugrave;, molta di pi&ugrave;. Paradossalmente, il sistema delle gabbie sembra loro troppo rigido. L&rsquo;accordo sottoscritto con Cisl e Uil lo scorso gennaio, infatti, consente loro di incassare deroghe salariali e normative, anche totali, rispetto ai contratti nazionali, in ogni azienda e in ogni punto d&rsquo;Italia, tanto al nord quanto al sud. La sola condizione prevista &egrave; che i sindacati che hanno sottoscritto quell&rsquo;intesa siano - di volta in volta - d&rsquo;accordo. E potete giurare che lo saranno. L&rsquo;obiettivo perseguito non &egrave; dunque meno, bens&igrave; pi&ugrave; ambizioso. E&rsquo; quello di distruggere la contrattazione collettiva per sostituirvi, progressivamente, quella individuale, la pi&ugrave; ingiusta e asimmetrica delle negoziazioni, quella del singolo operaio con il singolo padrone. Insomma, come due secoli fa, le relazioni sociali tornano ad essere riassunte nel motto: &laquo;Libero operaio in libera impresa&raquo;. E siccome al peggio non c&rsquo;&egrave; mai limite, ecco emergere, in seno al governo, una terza posizione, questa s&igrave; pericolosa, perch&eacute; capace di riscuotere estesi consensi, su una latitudine politico-sociale molto ampia. E&rsquo; quella di fare contratti non pi&ugrave; nazionali, bens&igrave; regionali. Avremmo cos&igrave; tanti regimi retributivi quante sono le Regioni italiane ed in pi&ugrave;, all&rsquo;interno di ciascuno di essi, la possibilit&agrave; di derogarvi: ecco l&rsquo;apoteosi della flessibilit&agrave;, il raggiungimento del &ldquo;sogno nel cassetto&rdquo; di ogni imprenditore, l&rsquo;eliminazione di qualsivoglia ostacolo alla piena, incondizionata mercificazione del lavoro. Non &egrave; richiesto un particolare acume per constatare come i lavoratori del Nord - ai quali i padroni non intendono elargire regali - non ricaverebbero alcunch&eacute; dallo spappolamento di ci&ograve; che rimane della loro rete solidale. E quelli del Sud, gi&agrave; gravemente penalizzati dalla pressoch&eacute; inesistente contrattazione di secondo livello, da una condizione di disapplicazione contrattuale elevatissima, da un tasso di disoccupazione doppio rispetto alle aree sviluppate del settentrione e da un sistema di servizi spesso fatiscente, vedrebbero assestare un colpo ulteriore alle loro gi&agrave; ridotte capacit&agrave; reddituali. Il gap Nord-Sud aumenterebbe e produrrebbe, fatalmente, un&rsquo;ulteriore depressione del Mezzogiorno, un pi&ugrave; radicato ruolo di surroga dello Stato da parte delle organizzazioni criminali, ancor pi&ugrave; intensi fenomeni di migrazione verso il Nord e l&rsquo;abbandono del territorio. Nient&rsquo;altro che questa &egrave; la pietanza che rischia di esserci servita. Almeno, vediamo di non abboccare. E una volta dispersa la cortina fumogena, proviamo a costruire, con i lavoratori, un&rsquo;altra ipotesi, questa s&igrave; matura, dopo anni di regressione politica e sindacale. A partire dalla riscoperta che il crollo dei salari in tutto il Paese - con una progressione impressionante dalla fine degli anni Settanta ad oggi - &egrave; stato il risultato del combinato disposto di tre fattori: l&rsquo;erosione delle prerogative del Ccnl e della stessa contrattazione decentrata; l&rsquo;abolizione di ogni forma di indicizzazione delle retribuzioni all&rsquo;aumento del costo della vita; l&rsquo;aumento del carico tributario indebitamente imputato al lavoro dipendente, per effetto del surplus di prelievo fiscale operato sulle buste paga in ragione di un aumento soltanto nominale del salario. Si potrebbe (e si dovrebbe) aggiungere che la manomissione dello Stato sociale e la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali prima erogati a titolo gratuito abbia scaricato sulle spalle dei cittadini quote importanti di spesa pubblica previdenziale, assistenziale, sanitaria. E quanto questo esproprio di diritti che la Costituzione vorrebbe protetti sia stato devastante per la vita di milioni di persone. Citiamo questi elementi, cos&igrave;, giusto per conferire al quadro maggiore compiutezza. Ma, per concludere sul tema oggetto di questa trattazione, vorremmo dire con franchezza a quei lavoratori nella cui fantasia alberga sul serio l&rsquo;idea che ci&ograve; che i padroni risparmiano al Sud potrebbe entrare nelle loro tasche di liberarsi da questa illusione fraudolenta. Il fatto &egrave; che non sono date scorciatoie. I soldi che mancano alle nostre buste paga vanno chiesti, inesorabilmente (e giustamente!), ai padroni, perch&eacute; soltanto cos&igrave; pu&ograve; aumentare la consistenza delle retribuzioni e il riconoscimento del valore del lavoro. Per farlo servono due cose: un contratto nazionale di lavoro che non si limiti a rincorrere - come Achille con la tartaruga - l&rsquo;inflazione e la reintroduzione della scala mobile, ingiustamente imputata di essere un volano dell&rsquo;inflazione e definitivamente soppressa nei primi anni Novanta nel nome di una pessima idea di ci&ograve; che aiuta la competitivit&agrave; delle imprese. Poi, anche una redistribuzione del carico fiscale pu&ograve; fare la sua parte: una parte integrativa e non sostitutiva di un modello contrattuale che &egrave; stato ridotto, in virt&ugrave; di concertative complicit&agrave;, ad un autentico colabrodo.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:38:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2308]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[9/8/2009 "Vuoi vedere che la lotta paga davvero?" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Ieri l&rsquo;altro abbiamo assistito all&rsquo;ennesima, spettacolare pantomima di Berlusconi. L&rsquo;abbiamo visto, nelle vesti predilette del prestigiatore, mentre provava, una volta di pi&ugrave;, a trasformare il bronzo in oro. L&rsquo;alchimista di Arcore ha infatti cercato di persuaderci che l&rsquo;Italia guida la classifica dei Paesi europei che possono aspirare ad un&rsquo;ormai prossima ripresa, anzi, che la ripresa &egrave; gi&agrave; in atto e che i profeti di sventura i quali hanno vaticinato catastrofi economiche e sociali dovranno ricredersi. Tanto enfatico ottimismo &egrave; certo il risultato della spavalda spacconaggine da imbonitore del premier, della sua incontenibile propensione alla propaganda menzognera. In questo caso, tuttavia, nutrita da un singolare quanto oscuro metro di misura adottato dall&rsquo;Ocse per &ldquo;scrutare&rdquo; le performance dell&rsquo;economia. Si chiama &laquo;composite leading indicator&raquo;, un mix di parametri che, incrociando vari sintomi congiunturali, si sforza di prevedere, con un semestre di anticipo, le fasi di svolta del ciclo economico. In parole povere, la crisi non sarebbe finita, ma starebbe decelerando la caduta. E questo dovrebbe significare - per dirla con una battuta di &ldquo;Gioppino trigozzo&rdquo;, nota marionetta del teatrino bergamasco - &laquo; che quando si &egrave; toccato il fondo non si pu&ograve; che risalire &raquo;. Insomma: scienza allo stato puro! Economisti pi&ugrave; prudenti, e meno condizionati da doveri propagandistici, rammentano che quella che il mondo - e non meno l&rsquo;Italia - sta attraversando non &egrave; una semplice fase ciclica recessiva, ma una crisi ben pi&ugrave; profonda, di struttura. E che effettivi, tangibili segni di rimbalzo, dopo il tonfo, non sono affatto alle viste. Forse converr&agrave; mettersi d&rsquo;accordo, per capire con quali sensibilit&agrave; si guarda alla realt&agrave;. Per parte nostra, siamo particolarmente attenti a quanto segue. Non soltanto la produzione industriale, ma tutti i settori dell&rsquo;economia (anche agricoltura, commercio e servizi) sono in caduta libera: che il tasso tendenziale del Pil (-6%) sia il pi&ugrave; basso degli ultimi trent&rsquo;anni non &egrave; un&rsquo;opinione maliziosa, ma un duro fatto. Non passa giorno che non siano messe in liquidazione, o falliscano, imprese di ogni genere e tipo. Il tasso di disoccupazione &egrave; in aumento, anche nel breve (luglio su giugno, per capirci). La cassa integrazione sta sforando ogni limite- fanno pi&ugrave; di 500 mila persone interessate - e si sta rapidamente trasformando da ordinaria in straordinaria (+70%, sempre da giugno a luglio), segno inequivocabile che il default congiunturale si sta trasformando in strutturale, dunque propedeutico al getto della spugna da parte delle aziende che vi sono coinvolte. Da questa stima &egrave; esclusa poi la galassia dei lavoratori e delle lavoratrici dell&rsquo;artigianato e delle piccole imprese, che utilizzano la cassa integrazione &ldquo;in deroga&rdquo;. E, soprattutto, non sono compresi i precari, cacciati da industria e servizi prima di tutti gli altri, senza alcun paracadute e senza disporre di alcun reddito. Le domande di disoccupazione ordinaria (370 mila, secondo la Cgil), rappresentano &laquo;un picco senza precedenti&raquo;. Aggiungiamo a questo appena abbozzato affresco il crollo delle entrate fiscali e la manomissione di ci&ograve; che rimane del welfare nostrano, in particolare le pensioni, una volta di pi&ugrave; sotto schiaffo, a partire da quelle delle donne che - per ora nel settore pubblico, poi vedremo - si sono viste prolungare fino a 65 anni l&rsquo;et&agrave; pensionabile, senza che da questo Paese assuefatto e rassegnato si siano levate men che labili proteste. Le risposte, talune risibili (come la manovra anticrisi - tenero eufemismo - varata dal governo), altre vergognose (come lo &ldquo;scudo fiscale&rdquo;) delineano uno scenario sociale semplicemente devastato.  Devastato anche moralmente. Questa volta ci riferiamo - a titolo di esempio - al caso dell&rsquo;Innse, plastica rappresentazione di mille analoghe situazioni, ed oggi assurto alla ribalta mediatica, a differenza di tante altri, dove i drammi si consumano lontano dai riflettori, grazie alla strenua resistenza e alla forma di lotta estrema messa in atto dai lavoratori di quella fabbrica. Quando parliamo di devastazione morale ci riferiamo, in primo luogo, al comportamento inqualificabile delle istituzioni milanesi. Tutte. A partire dal massimo rappresentante dello Stato nel capoluogo lombardo, il prefetto Gian Valerio Lombardi, per lungo tempo eclissatosi, abdicando al suo ruolo: quello di convocare le parti, preoccuparsi del riavvio dell&rsquo;attivit&agrave; produttiva, della salvaguardia dei posti di lavoro e della sicurezza di tante famiglie. In una parola, dell&rsquo;interesse generale, che con i traffici privati del signor Genta non ha nulla a che vedere. Al contrario, da due giorni, all&rsquo;interno del capannone, dove cinque lavoratori vivono arrampicati su un carroponte, &egrave; stata sospesa l&rsquo;erogazione della corrente elettrica, nell&rsquo;intento di impedire loro qualsiasi contatto con l&rsquo;esterno, di fiaccarne la resistenza. Ignobile! Le notizie dell&rsquo;ultima ora ci consegnano un p&ograve; di ottimismo: un terzo imprenditore si &egrave; fatto avanti e nei prossimi giorni il confronto potrebbe prendere finalmente corpo, presso la prefettura. Vedremo. Quel che &egrave; certo &egrave; che non bisogna abbassare la guardia. Al contrario. E&rsquo; necessario che chiunque pu&ograve; farlo si rechi davanti alla fabbrica, divenuta ormai il simbolo della resistenza operaia al sopruso e del valore della lotta colletiva e solidale. Ci sono vicende il cui esito segna, fra il prima e il dopo, uno spartiacque. Bisogna capire bene che l&rsquo;Innse &egrave; una di quelle. Si vada l&igrave;, in tanti, a dare man forte a quelle persone e al loro sindacato. Dovrebbero avvertirne il bisogno anche quei partiti dell&rsquo;opposizione (?) parlamentare che si sono sin qui limitati ad esprimere una formale solidariet&agrave; ai lavoratori, sforzo nel quale sembra abbiano esaurito ogni loro energia.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:36:32 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2307]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[8/8/2009 "Innse/2 Insistiamo: requisitela!" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Guardiamo la questione da un altro punto di osservazione. Quello  degli imprenditori, presi non individualmente, ma nella loro dimensione  associativa. Diciamo pure come classe. Una classe che, ripetutamente in  questi anni, ha voluto interpretare in proprio gli interessi generali del Paese, avanzando ricette e pretese su tutto e su tutti, dando prova di un&rsquo;inesauribile voracit&agrave;: verso i lavoratori, e verso i loro sindacati innanzitutto, ai quali sono state imposte (con successo) silenziosa acquiescienza,  flessibilit&agrave;, complicit&agrave; addirittura, per favorire la ripresa di un ingranaggio produttivo totalmente inceppato; sui governi e sul Parlamento, a cui hanno chiesto (con altrettanto e ancor pi&ugrave; clamoroso successo) di segare un gi&agrave; precario sistema di protezione sociale per trasferire a s&eacute; stessi ingenti risorse pubbliche, poi non esattamente destinate, come abbiamo visto nel recente passato, ad un uso virtuoso, considerata la drastica caduta degli investimenti produttivi.  Bene: questi millantatori di un ruolo di tutela degli interessi della nazione non sono in grado, sempre nella loro dimensione associativa, di proferire una sola parola su quanto sta avvenendo all&rsquo;Innse di Lambrate. Confindustria, Assolombarda restano mute come pesci. Sono certo che neppure sono sfiorate dal dubbio che competerebbe loro dire qualcosa, farsi carico di una qualche responsabilit&agrave; circa la rovinosa performance imprenditoriale che sta distruggendo una fabbrica sana, dal nome prestigioso, umiliando i suoi operai ed un&rsquo;intera cittadinanza. Ecco: qui l&rsquo;interesse  generale, non pi&ugrave; presunto ma reale, scompare. Fa testo - e detta legge  - solo la volont&agrave;, quale che sia, del singolo padrone cui tutto si deve  lasciar fare. Anche se si ha di fronte il pi&ugrave; squalificato speculatore. Ovviamente, questa ineffabile noncuranza, nel nome della libert&agrave;, la sola legittima, quella sacrale dell&rsquo;impresa, che sovrasta e rimuove qualsiasi altro diritto. Eppure, in questa sconcertante vicenda, la cosa pi&ugrave; stupefacente &egrave; l&rsquo;assordante silenzio delle istituzioni, che invece del bene comune dovrebbero a buon titolo essere - sentirsi!- rappresentanti. Invece esse stanno pilatescamente lasciando che un pugno di operai faccia, in drammatica solitudine, quello di cui esse dovrebbero rendersi interpreti. Vi &egrave; da chiedersi quali sotterranei interessi, quali inconfessabili calcoli paralizzino le amministrazioni locali, a partire dal comune di Milano, per arrivare alla potente giunta regionale lombarda. Oppure se tanta colpevole ignavia sia semplicemente il prodotto della convinzione che nel conflitto sociale sono i lavoratori, sempre e comunque, a dover soccombere. Allora, nuovamente, torniamo ad  insistere: signori, tocca a voi agire. Ne avete gli strumenti: requisite l&rsquo;Innse. Obbligate Genta ad abbassare la cresta. Create le condizioni per  un negoziato che porti finalmente alla ripresa dell&rsquo;attivit&agrave;: con altri  imprenditori, come pare ve ne siano;oppure attraverso la mano pubblica; oppure ancora, semmai ve ne fosse la disponibilit&agrave; dei diretti interessati, in una forma autogestita, che le istituzioni locali hanno tutta la possibilit&agrave; di sostenere, politicamente ed economicamente. Sarebbe un segnale vero,  un chiaro cambiamento di passo, un po&rsquo; di aria pulita in questo disastrato Paese.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:32:32 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2306]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6/8/2009 "I dogmi del professore Ichino"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco   </p>
<p>Sul &quot;Corriere della Sera&quot; di ieri, Pietro Ichino - sempre lui - commentando la ruvida vicenda dell&rsquo;Innse, riprende un argomento che ci ha ciclicamente riproposto nel tempo. Come in una recidivante commedia delle parti - dice l&rsquo;avvocato milanese - di fronte ad una chiusura d&rsquo;azienda, tutti i soggetti in causa recitano lo stesso copione: il padrone chiude la fabbrica, i lavoratori lottano &laquo;aggrappati al loro vecchio posto&raquo;, la polizia reprime, la politica latita. Ma a nessuno viene in mente che la soluzione sarebbe semplicissima perch&eacute;, dice Ichino, basterebbe guardarsi intorno e favorire, attraverso un uso oculato e mirato degli ammortizzatori sociali una mobilit&agrave; &ldquo;governata&rdquo;, verso altri sbocchi lavorativi. Il tutto corroborato da azioni positive per valorizzare la professionalit&agrave; dei lavoratori e accrescerne l&rsquo;&laquo;appeal&raquo;. Perch&eacute; - continua Ichino - non &egrave; vero che in Italia la mobilit&agrave; del lavoro sia bloccata: quella spontanea funziona, eccome. Dunque - ecco la geniale conclusione - si lasci al padrone la facolt&agrave; di chiudere e licenziare quando vuole. Lo si vincoli, semmai, a integrare il trattamento di disoccupazione riservato al personale espulso e a collaborare all&rsquo;attivazione di un servizio di outplacement. Ora, trascurando l&rsquo;idilliaca visione del mercato del lavoro che esiste solo nella testa del professore milanese, si pu&ograve; convenire che non sarebbe certo un male se il padrone che getta la spugna indottovi da oggettivi e incontrovertibili motivi contribuisse davvero al sostentamento dei lavoratori costretti a pagare con la disoccupazione il suo fallimento imprenditoriale. Ma guai ad opporsi alla sua volont&agrave;, eretta a legge naturale, secondo il verbo friedmaniano che, nella cultura ipermercatista di Ichino, rimane un dogma inossidabile. La sostanza, teorica e pratica, di questo paradigma, &egrave; dunque la seguente: &laquo;La libert&agrave; dell&rsquo;impresa va rispettata&raquo;. Sempre e comunque. Cosa produrre, come farlo, per quale fine e sino a quando non &egrave; affare che riguardi una comunit&agrave;, n&eacute; chi vi lavora, ma il solo datore di lavoro, in base ad insindacabili scelte sulle quali n&eacute; i lavoratori, n&eacute; le istituzioni debbono avere voce in capitolo. Ci&ograve; che ha a che vedere con la produzione sociale &egrave; un suo affare privato. Punto e basta. Gli inconvenienti di un&rsquo;attivit&agrave; andata in malora, tutt&rsquo;al pi&ugrave;, saranno, se possibile, riparati a valle.  Il lavoro come fondamento della cittadinanza e, ancor prima, come elemento costitutivo della personalit&agrave; dell&rsquo;individuo e non solo come mezzo di sostentamento, &egrave; lontano mille anni luce dalle preoccupazioni di Pietro Ichino, il cui apparente pragmatismo &egrave; perfettamente iscritto in una ferrea ideologia classista. Per lui la Costituzione italiana, colpevole di affermare l&rsquo;esatto opposto, altro non &egrave; che il reperto archeologico di un&rsquo;epoca di cui bisogna accettare e accelerare il tramonto. Una prova ulteriore? Basta vedere come il neo parlamentare del Pd interviene nella discussione tornata prepotentemente in auge (viva la modernit&agrave;!) sulle gabbie salariali. Ebbene, egli lo fa spiegando che &laquo;la libera contrattazione fra le parti&raquo;, alla luce (lo diciamo percorsi da un brivido) dell&rsquo;accordo separato sul modello contrattuale sottoscritto dalla Confindustria con Cisl e Uil, pu&ograve; generare, ben pi&ugrave; delle famigerate gabbie salariali, tutte le deroghe di questo mondo ai minimi contrattuali, secondo i desideri delle imprese, da soddisfarsi a comando. Dunque, maggiore diseguaglianza di quella invocata dalla Lega stessa: un requiem per quell&rsquo;altra norma costituzionale che prevede che ad una eguale prestazione di lavoro debba corrispondere un eguale salario.  Se queste sono le nuove frontiere della civilt&agrave;, c&rsquo;&egrave; da stramazzare. Del resto, per un Berlusconi che tuona contro la &laquo;Costituzione bolscevica&raquo;, c&rsquo;&egrave; un Ratzinger che ora si scaglia contro la rivoluzione francese. Di progresso in progresso rischiamo di tornare a Bava Beccaris. E a Tom&agrave;s de Torquemada.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:30:41 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2305]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[5/8/2009 "E se si desse l'Innse agli operai?" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>La vicenda Innse racconta molte cose del tempo presente. Anzi, essa pu&ograve; per molti versi rappresentare la pietra angolare attraverso la quale leggere la verit&agrave; pi&ugrave; autentica dei rapporti sociali esistenti in questo Paese. Ci parla dello svilimento del lavoro, o meglio, dei lavoratori e delle lavoratrici, a merce disponibile a basso costo e stoccabile alla bisogna come materiale inerte; della stessa funzione imprenditoriale, interpretata da avventurieri che la degradano a pura occasione speculativa; della politica di una destra vigliaccamente corriva nella dissipazione di un patrimonio industriale, professionale e umano; della polizia, messa a salvaguardia di interessi privati, del tutto opposti a quello sociale che dovrebbe, al contrario, costituire il vero bene comune da presidiare. Questo sta accadendo nella Milano moderna che si pretende fra i &ldquo;motori&rdquo; d&rsquo;Europa e che ora consente che un&rsquo;azienda sana, provvista di impianti sofisticati, di un prodotto di assoluta eccellenza e di ordinativi in portafoglio da soddisfare, sia smantellata, manu militari, al fine di premiare gli appetiti di ogni sorta di interessi speculativi, a partire da quelli di coloro che immaginano diverse destinazioni d&rsquo;uso dell&rsquo;area su cui insiste la fabbrica di Lambrate. Bisognerebbe costruire un monumento agli operai che da oltre un anno si sono messi di traverso ed hanno sin qui respinto, anche autogestendo la produzione, come in un fortino assediato, i ripetuti tentativi che la propriet&agrave; ha messo in atto per sbaraccare tutto. Ma perch&eacute; quel monumento non risulti un puro riconoscimento alla memoria, da archiviare insieme all&rsquo;ennesima sconfitta di una generosa lotta di fabbrica, &egrave; necessario, questa volta, guadagnare un risultato positivo. Qui ci viene in aiuto la Costituzione della Repubblica e, precisamente, quel titolo terzo che disciplina i rapporti economico sociali; quegli articoli 42 e 43 che prevedono, rispettivamente, che la propriet&agrave; privata possa essere espropriata per motivi di interesse generale. E che, in forza di una fortissima, prioritaria ragione sociale, gli impianti di un&rsquo;azienda possano essere trasferiti allo Stato, ad enti pubblici, o anche a comunit&agrave; di lavoratori. Allora diciamo: il comune di Milano compia un gesto responsabile, nel preminente interesse pubblico. Un gesto politico, autorizzato ed anzi espressamente previsto dalla suprema legge dello Stato: disponga la requisizione dell&rsquo;azienda. Subito. E fermi - per cominciare - la materiale disintegrazione della fabbrica, restituendo la polizia a compiti pi&ugrave; dignitosi e confacenti al ruolo che istituzionalmente le compete. E favorisca sul serio l&rsquo;avvio di un negoziato che si apra ad ogni possibile soluzione: dal subentro di un diverso imprenditore ad altre ipotesi, ivi compresa l&rsquo;autogestione - ove fosse possibile e ne esistessero le condizioni - da parte dei lavoratori medesimi, in forma cooperativa. E&rsquo; gi&agrave; successo, in tempi remoti e persino a noi pi&ugrave; prossimi, anche se se n&rsquo;&egrave; persa la memoria. Ma esperienze cominciano a maturare, con incoraggiante entusiasmo, di l&agrave; dall&rsquo;oceano. Consideriamo un impegno di questo giornale, da oggi in avanti, rintracciarle e raccontarle, traendo quest&rsquo;argomento dal limbo dell&rsquo;utopia dove &egrave; stato per troppo tempo confinato. Quello che, in ogni caso, si pu&ograve; e si deve fare ora consiste nel bloccare un sopruso, non meno violento e traumatico di un saccheggio di lanzichenecchi. Poi vedremo. Insisto, facciamola valere questa Carta che ci ha regalato una rivoluzione democratica. Dimostriamoci all&rsquo;altezza di quell&rsquo;articolo 41 - s&igrave;, quello che Berlusconi voleva cancellare! - che recita: &laquo;L&rsquo;iniziativa economica privata non pu&ograve; svolgersi in contrasto con l&rsquo;utilit&agrave; sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libert&agrave;, alla dignit&agrave; umana&raquo;. Si dice che alla redazione di quel testo contribu&igrave; specialmente Giuseppe Di Vittorio. Uno che se ne intendeva.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:28:37 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2304]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[30/7/2009 "Marcello Veneziani, ovvero la legge del contrappasso" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Toh! Marcello Veneziani, scrittore e giornalista, solerte frequentatore di talk show, ma&icirc;tre &agrave; penser della destra colta, ci riserva uno shock estivo non da poco. &laquo;Mi devo ricredere - scrive su Libero di ieri - l&rsquo;Italia &egrave; un Paese razzista&raquo;. Di un razzismo &laquo;inquisitorio e poliziesco&raquo;. La sorprendente (e fulminante) convinzione si &egrave; fatta in lui strada per via delle persecuzioni razziali - sono questi i precisi termini utilizzati da Veneziani - di cui egli &egrave; fatto sistematicamente oggetto in ragione dei suoi tratti somatici, della sua &laquo;carnagione&raquo;, del suo &laquo;aspetto vagamente arabo-islamico&raquo;. E in cosa consistono le persecuzioni in parola? In &laquo;controlli speciali, perquisizioni meticolose&raquo;. Che talvolta gli vengono risparmiati solo in ragione di una sua &laquo;qualche pubblica riconoscibilit&agrave;&raquo; e del &laquo;buon tasso di militi che leggono Libero&raquo;. Pensate un po&rsquo;: &egrave; bastato che il nostro incrociasse con qualche inconveniente transitorio, durato lo spazio di un accertamento e seguito - immaginiamo - da pronte scuse degli imprudenti tutori dell&rsquo;ordine pubblico, perch&eacute; Veneziani giungesse a tali sorprendenti conclusioni. Non fosse per questi invero lievi inconvenienti occorsigli, probabilmente egli coltiverebbe ancora la precedente convinzione, e cio&egrave; che l&rsquo;accusa di razzismo altro non sia che un arnese del trito bagaglio ideologico della sinistra,  brandito con ingiustificato furore polemico contro i propri avversari politici. La vita reale del migrante, la sua transumanza coatta nello stato di clandestinit&agrave;, la condizione drammatica di ricatto e di sfruttamento in cui &egrave; costretto quotidianamente a dibattersi, il suo dover sottostare a leggi, disposizioni, regolamenti sempre pi&ugrave; discriminatori e vessatori non aveva mai, prima d&rsquo;ora, scalfito nella mente di Marcello Veneziani l&rsquo;idea che il nostro Paese stesse precipitando lungo una drammatica china, quella di un razzismo largamente introiettato dalla gente, e istituzionalmente coltivato con metodica determinazione. E mai sarebbe stato indotto a riflettere - ma lo sar&agrave; davvero ora? - sul fatto che in Italia vige ormai un diritto duale e che i migranti che qui vivono somigliano molto da vicino ai meteci delle citt&agrave;-stato greche del VI secolo avanti Cristo. Il dubbio &egrave; pi&ugrave; che fondato visto che il vero sconforto che prende Veneziani consiste nell&rsquo;essere scambiato per la &laquo;sintesi di tutte le etnie criminali in circolazione nel Paese&raquo;. Etnie criminali, appunto. Ci risiamo: il lupo perde solo il pelo. Il vizio non flette di un palmo. Anche questa modesta vicenda &egrave; a suo modo illuminante dello stato di salute del Belpaese, ormai dominato dall&rsquo;individualismo e sprovvisto di quei legami di spontanea solidariet&agrave; che dovrebbero consentire di riconoscere, nella violenza gratuitamente inferta ad un&rsquo;altra persona, se non l&rsquo;incrinarsi di quel senso di giustizia che si &egrave; largamente perso, almeno un rischio per la propria stessa sicurezza e incolumit&agrave;. La lampadina si accende invece solo quando - sfortunatamente - la tagliola si chiude su di noi. C&rsquo;&egrave;, infine, un lato umoristico della faccenda. Quello dei militi, entusiasti lettori di Libero, che conoscendo Veneziani gli risparmiano l&rsquo;umiliazione di essere spacciato per &laquo;negro&raquo;, con tutto quello che ne consegue. Qui, si capisce, siamo alla pochade. Non viene da ridere, invece, se si rammenta che solo qualche settimana fa Libero si chiedeva, a proposito degli approdi sulle coste meridionali delle imbarcazioni stracolme di profughi, se, per tenerli lontani, non saremo costretti a sparare. E&rsquo; assai dubbio che la repentina conversione del suo illustre commentatore possa spronare il quotidiano di Feltri a qualche onesto ripensamento.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:27:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2303]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[24/7/2009 "Barack dice qualcosa anche a noi"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Obama sta mantenendo la promessa elettorale, quella socialmente pi&ugrave; pregnante, di estendere l&rsquo;assistenza sanitaria a 47 milioni di americani che ne sono privi. Non era affatto scontato che l&rsquo;impresa andasse in porto. Non vi era riuscito Bill Clinton, duramente rimbalzato sul muro degli interessi delle assicurazioni private, dell&rsquo;opposizione repubblicana e sulle fiere resistenze ben presenti all&rsquo;interno della stessa compagine democratica. Evidentemente, l&rsquo;antico avvocato dei poveri di Chicago non ha smarrito quella forte impronta sociale egualitaria che gli ha consentito di aprire i cuori e le menti della parte emarginata del popolo Usa e di portarla al voto e ad un inedito protagonismo politico, ritenuti fino a quel momento da tante persone del tutto ininfluenti sulla propria vita e sui propri destini. Obama sta mettendo ogni energia in un progetto, non pi&ugrave; soltanto declamato, di trasformazione profonda di un Paese che, nell&rsquo;avvicendamento dei suoi presidenti, da tempo non vedeva sostanziali cambiamenti di rotta. Vi sono due punti dell&rsquo;annunciata riforma (una volta tanto questa parola malata torna ad evocare progresso e non imbarbarimento) che meritano di essere sottolineati. Il primo &egrave; che le cospicue risorse necessarie per dare attuazione all&rsquo;ambizioso progetto vengono recuperate attraverso una tassa patrimoniale. In sostanza, sono i ricchi a pagare. Non si tratta soltanto di un processo redistributivo della ricchezza, dall&rsquo;alto verso il basso, operazione di eccezionale significato materiale e simbolico, ma di un atto squisitamente politico, perch&eacute; serve a dare cittadinanza a persone costrette ad un&rsquo;esistenza totalmente esposta ad ogni imprevisto, restituendo loro un diritto negato. Il secondo punto &egrave; che Obama ha spiegato come il rilancio di questo fondamentale ingranaggio del welfare non rappresenti affatto un costo, ma un investimento, capace di contribuire alla ripresa dell&rsquo;economia americana devastata s&igrave; dalla crisi finanziaria, ma generata da un gravissimo impoverimento sociale che di quel collasso ha rappresentato la causa pi&ugrave; profonda. Un&rsquo;ultima considerazione. E&rsquo; davvero difficile non vedere quale abissale distanza corra fra le scelte che maturano al di l&agrave; dell&rsquo;Atlantico e la miserabile politica del governo italiano che, fra uno scandalo e l&rsquo;altro, sta vulnerando in profondit&agrave; l&rsquo;edificio dei diritti e quel che resta del sistema di protezione sociale, generando anch&rsquo;esso un processo redistributivo, ma di segno opposto: dal basso verso l&rsquo;alto, dai poveri ai ricchi, dal lavoro alle rendite, anche le pi&ugrave; fraudolente. Ed uno smottamento, che &egrave; ormai una frana, dal diritto all&rsquo;arbitrio. Che &egrave; una versione non troppo edulcorata della legge della giungla. In questa eclissi democratica non c&rsquo;&egrave; spazio per i sogni, ma solo per gli incubi.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 15:24:47 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2302]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[14/07/2009 "Lo scudo della vergogna "]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Sono trascorse solo poche ore dalla chiusura del G8 aquilano. Dove, fra i temi in agenda, campeggiavano le iniziative di contrasto alla speculazione, la lotta ai paradisi fiscali, la costruzione di un sistema di regole capace di prevenire collassi finanziari come quelli che hanno messo in ginocchio l&rsquo;economia del pianeta e travolto milioni di posti di lavoro.Non avrete certo dimenticato come Giulio Tremonti si fosse lanciato in un volo pindarico nei cieli (udite, udite) dell&rsquo;etica, rivendicandone il primato ispiratore delle scelte economiche. In un documento di tredici cartelle di &laquo;raccomandazioni&raquo;, denominato &laquo;Global legal standard&raquo; e accolto in quel consesso con sincero fervore, il super ministro ha tracciato gli orientamenti che disegnano il profilo di un&rsquo;economia finalmente attenta alle persone, capace di tagliare le unghie a quanti, privi di scrupoli, costruiscono le proprie fortune sulla frode, sulla truffa, sulla premeditata  elusione di ogni buona regola. Nulla di risolutivo e di concreto ma, diciamo cos&igrave;, una dichiarazione di intenti, da mettere alla prova di ben pi&ugrave; cogenti misure, tutte da definirsi. Ma ecco che ieri l&rsquo;altro Repubblica ci mette a parte di un documento elaborato dagli uffici del ministero dell&rsquo;economia con la collaborazione dell&rsquo;Agenzia delle entrate, pudicamente intitolato &laquo;Emersione di attivit&agrave; detenute all&rsquo;estero&raquo;. Di cosa si tratta? Niente pi&ugrave;, niente meno, per capirci, della riedizione del famigerato &ldquo;scudo fiscale&rdquo;, la terza dopo quelle varate da Tremonti nel 2001 e nel 2003 che consentirono ad un discreto numero di nababbi che avevano trasferito i proventi delle  loro &ldquo;attivit&agrave;&rdquo; nei paradisi off shore, di ripulirli, rientrando in Italia previo pagamento di un ridicolo 2,5%. Un autentico regalo, per un miserabile introito incassato dall&rsquo;erario. Ora, l&rsquo;operazione starebbe per ripetersi. Sempre Repubblica ci racconta che si tratterebbe di un condono generalizzato, una vera e propria sanatoria che con un colpo di spugna cancellerebbe reati come il falso in bilancio, l&rsquo;emissione di fatture false, persino la bancarotta fraudolenta. Non solo, dunque, i reati valutari, ma anche quelli fiscali e societari passerebbero in cavalleria. Quelli per i quali, negli Stati Uniti, giusto per fare un esempio, si finisce dritti in carcere, e non per qualche mese, anche soltanto per un ritardo nell&rsquo;invio della dichiarazione  dei redditi o per l&rsquo;abuso nelle deduzioni e nelle detrazioni. Questo magnifico italico esempio di &ldquo;economia etica&rdquo;, ingegnerizzato per nome e per conto del governo, si attuerebbe secondo due canali alternativi: l&rsquo;uno sottoscrivendo bot, cct, titoli di aziende controllate dallo Stato, emessi in serie speciale, vincolati per dieci anni e dedicati alla ricostruzione  delle aree d&rsquo;Abruzzo terremotate. Con un costo, abbattuto grazie alla destinazione &ldquo;virtuosa&rdquo; dell&rsquo;operazione, pari al 5% delle somme rimpatriate. L&rsquo;altro, senza vincolo alcuno, con una tassa appena pi&ugrave; consistente del 7-8%. Per aggiungere bianco allo splendore i fruitori di queste stupefacenti misure, oltre, naturalmente, che dell&rsquo;anonimato, beneficeranno di un ulteriore &ldquo;scudo&rdquo;, in quanto sar&agrave; nei loro confronti precluso ogni ulteriore accertamento tributario, fino a tutto il 2008. Le stime dei valori contenuti nei forzieri off shore sono per forza di cose approssimate, ma sembra non siano inferiori ai 550 miliardi di euro, diciamo, pari ad un terzo del debito pubblico italiano, sul quale, come si sa, paghiamo mastodontici interessi. Argomento, questo, inflazionato dai governi per spiegare la cronica renitenza agli investimenti e l&rsquo;altrettanto forte propensione al taglio delle pensioni, della sanit&agrave;, della scuola pubbliche. In queste settimane siamo tornati, con martellante insistenza, sul tema dell&rsquo;evasione fiscale: una robetta da 130 miliardi l&rsquo;anno. Lo abbiamo fatto per spiegare quanto sia delinquenziale la tolleranza - perch&eacute; di tolleranza si deve parlare! - di questo stato di cose. E abbiamo anche dimostrato come ricondurre l&rsquo;evasione entro tassi fisiologici - ci&ograve; che implicherebbe una cura d&rsquo;urto - sia del tutto possibile, attraverso l&rsquo;attivazione sinergica di funzioni ispettive e moderni strumenti  di accertamento. Ivi compresi quelli legati alle intercettazioni telefoniche  di cui, non per caso, il governo intende fare piazza pulita. La verit&agrave; &egrave; che non vi &egrave; alcuna intenzione di percorrere questa strada, se il governo giunge sino a rivolgersi con le mani giunte alla parte pi&ugrave; fraudolenta della societ&agrave; per chiedere ad essa un obolo caritatevole e fare un po&rsquo; di cassa. Ma si gratta solo in superficie, perch&eacute; la polpa, sino alla scarnificazione, viene tolta ai redditi da lavoro, persino in misura superiore a ci&ograve; che la legge sancisce (fiscal drag). E ai servizi pubblici, nonch&eacute; all&rsquo;intero sistema di protezione sociale, ridotto ormai ad un inverecondo colabrodo. Il nostro ingranaggio tributario, quello disciplinato dall&rsquo;articolo 53  della Costituzione, &egrave; stato gi&agrave; ampiamente manomesso nella sua sempre pi&ugrave;  tiepida progressivit&agrave; formale. Ma &egrave; la progressivit&agrave; sostanziale ad essere  stata letteralmente travolta da una prassi consolidata protetta blandita,  che ha fatto delle tasse a carico di coloro che non percepiscono un reddito  fisso, un optional. Questo - credo - &egrave; il nocciolo della questione politica  e sociale in Italia. Ce ne sarebbe per rovesciare il tavolo. Non parlo  di una rivoluzione proletaria, ma almeno democratico-borghese. Invece no. Tutto si consuma fra un impropero, un comunicato, uno strillo mediatico. Attenzione, signori tutti, perch&eacute; a settembre, con questi chiari di luna, non basteranno le surreali battute di Silvio Berlusconi sulla crisi che &egrave; ormai alle spalle e la sparata che basta un po&rsquo; di ottimismo. Chi non guarda al Paese con occhi strabici e ne sa leggere la situazione reale, sa che tante persone sono davvero allo stremo. Da coloro che sono rimasti senza occupazione e a reddito zero, a quanti vedono rapidamente giungere al termine i periodi di cassa integrazione autorizzabili (con le imprese per niente affatto disposte a protrarre oltre quei rapporti di lavoro), agli anziani che hanno visto ridursi vertiginosamente il potere d&rsquo;acquisto delle loro pensioni. La sostanziale inerzia sociale e politica che accompagna questo avvitamento a spirale della democrazia &egrave; ci&ograve; che dovrebbe massimamente preoccupare. Giorgio Napolitano, alla vigilia del summit dell&rsquo;Aquila, ha invitato governo e opposizione ad una tregua. Ad accantonare, nel nome  del superiore interesse nazionale, uno scontro che vede s&igrave; i contendenti duellare, ma pi&ugrave; sulle notti a luci rosse del premier che sul catastrofico  stato del Paese. Il fatto &egrave;, signor Presidente della Repubblica, che di  tregua ne abbiamo avuta sin troppa in questo Paese. Dura da oltre vent&rsquo;anni. Ma ha avuto per protagonista, suo malgrado, una parte sola: i lavoratori. A ben vedere, si &egrave; trattato di un disarmo unilaterale. Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi: welfare a pezzi, stato di diritto in frantumi, spazio pubblico occupato da consorterie, politica travolta dall&rsquo;interesse  privato e dalla corruzione, Parlamento sequestrato dall&rsquo;esecutivo, informazione in larghissima parte ridotta allo stato servile, indipendenza della magistratura  perennemente sotto attacco, razzismo istituzionale che inocula tossine  micidiali in un corpo sociale che va perdendo ogni coesione e reattivit&agrave;. Tutto ci&ograve; &egrave; avvenuto, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Qui davvero senza tregua. N&eacute; risposta degna di tal nome. Se di fronte a questo autentico disastro vi &egrave; un compito, su cui la sinistra misurer&agrave;  il proprio rilancio o il proprio definitivo tramonto, &egrave; quello di unificare, subito e nelle forme possibili, le proprie fila litigiose e disperse. E  saper rappresentare un punto di riferimento credibile per quanti non si  rassegnano e sono disponibili a riprendere la lotta.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 14:59:8 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2301]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[4/7/2009 "Sicurezza: di chi e di che cosa"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Talvolta si intrecciano fatti, si verificano fortuite concomitanze che rendono chiaro, pi&ugrave; di ogni sofisticato argomento, il senso delle cose. E&rsquo; esattamente ci&ograve; che &egrave; accaduto in questi giorni, rispettivamente, in una stazione ferroviaria, quella di Viareggio, e nel Parlamento della Repubblica. Nel primo caso, la plateale elusione delle misure di sicurezza ha causato una strage di enormi proporzioni. Si &egrave; l&igrave; nuovamente materializzata la tragica realt&agrave; che quotidianamente si presenta davanti ai nostri occhi. Parlo degli infortuni sul lavoro, dei morti, dei feriti, degli invalidi, tanti quanti ne produce una guerra. Perch&eacute; di una guerra si tratta. Scatenata proditoriamente, con dolo. Frutto di incuria, di intensificazione dei ritmi e di prolungamento sciagurato degli orari di lavoro, della precariet&agrave; dei rapporti di lavoro e di una disciplina legislativa che ne favorisce la moltiplicazione, dell&rsquo; assenza di misure di prevenzione e di controlli, dell&rsquo;evanescente regime sanzionatorio, al limite dell&rsquo;impunit&agrave;, per i responsabili delle violazioni di legge. Ecco, la sicurezza, per davvero costitutiva del diritto e della dignit&agrave; umana, &egrave; qui sistematicamente negata. Come lo &egrave; quando le persone vengono private del lavoro senza attrezzare un decente sistema di ammortizzatori sociali. O come quando si abbattono i rendimenti pensionistici fino a trasformare in un&rsquo;avventura la semplice sussistenza. O quando le reti di protezione sociale, di promozione della vita comunitaria, sono talmente evanescenti da generare anomia, paura, solitudine sino alla malattia mentale. O quando le due, forse tre generazioni pi&ugrave; giovani guardano al proprio futuro senza alcuna certezza, avendo del tutto smarrito la consapevolezza di avere dei diritti, sanciti e protetti dalla suprema legge dello Stato, eppure caduti nell&rsquo;oblio perch&eacute; travolti da una legislazione che ne ha via via eroso efficacia ed esigibilit&agrave;. E compromessi da una politica che ha ripudiato il concetto stesso di solidariet&agrave;. Di questa sicurezza non vi &egrave; traccia alcuna, e da tempo, nelle politiche dei governi. Primariamente, di questo governo, campione ineguagliato della scientifica demolizione del welfare. Della sicurezza, come sicurezza sociale, si &egrave; persa la nozione, il significato pi&ugrave; profondo. Anch&rsquo;essa &egrave; diventata una parola malata, introiettata nel senso comune come il portato di quella paranoia collettiva che vede nel contiguo pi&ugrave; debole un concorrente o, peggio, una minaccia, un nemico, massimamente se immigrato. L&rsquo;idea che troneggia &egrave; che c&rsquo;&egrave; penuria. Penuria di tutto. Di reddito, di lavoro, di case, di spazio vitale. Questo giornale si sforza ogni giorno di dimostrare che le risorse per un&rsquo;altra politica, per altre risposte, ci sono, ma vengono sequestrate e dissipate da una ristretta porzione di cittadini, spesso violando la stessa legge tributaria. Ma, pi&ugrave; in profondit&agrave;, in ragione di un&rsquo;architettura politica e sociale sempre pi&ugrave; classista. E di una cultura che ha fatto libero spaccio della fola secondo cui la disuguaglianza &egrave; il motore dello sviluppo. Questo giornale si sforza ogni giorno di dimostrare che le risorse per un&rsquo;altra politica, per altre risposte, ci sono, ma vengono sequestrate e dissipate da una ristretta porzione di cittadini, spesso violando la stessa legge tributaria. Ma, pi&ugrave; in profondit&agrave;, in ragione di un&rsquo;architettura politica e sociale sempre pi&ugrave; classista. E di una cultura che ha fatto libero spaccio della fola secondo cui la disuguaglianza &egrave; il motore dello sviluppo. Il fatto &egrave; che se non ti accorgi di questa flagrante bugia, oppure se non credi pi&ugrave; nella possibilit&agrave; di rovesciare questa iniqua ripartizione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale, allora ti arrocchi, ripieghi nel tuo &ldquo;particulare&rdquo; e provi, per velleitario che si riveli questo sforzo, a difenderti da solo! Non pi&ugrave; contro la soverchiante potenza di chi sta sopra di te e dispone di una forza che ti appare inattaccabile. Bens&igrave; contro chi sta sotto, che ti &egrave; pi&ugrave; prossimo e pi&ugrave; vicino. Nel quale non vedi pi&ugrave; colui che pu&ograve; condividere con te una via di possibile riscatto. Ma come una persona ostile. Oggi lo straniero &egrave; indicato come il responsabile di tutte le nostre privazioni e frustrazioni. E&rsquo; da lui che senti di doverti difendere. E&rsquo; lui l&rsquo;agnello sacrificale di un rito fraudolento che rende tutti incarogniti e peggiori. Individui isolati, prigionieri dei propri egoismi, uniti soltanto dalla comune percezione di sentirsi indifesi. A maggior ragione dentro una crisi che ognuno &egrave; costretto ad affrontare in solitudine. E&rsquo; in questo brodo fetido che prende corpo e recluta proseliti la risposta repressiva, che risolve ogni contraddizione in un problema di ordine pubblico. Ecco allora, nel giorno stesso in cui un convoglio deraglia su una fatiscente rete ferroviaria ed una pi&ugrave; che evitabile disgrazia stronca ventidue vite, che la maggioranza di centrodestra sforna la sua ricetta salvifica: l&rsquo;introduzione del reato di clandestinit&agrave;, in un Paese la cui legislazione xenofoba, quella che ha gi&agrave; scavato un fossato fra noi e il dettato costituzionale, non fa che generare illegalit&agrave;, ricatto, sfruttamento, sfondamento dello stato di diritto. Migranti, graffitari, clochard, ambulanti abusivi: ecco qui i nemici della civile convivenza, dai quali proteggersi attraverso ronde e vigilantes, secondo i pi&ugrave; vieti canoni dell&rsquo;apartheid. Si inizia sempre cos&igrave;. Poi, quando la degenerazione ha compiuto sino in fondo il suo corso, a tempo debito, arriva sempre chi appiccica sul petto dei reietti di turno una stella di Davide. Non solo &egrave; gi&agrave; accaduto. Come si stancava di ammonirci Primo Levi, pu&ograve; ancora accadere.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 14:58:7 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2298]]></link><category><![CDATA[ARCHIVIO NEWS]]></category></item><item><title><![CDATA[12-13/7/2009 "Berlusconi l’illusionista"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Messo alle strette - pi&ugrave; per le sue private perversioni che per la performance politica reazionaria e antisociale del governo- Berlusconi &egrave; riuscito nell&rsquo;impresa di trasformare il G8 nell&rsquo;ennesimo colpo di teatro illusionistico, tratto dallo sterminato repertorio che gli suggerisce la sua istrionica personalit&agrave; e sostenuto da quel formidabile battage pubblicitario che gli garantisce uno straripante potere mediatico. L&rsquo;obiettivo che egli si era proposto &egrave; stato perseguito con sicuro istinto e diabolica perseveranza, a dispetto dell&rsquo;obiettiva fragilit&agrave; politica del vertice e degli alquanto modesti risultati da esso prodotti. Persino la magnetica presenza di Barack Obama &egrave; stata messa all&rsquo;incasso da Berlusconi come una provvidenziale rendita politica. Che gli ha permesso di mimetizzare una personale, manifesta impreparazione, emersa platealmente, al cospetto degli altri leaders, ogni qual volta &egrave; stato costretto ad esprimersi sugli argomenti oggetto del summit. Un appuntamento gestito dunque in chiave di politica interna, la sola cosa che avesse per lui qualche effettivo interesse, per allontanare le nubi che si erano addensate sulla sua leadership e per sventare il rischio di un golpe di Palazzo, ancora ieri auspicato dall&rsquo;opposizione parlamentare, considerato maturo da una parte dei poteri forti del Paese, valutato come necessario da settori del suo stesso schieramento, quelli pi&ugrave; preoccupati di essere risucchiati nel vortice squalificante in cui il loro leader sembrava destinato a precipitare. E, forse, ben accetto - purch&eacute; gestito senza vere svolte politiche e pilotato nel suo esito - dalle stesse gerarchie vaticane, che tante prebende hanno riscosso dalla politica del centrodestra, e tuttavia altrettanto preoccupate dalla compulsiva, patologica incontinenza morale del caudillo. Qualche giorno fa, quando le annunciate &laquo;scosse&raquo; di D&rsquo;Alema sembravano anticipare imminenti precipitazioni politiche e quando nel Palazzo si intensificavano le voci che pronosticavano il getto della spugna da parte del premier, suggerendo addirittura i nomi dei destinatari delle consegne, avevo sostenuto - su queste colonne - che l&rsquo;ipotesi mi pareva azzardata. E che era illusorio pensare ad un cavaliere presto disarcionato per il solo effetto di convulsioni interne alla sua schiacciante maggioranza. Non soltanto per il solido sostegno che gli assicura, come egli lo chiama, &laquo;il suo principale alleato&raquo;, la Lega, che da quel rapporto privilegiato lucra una formidabile rendita di posizione. Ma per il fatto - politicamente ben pi&ugrave; significativo - che il maggiore partito dell&rsquo;opposizione parlamentare, il Pd, &egrave; totalmente paralizzato da una crisi di identit&agrave; e di leadership. Mentre alla sinistra di esso e, non di meno, sul terreno sociale, ben poco si muove, essendo lo stesso sindacato confederale incapace di guidare ed unificare le lotte dei lavoratori dentro un progetto che indichi una via d&rsquo;uscita dalla crisi, malgrado questa stia letteralmente devastando l&rsquo;economia del Paese e le condizioni di vita di milioni di persone. Va da s&eacute; che in assenza di un vero conflitto sociale, agito con consapevolezza e continuit&agrave;, la politica si riduce a una dinamica endogena, opaca, autosufficiente, dove ogni ipotesi si inabissa con la stessa rapidit&agrave; con cui un istante prima era stata formulata. Dove la vocazione trasformistica autorizza le pi&ugrave; acrobatiche geometrie politiche. Con tutta evidenza, non basta la carsica mobilitazione dei movimenti a riempire i vuoti della partecipazione democratica, la sola che pu&ograve; cambiare in profondit&agrave; i rapporti di forza ed offrire una possibilit&agrave; al cambiamento. Spetta alla sinistra alimentare di nuovo questa speranza, rimettendosi sul serio in cammino, attraverso un progetto che non si limiti a certificarne la sopravvivenza.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 14:54:46 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2300]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[7/7/2009 "Bipartitismo e leaderismo: ne prendiamo atto?"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Per ventiquattro ore la proposta di Piero Sansonetti (&laquo;Vendola segretario del Pd&raquo;) ha fatto parlare di s&eacute; e ha guadagnato qualche comprensibile curiosit&agrave; mediatica. Un diversivo divertente dentro la contesa politica che oppone i veri candidati alla direzione del maggiore partito di opposizione (?) in permanente ricerca di leadership non meno che di identit&agrave;. La provocazione, come era nelle cose, ha lasciato il tempo che ha trovato. In realt&agrave;, &egrave; mia opinione che quella proposta un senso politico ce l&rsquo;abbia. Un senso preciso, che non va misurato sulla evidente impraticabilit&agrave; dell&rsquo;ipotesi, ben chiara, ne sono certo, allo stesso Sansonetti. Il significato della proposta - nella sua apparente paradossalit&agrave; - sta nell&rsquo;indicazione di un percorso in via di accelerata gestazione, di una traiettoria politica che costituisce una cesura netta rispetto al progetto, considerato ormai vetusto, di costruire una forte sinistra, di qualsivoglia genere e natura, ma autonoma dal Partito democratico. In fondo, questo &egrave; l&rsquo;esito di quella profezia autodeterminantesi, che fu vaticinata da Fausto Bertinotti alla vigilia delle elezioni europee con quel perentorio &laquo;tanto peggio, tanto meglio&raquo;. Che auspicava una comune sconfitta delle due liste di sinistra tale da generare un virtuosissimo big-bang, un nuovo inizio, una catarsi politica e riunificare, rifondare, ripensare ci&ograve; che la scissione e l&rsquo;inveterata disposizione alla diaspora avevano diviso e disperso. Era l&rsquo;idea, cos&igrave; mi pare formulata, di un nuovo partito &laquo;non interclassista&raquo;, capace di scomporre le forze di opposizione, rimettere radici in quel mondo del lavoro di cui si sono perse le coordinate e, contemporaneamente, far vivere, al suo interno, una forte critica anticapitalista, nutrita da una rinnovata elaborazione teorica e strategica. Nucleo e baricentro politico di questa operazione doveva essere il Movimento per la sinistra di Nichi Vendola. Che invece, come pare ormai chiaro, muove con gli stivali delle sette leghe in tutt&rsquo;altra direzione. Il cosiddetto laboratorio pugliese con l&rsquo;apertura ad Udc, Idv e, persino, al Movimento della fascistissima Adriana Poli Bortone fa comprendere che sono stati divelti tutti i paletti e che non c&rsquo;&egrave; area politica che non possa essere coinvolta nell&rsquo;eclettica ridefinizione del quadro di alleanze praticabili. Insomma, la piega presa dagli avvenimenti &egrave; molto diversa da quella di una sinistra moderna, affrancata da autistiche chiusure. Somiglia piuttosto ad una sorta di &ldquo;rompete le righe&rdquo;, propedeutico ad una confluenza nel Pd per spostarne l&rsquo;asse - si dice sempre cos&igrave; - a sinistra e condizionarne, dall&rsquo;interno, la politica. La proposta di Sansonetti, dunque, non &egrave; nient&rsquo;affatto peregrina. Ed &egrave; anche supportata da un ragionamento persino pi&ugrave; esplicito e rivelatore di quanto lo stato maggiore di Sinistra e Libert&agrave; sia disposto ad ammettere. Tutto ruota intorno all&rsquo;espressione di Sansonetti: &laquo;bisogna prendere atto&raquo;. Ma di che cosa? Intanto, che il bipartitismo c&rsquo;&egrave;. &laquo;Pu&ograve; non piacere, ma una realt&agrave;&raquo;. Da non pi&ugrave; demonizzare e da rileggere come la forma dentro cui oggi si pu&ograve; sviluppare la dialettica politica. Poi, il leaderismo. Anche di esso si deve &laquo;prendere pragmaticamente atto&raquo;. Potr&agrave; urtare qualche suscettibilit&agrave; a sinistra e la memoria incartapecorita di qualche antifascista, ma vivaddio &laquo;dalla dittatura - dice Sansonetti - sono trascorsi oltre sessant&rsquo;anni&raquo; e dovremmo finalmente liberarci di certe idiosincrasie, di certi riflessi condizionati. E anzi, intelligentemente, comprendere che in fondo c&rsquo;&egrave; anche un leaderismo buono, una utile semplificazione del messaggio politico che si incarna nella persona, che vive nell&rsquo;imperiosa seduttivit&agrave; del capo, fuori da una romantica quanto sterile idea di democrazia partecipata e dalle stucchevoli fumisterie programmatiche che non arrivano pi&ugrave; da nessuna parte. Ora, fra queste due &ldquo;prese d&rsquo;atto&rdquo; che senza perifrasi alludono alla necessit&agrave; di una rapida strategia entrista nel Partito democratico, ve ne sono - of course - molte altre. Perch&eacute; il Pd, nel suo insieme e in ciascuna delle sue interne correnti, &egrave; senz&rsquo;altro, nell&rsquo;ordine: interclassista, mercatista, aconflittuale, sostanzialmente liberista, in versioni pi&ugrave; o meno temperate. E altrettanto certamente non &egrave;: anticapitalista, laicista, egualitario. Per starvi dentro occorrono, dunque, molte, molte altre &ldquo;prese d&rsquo;atto&rdquo;. Che prima si fanno con il mal di pancia. Poi, rapidamente, passa anche quello.</p>]]></description><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 14:28:23 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2299]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[28-29/6/2009 "C’è un’altra via d’uscita collettiva e solidale" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Avrete notato che da qualche tempo - diciamo, a occhio e croce, da quando la crisi planetaria del capitalismo ne ha mostrato l&rsquo;intrinseca fragilit&agrave; e si &egrave; abbattuta come un maglio sulla vita di alcuni miliardi di persone - &egrave; stata abbandonata la baldanzosa abitudine di celebrare come fatto compiuto l&rsquo;estinzione delle classi sociali e, soprattutto, l&rsquo;avvento di una modernit&agrave; nella quale non esistono che individui in competizione per il successo che immancabilmente premier&agrave; i meritevoli e punir&agrave; gli inetti. Questo mondo delle favole, questa caricaturale ed ideologica rappresentazione della realt&agrave; &egrave; stata travolta dalla &ldquo;dura replica dei fatti&rdquo;. Al capezzale del malato sono accorsi molti dei terapeuti che sino ad un minuto prima avevano giurato sulla sua buona salute: fuor di metafora, sulle intrinseche capacit&agrave; di autoregolazione del mercato. Insomma, sulle mirabolanti virt&ugrave; del turbocapitalismo. Istantaneamente, abbiamo visto riesumate categorie in disuso, relegate fra le anticaglie del secolo scorso: Stato, regolazione, programmazione, intervento pubblico (persino la vituperata &ldquo;mano visibile&rdquo;!) sono rientrati prepotentemente nel lessico corrente. La politica, ridotta da tempo ad un ruolo gregario dell&rsquo;economia, &egrave; assurta a nuovi fasti e ad un protagonismo che sembravano ormai eclissati. Negli Stati Uniti, in particolare, vale a dire nell&rsquo;epicentro della crisi e nel cuore del sistema, la parte pi&ugrave; reattiva del capitalismo, per salvarsi dalla bancarotta, si &egrave; affidata a Barak Obama e alla sua &ldquo;nuova visione&rdquo;, la sola capace di offrire una chance, a suon di dollari dei contribuenti, alla dissestata economia e alla restaurazione di un ordine mondiale, dentro i rapporti sociali dati. L&rsquo;Europa, invece, storicamente detentrice del modello sociale pi&ugrave; inclusivo, inventrice dello stato sociale, ma da tempo avvitata in un processo involutivo, non riesce ad esprimere un disegno unitario, affrancato dalle pulsioni mercatiste che ne caratterizzano da molti anni la sola identit&agrave; politica. Cos&igrave;, proprio mentre sotto i colpi della crisi si incrina il mito monetarista di Maastricht e mentre la Germania (il &ldquo;motore d&rsquo;Europa&rdquo;) vara una fantastica manovra in deficit spending, il quadro politico continentale si sposta nettamente verso destra. Le classi dominanti, artefici della crisi, ricevono dagli elettori il mandato a risolverla. Questo dice molto dell&rsquo;impasse della sinistra. A partire dalle socialdemocrazie, colluse nelle politiche restrittive e incapaci anche solo di concepire un diverso modello economico-sociale. L&rsquo;Italia riproduce tutte queste caratteristiche, spinte sino al parossismo. Nei giorni scorsi, la Corte dei Conti ci ha rivelato -per l&rsquo;ennesima volta- che l&rsquo;evasione fiscale si &egrave; ormai cronicizzata sino a rappresentare il 7% del Pil, per un valore di circa 100 miliardi annui. E&rsquo; una stima impressionante e tuttavia approssimata per difetto, alla quale si aggiunge il costo della corruzione nella Pubblica amministrazione. Fanno -sempre per la Corte dei Conti- altri 60 miliardi. E&rsquo; noto come nessun provvedimento sia nelle mire del governo per venire a capo di tutto ci&ograve;. Al contrario. Il ministro Brunetta ci ha appena spiegato che il lavoro nero &egrave; una grande risorsa, perch&eacute; comunque incrementa il Pil e rappresenta il pi&ugrave; efficace ammortizzatore sociale che abbiamo a disposizione. Si capisce bene, allora, perch&eacute; siano state ridotte tutte le norme sanzionatorie. O perch&eacute; gli organi ispettivi (che notoriamente rendono allo stato molto pi&ugrave; di quanto costano) vengano consegnati all&rsquo;inazione piuttosto che potenziati. O perch&eacute; l&rsquo;anagrafe tributaria e le banche dati che potrebbero consentirci di individuare, nel loro insieme, le ricchezze patrimoniali reali, non vengono messe in sinergia. O ancora, perch&eacute; dell&rsquo;evasione accertata (si badi: accertata!) si recuperi all&rsquo;erario meno del dieci per cento. Per la verit&agrave;, non &egrave; che ci si limiti a &ldquo;lasciar fare&rdquo;, contando sul fatto che per tutti pagano i lavoratori dipendenti, quelli ai quali la ritenuta viene prelevata alla fonte. Il ministro Tremonti, per esempio, ha intenzione di varare, anzi replicare, perch&eacute; l&rsquo;uomo &egrave; recidivo, un provvedimento denominato, senza senso umoristico, &ldquo;scudo fiscale&rdquo;, che consentir&agrave; a quanti hanno esportato illegalmente capitali nei paradisi fiscali di ripulirli, rientrando in Italia previo pagamento di un modestissimo 2,5 per cento: un ennesimo condono, che equivale ad un vero e proprio riciclaggio di denaro sporco istituzionalizzato. Ed un poderoso schiaffo a chi le tasse continua a pagarle. Nessuno, nel mondo, arriva a tanto. Non gli Stati Uniti, che considerano l&rsquo;evasione fiscale un reato penale gravissimo. E neppure gli altri paesi europei. I quali -sia pure in diversa misura- condizionano il rientro dei capitali a misure di tassazione ben pi&ugrave; pesanti e al reinvestimento dei medesimi nel territorio nazionale. Da noi no. Non funziona cos&igrave;. Proseguiamo. Si pensi al tema dei migranti. La destra combatte la sua ipocrita crociata contro la clandestinit&agrave;, alimentando paranoia sociale, xenofobia e adottando misure che stanno portando l&rsquo;Italia a somigliare al Sud Africa segregazionista di Peter Botha. Ma le &egrave; del tutto indifferente che la messa in regola degli stranieri oggi costretti a lavorare in nero, in condizioni di ricatto e deprivati di ogni diritto, potrebbe fare affluire nelle casse dello Stato e in quelle dell&rsquo;Inps consistenti risorse che invece restano attaccate alle mani di sfruttatori ed usurai. E gli infortuni sul lavoro? Fa ribrezzo contabilizzare la sofferenza, le morti, le invalidit&agrave;, il moltiplicarsi delle malattie professionali. Che, ovviamente, non hanno prezzo. Ma anche qui c&rsquo;&egrave; un costo economico secco, per il Paese, di cui pochi parlano. E&rsquo; stimabile in 41 miliardi l&rsquo;anno, fra indennizzi, prestazioni erogate, ore di lavoro e di produzione perse, spese sanitarie, quelle pubbliche e quelle sostenute privatamente, indagini di polizia giudiziaria, ecc. Eppure si impoveriscono le Aziende sanitarie, si sottraggono ad esse essenziali funzioni preventive e dissuasive, si mantiene in essere una delinquenziale regolamentazione degli appalti, si depenalizzano i reati, in ossequio ai desideri delle imprese che considerano un lusso superfluo e dunque trascurabile l&rsquo;investimento in sicurezza. Ben salde come sono nella certezza che per ogni morte, per ogni infortunio, per gravi che siano, nessun padrone sar&agrave; chiamato a pagare sul serio, anche quando le responsabilit&agrave; siano gravi ed acclarate. La disoccupazione sta crescendo ad un ritmo impressionante. Fra breve molte aziende satureranno la soglia massima della cassa integrazione ordinaria consentita dalla legge e metteranno mano ai licenziamenti collettivi. Sar&agrave; un ecatombe e per i soli  &ldquo;fortunati&rdquo; ci sar&agrave; ancora l&rsquo;indennit&agrave; di mobilit&agrave;. Per gli altri -e sono la maggior parte- nulla o quasi. Ma anche in questo caso un&rsquo;alternativa c&rsquo;&egrave;. E&rsquo; quella di bloccare i licenziamenti e finanziare i contratti di solidariet&agrave; con le risorse oggi impegnate nella disoccupazione involontaria: una riduzione dell&rsquo;orario di lavoro senza sostanziale riduzione della retribuzione. Dicono che non si pu&ograve; fare: troppo dirigistico, troppo &ldquo;sovietico&rdquo;, come pensa anche la sinistra riformista? Nient&rsquo;affatto. Sapete che c&rsquo;&egrave;? C&rsquo;&egrave; che la realt&agrave; data esercita una funzione disciplinare anche sui nostri pensieri. E spesso fa apparire impossibile ci&ograve; che sarebbe invece a portata di mano. Ora, tornando al punto da cui siamo partiti, non serve una laurea in economia per capire che le cause che stanno distruggendo la vita di tante persone e annientando le speranze di un&rsquo;intera generazione sono il prodotto di precise scelte politiche e non dell&rsquo;ordine naturale delle cose. Ieri l&rsquo;altro, su Liberazione, abbiamo esemplificato il tutto scrivendo che si tratta, semplicemente, dei risultati della lotta di classe, nell&rsquo;ultimo quarto di secolo combattuta (e vinta) da una parte sola. Il paradosso &egrave; che di questa verit&agrave; non c&rsquo;&egrave; percezione proprio in coloro che ne sono le vittime designate. E non c&rsquo;&egrave; perch&eacute; i pi&ugrave; non vedono una via d&rsquo;uscita. Una via collettiva e solidale, voglio dire. Queste brevi e alquanto sommarie osservazioni (ma molte altre se ne potrebbero fare) servono soltanto a suggerire che una via d&rsquo;uscita invece c&rsquo;&egrave;. Bisogna per&ograve; averla in testa. Poi proporla. E praticarla.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:25:33 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2297]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[26/6/2009 "Rifondazione, ora serve un cambio di passo" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>La sola cosa altamente probabile, in questa orribile fase postribolare della politica italiana &egrave; che Silvio Berlusconi dovr&agrave; abbandonare - credo definitivamente - il sogno di concludere alla presidenza della Repubblica la sua stagione istituzionale. Questo, naturalmente, &egrave; un bene. Per tutti. Anche per quella parte dei &ldquo;poteri forti&rdquo; che avvertono l&rsquo;impresentabilit&agrave; del caudillo di Arcore come una palla al piede della quale sarebbe auspicabile liberarsi. Questo non significa affatto che il Cavaliere sar&agrave; a breve disarcionato, perch&eacute; il grumo di interessi e la trama di reciproci ricatti che tiene fra loro avvinghiati gli uomini dal potere &egrave; tale da rendere la situazione torbida e ogni previsione azzardata. Non di meno, &egrave; importante che il naufragio del referendum sul premio di maggioranza abbia simultaneamente assestato un colpo - non definitivo, ma certo robusto - tanto al bonapartismo di Berlusconi, quanto al sogno bipartitico del Pd, tentato di rendere strutturale il presunto &ldquo;voto utile&rdquo; e fagocitare sistematicamente il pur riluttante consenso di una parte dell&rsquo;elettorato di sinistra. Le buone notizie, tuttavia, finiscono qui. Malgrado le esigenze della propaganda spingano Franceschini alle pi&ugrave; disinvolte esternazioni, difficilmente si pu&ograve; sostenere che la destra si sia avviata verso il declino. I ballottaggi hanno evitato che la consultazione amministrativa si trasformasse in una Caporetto. Ma il segno resta. Inequivocabile. E se, in particolare nel Mezzogiorno, il centrosinistra difende qualche postazione, lo fa incassando il sostegno dell&rsquo;Udc, dunque virando al centro. Siamo ancora alle prove tecniche, ma c&rsquo;&egrave; da scommettere che l&rsquo;imminente congresso del Pd segner&agrave; un&rsquo;ulteriore caratterizzazione moderata di quel partito, proteso a capitalizzare un sistema di alleanze che traccer&agrave; una netta linea di demarcazione a sinistra. Questa elementare osservazione rende edotti di quanto sia velleitaria l&rsquo;idea di staccare dal Pd la sua parte - sia detto con generosit&agrave; - mancina, per formare un assemblaggio eterogeneo che comprenda l&rsquo;Idv, gli eredi di Craxi, i radical-liberisti di Bonino e Pannella e la Sinistra della scissione. Un&rsquo;acrobazia politicista di questo genere &egrave;, palesemente, priva di realt&agrave;, per esplicita indisponibilit&agrave; dei soggetti che dovrebbero farne parte, quand&rsquo;anche decidessero di passare sopra alle diametrali differenze che segnano la cifra politica di ciascuna di esse. Quel che rimane &egrave; una sorta di pulsione autodistruttiva destinata a risolversi, fatalmente, nell&rsquo;inseguire un ruolo ancillare verso il Pd e a concludersi con qualche verticistica cooptazione di ceto politico. La sinistra che invece si &egrave; unita, elettoralmente, nella lista anticapitalista e comunista, ha avviato - sotto l&rsquo;effetto non proprio corroborante del mancato raggiungimento del quorum - una riflessione su come evitare un&rsquo;ulteriore implosione, capitalizzare il risultato e rimeditare una strategia di riunificazione, nelle forme possibili, dell&rsquo;arcipelago della sinistra indisponibile ad un ripiegamento moderato. Il Prc si &egrave; proposto di farlo a partire da un grande sforzo di elaborazione culturale, da condividere con le espressioni pi&ugrave; vitali del lavoro e dei movimenti, con le forze intellettuali. Cimento che deve per&ograve; camminare insieme ad una rottura di passo, ad una radicale trasformazione del modo di fare politica e di concepire la vita stessa del partito, in larga parte del Paese ridotta a cosa modesta, con radici esauste o recise, nei luoghi di lavoro e nel territorio. Rimettere in funzione il muscolo atrofizzato non &egrave; impresa di un giorno. Ma o la ripresa passa di l&igrave; oppure non vi sar&agrave;. Se tutta l&rsquo;attenzione dovesse essere ora proiettata sui prossimi appuntamenti elettorali, nell&rsquo;aspettativa di taumaturgiche rivincite, credo che l&rsquo;avvitamento continuerebbe e si andrebbe incontro a nuove, questa volta irrecuperabili, delusioni. Occorre cambiare. E molto. Per esempio, bisogna affrancarsi dalle inconsistenti diatribe sul simbolo e sul nome. Fra chi crede che l&rsquo;identit&agrave; del partito sia custodita, come in uno scrigno, nella falce e martello e chi, all&rsquo;opposto, ritiene che l&igrave; ristagnino tutti i nostri vizi, c&rsquo;&egrave;, malgrado le apparenze contrarie, la distanza di un foglio di carta. Entrambe sono vittime di una sorta di feticismo, simbolico o antisimbolico che sia. Beninteso, faremo bene a mantenere le nostre insegne e il nostro nome. Nei critici del cosiddetto &ldquo;vizio identitario&rdquo;, molto spesso si nasconde l&rsquo;assenza di qualsiasi identit&agrave;, ed una personalit&agrave; politica &ldquo;liquida&rdquo;, che spaccia l&rsquo;evanescenza per modernit&agrave; e il pi&ugrave; superficiale eclettismo per apertura creativa. Occorre, tuttavia, sapere che ci&ograve; che dai simboli si poteva avere, in questa consultazione elettorale, l&rsquo;abbiamo avuto. E nel futuro non ne verr&agrave; di pi&ugrave;. Quel che conta &egrave; - come ci insegnano i classici - l&rsquo;essere reale. Non ci&ograve; che dici e presumi di te stesso, ma ci&ograve; che concretamente fai, come lavori, come ti relazioni con la realt&agrave;, con le sue contraddizioni, come ricostruisci rapporti, conflitti, risposte a bisogni reali, dal pi&ugrave; piccolo borgo agli agglomerati urbani pi&ugrave; vasti. E come l&igrave; fai vivere la partecipazione, la democrazia, riscuoti il consenso e guadagni il diritto, non pi&ugrave; velleitariamente presunto, alla rappresentanza politica. E, ancora, come a quel materiale attingi per costruire una nuova narrazione, non pi&ugrave; desunta &ldquo;dal cervello di Giove&rdquo;, ma in corpore vili, nella pratica sociale. Se non si riconquista questa concezione della lotta e del lavoro politico, questo si esaurisce nel mondo vacuo del politicismo, dell&rsquo;annuncio, dove tutti i progetti, anche i pi&ugrave; diversi, sono perfettamente intercambiabili. E destinati a tramontare con la stessa velocit&agrave; con la quale vengono formulati. Con il risultato che la distanza fra le persone, la materialit&agrave; della loro condizione, le loro domande risultano sideralmente lontane da ogni nostra capacit&agrave; di intercettarle e di darvi risposta. Un partito comunista &ldquo;di opinione&rdquo;, per radicale che sia la sua fraseologia, &egrave; la grottesca parodia di quel che serve. E&rsquo; una contraddizione in termini: un ossimoro. Semplicemente, non esiste. Se non nelle fole intellettualistiche di qualche frequentatore di salotti, delle cui miracolistiche ricette &egrave; sempre bene diffidare.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:23:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2296]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[18/6/2009 "L’importanza di questo giornale" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Sono trascorsi sei mesi da quando ho assunto la direzione di Liberazione. E&rsquo; dunque maturo un bilancio del lavoro sin qui svolto, nonch&eacute; delle prospettive che si aprono, anche alla luce dei non lievi problemi di ordine economico che l&rsquo;esito elettorale trascina con s&eacute;. Per il partito, innanzitutto. E, a cascata, anche per il giornale che &egrave; ancora lontano, n&eacute; poteva essere altrimenti, dall&rsquo;aver messo in ordine i propri conti e raggiunto un sostanziale equilibrio di bilancio. Ma andiamo con ordine. In questo tempo, si era imboccata, decisamente, una strada precisa quanto impegnativa. Innanzitutto, scartata l&rsquo;ipotesi della vendita, Liberazione &egrave; rimasta propriet&agrave; del Prc che, di conseguenza, ne ha deciso il rilancio e la relativa, onerosissima ricapitalizzazione, indispensabile per ripianare la pesante situazione debitoria esistente. L&rsquo;integrit&agrave; del giornale, nella sua foliazione, &egrave; stata difesa e mantenuta, pur scontando una correzione del piano editoriale che prevedeva la pubblicazione di un inserto settimanale di dodici pagine, un giornale nel giornale, sostituito da un pi&ugrave; esile &ldquo;speciale&rdquo; monotematico di sole quattro pagine che va in edicola nell&rsquo;edizione domenicale a prezzo maggiorato. Prime, significative riduzioni di costi sono state ottenute limitando drasticamente le collaborazioni onerose, sostituendole con altre non meno autorevoli, ma rese spesso a titolo gratuito, e mandando in stampa il giornale entro le 20.30. Altri risparmi, tuttavia contabilizzabili solo a regime, sono venuti da alcuni pensionamenti e dimissioni incentivate. Ma ben pi&ugrave; rilevanti economie dovevano essere il risultato della formale apertura dello stato di crisi e dell&rsquo;avvio - previo accordo sindacale - di una ristrutturazione che, dando fondo all&rsquo;istituto dei contratti di solidariet&agrave;, avrebbe dovuto abbattere vistosamente il costo del lavoro. Sfida alta, per tutti, a partire dai dipendenti, dato che alla contrazione dell&rsquo;organico corrispondeva l&rsquo;impegno di mantenere la qualit&agrave; e le dimensioni del giornale. A queste condizioni - tuttavia - se ne dovevano unire altre, non meno importanti. In primo luogo, come &egrave; ovvio, la produzione di un giornale che - preservando la sua autonomia - ripristinasse una connessione sentimentale con il partito, con i suoi militanti e con i circoli che era venuta lacerandosi. Un giornale capace, inoltre, di rappresentare le &ldquo;buone pratiche&rdquo;, di riannodare i fili con i territori, con le lotte e con i conflitti sociali, del lavoro e con i movimenti per i diritti civili. E - consequenzialmente - ottenere un apprezzabile aumento delle vendite e degli abbonamenti, condicio sine qua non per proiettarsi fuori dalla crisi. Ebbene, non tutto &egrave; andato (e sta andando) come doveva (e come dovrebbe). Malgrado i riscontri positivi sul gradimento del giornale, i risultati attesi sono - a dirla con franchezza - deludenti. Le vendite, salvo qualche acuto, ristagnano, gli abbonamenti non decollano, la diffusione - quella militante - resta troppo episodica, malgrado qualche esperienza dimostri che la risposta dei lettori potrebbe essere di straordinaria efficacia. E rimane senza risposta (plausibile) la ragione di tanta reticenza del partito, in tutte le sue articolazioni, nel giovarsi di uno strumento (mi pare non ne abbia altri) che quotidianamente pu&ograve; portare (quasi) ovunque, nel Paese, controinformazione, orientamento culturale e politico, dibattito, proposte di iniziativa. Poi, la vicenda invero kafkiana della riorganizzazione che avrebbe dovuto fissare l&rsquo;assetto organico del giornale per tutta la fase di crisi: un approdo che gi&agrave; mesi orsono doveva entrare a regime, liberando il giornale - immediatamente! - da un gravame di oneri non pi&ugrave; sopportabile e che invece tarda a realizzarsi, perch&eacute; il negoziato che doveva consentirne il decollo si &egrave; improvvidamente arenato, rimbalzando, senza ragionevole motivo e a dispetto dell&rsquo;urgenza conclamata, da un mese all&rsquo;altro, da un rinvio all&rsquo;altro. Bisogna imporre un&rsquo;accelerazione. E venire in chiaro. In altri termini, se il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento elettorale e il contraccolpo finanziario che ne deriva al partito &egrave; tale da modificare il perimetro organizzativo entro il quale si era immaginato il riassetto del giornale, occorre dirlo in modo veritiero e trasparente. E dirlo subito. Altrimenti, ogni illazione &egrave; autorizzata. Ivi compresa quella che si pensi - sic et simpliciter - a chiudere l&rsquo;avventura del giornale. Spero che non sia questa l&rsquo;idea che alberga o che si fa strada nel gruppo dirigente del partito. So bene che le sconfitte difficilmente ispirano pensieri men che depressivi. Ma so anche - per esperienza - che procedendo per amputazioni (parlando di aziende, direi: per puro taglio di costi) non si risana alcunch&eacute;. Le aziende che superano le loro crisi (e anche il giornale lo &egrave;, sebbene, in questo caso, di una particolarissima natura) sono quelle che investono su se stesse. A me pare che, malgrado tutto, ne valga la pena.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:20:34 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2295]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[11/6/2009 "Enrico Berlinguer" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Probabilmente &egrave; nel destino delle persone che hanno lasciato una grande impronta di s&eacute; trovare dei cattivi o addirittura pessimi biografi. Capita frequentemente, nelle epoche di decadenza, quando, per incomprensione o per rimozione (che, a ben vedere, sono la stessa cosa), si smarrisce la capacit&agrave; critica e vi si sostituisce un giudizio sommario, liquidatorio. O, peggio, assai peggio, caricaturale. C&rsquo;&egrave; forse, in questo, una propensione un po&rsquo; vigliacca e un po&rsquo; infantile, ad attribuire le proprie miserie a chi &egrave; venuto prima di noi. Si attribuiscono al passato le responsabilit&agrave; del presente e agli errori altrui l&rsquo;incapacit&agrave; di dominare i problemi che tocca a noi risolvere. Capita cos&igrave; che i mediocri e sino a ieri acritici adulatori si trasformino in spietati detrattori. E&rsquo; quello che &egrave; capitato ad Enrico Berlinguer, da un lato, e a molti dei suoi assai modesti epigoni, dall&rsquo;altro. A venticinque anni dalla sua morte su quel palco di Padova, la sua breve agonia appare, alla luce del tempo trascorso, come la rappresentazione dell&rsquo;agonia di una nazione, la conclusione drammatica di un ciclo. Chi visse quelle giornate e la commozione corale che le accompagn&ograve;, ne sono certo, porta dentro di s&eacute; il ricordo di uno smarrimento, della percezione istintiva, prerazionale, di una cesura, di un qualcosa di irrimediabile che si perdeva. E questo identico vissuto accomunava tutti, tanto le persone pi&ugrave; semplici quanto quelle intellettualmente pi&ugrave; robuste. Sia chiaro, questa breve escursione nel ricordo personale non &egrave; mossa da alcun intento agiografico, che sarebbe altrettanto letale dell&rsquo;oblio. E&rsquo;, semmai, una valorizzazione dei sentimenti, intesi - direbbe Gramsci - non come una manifestazione secondaria dell&rsquo;intelligenza, ma come la condizione stessa del comprendere. Se Berlinguer entr&ograve; in cos&igrave; profonda risonanza con masse enormi di persone di ogni ceto sociale non &egrave; certo per una malintesa inclinazione moralistica, per un&rsquo;astratta rivendicazione della diversit&agrave; comunista. In lui si colse quel che vi era di pi&ugrave; autentico: l&rsquo;idea della politica - e della rivoluzione - come mutamento profondo dei rapporti sociali, incardinato su una grande riforma intellettuale e morale, come espansione molecolare della democrazia e dei diritti, individuali e collettivi. Di qui l&rsquo;insistenza ossessiva che caratterizz&ograve; gli ultimi anni della sua vita perch&eacute; si impegnasse una lotta a fondo contro l&rsquo;occupazione del potere da parte dei partiti, contro la corruzione, la contaminazione affaristica della politica e la penetrazione, nelle istituzioni, della cancrena della P2. E&rsquo; davvero paradossale, ma rivelatore, che l&rsquo;acutezza di quella intuizione sia scarsamente avvertita proprio oggi, nella fase storica in cui quel processo degenerativo, colpevolmente ignorato, &egrave; penetrato sin nel midollo spinale della politica, trasformando in senso plebiscitario il rapporto fra partiti e popolo, immiserendo l&rsquo;idea di rappresentanza e la stessa percezione che di s&eacute; e della democrazia hanno i cittadini.  Ci sono, fra gli altri, due momenti cruciali nella vita e nella battaglia politica di Berlinguer che paiono a me di straordinaria importanza, non solo perch&eacute; delineano il profilo culturale e il carattere dell&rsquo;uomo, ma perch&eacute; racchiudono un nocciolo di verit&agrave; e di attualit&agrave; che ha moltissimo da dire al tempo presente. Siamo nel 1976 e il Paese si sta avvitando in una crisi economica, sociale e finanziaria gravissima. I pilastri su cui si era retto il modello di sviluppo precedente sono tutti entrati in crisi: il regime di bassi salari, messo in crisi dalle poderose lotte operaie a partire dal &rsquo;69, il basso costo delle materie prime, schizzato verso l&rsquo;alto come risposta dei paesi produttori di petrolio alla decisione di Nixon di sospendere la convertibilit&agrave; del dollaro in oro, che aveva provocato un vero e proprio sconvolgimento nel sistema monetario e valutario internazionale. In Italia, l&rsquo;inflazione galoppava e si saldava alla recessione, con un contraccolpo pesantissimo sull&rsquo;occupazione. E&rsquo; di fronte a questo scenario che Berlinguer, con un Pci che ha raggiunto, elettoralmente e politicamente, l&rsquo;apice della propria forza e prestigio, pone a tema la questione che sia giunto il momento di non limitare il ruolo dei comunisti ad una battaglia puramente redistributiva, cio&egrave; difensiva, ma di intervenire su un terreno sul quale mai si era fino allora spinto il movimento operaio. Cos&igrave;, nel convegno degli intellettuali del gennaio 1977, al teatro Eliseo di Roma, e poi nella conferenza operaia di Milano dello stesso mese, Berlinguer dir&agrave;: &laquo;Gli operai, i lavoratori non vogliono cambiare solo, n&eacute; tanto, il tipo della loro automobile o il modello del loro televisore: il significato politico ideale, il senso umano profondo della loro vittoriosa &ldquo;spallata&rdquo; sindacale &egrave;, a intenderlo bene, che essi vogliono cambiare, anche e soprattutto, la qualit&agrave; dello sviluppo del Paese, la qualit&agrave; della vita loro e di tutti, le forme del consumare e del produrre&raquo;. Berlinguer attacca gli errori enormi compiuti nella politica del suolo, del territorio, dell&rsquo;ambiente, nel campo della ricerca. La svolta che egli propone &laquo;non &egrave; un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficolt&agrave; temporanea, congiunturale, per potere consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali&raquo;. La proposta che egli avanza &egrave; rivolta a &laquo;contrastare alle radici e a porre le basi del superamento di un sistema che &egrave; entrato in una crisi strutturale, i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l&rsquo;esaltazione dei particolarismi e dell&rsquo;individualismo pi&ugrave; sfrenati, del consumismo pi&ugrave; dissennato. [...] La nostra proposta &egrave; il contrario di tutto ci&ograve; che abbiamo conosciuto e pagato finora&raquo;. Non si tratta di un esercizio intellettualistico, ma di &laquo;una cosa che non si &egrave; mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo&raquo;. Per mettere in moto una proposta cui dare forma compiuta attraverso una discussione di massa che coinvolge e chiede il contributo dei lavoratori, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro associazioni. Un cimento che chiami ad un ingaggio diretto le forze che sono o dovrebbero essere creative per definizione, le forze degli intellettuali, della cultura. Per percorrere &laquo;vie non ancora esplorate, ed inventare qualcosa di nuovo che sta, per&ograve;, sotto la pelle della storia, maturo e necessario. E dunque possibile&raquo;. Tramontata l&rsquo;illusione secondo la quale, di per s&eacute;, la statalizzazione dei mezzi di produzione e di scambio avrebbe liberato nuove forze produttive e condotto a nuovi rapporti di produzione, Berlinguer introduce una novit&agrave; di fondo. L&rsquo;idea che non &egrave; uno schieramento di maggioranza che deve impossessarsi del governo e quindi calare la sua politica nella societ&agrave;, ma &egrave; la societ&agrave; che esprime le sue forze protagoniste e quindi accede al governo di se medesima. La proposta di &ldquo;austerit&agrave;&rdquo;, formula sfortunata, che nulla tuttavia aveva a che vedere con un &laquo;tendenziale livellamento verso l&rsquo;indigenza&raquo;, fu invece spacciata per una sorta di pauperismo e - nella versione che prevalse nel sindacato e nella Cgil - come invito ai &laquo;sacrifici&raquo; e costrizione entro le &laquo;compatibilit&agrave; date dal sistema&raquo;. Lettura del tutto estranea, anzi opposta, a quel progetto di trasformazione strutturale che era di Berlinguer. L&rsquo;illusione (fatale) del segretario del Pci fu che un capovolgimento cos&igrave; grande potesse avere come incubatoio un quadro politico-istituzionale condiviso con la Dc morotea e con una borghesia nazionale che lavor&ograve; con il martello pneumatico per indebolire quella prospettiva e per realizzare - a spese dei lavoratori, dei loro diritti, del potere da loro conquistato in un decennio - la pi&ugrave; pesante delle ristrutturazioni capitalistiche. Quando tutto ci&ograve; fu chiaro, Berlinguer comp&igrave; la pi&ugrave; radicale e sofferta delle autocritiche. E quando, nel settembre del 1980, la Fiat fece recapitare ai sindacati la lettera che annunciava 14mila licenziamenti, Berlinguer - con un gesto mal digerito da met&agrave; del suo partito e dalla Cgil - and&ograve; davanti ai cancelli della pi&ugrave; grande fabbrica d&rsquo;Italia: a Mirafiori, a Rivalta, al Lingotto, alla Lancia di Chivasso. E disse agli operai &laquo;una sola cosa, ma molto importante&raquo;. Disse che qualunque forma di lotta avesse deciso il sindacato assieme ai lavoratori, avrebbe trovato il sostegno materiale, morale e politico del partito comunista italiano. L&rsquo;effetto, fra i lavoratori, fu enorme. Ma non bast&ograve;. Come si sa, il sindacato capitol&ograve;. E quella sconfitta segn&ograve; uno spartiacque con tutta la storia successiva. Che trov&ograve; il suo epilogo negativo nel decreto di San Valentino, con cui Craxi, nel 1984, decise il taglio di quattro punti di scala mobile. Non si tratt&ograve; di una discutibile manovra economica, ma di un atto deliberatamente politico, rivolto a piegare il movimento operaio ed ad isolare il Pci. Quella condotta contro questo &laquo;autentico sopruso&raquo;, che Berlinguer avvert&igrave; in tutta la sua gravit&agrave;, per le conseguenze sociali e per la vulnerazione democratica che portava con s&eacute;, fu l&rsquo;ultima battaglia che egli ingaggi&ograve;, fino alla promozione del referendum abrogativo di quel decreto, scelta compiuta nell&rsquo;ostilit&agrave; manifesta di parte non irrilevante del suo partito. Anche in questa vicenda egli afferm&ograve; una visione straordinariamente moderna del rapporto col sindacato, del quale non condivise la remissivit&agrave; e i cedimenti, anche se condotti nel nome dell&rsquo;unit&agrave;. Del sindacato egli accettava pienamente l&rsquo;autonomia, fuori da ogni primazia del partito e da ogni logica da &ldquo;cinghia di trasmissione&rdquo;. Ma, appunto per questo, rivendicava il diritto del partito di pronunciarsi su tutto, senza vincoli e senza deleghe. Un principio fondamentale egli rivendic&ograve;, inascoltato, al sindacato. Quello della democrazia come diritto sovrano dei lavoratori. Di esso rese onestamente testimonianza Luciano Lama, ad un anno dalla scomparsa del segretario del Pci, riconoscendo che &laquo;Berlinguer aveva ragione su un punto che anch&rsquo;io ho tardato a capire, ed &egrave; quello relativo alla democrazia del sindacato, la possibilit&agrave; per i lavoratori di compiere le loro scelte liberamente, riducendo il peso di una struttura di direzione dei gruppi dirigenti che poteva diventare una specie di sovrapposizione rispetto alle masse. Aveva ragione - continuava Lama - e talora penso che se avessimo ragionato prima, nel sindacato, sul funzionamento della democrazia, stabilendo regole precise, avremmo contenuto le conseguenze pi&ugrave; negative delle divisioni di oggi, e non dovremmo fare i conti con certe inaccettabili lacerazioni dei nostri giorni&raquo;. Berlinguer perse la sua battaglia. Ma ci sono sconfitti e sconfitti, vincitori e vincitori. E ci sono vicende che vanno valutate in una prospettiva storica, oltre le miserie (e le amnesie) del tempo presente. Una piccola chiosa finale: pochi giorni dopo i funerali, il partito di Berlinguer, che si chiamava comunista, super&ograve; nelle elezioni europee la Dc e divenne il primo partito d&rsquo;Italia. Nessuno, a sinistra, ha pi&ugrave; saputo, n&eacute; potuto osare tanto.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:18:43 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2294]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[9/6/2009 "Quale unità per quale sinistra?" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Senza giri di parole, bisogner&agrave; pur dire che le elezioni europee sono andate male. E molto, per quanto alcune carte si siano mischiate. Come in Francia, dove i Verdi di Cohn Bendit ottengono - su un programma certamente alla sinistra del nostrano Pd - uno straordinario successo. O come in Grecia, dove il Pasok raccoglie i frutti di una profonda rivolta sociale. Oppure in Germania, dove il progresso di Die Linke manda a dire che la crisi (profondissima) delle socialdemocrazie pu&ograve;, almeno potenzialmente, trovare un&rsquo;alternativa a sinistra. Ma, in generale, &egrave; lo schieramento conservatore a vincere, incamerando voti e aumentando i propri seggi nel Parlamento europeo. Non solo, nella destra si affermano le componenti pi&ugrave; estreme e apertamente razziste. Avviene in Inghilterra come in Ungheria, in Austria come in Italia. Il Parlamento europeo muta, dunque, fisionomia politica. Cresce la componente euroscettica. Quella sua parte, per capirci, che &egrave; tale non perch&eacute; contesta l&rsquo;inclinazione monetarista e liberista dell&rsquo;Unione, ma perch&eacute; rincula dentro logiche di gretto nazionalismo, autistico e antisolidale.  La prima e fondamentale considerazione che se ne ricava &egrave; dunque che la crisi economica e finanziaria che ha travolto le illusioni liberiste, ridicolizzato gli idolatri del mercato, generato disoccupazione ed impoverimento sociale non ha suscitato nelle larghe masse una reazione di rigetto del sistema vigente. O meglio, la possibile reazione, in assenza di risposte alternative e convincenti a sinistra, si &egrave; espressa come paura ed &egrave; divenuta il combustibile di cui si sono nutrite le classi dominanti, pi&ugrave; mobili e duttili nel rappezzare il tessuto lacerato e nel riproporsi come le pi&ugrave; adatte a governare la crisi. E nel manipolare un&rsquo;opinione pubblica spaventata e disorientata.  Quanto all&rsquo;Italia, si pu&ograve; s&igrave; dire che Berlusconi non ha sfondato. Anzi, che la sua forza e le sue velleit&agrave; totalitarie subiscono una seria battuta d&rsquo;arresto. E che lo stesso ridimensionamento del Pd sembra far tramontare l&rsquo;idea di una metamorfosi non solo bipolare ma, addirittura, bipartitica del quadro politico italiano. Si pu&ograve; anche ragionevolmente ritenere che il referendum attraverso il quale i due partiti pi&ugrave; grandi hanno tentato una semplificazione autoritaria ed uno snaturamento della democrazia costituzionale &egrave; destinato ad eclissarsi entro un paio di settimane. E tuttavia, non c&rsquo;&egrave; chi non veda come questo esito sia il risultato, simultaneo, dell&rsquo;astensionismo da un lato, e, dall&rsquo;altro, dello strepitoso successo, in latitudine e in longitudine, della Lega Nord e dell&rsquo;Italia dei Valori che raddoppia in un solo anno i suoi consensi e incassa molti voti da chi ha creduto di vedere in essa, pi&ugrave; che in qualsiasi altra formazione politica, l&rsquo;antidoto a Berlusconi e al suo sistema di potere.La sinistra, in tutte le sue articolazioni, resta sostanzialmente fuori dal gioco. E non solo perch&eacute; non raggiungendo la soglia critica del 4% non avr&agrave; accesso al Parlamento europeo. Ma perch&eacute; si conferma, malgrado qualche segnale di ripresa, una sua sostanziale marginalit&agrave;. Della quale &egrave; assolutamente necessario prendere atto per riaprire una discussione che non si riduca nel puro e semplice scambio ritorsivo di accuse fra noi della lista anticapitalista e comunista e quanti sono approdati in Sinistra e Libert&agrave;. Ho le mie idee, al riguardo, e non mi sfugge certo la totale sconsideratezza dell&rsquo;atto scissionistico che ha generato un micidiale contraccolpo, non soltanto nelle parti in contesa, uscite entrambe indebolite e impoverite da quello scontro fratricida. E, soprattutto, in quella vasta porzione dell&rsquo;elettorato di sinistra che, semplicemente, ha abbandonato entrambi i contendenti. Neppure mi sfuggono gli elementi di sostanza, vale a dire i nodi politici legati ad uno scontro che solo un&rsquo;estrema semplificazione pu&ograve; attribuire alle biografie personali. Il fatto &egrave; che non si pu&ograve; continuare cos&igrave;, perch&eacute; l&rsquo;olio che alimenta la fiammella rischia di finire rapidamente.  Cominciamo allora ad afferrare per le corna i nostri problemi. A partire dalla questione dell&rsquo;unit&agrave; a sinistra. Ho letto, nei giorni immediatamente precedenti le elezioni, su un giornale di nuovo conio, che bisogner&agrave; dedicarsi - a consultazione conclusa - alla ricostruzione della sinistra: mai pi&ugrave; divisi, si leggeva. Ma poi, proseguendo nella lettura, si scopriva che alla nuova sinistra unitaria immaginata ed evocata era gi&agrave; imposto un preciso confine, un perimetro politicamente ben delineato: una parte rilevante del Pd, Sinistra e libert&agrave; e i Radicali. Punto e basta. Gli altri, semplicemente, non entravano nel conto, non esistevano. Che questo atteggiamento non faccia che alimentare speculari idiosincrasie &egrave; del tutto evidente. Solo che mentre i capponi di Renzo si strappano le penne, la pentola nella quale rischia di esaurirsi la loro singolare tenzone &egrave; gi&agrave; sul fuoco. Dopodich&eacute;, di tanta centrifuga, rischia di non rimanere altro che il riflusso - pi&ugrave; o meno dorato - di qualche notabile, in qualche generoso ospizio politico. Forse, con maggiore umilt&agrave; e riguadagnando un reciproco rispetto, occorrerebbe che tutti si interrogassero sulle ragioni di uno scollamento cos&igrave; persistente fra sinistra e societ&agrave;. Una sinistra di opinione, eclettica, chiacchierona e autoreferenziale, congenitamente malata di istituzionalismo, del tutto avulsa dal sociale, incapace di riselezionare il suo gruppo dirigente nelle lotte e nel conflitto, non va da nessuna parte. O meglio, va a destra. E pu&ograve; farlo persino mantenendo con tutta tranquillit&agrave; (e mascherandosi dietro) un linguaggio aggressivo. Ma, come diceva Marx, attraverso le frasi si possono cambiare le frasi del mondo, ma non il mondo reale. Che non ti ascolta, se gli operai del Nord votano pi&ugrave; che mai la Lega; se chi si batte per la laicit&agrave; trova pi&ugrave; convincente il messaggio dei Radicali; se le giovani generazioni si dividono fra quanti esauriscono il loro protagonismo nel carsico mondo dei movimenti e quanti - fuori da qualsiasi impegno politico e civile - consumano la loro esistenza e il loro sistema di relazioni in una dimensione esclusivamente privata. Abbiamo detto innumerevoli volte che per noi la politica o &egrave; fatta per immersione nel sociale o non &egrave;. Eppure, bench&eacute; nessuno contraddica apertamente questa tesi, il lavoro di inchiesta, la capacit&agrave; di interrogare la realt&agrave; per trarne indicazioni, strategie utili a produrre azione diretta, langue. Peccato, perch&eacute; dove invece lo si fa con continuit&agrave;, i risultati si vedono. Attenzione, non si tratta di resettare tutto. Personalmente, diffido di tutti coloro che con stucchevole spocchia (altra &ldquo;virt&ugrave;&rdquo; diffusa a sinistra) spiegano che bisogna azzerare tutto. Sono i costruttori di soffitte che non volendo affrontare soverchie difficolt&agrave;, inventano ad ogni pi&eacute; sospinto nuovi luoghi e nuovi contenitori. E&rsquo; una storia che si ripete da vent&rsquo;anni e non ha detto nulla di buono. Le scorciatoie, tutte incrostate di politicismo, ci hanno portato al riformismo incolore o all&rsquo;implosione settaria. Luciana Castellina ha detto ieri che all&rsquo;origine delle disgrazie della politica italiana c&rsquo;&egrave; la sciagurata decisione di sciogliere il Pci. Non ci sar&agrave; tutto, ma c&rsquo;&egrave; molta verit&agrave; in questa affermazione. Che se non vuole rimanere un impotente grido nostalgico deve indurci a qualche non superficiale riflessione sul passato e sul presente. Sempre che non si ritenga, deterministicamente, che ci&ograve; che &egrave; stato dovesse necessariamente accadere. La discussione &egrave; aperta. Deve riaprirsi.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:16:49 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2293]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6/6/2009 "Proviamoci sul serio. Anche noi" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Mentre ascoltavo il forte discorso che dal Cairo Barak Obama rivolgeva al mondo, il pensiero, irresistibilmente, andava alle cose italiane, al miserabile, volgare teatro della politica nostrana, ammorbata da un virus degenerativo cui sembra impossibile porre argine. E, insieme, si faceva strada in me un senso di vergogna, per lo stato della salute pubblica di questo Paese, ma anche per la responsabilit&agrave; grave che pesa su ognuno di noi, per non aver saputo impedire che la situazione precipitasse sino a questo punto. Perch&eacute;, per quanto male si possa pensare e dire del &ldquo;clown&rdquo; di Arcore, non vi &egrave; alcun dubbio che egli &ldquo;regni&rdquo; con arrogante impudenza sull&rsquo;Italia in forza del consenso che gli riserva una porzione enorme dell&rsquo;elettorato. Ed in misura cospicua proprio quella parte della popolazione che vive di lavoro o riscuote una pensione e che pi&ugrave; di ogni altra &egrave; stata colpita dalle misure economiche e sociali adottate dal governo di destra. E&rsquo; ben chiaro che tante ragioni hanno concorso nel favorire il radicarsi di questa sorta di &ldquo;sindrome di Stoccolma&rdquo; che fa solidarizzare le vittime con il loro carnefice: l&rsquo;autosradicamento della sinistra dal territorio, dai luoghi di lavoro, l&rsquo;abdicazione dei propri doveri di rappresentanza sociale, una prolungata sindrome istituzionale, gli errori commessi durante la breve, ma fatale, stagione della partecipazione al governo Prodi. Per non parlare dell&rsquo;autolesionistica vocazione scissionista che &egrave; stata sciaguratamente messa in scena in questi mesi. E, ancor pi&ugrave;, l&rsquo;impoverimento drammatico della democrazia come partecipazione consapevole e attiva dei cittadini alla vita politica del Paese, sequestrata da una casta che l&rsquo;amministra secondo il proprio gusto e capriccio. E se tutta l&rsquo;Europa vive da tempo in un cono d&rsquo;ombra, in una ormai cronicizzata afasia che ne descrive il profondo declino politico e culturale, &egrave; qui da noi, &egrave; qui in Italia che l&rsquo;implosione ha assunto i caratteri di un vero e proprio imbarbarimento, di un regresso della civilt&agrave;. &laquo;I cattivi governi - scriveva in un suo saggio recente Aldo Natoli - spesso sono frutto di societ&agrave; degradate ed &egrave; evidente che i governanti tendano a conservare e perfino a legittimare il degrado che li produce&raquo;. Il rischio &egrave; altissimo, perch&eacute; - ammonisce Natoli - &laquo;questo gioco non pu&ograve; continuare all&rsquo;infinito. E, come si constata spesso nella storia, e come ben sa la scienza politica, alla fine le repubbliche degenerano e si corrompono&raquo;. A me pare che stiamo ruzzolando molto velocemente su questo piano inclinato. Ancora ieri, Libero, il giornale che con pi&ugrave; pervicace determinazione ha abbracciato la causa della deriva populistico-reazionaria del Paese, sdraiandosi persino sulle pi&ugrave; viete e deliranti manifestazioni di onnipotenza del suo grottesco capo, commentava come segue il discorso di Obama. &laquo;Retorica buonista... vecchia filosofia pacifista, che si applica contro i marines e che spera di esorcizzare la realt&agrave; con scappatoie lessicali&raquo;. E l&rsquo;apertura al dialogo, fra civilt&agrave;, l&rsquo;universalismo, il riconoscimento dei sacrosanti diritti del popolo palestinese vengono sprezzantemente liquidati come il prodotto demagogico di un &laquo;incantatore di credenti che fa il gioco dei terroristi&raquo;, dei quali favorisce &laquo;l&rsquo;occupazione silenziosa&raquo;, sdoganando persino Hamas in quanto &laquo;forza democraticamente eletta&raquo;. Ed anzi, lui stesso, il presidente &egrave; il problema, a partire da &laquo;quel suo secondo nome, Hussein, ora rivendicato, ma tenuto coperto durante la campagna elettorale&raquo;. E&rsquo; evidente che chi coltiva una simile idea del mondo, delle relazioni fra gli Stati, fra i popoli, fra le culture, non possa che preparare sciagure.  Domani si va a votare. Per i comunisti le elezioni non sono mai tutto. Guai se fosse cos&igrave;. Ma non c&rsquo;&egrave; sciocco che lo sia talmente da non capire quanto sia importante dare un segnale, qui ed ora, che si ricomincia a camminare.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:15:19 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2292]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[2/6/2009 "Gm: il capitale fallisce? Viva il capitale!" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>La prima fase della grande riorganizzazione dei poteri capitalistici, nel settore dell&rsquo;auto, si &egrave; dunque conclusa. La Chrysler alla Fiat, la Opel alla Magna, la General Motors, passando per il lavacro di un fallimento pilotato ma non per questo meno clamoroso e simbolicamente eclatante, nelle mani dello Stato nord americano, protagonista di un altrettanto spettacolare quanto inedito processo di nazionalizzazioni. Si &egrave; notato - a ragione - che queste vicende sono state caratterizzate da un prepotente ritorno della politica, del ruolo degli stati, assurti a protagonisti di fronte al pi&ugrave; colossale disastro, industriale non meno che finanziario, del modo di produzione capitalistico che la storia contemporanea ci abbia consegnato. Abbiamo tuttavia gi&agrave; osservato come la via d&rsquo;uscita intrapresa sia ben lontana da una riconsiderazione critica, di natura sistemica, capace cio&egrave; di affrontare, in termini davvero nuovi, diremmo: rivoluzionari, il tema della propriet&agrave; sociale, vale a dire di una presenza non puramente ornamentale (come in Chrysler) dei lavoratori nel governo e nella propriet&agrave; dell&rsquo;impresa. Il capitale ha fallito: viva il capitale. Questo, con tutta evidenza, &egrave; l&rsquo;epilogo (scontato?) di una crisi e di una risposta alla crisi medesima, che pare reiscriversi totalmente nel paradigma preesistente. Lo rivela il fatto che l&rsquo;intervento pubblico resosi inevitabile per salvare il salvabile, &egrave; tuttavia dichiaratamente inteso come provvisorio e transeunte. Una scialuppa di salvataggio che lavoratori e contribuenti calano in mare per salvare se stessi. In attesa che un altro bastimento raccolga i naufraghi e riprenda la rotta. Il fatto &egrave; che il movimento operaio e le forze della sinistra giungono del tutto impreparate - perch&eacute; devastate da una sconfitta storica tutt&rsquo;altro che metabolizzata - a questo default del capitalismo internazionale, a questa manifesta crisi dell&rsquo;ideologia mercatista. E che, dopo l&rsquo;89, dopo il crollo dell&rsquo;Urss e il tramonto del modello imperniato sulla programmazione centralizzata e sulla propriet&agrave; statale dei mezzi di produzione, la ricerca si &egrave; totalmente arrestata. Il solo modello possibile e pensabile, incardinato sul monolite liberista, continua ad essere quello che oggi registra la propria bancarotta, ma che, paradossalmente, si erge a terapeuta di se stesso, senza doversi misurare con opzioni radicalmente diverse. Dando prova di un&rsquo;invidiabile disinvoltura pragmatica, i protagonisti ed ideologi dell&rsquo;ordine sociale esistente, stanno medicando e restaurando, con il soccorso di fantastiche risorse pubbliche, il convoglio deragliato. Si riallineano binari e traversine, si prover&agrave; anche (forse) ad escogitare qualche dispositivo di sicurezza, ma l&rsquo;ordine economico fondato sulla competizione dentro mercati in contrazione, dunque retto sull&rsquo;imperativo che recita mors tua vita mea, non sar&agrave; neppure scalfito. E il tema cruciale di cosa e come produrre continuer&agrave; a rimanere un&rsquo;aporia romantica, perch&eacute; consegnato non all&rsquo;autogoverno dei produttori associati, e neppure a libere e democratiche istituzioni, ma ai detentori del capitale e alle tradizionali logiche che presiedono alla sua pi&ugrave; rapida remunerazione. L&rsquo;Europa ha evidenziato, una volta di pi&ugrave;, la propria impotenza politica, l&rsquo;incapacit&agrave; di intervenire nel confronto con un progetto proprio, capace di evitare la contrapposizione concorrenziale fra Paesi membri dell&rsquo;Unione. N&eacute;, forse, era immaginabile il contrario, considerato il tratto smarcatamente liberista delle sue politiche economiche e sociali. La stessa Confederazione Europea dei Sindacati, la Ces, non &egrave; riuscita ad elaborare lo straccio di una posizione unitaria, tale da scongiurare il riprodursi di un conflitto fra sindacati e fra lavoratori, ciascuno rinchiuso in una difesa autistica - e perci&ograve; fatalmente perdente - del proprio particulare. Quanto all&rsquo;Italia, questa Italia da operetta, governata da saltimbanchi, con un premier che si comporta come un novello Jean B&eacute;delle Bokassa a luci rosse, &egrave; riuscita a restare in ermetico silenzio lungo tutta la durata del negoziato in cui era coinvolta la sua pi&ugrave; importante impresa manifatturiera. Tutto &egrave; stato delegato alla Fiat e al suo pi&ugrave; che volitivo manager. Nessuna condizione &egrave; stata posta a salvaguardia dell&rsquo;occupazione e degli stabilimenti italiani. Neppure quando &egrave; a tutti parso evidente che la continuit&agrave; di quei siti industriali e delle persone che vi trovano lavoro era (ed &egrave;) posta a repentaglio. Nessun ascolto &egrave; stato prestato al sindacato che ha rivendicato, ancora oggi senza successo, la convocazione di un tavolo di negoziato. Nessun interesse nazionale &egrave; stato difeso o semplicemente rappresentato nei confronti delle altre potenze entrate pesantemente in gioco. Nelle dinamiche internazionali, che pure non promettono nulla di buono, spicca, ancora una volta, una miseria tutta italiana, un provincialismo che racconta di una regressione, di una subalternit&agrave; culturale e politica che stiamo pagando cara. Come lavoratori e come Paese.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:13:28 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2291]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[28/5/2009 "Brescia ’74 quella strage “nera”" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>La strage di Brescia rappresenta non soltanto - dal punto di vista storico e politico - il punto culminante della strategia stragista, dell&rsquo;offensiva materialmente e simbolicamente pi&ugrave; tracotante ed efferata portata contro la democrazia, ma anche il luogo dove straordinariamente forte e cosciente di s&eacute; si erse la risposta popolare e, in essa, di una classe operaia matura e capace, per diversi giorni, di farsi &ldquo;Stato&rdquo;, di destituire e sostituire sul campo - perch&eacute; sola autorit&agrave; morale riconosciuta - i rappresentanti delle istituzioni, nei quali si individuarono, con immediato istinto politico, i responsabili di inerzie, tolleranze o, peggio, depistaggi, collusioni, nel cui brodo aveva potuto attecchire e alimentarsi l&rsquo;attacco eversivo. [&hellip;] I primi anni &rsquo;70 sono fortemente segnati dalle conquiste sindacali che rompono una lunga fase di stagnazione sociale. Attraverso lo Statuto dei lavoratori la Costituzione fa breccia nelle fabbriche, sino  a quel momento &ldquo;zona franca&rdquo;, dove imperversava l&rsquo;unilateralit&agrave; del comando d&rsquo;impresa. Ci sono i traguardi economici, ci sono le conquiste normative, ma &egrave; sul terreno del potere che si gioca la partita decisiva. Il padronato bresciano reagisce nel modo pi&ugrave; duro: non si vuole riconoscere l&rsquo;autonomia di un punto di vista operaio che sposta il confronto sui temi dell&rsquo;organizzazione del lavoro, che rivendica la centralit&agrave; dei lavoratori nel processo produttivo, che ne difende la dignit&agrave;, che si consolida attraverso forme organizzative nuove, i Consigli di fabbrica, fondati su uno statuto di democrazia integrale. La risposta dei padroni &egrave; di una violenza inaudita. Essi sentono di dover fermare, costi quel che costi, un movimento che sembra travolgere tutti i vecchi equilibri, le sedimentate sudditanze, le cristallizzate gerarchie. Il reclutamento fra gli organici aziendali dei picchiatori fascisti, la sequenza ininterrotta di aggressioni, provocazioni, attentati, rendono esplicito, ancor prima dell&rsquo;epilogo drammatico del 28 maggio 1974, il nesso fra lotta antifascista e lotta di classe. Si ripropone a Brescia, palpabile, quel &ldquo;sovversivismo delle classi dominanti&rdquo;, quella latente tentazione antidemocratica della borghesia industriale italiana che periodicamente &egrave; riaffiorata nell&rsquo;Italia repubblicana post-fascista. Quando nel corso di uno sciopero generale proclamato nell&rsquo;ambito di una manifestazione che denuncia la recrudescenza fascista, la bomba devasta i corpi di otto compagni e compagne e ne ferisce altri cento, il cerchio si chiude. Insieme all&rsquo;esplosione si fa strada, istantaneamente, nella testa di ognuno, la comprensione quasi catartica dell&rsquo;enormit&agrave; dell&rsquo;evento e del suo significato. Come accade in rare occasioni, dopo un primo, breve momento di smarrimento, si genera una situazione totalmente nuova, certamente imprevista ed opposta a quella immaginata dagli ideatori della strage: al senso di paura, all&rsquo;orrore e allo sbigottimento subentra la mobilitazione. E&rsquo; la democrazia di massa che si riorganizza: la fabbrica, il luogo del conflitto sociale ne diventa l&rsquo;epicentro. E&rsquo; l&igrave; che ci&ograve; che potrebbe disperdersi si riaggrega. Nelle aziende occupate i lavoratori sono riuniti in interminabili assemblee permanenti dove si ricostruisce l&rsquo;intelligenza dei fatti, dove si discute, si analizza, si decide, si elabora la ferita subita e si trasforma la rabbia in risposta politica, in stretto rapporto con un sindacato che entra in risonanza con questi sentimenti e guida il movimento, senza impossibili briglie, ma con mano sicura. Il processo che si determina &egrave; biunivoco e transitivo: dalla piazza insanguinata alla fabbrica e poi di nuovo alla piazza e quindi a tutta la citt&agrave;, governata, presidiata dai Consigli. Alla strage caratterizzata dal pi&ugrave; alto tasso di politicit&agrave; possibile si oppone ora una risposta altrettanto politica. Si respira, nei giorni che vanno dall&rsquo;eccidio ai funerali, un&rsquo;atmosfera &ldquo;rivoluzionaria&rdquo;, dove vigilanza, disciplina, controllo del territorio sono rimessi nelle mani di migliaia di operai e di operaie, di delegati e di delegate che costruiscono un nuovo &ldquo;ordito&rdquo; democratico. La Brescia ufficiale, custode dei poteri istituzionali, ancora non capisce. Non capisce il decano di tutti i sindaci, Bruno Boni, che nel discorso pronunciato ai funerali dei caduti cercher&agrave; invano - subissato dai fischi - di derubricare la strage a fatto locale, gesto folle di isolati. Non capisce il vescovo di Brescia, monsignor Morstabilini, che nella sua omelia non sapr&agrave; andare oltre una generica quanto innocua invettiva contro lo &ldquo;spirito di Caino&rdquo;. Capisce ancor meno - ma come potrebbe! - il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, che rester&agrave; muto ed impietrito di fronte alla piazza che lo contestava, dopo aver tentato, senza successo, di ottenere una revisione edulcorata dei discorsi ben altrimenti espliciti degli altri oratori. Ormai si &egrave; aperta una cesura, una vera e propria frattura: alla delegittimazione di poteri istituzionali privi di credibilit&agrave; corrisponde l&rsquo;affermazione di un movimento di massa che rivendica e soprattutto pratica una nuova legalit&agrave; costituzionale, forse per la prima volta in modo cos&igrave; esplicito dai giorni della Liberazione. Per questo quel sedimento, estesamente penetrato nella coscienza collettiva, &egrave; durato. Per questo il &rsquo;74 diventa, a Brescia, il mito propulsore di una nuova fase dei rapporti sociali, di un rilancio delle istanze di rinnovamento sociale e politico radicale che ispirarono le lotte del &rsquo;68 e del &rsquo;69. Per questo si verificher&agrave; negli anni successivi - come ricorder&agrave; in tempi pi&ugrave; recenti Claudio Sabattini - un doppio movimento che imporr&agrave; un mutamento dei rapporti di forza tanto in fabbrica quanto nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Non a caso prende corpo, in quegli anni, la breve ma intensa esperienza dei Consigli di zona, vale a dire il pi&ugrave; ambizioso tentativo operaio di proiettare all&rsquo;esterno della fabbrica, nel territorio, nella societ&agrave; civile quella carica egualitaria di rinnovamento e di partecipazione che aveva innervato le lotte di fabbrica e che aveva attratto a s&eacute; forze intellettuali e strati sociali fino a poco tempo prima refrattari o diversamente dislocati. Per questo, infine, in quella temperie pot&eacute; forgiarsi e perdurare una leva di quadri di estrazione operaia che segner&agrave; a lungo la storia eccentrica quanto feconda del sindacalismo bresciano. Come sappiamo, tutto questo non &egrave; stato sufficiente, a Brescia, come prima a Milano e poi a Bologna, ad individuare i responsabili dello stragismo nero tuttora coperto da interessate omert&agrave;. Il giudizio politico e la stessa ricostruzione degli eventi, della trama che li prepar&ograve;, sono stati tuttavia gi&agrave; ampiamente conseguiti, sin da quando il 1&deg; giugno del &rsquo;74, giorno dei funerali, in piazza della Loggia comparve per la prima volta quello striscione che portava scritto &ldquo;sappiamo chi &egrave; Stato&rdquo;. Vale la pena di chiedersi, trentacinque anni dopo, se questa consapevolezza sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l&rsquo;oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle pi&ugrave; anziane. Il danno &egrave; grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto pi&ugrave; nefasto &egrave; quello di aver consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre. * Brani tratti dalla prefazione a Noi sfileremo in silenzio di Silvia Boffelli, Cristina Massentini, Marco Ugolini, Ediesse, Roma, 2007.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:11:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2290]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[21/5/2009 "Forti con i deboli, deboli con i forti"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Chi voglia direttamente documentarsi, vada a leggere nel sito del ministero della Funzione pubblica. E&rsquo; una lettura istruttiva. Vi trover&agrave; il testo integrale del Dl governativo intitolato &ldquo;Delega al governo finalizzata all&rsquo;ottimizzazione del lavoro pubblico e alla trasparenza ed efficacia della pubblica amministrazione&rdquo;, dove, accanto all&rsquo;esproprio, ex lege, di materie che erano prerogative della contrattazione, come i criteri di distribuzione del salario accessorio, &egrave; meticolosamente normato il sistema sanzionatorio teso a colpire senza piet&agrave; i cosiddetti &ldquo;fannulloni&rdquo;. Vale a dire coloro che dovessero assentarsi dal lavoro producendo false certificazioni o rendendosi protagonisti di altre macchinazioni fraudolente, con o senza la correit&agrave; di medici compiacenti. I quali ultimi - e se ne pu&ograve; capire bene il motivo - preferiranno mandare al lavoro persone malate, piuttosto che rischiare di vedere contestato il proprio operato ed incorrere nei rigori della nuova legge. Ma di cosa si tratta? Il lavoratore, la lavoratrice colti in fallo, saranno licenziati, dovranno pagare una multa (da 400 a 1600 euro) e inoltre risarcire l&rsquo;amministrazione del danno patrimoniale arrecato, di importo pari alla retribuzione che sarebbe stata da loro percepita qualora avessero lavorato. Vale solo la pena di ricordare che queste misure si aggiungono a quelle gi&agrave; varate dal ministro Brunetta con il taglio di parte del salario nei primi giorni di malattia e l&rsquo;obbligo di presenza continuativa nella propria abitazione (per 11 ore su 12 al d&igrave;) fino al rientro al lavoro: una sorta di domiciliazione coatta che rende impossibile - &egrave; facile intenderlo - la vita. Ma non finisce qui. La novit&agrave; &egrave; la sanzione penale che, in un crescendo rossiniano, si abbatte come un colpo di maglio sul dipendente &ldquo;incastrato&rdquo;; vale a dire l&rsquo;arresto e la prigione, da uno a cinque anni. Un&rsquo;enormit&agrave;. Tanto sta scritto - nero su bianco - nell&rsquo;articolo 7, comma 2, lettera b) del decreto in questione. Ora, si raffrontino questo rigore draconiano, questa vis punitiva animata da intenti dichiaratamente moralizzatori verso (per ora) i dipendenti pubblici con quanto, nelle stesse ore, sta accadendo al piano pi&ugrave; alto dell&rsquo;edificio politico. Una sentenza del tribunale di Milano dice che il presidente del Consiglio &egrave; un corruttore e che egli pag&ograve; un teste chiave, l&rsquo;avvocato David Mills, perch&eacute; questi testimoniasse il falso in atti giudiziari per nascondere i traffici di Berlusconi finalizzati all&rsquo;evasione fiscale e all&rsquo;elusione delle norme antitrust. Di fronte ad un fatto di tale gravit&agrave;, Berlusconi reagisce rabbiosamente, di nuovo straparla di congiura delle toghe rosse, si smarca dal responso processuale minacciando il giudice che ha osato pronunziare un verdetto a lui &ldquo;ostile&rdquo;, dice che parler&agrave; alle Camere, ma solo per rovesciare sulla magistratura l&rsquo;accusa di ordire un complotto politico nei suoi confronti. E per far sapere che &ldquo;Lui&rdquo; non consentir&agrave; a quei nemici giurati di processarlo. Non uno dei suoi genuflessi cortigiani ha provato ad assumere un atteggiamento anche soltanto di cauta prudenza. Eccoli, tutti quanti, come un sol uomo, votati a difendere l&rsquo;indifendibile. Il lodo Alfano, ora non pi&ugrave; virtualmente, produce i suoi effetti. Lo scudo giudiziario, la legge per mettere l&rsquo;uomo pi&ugrave; ricco e potente d&rsquo;Italia al di sopra della legge diventa pienamente operativa. E mostra, drammaticamente, quale violenta torsione si stia imprimendo all&rsquo;architettura istituzionale del Paese, allo stato di diritto, alla divisione dei poteri o, pi&ugrave; semplicemente, al mortificato sentimento della giustizia. In un ormai irrefrenabile delirio di onnipotenza, l&rsquo;uomo cui &egrave; consentito di trasformare la pi&ugrave; plateale bugia nel suo opposto, si comporta, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno, come quel Luigi XIV che tre secoli fa sentenziava: &laquo;l&rsquo;&eacute;tat c&rsquo;est moi!&raquo;. Senza che la pi&ugrave; anemica delle opposizioni riesca ad emettere pi&ugrave; che qualche flebile balbettio. E mentre il Paese, sempre pi&ugrave; assuefatto, si avvia - un giorno dopo l&rsquo;altro, un passo dopo l&rsquo;altro - verso l&rsquo;abisso, verso l&rsquo;accettazione di quella che, con buona pace delle astratte dispute nominalistiche, si sta configurando come una cripto-dittatura. Si rifletta sul punto da cui siamo partiti. Si ragioni sulla macroscopica asimmetria fra l&rsquo;onnipotente impunit&agrave; del caudillio, come anche Umberto Eco ormai lo definisce, e la revoca di diritti fondamentali che colpisce ogni semplice cittadino, pardon, suddito. E si capir&agrave; bene per quale crinale stiamo velocemente ruzzolando.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:8:39 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2289]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[17/5/2009 "Ma Tremonti pensa al nuovo scudo fiscale"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>C&rsquo;&egrave; una malattia che ha corroso dall&rsquo;interno, come un tumore, le istituzioni, i partiti, i sindacati, sinistra compresa: &egrave; la propensione all&rsquo;obbedienza, &egrave; l&rsquo;acritico istinto autoconservativo degli apparati che consiglia prudenza, sino all&rsquo;autocensura, ogniqualvolta si tratta di esprimere delle opinioni che comportano un&rsquo;assunzione di responsabilit&agrave;. All&rsquo;obbedienza si viene educati da chi detiene il potere. Qui opera un patto, talora implicito, tal&rsquo;altra esplicito, in ogni caso consapevole in entrambi i contraenti: tu rinunci alla tua indipendenza, alla tua creativit&agrave; e ti affidi a me; io ti ricompenser&ograve; assicurandoti protezione, garanzia di carriera&hellip; sotto il mio ombrello non avrai nulla da temere, purch&eacute; il tuo sostegno mi sia sempre assicurato. Fatalmente, saranno i mediocri pi&ugrave; ossequienti a superare di slancio questa selezione: mediocri, ma affidabili, perch&eacute; proni al comando, quale che esso sia. L&rsquo;obbedienza non &egrave; pura cupidigia di servilismo. Essa si regge sulla paura: la paura della punizione, il timore di tornare ad occupare quel solo posto che le proprie modeste qualit&agrave; consentirebbero. Il potere &egrave; centripeto, guarda all&rsquo;interno, non persegue velleit&agrave; persuasive. Il potere costringe, blandisce, ricatta, premia o punisce, tiene in scacco. La sua forza non viene dal consenso, ma dal timore che incute. Perch&eacute;, come ammoniva il Machiavelli nel suo Principe: &laquo;se l&rsquo;amore pu&ograve; passare, la paura non viene mai meno&raquo;. Poi, c&rsquo;&egrave; l&rsquo;altra versione dell&rsquo;obbedienza, pi&ugrave; complessa, ma non meno pericolosa. E&rsquo; il fideismo, l&rsquo;abnegazione sincera, appassionata, al capo che ti ha sedotto per le sue superiori capacit&agrave; intellettuali, assunte a inossidabile criterio di verit&agrave;, persino nelle loro repentine evoluzioni. Che, malgrado ogni giravolta del leader, non smettono di suscitare fascinazione. E&rsquo; cos&igrave; che proliferano stuoli di cortigiani, solerti nel difendere le tesi del capo, anche quando queste si rivelano manifestamente infondate. La clonazione, a cascata, di uno stuolo di esecutori acefali conferisce poi all&rsquo;organizzazione una finta immagine di forza e di coesione interna, ne mimetizza la crisi latente, ma - contemporaneamente - ne accentua la separatezza dal proprio corpo vivo. Allora, la distanza fra rappresentanti e rappresentati (fra governanti e governati) si allarga sino a diventare incolmabile. Memorabile la rappresentazione che di questa coazione servile d&agrave; Antonio Gramsci (Passato e Presente, Einaudi, Torino, 1952, p. 70): &laquo; (&hellip;) Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo la stessa gente che ha applaudito e si &egrave; entusiasmata a sentire lanciare quel grido finge di non sentire, scantona, ecc.; al terzo giorno, la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza e anche lo bastona. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto, ecc. Caio &egrave; persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacit&agrave; teorica deve sempre entusiasmare e trascinare, perch&eacute; nella sua conventicola, infatti, i presenti fingono ancora di entusiasmarsi&raquo;. E&rsquo; soprattutto nei momenti di stagnazione sociale che le organizzazioni si sclerotizzano, che i luoghi della rappresentanza si autonomizzano e degenerano nell&rsquo;autoreferenzialit&agrave;. Organo e funzione si separano, i mezzi divorziano dai fini, la democrazia come partecipazione avvizzisce e lascia il posto ai riti plebiscitari. Il leaderismo non &egrave; una variante semplificata della democrazia, soltanto un po&rsquo; venata di autoritarismo. Ne &egrave; l&rsquo;esatto contrario. Non esiste un leaderismo di sinistra. Quando esso si &egrave; manifestato, anche nei momenti di maggior forza e prestigio della sinistra, esso era l&rsquo;espressione di una latente patologia, piuttosto che di vitalit&agrave;. Il culto del capo &egrave;, da parte di chi vi si sottomette, un&rsquo;autocastrazione della propria personalit&agrave;. E&rsquo; la rinunzia al proprio ruolo, al pensare in proprio. C&rsquo;&egrave; un Cesare che lo fa per me. Egli non pu&ograve; sbagliare. Se cade, tutto precipita. Il dissenso diventa allora il peggiore dei delitti, la fenditura che incrina la diga. Nel dissenso, nella critica, si intravede il rischio di una dissoluzione o di un indebolimento delle inossidabili certezze e, soprattutto, del potere costituito. Il cui intrinseco monolitismo non sa (non pu&ograve;) riconoscere la ricchezza della dialettica. Che invece dovrebbe essere stimolata e accolta come una benedizione da parte di chi lavora per la democrazia. Quando invece si rinuncia alla ricerca del vero, che sempre confligge con la realt&agrave; data, si impone la verit&agrave; &ldquo;rivelata&rdquo;, appannaggio di una casta sacerdotale che custodisce l&rsquo;ortodossia e la brandisce come una clava contro chiunque vi si opponga. Chi dissente &egrave; un eretico, un seminatore di discordia, da eliminare o da neutralizzare. Anche il potere rivoluzionario ha teso storicamente a ossificarsi. Ma negando il dissenso la rivoluzione nega se stessa: nata per abbattere il dispotismo diventa essa stessa dispotica, si converte nel suo opposto. Ecco perch&eacute; quando si insedia un potere, di qualsiasi natura e colore, &egrave; indispensabile far nascere degli anticorpi, perch&eacute; &egrave; nella fisiologia del potere mantenersi ad ogni costo. Non si tratta, dunque, di disconoscere l&rsquo;autorevolezza, politica e morale, la funzione trainante, di guida, delle forti personalit&agrave;. Il problema &egrave; semmai non rendersene succubi, &egrave; non abdicare al personale discernimento, in assenza del quale quel ruolo di guida si perverte e si dissolve nell&rsquo;arbitrio, nell&rsquo;autoritarismo, anche se dissimulato. Ancora Gramsci metteva in guardia dal rischio di una degenerazione autoritaria, che si impone tutte le volte che il capo non abbandona (&laquo;non rinnega&raquo;) la sua origine carismatica e pone se stesso come insostituibile. Quando questo avviene la democrazia si dissolve. E l&rsquo;organismo (il partito, il sindacato, il movimento) cui si &egrave; dato vita, muta profondamente, nella forma e nella sostanza, nel regimento interno come nella sua missione. Forse, se l&rsquo;esperienza storica del comunismo si &egrave; consumata nell&rsquo;alternativa fra capitalismo e propriet&agrave; statale, fra mercato e programmazione; se l&rsquo;approdo verso un&rsquo;autentica propriet&agrave; sociale non si &egrave; mai affacciato nella storia umana, ci&ograve; &egrave; proprio da imputare all&rsquo;incapacit&agrave; di sviluppare sino alle estreme conseguenze la democrazia. La democrazia come autogoverno dei produttori associati.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:7:6 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2288]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[15/5/2009 "Fiat-Opel: lavoratori in lotta, ma non fra loro" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>C&rsquo;&egrave; uno straordinario primato che il capitale ha sempre vantato sul lavoro: la sua extraterritorialit&agrave;, la sua transnazionalit&agrave;, la sua fantastica rapidit&agrave; di movimento, che nei tempi della globalizzazione e del trionfo del liberismo-pensiero ha raggiunto il suo acme. Il capitale abbatte ogni frontiera. Il lavoro non vi &egrave; mai davvero riuscito. E i conflitti intercapitalistici, fra imprese e poi fra Stati hanno sempre avuto, come conseguenza indiretta, la rottura fratricida fra i lavoratori di quelle imprese e di quei Paesi. Fino all&rsquo;epilogo estremo. Fino alla guerra, sempre combattuta &ndash; per parafrasare Emilio Lussu &ndash; &ldquo;da poveri cristi contro poveri cristi&rdquo;. Tanto quei conflitti che si sono consumati in tempo di pace, tanto quelli passati attraverso la mattanza della guerra, si sono conclusi con colossali processi di &ldquo;rivoluzione passiva&rdquo;, vale a dire con la restaurazione dei rapporti sociali esistenti, incrinati dalla crisi. Nella seconda met&agrave; del &rsquo;900, la presenza di un forte movimento operaio e comunista ha obbligato il capitale a compromessi che hanno consentito uno sviluppo democratico progressivo sia pure dentro il modo di produzione capitalistico. Oggi, in una fase di generale implosione della sinistra sociale e politica, non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;. Con la sola eccezione dell&rsquo;America latina. Sicch&eacute; la crisi sistemica pi&ugrave; profonda, da ottant&rsquo;anni a questa parte, del capitalismo e della sua ideologia mercatista, &egrave; interamente gestita dal capitale medesimo, dalle classi dominanti. La grande ristrutturazione dell&rsquo;auto, condotta sull&rsquo;asse Torino-Detroit dalla coppia Marchionne-Obama ne d&agrave; conto con estrema chiarezza. L&rsquo;accordo Fiat-Chrysler &egrave; la spettacolare rappresentazione di come il capitale si stia salvando grazie alla mano pubblica e dissanguando i lavoratori dell&rsquo;azienda americana, senza che essi ne ricavino in compenso la bench&eacute; minima influenza sulle strategie industriali, men che meno sugli assetti proprietari dell&rsquo;azienda. Anzi, il loro ruolo, come soggetto collettivo, &egrave; persino umiliato da quella clausola ingulatoria che impone loro una moratoria di cinque anni sugli scioperi. I lavoratori si immolano, in cambio della garanzia (ma sar&agrave; cos&igrave;?) del posto di lavoro, concedendo tutto il resto: ostaggi. Anche in Europa, che pure viene da un&rsquo;altra storia, le cose volgono al peggio. L&rsquo;uso strategico delle delocalizzazioni per mettere stabilimenti e lavoratori in reciproca concorrenza e offrire la sopravvivenza a chi accetta le rinunzie maggiori, in una sorta di asta &ldquo;a perdere&rdquo;, &egrave; largamente praticata.  Non soltanto fra realt&agrave; dislocate in Stati diversi (ricordate la Electrolux?), ma anche fra aziende collocate prevalentemente entro i confini di uno stesso Paese (ricordate Marzotto?). Per questo &egrave; sommamente importante che i sindacati metalmecanici italiani e tedeschi stiano provando a non soccombere di fronte alla logica spietata del &ldquo;mors tua vita mea&rdquo;. Nell&rsquo;incontro di ieri l&rsquo;altro, a Francoforte, Fiom e Ig Metal hanno assunto l&rsquo;impegno di far causa comune, di scansare il rischio che un eventuale accordo fra Fiat e Opel possa innescare l&rsquo;ennesima diaspora, l&rsquo;ennesima contrapposizione fra lavoratori. Riattivare i circuiti della solidariet&agrave;, studiare strategie condivise, anche sul complesso terreno del perimetro industriale, delle linee di prodotto, significa attrezzare non soltanto una trincea difensiva, di pura resistenza. E&rsquo; difficile, perch&eacute; vi si &egrave; costretti da uno stato di necessit&agrave;. Ma non sono date alternative. La dimensione dell&rsquo;iniziativa intrapresa dalla Fiat &egrave; planetaria. Abbraccia, oltre agli Usa e al Canada, l&rsquo;inglese Vauxhall, la svedese Saab, le attivit&agrave; Gm in America latina ed in Sud Africa. E gli stabilimenti Opel disseminati in tutta Europa. E&rsquo; dunque indispensabile che entri in campo una rappresentanza del lavoro, un interlocutore forte, che tenti di coprire la stessa latitudine. Che si parta dai due Paesi nei quali resiste ancora un solido insediamento sindacale, ispira qualche speranza. Poi c&rsquo;&egrave; la politica. Mentre Barak Obama occupa la scena da dominus. Mentre il governo tedesco &egrave; pienamente coinvolto nel destino degli stabilimenti che insistono sul suo territorio, quello italiano &egrave; totalmente latitante. Il solo a prender parola &egrave; il sottosegretario allo sviluppo economico, Stefano Saglia. Ma lo fa per eludere la richiesta dei sindacati di aprire un tavolo di confronto con l&rsquo;azienda. &laquo;Prematuro&raquo;, dice. Perch&eacute; non bisogna disturbare Marchionne, finch&eacute; le bocce sono in movimento. L&rsquo;incontro richiesto potr&agrave; esserci solo a partita chiusa. Faccia il padrone, che far&agrave; senz&rsquo;altro bene. Questo e non altro viene dalla immarcescibile vocazione gregaria del governo. N&eacute; basta a scuoterne l&rsquo;ignavia il rischio che la scure possa cadere sugli stabilimenti di Termini Imerese e di Pomigliano. Fanno bene i lavoratori a scendere in campo. E a tenersi uniti. Il primo appuntamento &egrave; a Torino, sabato. Tutto il gruppo Fiat mobilitato.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:5:49 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2287]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[7/5/2009 "Gli operai, la sinistra il Prc" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>C&rsquo;&egrave; un nocciolo duro di verit&agrave; - misto ad una strumentale e dunque falsa conclusione - nella nota che Gian Antonio Stella dedica, sul Corriere della Sera di ieri, all&rsquo;articolo del nostro Maurizio Pagliassotti (Liberazione, marted&igrave; 5 maggio &ldquo;Se lo straniero fa paura, pi&ugrave; del licenziamento&rdquo;). Partiamo da ci&ograve; che merita salvare: &laquo;non sarebbe ora, per la sinistra tutta, e non solo quella rifondarola, di uscire dai vecchi schemi per tornare a parlarci, con gli operai?&raquo;, dice Stella con tono esortativo. Ora, che la sinistra debba tornare a parlare con operai, visto che per troppo tempo lo ha fatto poco e male, giungendo sino a ritenere che la contraddizione fra capitale e lavoro fosse un retaggio ideologico novecentesco, o un&rsquo;ubb&igrave;a intellettualistica, &egrave; cosa certa. E non c&rsquo;&egrave; chi non veda come il progressivo espianto di ogni forma di organizzazione politica dai luoghi di lavoro, nonch&eacute; dai territori dove un tempo la militanza la si faceva &ldquo;per immersione&rdquo;, abbia finito per allontanare la sinistra - parlo di quella che non si vergogna di definirsi tale - dalla materialit&agrave; delle condizioni di lavoro, di vita, di milioni di lavoratori e di lavoratrici. Si &egrave; dunque generata e consolidata una disconnessione sentimentale che una parte ha sostituito con una fuga nel teatrino mediatico, surrogato di un&rsquo;autentica pratica di democrazia dal basso, dove tutto si pu&ograve; dire senza nulla trasformare. E, semmai, come grottescamente si vede, trasformando se stessa. Mentre un&rsquo;altra ha creduto fosse sufficiente declinare astratte &laquo;ricette per l&rsquo;osteria dell&rsquo;avvenire&raquo; (peccato capitale in cui lo stesso Karl Marx scongiurava di non incorrere), del tutto slegate da un&rsquo;azione che qui ed ora deve saper fornire risposte, concrete e praticabili, per riguadagnare i consensi perduti e costruire una chance per il futuro. Che la coscienza di classe e - ancor pi&ugrave; - la coscienza politica di classe non siano un punto di partenza, una condizione naturale inscritta in una sorta di antropologia operaia, avrebbe dovuto rendere avvertiti che non &egrave; dato un giacimento di consenso al quale attingere a presciendere da ci&ograve; che concretamente si fa e si &egrave;. Solo un vizio, una supponenza - qui s&igrave; - intellettualistica possono generare questa convinzione che &egrave; priva di qualsiasi fondamento culturale e politico. E che la storia ha pi&ugrave; volte tragicamente smentito. Prendersela con gli operai perch&eacute; non ti votano pi&ugrave;, ovviamente, non ha alcun senso e pu&ograve; persino legittimamente suscitare qualche ilarit&agrave;. Ma non era questa l&rsquo;intenzione di Pagliassotti, la cui provocazione - perch&eacute; di questo si &egrave; trattato - bacchettava non gi&agrave; chi non sentendosi rappresentato si &egrave; riunchiuso in se stesso o si &egrave; votato ad altri lidi. Lo scopo manifesto era proprio quello di richiamare, nel modo pi&ugrave; brusco, l&rsquo;esigenza di un ripensamento a sinistra, di una riflessione sul vuoto di rappresentanza che si &egrave; prodotto nella parte mancina dello schieramento politico, proprio fra gli strati sociali subalterni e pi&ugrave; esposti al martello della crisi.  Non c&rsquo;&egrave; una sola chiave interpretativa per spiegare un processo che si &egrave; molecolarmente prodotto nel corso degli anni senza che ai segnali pervenuti si sia mai dedicata l&rsquo;attenzione necessaria. Ma &egrave; sicuro che l&rsquo;operaio isolato, che non vede pi&ugrave; la possibilit&agrave; di riconoscersi in un progetto di riscatto collettivo, che viene sospinto nei gradini pi&ugrave; bassi della gerarchia sociale, mette in atto strategie individuali di sopravvivenza. Quando non riesce pi&ugrave; ad arrivare alla fine del mese, quando non dispone pi&ugrave; delle risorse per mantenere i figli agli studi, o quando le risposte alla spoliazione di diritti diventano evanescenti e la sinistra si mostra parolaia o reticente, allora anche i legami sociali si attenuano sino, talvolta, ad estinguersi. Cos&igrave;, alle identit&agrave; un tempo rassicuranti, perch&eacute; incardinate in una effettiva ed efficace capacit&agrave; di risposta, se ne oppongono di nuove, fatte di localismo, di prossimit&agrave; interclassista, di vessazioni inflitte al contiguo pi&ugrave; debole e, massimamente, all&rsquo;immigrato che diviene - con estrema facilit&agrave; - il capro espiatorio di paure e di fragilit&agrave; esistenziali che hanno altrove la propria causa e la propria origine. Poi, guai a rinunciare alla critica, al contrasto, anche duro, alla battaglia contro derive culturali che non devono essere subite o, peggio, introiettate, per opportunistico conformismo, o per pigrizia. E questo va fatto anche fra i lavoratori, se fra i lavoratori, per&ograve;, ci si va. Abbiamo detto, pi&ugrave; e pi&ugrave; volte, che non esistono taumaturgiche scorciatoie, tali da produrre resurrezioni nel breve periodo. La strada da intraprendere &egrave; quella, difficile, ma senza alternative, di ricostruire - sul campo - una pratica sociale e politica che renda utile e quindi credibile la presenza di una sinistra mondata da elitarismi e da incrostazioni burocratiche. E&rsquo; questo che si sta cercado di fare. Che sta faticosamente facendo il Prc. Con buona pace di Gian Antonio Stella che, detto papale papale, a tutto sembra interessato, meno che all&rsquo;inverarsi di questa possibilit&agrave;.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:4:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2286]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6/5/2009 "Ma a cosa serve il padrone?" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>E&rsquo; ragionevole ritenere che in assenza di un accordo - per roccambolesco che sia - come quello che Fiat ha raggiunto con Chrysler, le cose sarebbero andate peggio di quanto oggi non si tema per il futuro degli stabilimenti italiani della casa torinese. La quale, &egrave; bene non dimenticarlo, ancora nel 2004 si trovava sull&rsquo;orlo del fallimento. E non &egrave; un mistero per nessuno che fino a poco tempo fa la Fiat fosse candidata a soccombere nella gara ad esclusione fra le grandi ditte costruttrici di automobili. Paradossalmente, la crisi che ha travolto l&rsquo;economia reale negli Stati Uniti e la determinazione con cui Barak Obama ha rinnegato le promesse miracolistiche della mano invisibile del mercato per rivalutare quella visibile dello Stato, hanno rovesciato le posizioni di partenza. Vi sono stati poi - e va riconosciuto - l&rsquo;abilit&agrave; e il tempismo di Marchionne, capace di trarre dal precipitare di questa situazione tutto l&rsquo;utile possibile. Vedremo se l&rsquo;operazione gli riuscir&agrave; sino in fondo anche col ramo europeo di General Motors, perch&eacute; mentre il segmento di mercato coperto da Chrysler &egrave; complementare alle produzioni Fiat, lo stesso non pu&ograve; dirsi per Opel le cui produzioni si sovrappongono ampiamente a quelle della Fiat. E&rsquo; dunque a ragion veduta che il sindacato metalmeccanico tedesco, l&rsquo;Ig Metal, intravede nella fusione delle due aziende un rischio, reso pi&ugrave; grande dalla certo non eccelsa liquidit&agrave; dell&rsquo;azienda torinese, che convola a nozze multiple grazie ai dollari di Obama, dei fondi pensione dei lavoratori, generosamente immolati dal sindacato statunitense, ma senza conferire risorse proprie. E se a Detroit essa pu&ograve; portare il proprio know how sulle piccole cilindrate, a Berlino la Fiat non porta nulla. Dalla sua, resta il fatto che General Motors intende liberarsi di Opel, che anch&rsquo;essa reclama, per salvarsi, solidi aiuti pubblici dall&rsquo;amministrazione americana e che l&rsquo;obiettivo di fare massa critica in un mercato in contrazione &egrave; interesse di tutti. Tutto quanto detto sin qui prende in considerazione il punto di vista delle aziende in gioco, i loro interessi strategici e si colloca, rigorosamente, dentro il perimetro del modello di sviluppo dato. Ma &egrave; un punto di vista e sono interessi che solo in parte coincidono con quelli dei lavoratori. In quanto non &egrave; dato sapere dove le forbici taglieranno. Perch&eacute; &egrave; sicuro che da qualche parte il taglio ci sar&agrave;. In particolare nell&rsquo;indotto, nella componentistica, che d&agrave; lavoro, in Europa, ha circa tre quarti degli occupati nell&rsquo;universo produttivo dell&rsquo;auto. E non &egrave; affatto chiaro - vista la reticenza sin qui palesata - quale destino avranno gli stabilimenti italiani. Tanto pi&ugrave; che Marchionne, per facilitarsi i negoziati, ha fornito al governo e ai sindacati tedeschi ampie rassicurazioni circa la tutela dell&rsquo;occupazione in quel Paese. Mentre in Italia imperversa la cassa integrazione, a Pomigliano, a Termini Imerese, a Mirafiori, nonch&eacute; nelle consociate Iveco e Powertrain. E mentre i governanti italiani si limitano a fregiarsi della coccarda Fiat, simbolo della rediviva, italica creativit&agrave;, nell&rsquo;intento di farne uno sport pubblicitario per s&eacute; medesimi. Nessuno - tranne questo e pochissimi altri giornali - ha tuttavia provato ad interrogarsi su quale sia il senso di ci&ograve; che sta accadendo. N&eacute; quale assetto dei rapporti sociali si stia configurando, o riproducendo, all&rsquo;ombra degli accordi americani. Il salvataggio non riguarda questa volta le banche, ma un&rsquo;impresa manufatturiera. L&igrave; il capitale ha fallito clamorosamente. Esce di scena il management, ma sono i lavoratori a pagare. In moneta sonante, attraverso i loro fondi pensione. E poi, con il congelamento dei salari, con la rinunzia ad una parte delle ferie, con l&rsquo;allungamento del nastro orario, prima che il lavoro sia conteggiato come straordinario. Infine, con la moratoria sugli scioperi, per un tempo infinito, sino al 2015. Roba da anestetizzare qualsiasi pur vaga espressione di autonomia o di dissenso. La presenza dei lavoratori, attraverso il loro sindacato, nel consiglio di amministrazione (un solo delegato contro il 55 per cento delle azioni formalmente detenute) &egrave; puramente ornamentale. Dominus della situazione &egrave; la Fiat, che gestir&agrave; da plenipotenziaria il nuovo gruppo, potendo contare su un prestito da 6 a 8 miliardi di dollari, che lo stato americano si appresta a devolvere. Anche questi, merita ricordarlo, sono soldi dei contribuenti, restituendo i quali (se mai questo avverr&agrave;) la Fiat potr&agrave; consolidare la propria posizione di comando. Tutto, al dunque, si risolve con il passaggio del potere di controllo da un&rsquo;azienda ad un&rsquo;altra, oliato con denaro pubblico e con una cura da cavallo somministrata ai lavoratori, le cui rinunzie economiche no sono in alcun modo controbilanciate da una effettiva voce in capitolo sulle scelte aziendali. Perch&eacute; il loro potere reale &egrave; pari a quello del due di coppe quando la briscola &egrave; spade. Non solo. Lo scenario che si apre &egrave; quello di una concorrenza spietata fra gruppi e fra stabilimenti dello stesso gruppo. Operai in competizione con altri operai, per la rispettiva sopravvivenza. Fuori da qualsiasi ipotesi di coordinamento intersindacale, capace di prevenire una letale guerra fra poveri, rischia di rimanere spazio solo per politiche protezionistiche, per il rilancio di nazionalismi o, addirittura, per chiusure localistiche che sono l&rsquo;esatto contrario di una &ldquo;uscita da sinistra&rdquo; dalla crisi. E che prefigurano una nuova fase di subalternit&agrave; del lavoro al capitale. Che invece, come la Fenice, rinasce dalle proprie ceneri. Eppure, la crisi era aperta anche ad altri sbocchi. Per esempio, ad un peso e ad un ruolo diversi dei lavoratori e dello Stato nelle aziende, in rapporto alla definizione delle strategie produttive, occupazionali e retributive. S&igrave;, anche retributive, considerato che all&rsquo;origine della crisi statunitense vi &egrave; proprio un impoverimento dei redditi da lavoro di spettacolose proporzioni. Ma vi &egrave; di pi&ugrave;. Una diversa maturit&agrave; sindacale e, soprattutto, politica avrebbe forse potuto mettere a tema la questione di una forma originale di propriet&agrave; sociale e di intervento pubblico, reclamati, in modo eclatante, da una crisi talmente profonda da riproporre l&rsquo;antico e negletto interrogativo: &laquo;a che serve il padrone?&raquo;. Se, leggendo queste parole, i convertiti al liberismo come epilogo della storia non si sono ancora fatti il segno della croce, converrebbe provassero, per una volta, a non rimuovere l&rsquo;argomento. E a ripescare temi di cui ci si &egrave; troppo facilmente sbarazzati, come programmazione, cooperazione, autogestione, forse pi&ugrave; carichi di modernit&agrave; e di futuro di quanto non lo siano - alla prova dei fatti - quelli di mercato e di competitivit&agrave;.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 20:1:57 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2285]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[26/4/2009 “Questo” 25 aprile ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Dobbiamo riflettere con attenzione su questo 25 aprile. Dobbiamo seriamente interrogarci sul tentativo, in pieno dispiegamento, di &ldquo;rifondare&rdquo; l&rsquo;identit&agrave; nazionale, gi&agrave; cos&igrave; profondamente mutata nella sua costituzione materiale ed innervatasi in una compagine politica - largamente maggioritaria nei consensi elettorali - che &egrave; del tutto estranea, quando non addirittura ostile, al rivolgimento politico che, fra il 1947 e il 1948, plasm&ograve; sull&rsquo;antifascismo l&rsquo;architettura costituzionale del Paese. Per capirne il pi&ugrave; profondo significato non serve prendere come bersaglio le manifestazioni pi&ugrave; ripugnanti del fascismo che ama ancora oggi presentarsi nei suoi abiti tradizionali. Quelle espressioni si commentano da s&eacute;, suscitano immediato allarme e repulsione, financo negli ambienti pi&ugrave; politicamente assuefatti. E&rsquo; invece necessario guardare al disegno pi&ugrave; insidioso. Quello che, da un lato, sembra dare per acquisito il giudizio storico di condanna del fascismo e riconosce nella Resistenza l&rsquo;incubatoio fondativo della democrazia. Ma che, dall&rsquo;altro, discrimina, nella lotta di liberazione, chi si batt&eacute; per un nuovo ordine sociale, costruito sul binomio uguaglianza-libert&agrave;. Gianfranco Fini, che &egrave; il principale artefice di questa ambiziosa revisione storica, colloca fra i &ldquo;cattivi&rdquo; i comunisti e, fatalmente, quel mondo del lavoro che tanta parte ebbe nell&rsquo;epopea resistenziale e nella costruzione dei fondamenti sociali ed ideali del nuovo stato. Al bando viene messa, in termini inequivocabili, la lotta di classe e con essa tutto quel processo politico sociale che port&ograve; - dopo il lavacro della guerra - non soltanto alla liquidazione del fascismo, ma anche al superamento del vecchio stato liberale. E alla configurazione di un progetto politico in divenire - perch&eacute; questo &egrave; la Costituzione repubblicana - al cui centro sono poste le classi lavoratrici ed il ruolo fondamentale che ad esse viene assegnato nella politica e persino, sia pure attraverso formule solo abbozzate,  nell&rsquo;economia del Paese. Tutto ci&ograve; viene radicalmente espunto dal nuovo perimetro costituzionale evocato da Fini, che indica nell&rsquo;antifascismo e nell&rsquo;anticomunismo il nuovo tratto identitario che dovrebbe sorreggere una nuova memoria condivisa. In questa zona, neutra e apparentemente moderata, rischiano di incontrarsi - provenienti da diverse sponde - i cultori di una falsa modernit&agrave;, nella quale va in realt&agrave; affermandosi l&rsquo;egemonia culturale di una destra determinatissima nel collocare su nuovi binari la prospettiva politica ed ideale del Paese, sterilizzando e rimuovendo, come parentesi esauste, non soltanto la Resistenza, ma l&rsquo;intera vicenda politica e sociale del Novecento. Questa manovra &egrave; del tutto complementare, e non alternativa, al completamento di un processo di scardinamento dell&rsquo;assetto istituzionale del Paese, che trova nel populismo totalitario berlusconiano l&rsquo;espressione pi&ugrave; esplicita. Presidenzialismo, ingessamento del parlamento, federalismo antisolidale, bipartitismo antiproporzionale, insofferenza, che tracima nell&rsquo;intolleranza, per la divisione dei poteri, sfondamento dello stato di diritto. E ancora: rigetto della laicit&agrave;, pulsioni da &ldquo;stato etico&rdquo;, legislazione sui migranti intrisa di razzismo. E poi: l&rsquo;attacco al sindacato e al diritto di sciopero, il collateralismo paraconfindustriale in ogni conflitto di lavoro. E, non per caso, la dichiarata intenzione di cancellare dalla Costituzione &ldquo;bolscevica&rdquo; tutto il titolo terzo, quello che disciplina i rapporti economico-sociali, che pone i lavoratori (la loro dignit&agrave;, la loro libert&agrave;, la loro sicurezza) al di sopra degli interessi privati e fissa nell&rsquo;utilit&agrave; sociale i limiti entro i quali pu&ograve; svolgersi la libert&agrave; di impresa. Si capisce bene, dunque, di quali mattoni sia lastricato il tragitto che porta al progressivo smantellamento, piuttosto che all&rsquo;attuazione, della suprema Carta e quali scopi persegua lo stravolgimento di un passaggio fondamentale della storia d&rsquo;Italia. Alla base di questa imponente regressione, vi &egrave; certo la devastante sconfitta della sinistra e, insieme ad essa, di quel mondo del lavoro ieri nerbo di una grande rinascita politica e morale, ma oggi frantumato e diviso. E in tanta sua parte privo di rappresentanza politica. Una rappresentanza che, ad un certo punto, deve essere parsa sciaguratamente superflua. Eppure, se una chance &egrave; data alla sinistra non rassegnata alla propria marginalit&agrave;, questa consiste proprio nel ripartire da l&igrave;, attraverso un cimento faticoso che non contempla scorciatoie o taumaturgiche resurrezioni.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:59:44 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2284]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[23/4/2009 "Domande (cruciali) alla Cgil" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Nei giorni scorsi, secondo copione, Confindustria, Cisl, Uil, Ugl hanno chiuso il cerchio, con il governo a fare da sensale. Esito pervicacemente voluto dai protagonisti dell&rsquo;intesa separata. Che segna la chiusura (irreversibile?) di una fase, quella di una coabitazione sindacale ormai del tutto infragilita dalla presenza di linee oggettivamente divaricanti. La Cisl incarna ormai un modello sideralmente lontano dalla propria storica tradizione autonomistica. Persino la linea che fu di Savino Pezzotta (&ldquo;contrattare sempre, in qualsiasi contesto, il meno peggio&rdquo;) &egrave; definitivamente tramontata. Il nuovo scenario &egrave; ormai inscritto in una logica consociativa, al cui centro campeggia, come protagonista assoluta, l&rsquo;impresa, con le sue incontestabili esigenze di competitivit&agrave;. Confindustria chiede complicit&agrave; al lavoro. Cisl e Uil la concedono senza un fremito. Fino a destrutturare il contratto nazionale, ridotto ad un&rsquo; asettica procedura contabile, strutturalmente impossibilitato a difendere il reddito dei lavoratori. E per giunta derogabile, in ogni azienda dove il padrone, dietro la minaccia dei licenziamenti, ne dovesse chiedere, &ldquo;in tutto o in parte&rdquo;, la cancellazione. Ma cosa ottiene, in cambio, un sindacato ridotto a terminale subalterno del sistema d&rsquo;impresa? Per i lavoratori, assolutamente nulla, visto che della diffusione della contrattazione aziendale - spacciata come vera contropartita di tutta l&rsquo;operazione - non vi &egrave; neppure l&rsquo;ombra. Anzi, i pochi che potranno svolgerla dovranno sottostare a regole ferree, che fanno del salario una variabile aleatoria e revocabile della redditivit&agrave; d&rsquo;impresa. Otterr&agrave; invece qualcosa il sindacato, trasmutato nella sua superfetazione burocratica, totalmente immerso in quel reticolo di commissioni bilaterali che, dal centro alla periferia, cogestiranno servizi, garantiranno la pace sociale, ammortizzeranno ogni conflitto. Un sindacato al quale i padroni devolveranno la gestione di quello che si chiama &ldquo;sottogoverno&rdquo;, vale a dire l&rsquo;intermediazione del consenso dei lavoratori all&rsquo;azienda, in cambio di qualche limitato favore, a beneficio dei propri associati, come compenso per la rigida obbedienza al comando d&rsquo;impresa. Questo &egrave; - n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno - il modello alla cui corda si vorrebbe impiccare tutto il movimento sindacale italiano. E&rsquo; intuitivo quale via d&rsquo;uscita dalla crisi esso prepari. Ora, che la Cgil si sia sottratta a questo scempio ed abbia dimostrato di mantenere una grande capacit&agrave; di mobilitazione &egrave; certo un fatto positivo ed incoraggiante. Rivela che esistono, nel lavoro, riserve morali che possono contrastare una simile deriva e che i giochi non sono ancora fatti. Tuttavia, il gesto volontaristico, dettato dall&rsquo;istinto di sopravvivenza, non &egrave; di per s&eacute; sufficiente. Serve una strategia, altrimenti il 4 aprile sar&agrave; stato un canto del cigno. Dico una strategia, e non soltanto una tattica, perch&eacute; la piattaforma di cui quello che &egrave; ancora il pi&ugrave; grande sindacato italiano si deve saper dotare &egrave; molto pi&ugrave; che un esercizio di semplice manutenzione ordinaria. Oggi, tutti i &ldquo;nodi&rdquo; elusi dal congresso di tre anni or sono si ripresentano. Ovviamente aggravati, perch&eacute; il tempo non fa sconti. La Cgil sar&agrave; dunque costretta a ragionare in corsa, perch&eacute; i prossimi appuntamenti contrattuali rischiano di vederla correre da sola. Sempre che al suo interno non prevalgano coloro che spingono per una ritirata a Canossa, rischio tutt&rsquo;altro che scongiurato. L&rsquo;ipotesi non &egrave; peregrina e potrebbe rapidamente materializzarsi se le singole categorie della Cgil dovessero rientrare nel gioco dalla porta di servizio, condividendo con i propri partners di Cisl e Uil piattaforme per i rinnovi contrattuali perfettamente compatibili con il modello che la Cgil ha invece respinto al tavolo centrale. Sarebbe davvero la &ldquo;balcanizzazione&rdquo; del sindacato di Corso Italia. E, con essa, la fine della storica caratterizzazione della Cgil come sindacato generale, come confederazione di lavoratori, non gi&agrave; come federazione di categorie. Vogliamo invece immaginare che la deriva verso un sistema neo-corporativo non si compia. Proviamo, allora, a proporre alcuni temi, sino ad ora rimossi, che potrebbero dare il segno di una svolta. In primo luogo, la questione salariale. I redditi da lavoro sono arretrati ovunque, in Europa. Ma in nessun paese come in Italia, dove il sindacato si autoproclama in ottima salute. Come mai? Diciamo, da quando si &egrave; affermata (e ancor dura) la tesi secondo cui la moderazione salariale favorisce l&rsquo;accumulazione, che favorisce gli investimenti, che favoriscono l&rsquo;occupazione. Questa fallace convinzione, compulsivamente perseguita nella contrattazione, ha progressivamente portato all&rsquo;abolizione della scala mobile e alla sistematica soppressione di tutte le voci retributive indicizzate, ritenute responsabili della corsa dei prezzi. Ci si &egrave; cos&igrave; limitati ad inseguire, senza successo, l&rsquo;inflazione, quella programmata, deliberatamente sottostimata rispetto a quella reale. In compenso, si &egrave; contribuito al consolidamento di una cultura imprenditoriale che ha fatto della riduzione del costo del lavoro il principale fattore di competitivit&agrave;. Identica parabola hanno subito i rapporti di lavoro. La martellante campagna sulla flessibilit&agrave;, contro il lacci e i laccioli che ingessano la prestazione lavorativa, la richiesta di scardinare le regole che ne contenevano l&rsquo;utilizzo arbitrario, sono state introiettate dal sindacato come un dazio da pagare al post-fordismo, alla modernit&agrave;. Si sono cos&igrave; aperte brecce, e poi voragini, nella contrattazione e nella legislazione, in continuo reciproco rimando derogatorio. E il mercato del lavoro si &egrave; trasformato in un vero e proprio emporio del precariato, pr&ecirc;t-&agrave;-porter. Per cent&rsquo;anni, la riduzione dell&rsquo;orario di lavoro ha scandito le tappe del progresso sociale dei lavoratori e del Paese. Poi, proprio quando la scienza incorporata nelle moderne tecnologie ne avrebbe consentito un&rsquo;ulteriore contrazione, con formidabile beneficio per l&rsquo;occupazione e per la qualit&agrave; esistenziale, il trend si &egrave; mutato nel suo contrario. Il tema viene persino derubricato dalle richieste sindacali. L&rsquo;orario di lavoro aumenta a dismisura insieme alla disoccupazione involontaria. &ldquo;Se vuoi sopravvivere, lavora di pi&ugrave;&rdquo;, &egrave; diventato non solo lo slogan del padrone, ma la realt&agrave; interiorizzata da un&rsquo;intera generazione. Il sistema di protezione sociale ha subito una profonda erosione: dagli ammortizzatori sociali (per estensione e per qualit&agrave;), alle pensioni, decurtate attraverso un&rsquo;impressionante sequenza di manomissioni, ad onta della buona salute dell&rsquo;Inps e malgrado i livelli di rendimento siano in rapidissima decrescita, con buona pace dei lavoratori adibiti per decenni a mansioni &ldquo;usuranti&rdquo;, ai quali non si riconosce neppure il risarcimento di un anticipato diritto alla pensione. Mentre per i giovani di due generazioni, approdati all&rsquo;occupazione nella stagione dei lavori &ldquo;atipici&rdquo; si apre la concreta prospettiva di non poter accedere, in vecchiaia, a nessun trattamento pensionistico. Ma la svolta che si rende necessaria coinvolge anche questioni non meramente contrattuali o di strategia redistributiva. Il sindacato &egrave; stato fortemente contaminato dall&rsquo;ideologia mercatista, che ha ispirato un&rsquo;ondata di privatizzazioni, anche dei servizi pubblici sociali, a cui si &egrave; opposta un&rsquo;assai labile resistenza, con pesanti conseguenze tanto per i lavoratori quanto per i cittadini, vistisi trasformare da titolari di diritti in clienti di prestazioni a pagamento. Ancora. Si pensi al tema del patto di stabilit&agrave;, vera e propria camicia di Nesso che ha congelato la spesa sociale dei governi (ricordate Padoa Schioppa?) non meno delle sinapsi del sindacato, incapace di contestare una politica di bilancio talmente restrittiva da inibire qualsiasi serio progetto di investimento, in particolare sul terreno della spesa sociale. Non soltanto ipotesi di &ldquo;deficit spending&rdquo;, ma persino pi&ugrave; modeste proposte di congelamento del debito sono parse fughe nell&rsquo;utopia, da scansare in favore del tradizionale approccio monetaristico. Alla luce di quanto sta succedendo nel mondo, sarebbe il caso di allargare un poco gli orizzonti del possibile. Infine, e certo non da ultima, la questione democratica. Chi e come decide, e su che cosa, &egrave; problema tuttora irrisolto nella Cgil. Per le altre organizzazioni sindacali il tema non sussiste: formalmente, decidono gli iscritti, in realt&agrave; &egrave; operativa una delega in bianco ai gruppi dirigenti centrali. Qualche flebile mormorio di dissenso &egrave; stato sempre represso sul nascere. Solo nelle fasi di impetuosa spinta dal basso si &egrave; avuto un intreccio fecondo fra democrazia diretta e democrazia delegata. Rifluito il movimento, la prassi democratica si &egrave; atrofizzata. E con essa la partecipazione dei lavoratori, i quali hanno ben compreso che il loro potere di decisione su tutta l&rsquo;attivit&agrave; negoziale &egrave; -per usare un eufemismo- assai relativo. Stabilire, una volta per tutte, che la sovranit&agrave; su piattaforme e accordi &egrave; - per la Cgil - condizione vincolante per ogni pratica sindacale, ad ogni livello, equivarrebbe ad un&rsquo;autentica rivoluzione antiburocratica. A dire il vero, nei documenti congressuali questo impegno politico &egrave; gi&agrave; affermato. Peccato che soltanto una categoria, la Fiom, ne abbia fatto un punto dirimente della propria identit&agrave;. In conclusione, l&rsquo;interrogativo che si pone &egrave; se la Cgil sapr&agrave; trovare in s&egrave; stessa (e nel rapporto con i lavoratori) le risorse per riattrezzare il proprio indebolito bagaglio strategico, o se gallegger&agrave; in una terra di nessuno, alternando strappi formali a cedimenti sostanziali.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:58:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2283]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[21/4/2009 "Un altro “lodo” per fare ingiustizia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Abbiamo visto cento volte all&rsquo;opera la spregiudicatezza di Berlusconi nell&rsquo;utilizzare il suo straripante potere per proteggersi dal naturale corso della giustizia. Lo abbiamo visto accanirsi contro l&rsquo;autonoma giurisdizione della magistratura quando essa ha incrociato con i suoi innumerevoli conflitti di interesse. O mettersi di traverso per sottrarre ai giudici strumenti di indagine di fondamentale importanza per l&rsquo;attivit&agrave; inquirente. Ci &egrave; toccato sentirlo giustificare l&rsquo;evasione fiscale e sproloquiare contro la &ldquo;persecuzione&rdquo; tributaria dei ricchi. Lo abbiamo sentito in questi giorni scagliarsi contro una trasmissione televisiva che si &egrave; azzardata a denunciare come la speculazione dolosa e l&rsquo;imprevidenza abbiano trasformato il terremoto d&rsquo;Abruzzo in una catastrofe ancora pi&ugrave; grande. Lo abbiamo ascoltato polemizzare contro la procura dell&rsquo;Aquila impegnata nell&rsquo;inchiesta sulle palesi responsabilit&agrave; l&igrave; emerse. Non avremmo immaginato - confessiamo l&rsquo;ingenuit&agrave; - che il Presidente del consiglio e il suo governo si sarebbero spinti sino a tentare di rendere immuni da concrete conseguenze penali i manager delle aziende che fossero giudicati responsabili anche dei pi&ugrave; gravi infortuni sul lavoro. E&rsquo; vero, la manomissione del Testo Unico in materia di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro, commissionata da Confindustria ed eseguita con scrupolo servile dall&rsquo;esecutivo, era un inquietante segno premonitore. Ma ora si va oltre. Molto oltre. Persino al di l&agrave; della delega approvata dal Parlamento, nel cui perimetro soltanto il governo era autorizzato ad operare. Quel codicillo 10/bis, che interrompe alquanto in basso la catena delle responsabilit&agrave;, &egrave; un vero e proprio salvacondotto nei confronti delle gerarchie apicali dell&rsquo;impresa. Ora si capisce bene quale solenne disprezzo per la vita dei lavoratori si celi dietro tante ipocrite espressioni di cordoglio che puntualmente accompagnano le morti sul lavoro. E quanto priva di credibilit&agrave; sia la voglia di mettere fine alla impressionante sequenza di infortuni che non accenna affatto a diminuire. Se questo disegno andr&agrave; in porto saranno in molti a tirare un sospiro di sollievo. Un amministratore delegato, a partire da quello della Thyssen-Krupp, non dovr&agrave; pi&ugrave; rispondere in un&rsquo;aula di giustizia dell&rsquo;imputazione di omicidio volontario. Torner&agrave; ad essere colpa delle vittime, o di qualche caporeparto messo a fare da parafulmine, secondo il disgustoso copione che va in scena di fronte ad ogni sciagura.  Siatene certi: non esiste una sola azienda talmente distratta da non cogliere, chiaro e preciso, il segnale di impunit&agrave; che viene dalla politica. In base al quale la sicurezza, che &egrave; un costo, pu&ograve; rimanere un optional. Se non si impedisce questa indegnit&agrave; sar&agrave; un requiem per la prevenzione.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:56:32 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2282]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[19/4/2009 "Il movimento antirazzista risorsa della democrazia" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Ora anche Gianfranco Fini scopre che la legge sull&rsquo;immigrazione, della quale egli condivide con un Umberto Bossi la paternit&agrave;, &egrave; un groviglio di contraddizioni e deve essere cambiata. A dire il vero, il presidente della Camera lo fa con molta prudenza e parzialit&agrave;, difendendone l&rsquo;impianto generale e limitandosi a chiedere il superamento della norma che consente l&rsquo;assunzione di un migrante a patto che questi si trovi ancora nel paese d&rsquo;origine. Grossolana ipocrisia, poich&eacute; ognuno sa che tutti gli stranieri che dovrebbero beneficiarne si trovano gi&agrave; in Italia e per lo pi&ugrave; lavorano &ldquo;in nero&rdquo;, magari da anni. Si riconosce, in ogni caso, che l&rsquo;attuazione della legge, cos&igrave; com&rsquo;&egrave;, &egrave; impossibile e rappresenta tutt&rsquo;al pi&ugrave; l&rsquo;ennesimo balzello vessatorio, concepito per rimarcare l&rsquo;italica ostilit&agrave; verso ogni progetto migratorio. Questa tremula proposta di correzione impatta, tuttavia, con un contesto generale fortemente deteriorato. Perch&eacute; in questi anni le pulsioni xenofobe o apertamente razziste sono state coltivate e nutrite, piuttosto che contrastate, con effetti devastanti sulla coesione sociale, sulla cultura popolare, sulla legislazione nazionale, anche la pi&ugrave; recente. Permesso di soggiorno a punti, classi ponte (si legga: differenziali), delazione dei medici contro i migranti irregolari che si rivolgono loro per le cure, schedatura dei rom, smantellamento dei loro campi, proliferazione di quei lager che sono i centri di identificazione ed espulsione, accordi con la Libia per il presidio militare delle coste da cui sortiscono i &ldquo;viaggi della speranza&rdquo; che si trasformano in viaggi della morte, rifiuto di varare una legge sul diritto d&rsquo;asilo e sul voto agli immigrati: queste alcune delle perle del lungo rosario di provvedimenti, adottati o mancati, che disegnano il profilo pi&ugrave; recente dell&rsquo;attivit&agrave; governativa in materia di immigrazione. Poi, come in un perverso effetto domino, sindaci di diverse tendenze (Lega, Pdl in pole position, ma anche Pd) si sono superati nella strumentalizzazione del tema della sicurezza, per giustificare inammissibili misure discriminatorie, dalle ordinanze &ldquo;antibivacco&rdquo;, mirate sui migranti, alla rimozione delle panchine nei luoghi da essi pi&ugrave; frequentati, ecc. Per la prima volta, dal nord al sud, le persone vengono colpite dividendole per categorie etniche e non in base a specifici reati. E c&rsquo;&egrave; di peggio, se pu&ograve; capitare, come a Bologna, che si stampino manifesti raffiguranti un bruto di pelle nera in procinto di aggredire una ragazza bianca, con impresso un eloquente &ldquo;difendiamo le nostre donne&rdquo;. O se, come a Foggia, si istituiscono autobus per soli immigrati, in perfetto stile apartheid. O se si prevedono, come a Brescia, benefici economici, il &ldquo;bonus beb&eacute;&rdquo;, riservandone il godimento ai soli cittadini italiani. Si sta consolidando, in questo Paese, un vero e proprio diritto &ldquo;duale&rdquo;, per cui due rumeni accusati di stupro possono essere trattenuti in carcere anche quando viene provata la loro estraneit&agrave; ai fatti, mentre un nativo, di famiglia &ldquo;bene&rdquo;, reo confesso di un identico reato &egrave; subito rilasciato sulla parola, accampando egli il consenso della sua vittima. Ecco, razzismo, classismo e omofobia orrendamente impastati insieme. Ma c&rsquo;&egrave; dell&rsquo;altro. Come &egrave; noto, in Italia, il permesso di soggiorno &egrave; stato nella sostanza abolito. In luogo di esso vige il contratto di soggiorno che sancisce, solo in virt&ugrave; del rapporto di lavoro, il diritto del migrante di stabilirsi sul suolo italiano e di risiedervi fintanto che quel rapporto sia attivo. Se termina il lavoro (per qualsivoglia motivo), cessa anche il diritto. Da quel momento inizia la transumanza coatta verso l&rsquo;illegalit&agrave;, oggi trasformata in reato di clandestinit&agrave;. E verso la persecuzione, poich&eacute; chi non se ne va rischia in proprio, dall&rsquo;internamento nei Centri di identificazione ed espulsione alla galera vera e propria. Qui si coglie l&rsquo;essenza dei rapporti sociali fissati dalle norme vigenti. Lo Stato, nello stabilire le condizioni che legittimano la permanenza di un migrante sul territorio nazionale, ne delega la gestione al datore di lavoro, vale a dire ad un soggetto privato. Diciamo, per estensione, ad una classe sociale. Il padrone &egrave;, alla lettera, il dominus. Egli sfrutta la condizione di straordinario potere che gli &egrave; affidata ex lege per esercitare un potere ricattatorio senza eguali, poich&eacute; dalla sua insindacabile volont&agrave; dipende non soltanto il lavoro del migrante, ma ogni suo ulteriore diritto, che in caso di rescissione del patto di lavoro sar&agrave; istantaneamente polverizzato. La sua vita, tutte le sue speranze, sono appese ad un filo di ragnatela che pu&ograve; essere reciso in ogni momento. Egli non &egrave; un uomo libero. Come nei regimi schiavistici, &egrave; il padrone, che pu&ograve;, a sua totale discrezione, donare o revocare la libert&agrave;: fine dello stato di diritto. Non occorre particolare acume per comprendere come questo stato di soggezione sospinga il migrante ad accettare condizioni di lavoro e anche di vita (si pensi alla speculazione usuraria sugli alloggi) cui mai egli si adatterebbe in condizioni normali e come questo stato di minorit&agrave; sia spregiudicatamente giocato contro i lavoratori nativi per opporre loro una manodopera malleabile e disposta ad ogni sorta di sacrificio e di rinunzia. O a subire sordidi ricatti, come nelle campagne delle Puglie, della Calabria, della Campania. Eppure esiste un modo, assai semplice, per rovesciare la catena dello sfruttamento. Basterebbe garantire la regolarizzazione, il permesso di soggiorno, a tutti i migranti che denunciano il proprio rapporto di lavoro &ldquo;in nero&rdquo;. Rendendo cos&igrave; chiaro che lo Stato si allea con la gente perbene e non con i suoi aguzzini. Ne guadagnerebbero tutti: l&rsquo;economia, l&rsquo;erario, la sicurezza collettiva. Ma soprattutto, la giustizia, la civilt&agrave;. E la riscoperta del valore dell&rsquo;uguaglianza che si &egrave; smarrito. Anni or sono, quando per la prima volta comparve sulla scena politica la Lega, allora solo lombarda, pochi notarono che nel suo statuto si parlava dell&rsquo;immigrazione come di &ldquo;una infezione che corrode la nostra civilit&agrave;, recide le nostre radici, corrompe la purezza della nostra razza&rdquo;. Non era impossibile capire di quali umori si alimentasse questa ideologia, troppo simile alle suggestioni himleriane per essere spacciata come espressione un po&rsquo; guasconesca di folclore locale. Ma non lo si volle capire. Ora che molte delle tesi leghiste sono entrate nel senso comune, risalire la corrente &egrave; divenuto molto, molto pi&ugrave; difficile. Ieri, da tante citt&agrave; italiane si &egrave; levata la protesta. Non sar&agrave; un fuoco di paglia. I propugnatori dello &ldquo;sviluppo separato delle razze&rdquo; devono mettersi in testa che la presenza dei migranti continuer&agrave; in ogni caso ad aumentare sino ad alterare profondamente la composizione demografica di questo Paese. E che i migranti di seconda generazione non accetteranno pi&ugrave; la ghetizzazione in cui sono tenuti i loro padri e le loro madri.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:54:46 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2281]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[8/4/2009 "Piccoli terremoti e pessime case" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Ci sar&agrave; molto su cui riflettere, quando lo stato di assoluta emergenza sar&agrave; superato e quando la primaria necessit&agrave; di dedicare ogni sforzo al soccorso delle popolazioni aquilane permetter&agrave; un&rsquo;analisi pi&ugrave; istruita delle ragioni che hanno trasformato il terremoto d&rsquo;Abruzzo nell&rsquo;ennesima, per nulla inevitabile, catastrofe umanitaria. Sappiamo che l&rsquo;impegno solidale, la generosit&agrave; spontanea di tante persone, associazioni, corpi di volontari non mancher&agrave;. Del resto, &egrave; gi&agrave; visibile, ed &egrave; una risorsa di cui, per fortuna, questo Paese non &egrave; privo. E tuttavia, mentre le proporzioni del disastro crescono di ora in ora e mentre le cifre di quanti mancano all&rsquo;appello lasciano intuire quanto l&rsquo;elenco dei morti sia ancora provvisorio, &egrave; necessario tornare, subito, su alcune questioni di fondo. Perch&eacute; l&rsquo;invito a &ldquo;non fare chiacchiere&rdquo; (&ldquo;sciacallaggio&rdquo;, dice chi ha la coda di paglia) nell&rsquo;ora del bisogno, nasconde il cinismo di quanti vorrebbero sbarazzarsi di evidenti, reiterate inefficienze, ritardi, irresponsabilit&agrave;, occultandoli dietro massicce dosi di retorica. In Italia abbiamo &laquo;piccoli terremoti e pessime case&raquo;, ha ricordato il Presidente del Comitato grandi sismi della Protezione civile, Giuseppe Zamberletti. Si pensi alla casa dello studente o all&rsquo;ospedale aquilani. La &ldquo;notizia&rdquo; &egrave; che il solo edificio pubblico dotato di requisiti antisismici, la palestra, &egrave; rimasto integro. In California - infierisce Franco Barberi, Presidente onorario della Commissione alti rischi - &laquo;un sisma simile non avrebbe causato un solo morto&raquo;. Insomma, che il patrimonio edilizio di questo Paese sia totalmente vulnerabile e che nessuna precauzione sia stata mai, dicasi mai, adottata, neppure nelle zone a pi&ugrave; alto rischio &egrave; oppure no un fatto di gravit&agrave; senza pari? E c&rsquo;&egrave; di peggio se Patrizio Signanini, docente di geofisica presso l&rsquo;Universit&agrave; di Chieti, rivela ieri a La Repubblica che &laquo;la zona dell&rsquo;Aquilano &egrave; segnata in categoria uno nelle mappe sismiche&raquo;, ma &laquo;per la regione &egrave; urbanisticamente nel livello due, che non impone costruzioni speciali&raquo;. Allora si capisce perch&eacute; a crollare come castelli di sabbia siano edifici di recente fabbricazione, e non soltanto le vecchie case del centro storico o quelle dei paesi di pi&ugrave; antico insediamento che pure avrebbero dovuto essere messe in sicurezza. D&rsquo;altra parte, il comportamento della regione Abruzzo &egrave; perfettamente in linea con la latitanza del governo centrale. E&rsquo; il Sole 24 ore di ieri che documenta come l&rsquo;impegno solennemente assunto da Berlusconi dopo il sisma del 2002 in Molise, nel quale perirono 27 bambini sepolti sotto le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia, sia finito nel nulla. Il decreto che conteneva dettagliate prescrizioni per la costruzione dei nuovi edifici e per la messa in sicurezza di quelli esistenti &egrave; naufragato, nelle mani dei governi che si sono alternati alla guida del Paese. Di proroga in proroga, di rinvio in rinvio. La verit&agrave; &egrave; che dentro vicende drammatiche come questa si specchia la realt&agrave; di un Paese che ha adottato il &ldquo;laissez faire&rdquo;, la deregolazione, in ogni campo, come metodo: brodo di coltura della speculazione edilizia, come della devastazione ambientale, dei profitti lucrati sulla elusione delle norme antinfortunistiche, come dell&rsquo;evasione fiscale. Raccontano che, in definitiva, la politica altro non &egrave; che lo specchio della societ&agrave;, di cui essa non fa che mettere in scena i vizi su una pi&ugrave; visibile ribalta. Pu&ograve; darsi che ci sia qualcosa di vero in questa peraltro autoassolutoria rappresentazione. Salvo che la politica dovrebbe coltivare un&rsquo;ambizione pedagogica, piuttosto che inseguire l&rsquo;opportunismo, lo spregiudicato affarismo e farsi lievito dei peggiori istinti predatori. Guardiamo poi al davvero grande moto di spontanea seppur disordinata solidariet&agrave; che da ogni dove si stringe attorno alle popolazioni colpite. E confrontiamolo con le disfunzioni - malgrado la prosopopea di cui &egrave; circondata - della nostra Protezione civile. &laquo;Fra le pi&ugrave; efficienti del mondo&raquo;, si dice. Ma, ad Onna distrutta, i sopravvissuti non potevano contare neppure su una tenda dove pernottare. Venti ore dopo il isma.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:51:34 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2280]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[5/4/2009 "Una lezione per tutta la sinistra" ]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Quando ti immergi in manifestazioni come quella che ieri ha invaso Roma, la bolla che avvolge la politica-politicante, l&rsquo;atmosfera rarefatta dell&rsquo;autoreferenzialit&agrave; che si respira nei palazzi del potere, si dissolvono improvvisamente. Con effetto catartico, il virtuale evapora e la realt&agrave; prende forma. Irrompe la verit&agrave;. La contraddizione fra capitale e lavoro, su cui si discetta, per rideclinarla o per rimuoverla o per ripudiarla, acquista una dimensione plastica, si veste di carne e di sangue. Certo, ne hai ancora una rappresentazione mediata da abiti borghesi e da luoghi diversi da quelli dove si svolge la produzione materiale di merci e di servizi. Ma incontri volti scavati, talvolta prematuramente invecchiati, che ti dicono che il lavoro &egrave; ancora fatica e lascia il suo segno. C&rsquo;&egrave; una fisicit&agrave; che parla da s&eacute;, che racconta una condizione, che disvela un&rsquo;antropologia operaia che nessuna ideologia della modernit&agrave;, coltivata nell&rsquo;immaginazione delle aporie post-fordiste, pu&ograve; cancellare. Eppure non puoi ancora capire, se non hai mai visto l&rsquo;antro di Polifemo di una fabbrica siderurgica. O il frenetico mulinare le mani delle operaie tessili di una catena di assemblaggio. O il muratore che come cent&rsquo;anni fa piega il tondino di ferro con le mani, arrampicato su un improbabile ponteggio da cui rischia ad ogni momento di cadere. O la telefonista out-bound di un call center che un contratto a progetto spaccia per libera professionista, quando non ha neppure diritto alle ferie, alla tredicesima, all&rsquo;indennit&agrave; di malattia e quando la maternit&agrave; diventa causa non opponibile di licenziamento. Si potrebbe continuare all&rsquo;infinito, ma pu&ograve; bastare. La rappresentazione di un lavoro subordinato che una martellante propaganda vorrebbe in progressiva estinzione, &egrave; del tutto falsa. Vero &egrave;, invece, l&rsquo;oscuramento mediatico che il lavoro ha subito. E lo &egrave;, non di meno, la crisi della rappresentanza politica di una porzione cos&igrave; vasta della societ&agrave;. Ma chi sono, da dove vengono le persone che ieri il Circo Massimo non riusciva a contenere? Perch&eacute; erano l&igrave;, perch&eacute; hanno risposto all&rsquo;appello della Cgil, pur in una situazione di enorme difficolt&agrave; economica e di precariet&agrave; occupazionale che non aiutano mai lo sviluppo delle lotte? Provi la sinistra in cerca d&rsquo;autore ad interrogarsi su questa elementare constatazione. Se un sindacato, malgrado i non lievi problemi che lo attraversano, riesce a mobilitare un popolo cos&igrave; vasto &egrave; perch&eacute; in quel mondo trova - anche in virt&ugrave; delle sue funzioni istituzionali - un radicamento. E di esso si nutre per alimentare le sue forze a cui neppure la destra straripante di questi tempi e tanto meno i padroni possono rimanere indifferenti. C&rsquo;&egrave; semmai da augurarsi che la Cgil amministri bene il consenso riscosso, sappia dare continuit&agrave; alla lotta intrapresa e lavori a scardinare sul serio quella gabbia dentro la quale si vorrebbe rinchiudere e annichilire il ruolo del sindacato. Perch&eacute; c&rsquo;&egrave; chi in quella gabbia prover&agrave; a farcela rientrare. Quanto alla sinistra, metta a profitto, anch&rsquo;essa, la lezione. Si scrolli di dosso la credenza secondo cui non va pi&ugrave; cercato nel lavoro il baricentro della propria rappresentanza. Se certa sinistra parolaia in mutazione proteiforme rischia di essere totalmente riassorbita nella esangue vulgata riformista, tocca a chi non guarda con rassegnazione a questo tristissimo epilogo battere un colpo. Il mito racconta come Anteo moltiplicasse le proprie forze sino a rendersi invincibile ogniqualvolta toccava la terra, sua madre. E come egli sia stato abbattuto da Ercole solo quando questi riusc&igrave; a tenerlo sollevato per aria, recidendo la fonte delle sue energie. Difficile trovare una metafora capace di indicare, in modo altrettanto calzante, la strada da seguire per risalire la china. La via maestra &egrave;, dunque, la ri-costruzione di una presenza organizzata dentro i luoghi di lavoro e ovunque pulsa la vita sociale, riconquistando la smarrita capacit&agrave; di unire la proposta politica con la prospettiva e queste con la risposta concreta ai problemi concreti che la gente vive. Poi, occorre molto altro. Ma senza questa condizione essenziale la politica diventa una vana giaculatoria: innocuo annaspare in un sincretismo ideologico di nuovo conio, che non porta da nessuna parte.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:49:56 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2279]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[1/4/2009 "Incivile Europa"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>E&rsquo; una mattina soleggiata, che incoraggia l&rsquo;iniziativa decisa dai delegati della Fiat-Sata di Melfi, iscritti al Prc, di esporre davanti ai cancelli dell&rsquo;entrata B una mostra fatta di 20 prime pagine di Liberazione, ingrandite, poi montate su carta traslucida e scelte fra quelle che - negli ultimi due mesi - hanno incrociato e raccontato, attraverso immagini, editoriali, articoli, i temi del lavoro, della concreta condizione operaia. Della fatica di sopravvivere e, contemporaneamente, di continuare a battersi. Non soltanto per un lavoro qualsiasi e in qualsivoglia condizione - mi dice Dino Miniscalchi, giovane delegato forgiatosi nel presidio dei 21 giorni - ma per un lavoro dignitoso, rispettoso della dignit&agrave; e dei diritti, dei contratti e delle leggi. Perch&eacute;, ora che si &egrave; compreso che la Fiat il lavoro non te lo d&agrave;, ma se lo prende, nessuno vuole pi&ugrave; tornare indietro, quando in cambio del posto si accettava tutto quel che veniva, con le mani dietro ed il capo chino. Eppure, malgrado il sedimento di quella impetuosa stagione di riscatto collettivo sia rimasto nell&rsquo;esperienza e nella coscienza di s&eacute; dei lavoratori e delle lavoratrici della Sata, si avverte tutto il peso della reazione aziendale, quotidianamente protesa a riguadagnare il controllo della fabbrica, a ridurre gli spazi di contrattazione conquistati dal sindacato, e ad avvalersi - per conseguire il risultato - di quella sperimentata gamma di strumenti di &ldquo;persuasione&rdquo; che una consumata esperienza ha messo nel bagaglio della pi&ugrave; grande impresa italiana. Dalle &ldquo;attenzioni particolari&rdquo; nei confronti dei delegati pi&ugrave; combattivi, all&rsquo;interlocuzione privilegiata con sindacati pi&ugrave; avvezzi a cedere all&rsquo;azienda potere reale in cambio di un po&rsquo; di sottogoverno. La crisi dell&rsquo;economia reale, poi, che si &egrave; abbattuta con particolare intensit&agrave; sull&rsquo;auto, &egrave; stata brandita come una clava, nel tentativo di indebolire la coesione fra i lavoratori, contrapponendo uno stabilimento all&rsquo;altro: Pomigliano contro Melfi contro Termini Imerese contro Mirafiori, alimentando la credenza o, semplicemente lasciando correre il sospetto, che alla chiusura dell&rsquo;uno possa corrispondere la salvezza degli altri. Un&rsquo;illusione, certo. Come prova la storia di tanti processi di dismissione industriale. Ma utile a generare un clima di paura, che sospinge molti a subire, che allenta i vincoli di solidariet&agrave;. E che rende pi&ugrave; docili e malleabili le persone. E allora, ecco gli straordinari che si alternano alla cassa integrazione, costringendo molti lavoratori a saltare tutti i riposi per oltre un mese; ecco una gestione &ldquo;scientifica&rdquo; della cassa integrazione medesima, distribuita in modo tale da incidere pesantemente sulla maturazione di ferie, permessi personali, tredicesima; ecco il subentro - deciso d&rsquo;autorit&agrave; dalla direzione - della cassa integrazione alla malattia e ai ricoveri; ecco la pressione esercitata, soprattutto sulle donne, per piegarle ad un&rsquo;intensificazione dei ritmi di lavoro. Ed ecco, ancora, quel trasferimento da Pomigliano a Melfi - frutto di un accordo separato che la Fiom non ha sottoscritto - di 300 lavoratori, in gran parte apprendisti, messi al lavoro in condizioni ambientali pessime. E&rsquo; in questo arido clima che i compagni e le compagne di Rifondazione hanno deciso di passare alla controffensiva. Mettendosi alle spalle anche le scorie di un&rsquo;esperienza di governo, quella del centrosinistra, che ha disseminato fra le persone - e non te lo mandano a dire! - tanta delusione. Eppure, l&rsquo;altra mattina, qualcosa di nuovo &egrave; avvenuto. Davanti ai cancelli c&rsquo;&egrave; anche una delegazione di lavoratori della Fiat di Pomigliano, anch&rsquo;essi iscritti a Rifondazione. Sono tutti giovani, anzi giovanissimi. Distribuiscono un volantino che invita all&rsquo;unit&agrave;, alla necessit&agrave; di rivendicare all&rsquo;azienda un piano complessivo di rilancio industriale capace di assicurare futuro a tutti gli stabilimenti del gruppo e salvaguardare i posti di lavoro. Da un altoparlante montato sul tetto di un&rsquo;auto speakerano, invitando i lavoratori che si incrociano per il cambio turno a fermarsi davanti alla mostra di Liberazione. E i lavoratori escono in massa, con La Stampa sotto braccio che la direzione fa distribuire a tutti all&rsquo;uscita dello stabilimento. Mi suggerisce un&rsquo;idea&hellip;  Alcuni si fermano, mentre attendono di salire sui pullman, altri corrono via in fretta. Tutti prendono il volantino e per terra non se ne vede uno. Buon segno - mi dicono - altre volte non &egrave; andata cos&igrave;. C&rsquo;&egrave; molto da raccontare, del lavoro e della vita di queste persone che la grande stampa ignora o nasconde, riuscendo nell&rsquo;impresa di persuadere persino parti della sinistra di una loro inesorabile condanna alla marginalit&agrave;, alla irrilevanza sociale e politica. Se ne vanno gli ultimi. Il piazzale torna deserto. Andiamo a pranzo e tiriamo un bilancio. Le idee ora fioriscono, una dietro l&rsquo;altra. C&rsquo;&egrave; entusiasmo: niente lo sorregge come un lavoro di cui si &egrave; avvertita l&rsquo;efficacia. Ce n&rsquo;&egrave; anche per Liberazione, che sosterr&agrave; questo sforzo. E che scandaglier&agrave; a breve, con un&rsquo;inchiesta, la vita alla Sata di Melfi. Per poi tornare davanti ai cancelli. A fare concorrenza a La Stampa. Si pu&ograve; fare.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:48:6 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2278]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[31/3/2009 "La partita è aperta"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Oltre tre milioni di lavoratori e di lavoratrici, partecipando in massa al referendum indetto dalla Cgil, hanno dimostrato di non volersi piegare ad una pratica sindacale che li espropria del diritto di decidere con il voto su questioni destinate a incidere profondamente sulla loro condizione di vita e di lavoro. Questo &egrave; il primo, fondamentale messaggio che emerge prepotentemente dalla consultazione sul nuovo modello contrattuale sottoscritto da Cisl, Uil ed Ugl con la Confindustria. Una cos&igrave; cospicua adesione manda a dire che fa i conti senza l&rsquo;oste chi pensa che un accordo consumato nella rottura sindacale e nell&rsquo;assenza di qualsivoglia rapporto con coloro che ne sono i destinatari, possa chiudersi senza contraccolpi. Fuor di retorica, l&rsquo;Italia del lavoro, pur tramortita da una crisi che sta falcidiando occupazione e redditi, pur indebolita dal ricorso a dosi massicce di cassa integrazione, licenziamenti, processi di delocalizzazione reali o minacciati, non si &egrave; rassegnata a subire passivamente l&rsquo;espugnazione di ogni diritto, non &egrave; stata ridotta - come molti auspicavano ed altri temevano - alla passivit&agrave; e al silenzio. E questo riaccende una speranza. Per le sorti del lavoro e della stessa democrazia. Il secondo segnale, non meno importante, riguarda il fatto che quell&rsquo;intesa clandestinamente pattuita da sindacati che hanno ormai manifestamente rinunciato ad una autonoma rappresentanza del lavoro, &egrave; stata solennemente ripudiata nel merito. Vale a dire per ci&ograve; che afferma, per la vulnerazione irreversibile del contratto nazionale di lavoro, per la cronicizzazione del sottosalario che &egrave; intrinsecamente connessa al modello pattuito, per l&rsquo;immiserimento della stessa contrattazione di secondo livello, ridotta ad una variabile dipendente della redditivit&agrave; di impresa, per il sistema derogatorio che rende labile e revocabile ogni diritto conquistato. E, non ultimo, per la comprensione che le nuove regole, nell&rsquo;imbalsamare ogni autonomo potere negoziale del sindacato e delle Rsu, rappresentano il misconoscimento di ogni soggettivit&agrave; del lavoro. Che la risposta sia stata poi di queste stupefacenti proporzioni &egrave; cosa che restituisce speranza e stimolo a tutto il sindacalismo non corrivo con la prepotenza padronale: uno sprone ad essere sino in fondo all&rsquo;altezza della sfida che i lavoratori sembrano voler raccogliere. Un&rsquo;ultima cosa. Vedrete che in queste ore il governo - interessato sensale della edificazione di un modello sociale neocorporativo, funzionale allo scardinamento istituzionale preannunciato da Berlusconi - rinnover&agrave; il consunto repertorio di contumelie contro la Cgil. Ma vedrete anche che i padroni, come sempre molto attenti ai rapporti di forza, valuteranno per bene sino a che punto conviene loro spingersi. Ancora una volta, saranno l&rsquo;intensit&agrave; e la continuit&agrave; della lotta a decidere. A partire da sabato prossimo. Sette anni fa, una grande risposta operaia fu capace di fermare l&rsquo;attacco all&rsquo;articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Malgrado un governo ostile ed un accordo separato che di quel diritto faceva strame. Da quel sussulto prese poi corpo un possente movimento di popolo che riusc&igrave; ad alimentare speranze di grande cambiamento politico e sociale. E&rsquo; noto come esse furono poi in gran parte deluse. Ma non &egrave; detto che non ci si possa riprovare. Lavorando per un esito diverso.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:46:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2277]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[27/3/2009 "Il peggior accordo possibile"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Come da copione. Cisl, Uil e Confindustria marciano ineffabili verso l&rsquo;accordo separato sul modello contrattuale, con il governo interessato sensale. Circola - semiclandestino - il testo dell&rsquo;intesa che pare ormai in dirittura d&rsquo;arrivo. Nessuna rimeditazione delle &ldquo;linee guida&rdquo; del 22 gennaio scorso, gi&agrave; pomo della discordia. C&rsquo;&egrave; di tutto e di pi&ugrave; in questo testo che si presenta come un prontuario di tutto ci&ograve; che un sindacato non dovrebbe mai fare ai lavoratori e a se stesso. L&igrave; vi si trova che il salario reale &egrave; destinato inesorabilmente a diminuire, per effetto di un contratto nazionale che non potr&agrave; neppure recuperare quanto viene eroso dall&rsquo;inflazione. Di pi&ugrave;. Quei modesti risultati potranno essere sottoposti a deroga, territorialmente, con il consenso dei sindacati stipulanti, di fronte a situazioni aziendali di crisi, ma anche &laquo;per determinare condizioni di attrattivit&agrave; per nuovi investimenti&raquo;: mirabile esempio di federalismo contrattuale, in virt&ugrave; del quale la pratica del dumping sociale si trasferir&agrave; dai rapporti fra fra imprese di stati diversi a quelli fra imprese di territori di un medesimo stato, o regione. Diciamo la verit&agrave;: una volta compromessa l&rsquo;universalit&agrave; della norma, il contratto nazionale non viene soltanto depotenziato. Semplicemente, non esiste pi&ugrave;. A maggior ragione di fronte ad una crisi talmente violenta da esporre i lavoratori ad ogni sorta di condizionamento quando non di esplicito ricatto. Con il contratto nazionale, la cui dinamica retributiva diventa un puro esercizio contabile affidato ad un &laquo;soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza&raquo; (sic!), viene azzerata anche l&rsquo;autonomia rivendicativa delle categorie. Che messe cos&igrave; a riposo avranno tempo per dedicarsi alla costruzione di quell&rsquo;edificio consociativo che sono gli enti bilaterali, dove si concorda un po&rsquo; di welfare (ciascuno secondo le forze proprie) e si riscuotono prebende che garantiscono la sopravvivenza delle burocrazie. Niente conflitto e democrazia a remengo, ma soldi tanti. In azienda, contrariamente ai proclami, non si far&agrave; un bel niente. Anzi: per ottenere qualche beneficio fiscale il salario negoziato in quella sede dovr&agrave; essere interamente variabile e correlato ad indici di produttivit&agrave; e di bilancio. E guai a chi sgarra, perch&eacute; alle confederazioni firmatarie competono anche funzioni di gendarmeria. L&rsquo;esercizio della contrattazione di secondo livello continuer&agrave; ad essere prerogativa dei soliti noti (crisi permettendo). Agli altri, che non ce la fanno, soltanto una mancia, a fine contratto e purch&eacute; non percepiscano gi&agrave; superminimi, neppure individuali! Seguono altre nequizie, di varia consistenza ed entit&agrave;. Come le clausole di raffreddamento del conflitto (l&rsquo;autoironia non abita da quelle parti). E per le aziende che ritardano la sottoscrizione di un accordo oltre la sua naturale scadenza? L&igrave; no. L&igrave; nulla: un innocuo incontro fra le parti, che non si nega a nessuno. Brutta storia. La risposta, tuttavia, &egrave; alle porte: sabato apre le danze il sindacalismo di base, il 4 aprile toccher&agrave; alla Cgil. Sar&agrave; bene per i lavoratori e per la democrazia di questo sconquassato Paese che le mobilitazioni riescano. Vi presti attenzione anche la Ces, che sull&rsquo;argomento sembra in preda a qualche stato confusionale.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:44:7 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2276]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[24-3-2009 "Post-fascisti alla corte di Berlusconi"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>La lunga marcia di Gianfranco Fini inizi&ograve; al congresso di Fiuggi, con la messa a punto di una strategia di transizione al post-fascismo. &laquo;Fascismo e antifascismo - aveva detto - sono una coppia indissolubilmente unita: insieme vivono e insieme muoiono&raquo;. L&rsquo;antifascismo era dunque sopravvissuto per decenni alla caduta del fascismo solo per ragioni internazionali (il mondo diviso in blocchi contrapposti) ed interne (l&rsquo;antagonismo fra schieramenti ideologicamente irriducibili) oggi del tutto tramontate. Dunque, concludeva Fini, &laquo;&egrave; tempo che l&rsquo;antifascismo raggiunga il fascismo, perch&eacute; entrambi affrontino il giudizio della storia...&raquo;. E si costruisca, finalmente, una memoria condivisa. La prima conseguenza di questa lettura era che fascismo e antifascismo diventavano - in chiave storica - opzioni equivalenti, separate da un esile diaframma fatto di casualit&agrave; e condizionato da episodi inscritti nelle biografie personali. E allora, se ne deduceva, perch&eacute; non riconoscere un risarcimento postumo ai caduti della Repubblica di Sal&ograve;, dimenticati da una storia a senso unico, scritta (e manipolata, direbbe Pansa) dai vincitori? C&rsquo;era, in tutto questo, una plateale mistificazione, quella cui si riferiva Giovanni De Luna, a proposito del &ldquo;pietoso&rdquo; indugiare sui &ldquo;ragazzi di Sal&ograve;&rdquo;, come a voler confinare quella pagina in una dimensione adolescenziale da &ldquo;ragazzi della Via Paal&rdquo;: tutti i bambini irresponsabili. E come a svilire il significato di una scelta, derubricata ad aneddotica individuale. In quella generale rimozione di senso e di significati si cancellava poi il ruolo storico giocato dalla classe operaia italiana e - per converso, specularmente - quello interpretato dalle classi dominanti, da una borghesia che ad un certo punto non esit&ograve; ad abbandonare il terreno della legalit&agrave; per affidarsi alla soluzione di forza, fino alla dittatura, per risolvere a suo favore un cruciale conflitto sociale: un tema che si &egrave; pi&ugrave; volte riproposto negli anni della Repubblica, come realt&agrave; o come possibilit&agrave;. Perch&eacute; questo ci rammentano i tentativi di golpe degli anni &rsquo;60 e &rsquo;70 e le trame nere, nonch&eacute; lo stragismo di Stato sul quale non per caso non si &egrave; fatta mai piena luce. Ma nell&rsquo;a-fascismo degli epigoni di Giorgio Almirante non c&rsquo;&egrave; mai stata una pura e semplice intenzione revisionistica. L&rsquo;obiettivo vero &egrave; stato la messa in discussione della Costituzione repubblicana, la sua identit&agrave; sociale e la sua legittimazione storica e morale. Ecco perch&eacute; l&rsquo;antifascismo non &egrave; un prodotto circoscritto e concluso dentro ben precise coordinate storiche, quelle dell&rsquo;epopea resistenziale, per cui esso avrebbe cessato ormai di dire ci&ograve; che aveva da dire in quanto semplice antitesi di un movimento sconfitto e quindi destinato ad eclissarsi con il suo antagonista: puro mito, privo di forza costituente che sopravvive come esercizio celebrativo retorico. Quello di cui merita rivendicare la fecondit&agrave; &egrave; l&rsquo;antifascismo come enzima permanente di un nuovo Stato e di un nuovo ordine sociale, come nervatura politica di una concezione partecipata e socialmente evoluta della democrazia.  Oggi, tutta An confluisce - senza sforzo alcuno, e si capisce - nel Pdl, retto con piglio padronale da Silvio Berlusconi. Fini, invero - e non so quanti altri con lui - segue un altro tragitto. Egli &egrave; andato &ldquo;oltre&rdquo; Fiuggi, tanto nel rigetto del fascismo quanto in una ostentata tensione para-costituzionale, nel tentativo di traghettare la destra italiana verso la cultura di una destra europea, certo classista e presidenzialista, ma laica, legalitaria, estranea a pulsioni golpiste. Qualche peraltro tiepida rivendicazione identitaria (la Fondazione) lascer&agrave; il tempo che trova. Essa non &egrave; null&rsquo;altro che una modesta concessione che accompagna tutti i processi di scioglimento (&laquo;Parigi val bene una messa&raquo;). Molta parte di An &egrave; ampiamente reclutata - armi e bagagli - nel truppone berlusconiano. E&rsquo; l&rsquo;uomo di Arcore che comanda e che comander&agrave; nel senso proprio del termine. E&rsquo; lui che incarna perfettamente quel tragitto di fuoriuscita dalla democrazia costituzionale di cui ha pi&ugrave; volte rivendicato la paternit&agrave;. Del resto, gli elementi costitutivi della cultura fascista, della sua architettura politica e statuale non possono essere riconosciuti soltanto quando si presentano nelle manifestazioni esteriori, nei simboli apologetici che ci rimanda l&rsquo;iconografia del ventennio (fasci littori, fez, orbace, camicia nera, teschi, manganelli e cos&igrave; via). Bisogna sforzarsi di guardare oltre, pi&ugrave; in profondit&agrave;, e coglierne l&rsquo;intima realt&agrave; nel razzismo, nell&rsquo;esaltazione della disuguaglianza come elemento naturale, che impone ad ognuno e ad ogni classe di stare al proprio posto dentro uno stato corporativizzato ove &egrave; espunta ogni dialettica sociale, ove il conflitto non &egrave; un elemento di progresso, ma una malattia da estirpare e a cui fa da contrappunto la retorica militaresca e la sua sublimazione in un qualsivoglia, onnipresente nemico esterno. Il &ldquo;cesarismo&rdquo;, la mistica del capo che sostituisce alla democrazia il rapporto diretto con le masse, il plebiscitarismo, che educa alla delega, alla deresponsabilizzazione personale, alla spoliticizzazione, al conformismo che formano sudditi, non cittadini. Una democrazia &ldquo;invertebrata&rdquo;, come nota Eugenio Scalfari. Ed un popolo che dismette la propria sovranit&agrave; per regredire a &ldquo;plebe&rdquo;. Non suggerisce niente tutto questo? In fondo, la vera riforma costituzionale (della costituzione &ldquo;bolscevica&rdquo;) che con metodo si va progressivamente attuando, non prevede forse l&rsquo;esautoramento del parlamento, l&rsquo;abolizione della divisione dei poteri da dissolvere nella primazia dell&rsquo;esecutivo, il superamento dell&rsquo;universalismo dei diritti, travolto dal federalismo devolutivo di impronta leghista? E ancora: l&rsquo;attacco frontale al sindacato, alla libert&agrave; e al pluralismo dell&rsquo;informazione, alla scuola pubblica, impoverita e restituita ad un passato che selezionava l&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione su basi censitarie, non rappresentano forse i tratti inequivocabili di un progetto che ha ripudiato i fondamentali principi della rivoluzione democratica e antifascista? E allora, di cosa dovrebbero lamentarsi mai gli epigoni di Giorgio Almirante? E&rsquo; del tutto superfluo evocare l&rsquo;ostentata gratitudine di Licio Gelli che di Berlusconi ricorda essere stato ispiratore e mentore, forse millantando merito eccessivo. Soprattutto rispetto al ruolo ben altrimenti determinante che fu di Craxi e di Dell&rsquo;Utri (ciascuno per le &ldquo;sfere&rdquo; di propria competenza). Quando Assunta Almirante con sicuro istinto politico, indica in Berlusconi - e non in Fini - il vero capo della destra italiana, entra in perfetta risonanza con ci&ograve; che pensa una buona parte dei suoi colonnelli, ieri confinati in una storica opposizione anticostituzionale, ma oggi cooptati ed integrati nell&rsquo;ingranaggio corruttivo del potere berlusconiano. Berlusconi d&agrave; oggi forza legale a ci&ograve; che &egrave; gi&agrave; nella realt&agrave;: non solo come capo indiscusso, ma come proprietario del nuovo Pdl, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno di come lo &egrave; stato di Forza Italia, coerentemente con l&rsquo;inossidabile concezione del potere che ha interpretato in questi quindici anni. Sar&agrave; il &ldquo;caudillo&rdquo; a selezionare la sua corte, a promuovere e a bocciare, secondo gusto e capriccio, al di l&agrave; di qualche bardatura formale, e in base alle regole intrinsecamente autoritarie ed inappellabili del comando di impresa. L&rsquo;appuntamento &egrave; fra meno di una settimana, quando si assister&agrave; alla plastica messa in scena di questa fagocitazione.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:42:21 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2275]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[20/3/2009 "Sicurezza: inclusione o repressione?"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>C&rsquo;&egrave; qualcosa di proditoriamente distorsivo nella rappresentazione della realt&agrave; che viene dalla politica e - con riflesso servile - da gran parte dei media. La materialit&agrave; delle condizioni di vita di milioni di lavoratrici e di lavoratori colpiti dalla crisi economica, il dramma esistenziale di un&rsquo;intera generazione stretta fra un presente gramo ed un futuro che deprime ogni speranza, sfumano - se pur se ne parla - nell&rsquo;astrattezza delle statistiche. Si ottunde la vita reale. Non lo si fa ingenuamente, ma con metodo. Cos&igrave; si pu&ograve; raccontare la favola di una crisi poi non cos&igrave; grave e dirottare il senso di angoscia e di paura che tuttavia persiste, a dispetto di ogni diversivo propagandistico, verso falsi, ma pi&ugrave; comodi bersagli: l&rsquo;immigrato che ti ruba il poco lavoro che c&rsquo;&egrave;, il rumeno che coltiva la naturale propensione alla violenza, lo zingaro che viola la tua casa. Di questo istinto paranoico, alimentato con pirotecnica invasivit&agrave;, si nutre la campagna repressiva, che sta assumendo in Italia dimensioni parossistiche. L&rsquo;operaio che difende il suo posto di lavoro, lo studente che si oppone alla spoliazione della scuola, il giovane che rivendica il diritto ad uno spazio pubblico ove discutere, vivere, manifestare, praticare la democrazia, rappresentano altrettanti nemici da neutralizzare. E, se occorre, da colpire con tutta la necessaria durezza. Si badi, esiste un nesso assai stretto fra questa violenta spirale repressiva e l&rsquo;ultima trovata berlusconiana - sottovalutata come l&rsquo;ennesima provocazione - di imbalsamare il voto dei parlamentari, riducendolo a prerogativa dei soli capigruppo, di annichilire la dialettica politica fino a svilirla in una mera formalit&agrave;, trasferendo la sovranit&agrave; dal potere legislativo a quello esecutivo e consegnando quest&rsquo;ultimo nelle mani del suo capo indiscusso.  E ancora, come non capire che l&rsquo;attacco al diritto di sciopero, la trasformazione del sindacato in un docile intermediario fra i lavoratori e il comando d&rsquo;impresa rappresentano il compimento di una profonda torsione autoritaria dell&rsquo;assetto istituzionale del Paese. All&rsquo;ombra del quale si sta radicando - senza che ve ne sia un&rsquo;adeguata percezione sociale - una criminalit&agrave;, meno visibile ed efferata, ma incomparabilmente pi&ugrave; pericolosa di quella &ldquo;di strada&rdquo; contro la quale si accanisce invece, ipocritamente, la vulgata delle misure securitarie, terreno privilegiato su cui i partiti si contendono il consenso elettorale. Mentre il silenzio sulla ramificata penetrazione del capitale mafioso nell&rsquo;economia legale &egrave; assordante. Neppure la clamorosa denuncia di magistrati come Nicola Gratteri o come il procuratore generale antimafia Pietro Grasso riescono a scuotere chi nasconde e protegge quella che &egrave; una vera e propria occupazione del potere, dal sud al nord del Paese. Anzi, soprattutto al nord, se su Expo 2015 - e sulla torta da 400 miliardi di euro che l&igrave; sono in gioco - si protendono i tentacoli della &rsquo;ndrangheta sempre pi&ugrave; interfacciata con la politica, gli affari e i poteri forti della pi&ugrave; europea regione d&rsquo;Italia. Dal ponte sullo stretto al capoluogo lombardo, passando per l&rsquo;alta velocit&agrave; e per il cosiddetto piano casa di impronta berlusconiana, si squaderna sotto i nostri occhi l&rsquo;identit&agrave; di quell&rsquo;&ldquo;Italia da bere&rdquo; destinata a diventare libero pascolo di ogni affare privato e di ogni scorribanda malavitosa. In questo immenso territorio deregolato c&rsquo;&egrave; davvero spazio per tutto: per il riciclaggio di denaro sporco, che viene ripulito nelle asettiche stanze dei santuari della finanza, nelle banche o nelle agenzie di intermediazione immobiliare. E per l&rsquo;infame pratica dell&rsquo;usura, o per la tratta di manodopera clandestina, gestita da autorevoli uffici di consulenza con la complicit&agrave; di individui al secolo nullatenenti e disoccupati di professione, ma capaci di movimentare migliaia di persone nel lavoro illegale, reclutate alla maniera dei vecchi caporali. O ancora, per quelle procedure di appalto, gi&agrave; rese opache dalla pratica del massimo ribasso d&rsquo;asta, che rendono tante pubbliche amministrazioni corresponsabili di frodi fiscali, violazioni contrattuali, omissioni delle norme in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro. Allora chiediamo: l&rsquo;imprenditore che evade il fisco &egrave; un eroe positivo del nostro tempo? E&rsquo; un povero diavolo che agisce coartato da uno stato di necessit&agrave;? E l&rsquo;insicurezza sul lavoro, giunta a conseguenze estreme, ha a che fare con la perduta sicurezza sociale, oppure &egrave; un&rsquo;altra cosa? La corruzione, veleno che si insinua in ogni snodo della macchina amministrativa, &egrave; motivo di allarme, oppure rientra negli effetti collaterali della modernit&agrave;? Chi governa questo Paese preferisce sorvolare. Meglio guardare altrove. Meglio scatenare la crociata purificatrice contro i migranti, assimilati, in quanto tali, ad un problema di ordine pubblico. Ronde, espulsioni, campi di concentramento, prigioni dedicate, una legislazione punitiva che introduce nel codice penale il reato di immigrazione clandestina. Ed &egrave; di ieri l&rsquo;ultima invenzione della ministra Gelmini che vorrebbe contingentare la presenza dei bambini immigrati nelle classi. Domanda: che ne far&agrave; degli eccedentari? Ne disporr&agrave; la deportazione? Si ripropone una logica da apartheid, barbara e miope insieme. Non capiscono. Non vogliono capire. E invece dovranno prendere confidenza con il fatto che fra trent&rsquo;anni la composizione demografica di questo Paese sar&agrave; profondamente mutata e la consistenza del ceppo autoctono sar&agrave; di molto inferiore a quella attuale. Qualcuno pensa di poterlo impedire? Forse no, ma lor signori cavalcano una tigre che produce voti, almeno nel breve. E devastazione morale, perch&eacute; &egrave; in questo oscuro senso di angoscia che prendono corpo gli istinti persecutori, quella via di fuga che consiste nel cercare nell&rsquo;altro, nel diverso da s&eacute;, in colui che &egrave; ancora pi&ugrave; debole, la causa presunta delle proprie paure e delle proprie insicurezze. E&rsquo; dentro questa arcigna diffidenza verso il prossimo che attecchisce quella violenza che si dice di voler estirpare. Lo stato della salute pubblica di questo Paese conferma che le cose sono andate molto avanti. E la crisi economica non aiuta la ricostruzione di sentimenti inclusivi e solidali, di un&rsquo;idea di bene comune. Ma &egrave; questo il faticoso compito cui non si pu&ograve; rinunciare.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:40:0 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2274]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[17/3/2009 "Per il lavoro solo il fondo del barile"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Di retorica a buon mercato sulle Robin Tax e sui balzelli (pi&ugrave; presunti che reali) da imporre ai ricchi per sfamare i poveri, si sono colmati i fossi. E, fra opposti eccessi propagandistici, si &egrave; perso il bandolo della matassa. Proviamo a mettere un po&rsquo; di ordine. Franceschini ha messo a tema l&rsquo;istituzione di un assegno per i disoccupati da finanziarsi con una tassa di scopo, un 2% sui redditi superiori a 120 mila euro. E&rsquo; vero che non vi si era cimentato quando il Pd era al governo, e questo suscita qualche sospetto. Ma, in definitiva, viva la resipiscenza, ancorch&eacute; tardiva. Gettito previsto: 500 milioni di euro. Due settimane fa, la Cgil aveva lanciato un&rsquo;analoga proposta, solo diversamente modulata: un prelievo, una tantum, del 5% sui redditi oltre i 150 mila euro. Gettito previsto: poco pi&ugrave; di un miliardo. In entrambi i casi, cifre alquanto modeste. Troppo modeste, in ogni caso, per poter essere davvero apprezzate dai potenziali fruitori e poter parlare con enfasi di giustizia sociale. Certo, una boccata di ossigeno ed un tenue segnale all&rsquo;insegna della solidariet&agrave; sociale, ma nulla di pi&ugrave;. Un vecchio adagio, tornato di moda in questo tempo di vacche magre, recita &laquo;piuttosto che niente, meglio piuttosto&raquo;. Ma &egrave; la consolazione dei disperati, abituati a prendere, con le mani dietro, quel che passa il convento. Che Berlusconi e compagnia rinviino ai mittenti persino queste proposte e che si facciano scudo del grottesco argomento secondo cui un assegno di disoccupazione spingerebbe i fortunati che ancora hanno un lavoro a farsi licenziare per riscuotere una miserabile prebenda a tempo, rivela solo di quale tempra morale siano fatti coloro che governano questo Paese. E con quali banalit&agrave; pensino di poter gabbare l&rsquo;opinione pubblica. Del resto, c&rsquo;&egrave; anche di peggio, se costoro pensano di sollevare la tremenda condizione dei precari rimasti senza impiego portando al 20% dei loro guadagni dell&rsquo;anno precedente l&rsquo;indennit&agrave; loro destinata. Quello che invece non finisce di sorprendere &egrave; l&rsquo;angustia del perimetro dentro il quale si muove la ricerca del governo e della stessa opposizione parlamentare. Pare che le risorse da impiegare per fronteggiare la disoccupazione e la povert&agrave; dilagante si possano ricavare solo raschiando il fondo del barile. Mentre servirebbero il coraggio e la volont&agrave; politica di investire capitali ingenti nel nostro terremotato sistema di protezione sociale. Ma Obama non abita qui. Per scoprire dove reperire le risorse necessarie basterebbe esaminare i dati che pochi giorni fa ha proposto il procuratore generale della Corte dei Conti. Si verrebbe a sapere che l&rsquo;Italia &egrave; tutt&rsquo;altro che un Paese povero. Ma che la ricchezza &egrave; pessimamente distribuita, che la quarta parte del Pil continua a sfuggire a qualsiasi imposizione fiscale, che l&rsquo;evasione veleggia oltre la fantastica cifra di 230 miliardi di euro annui, mentre le esili cifre recuperate dall&rsquo;attivit&agrave; ispettiva dicono che l&rsquo;iniziativa di contrasto &egrave; ancora una chimera. Del resto, quando il ministro Brunetta - emulo di Berlusconi - proclama senza vergogna che il &ldquo;lavoro nero&rdquo; &egrave; un formidabile ammortizzatore sociale e che anch&rsquo;esso concorre ad alimentare il Pil, non fa che offrire una patente di legittimit&agrave; alle pratiche fraudolente di quanti sottraggono (rubano) alla collettivit&agrave; fondamentali mezzi di sussistenza. Se poi si chiede agli organi ispettivi e di vigilanza di allentare la loro presa per non aggravare la gi&agrave; precaria condizione delle imprese, si fa qualcosa di molto prossimo all&rsquo;istigazione a delinquere, ampiamente passibile del codice penale. Ma questa consapevolezza attraversa solo carsicamente l&rsquo;attenzione della politica. E&rsquo; come se lo stravolgimento della legge fiscale - fondamento del patto costituzionale - rappresentasse una tara endemica, una malattia perniciosa, ma sostanzialmente incurabile. Che invece si pu&ograve; debellare, eccome. E a costo zero. Ogni ispettore del lavoro, fra sanzioni erogate e somme evase restituite all&rsquo;erario, conferisce allo Stato, mediamente, risorse di quaranta volte superiori alla sua retribuzione, oneri indiretti compresi. La ragione per cui si comprime un&rsquo;attivit&agrave; tanto preziosa &egrave;, dunque, esclusivamente politica. Le tasse &ldquo;devono&rdquo; essere pagate, alla fonte, dal lavoro dipendente e da esso solo. In una misura persino superiore a ci&ograve; che la legge stessa prevede, se &egrave; vero che l&rsquo;aumento nominale (ma non reale) del salario lo fa scivolare inesorabilmente su pi&ugrave; elevati scaglioni di reddito imponibile. Ecco servita -signori- la surreale vessazione che viene quotidianamente e con metodo esercitata contro il lavoro. Le altre sconcezze che in questo clima degenerato hanno libero corso (gli emolumenti milionari per i manager pubblici e privati, i privilegi castali appannaggio degli inossidabili professionisti della politica) dovrebbero suscitare sdegno e rivolta. Lo sdegno -fra la gente- c&rsquo;&egrave; di sicuro. Anche se la normalit&agrave; dell&rsquo;ingiustizia genera spesso assuefazione. La rivolta no, non c&rsquo;&egrave;. Perch&eacute; quella deve essere organizzata e deve potersi reggere su una proposta politica che fatica a farsi strada. Ora, pu&ograve; ben darsi che, tagliando rendite di posizione, privilegi castali e riducendo le pi&ugrave; indecenti disuguaglianze non se ne ricaverebbero, in termini assoluti, somme grandiose. Ma, come ci ricordano i classici, il segnale che giungerebbe al Paese avrebbe un effetto moltiplicatore straordinario. Alla base delle grandi trasformazioni politiche c&rsquo;&egrave; sempre un progetto di riforma intellettuale e morale.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:38:7 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2273]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[6/3/2009 "Lavoro sano Lavoro sicuro"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Quando, oltre trent&rsquo;anni fa, cominciai a lavorare nel sindacato, mi capit&ograve; il seguente caso. In un&rsquo;azienda calzaturiera della provincia bresciana, un giovane operaio, ancora in prova, incorse in un gravissimo infortunio sul lavoro. Entrambe le mani gli furono troncate di netto mentre lavorava alla tranciatura delle tomaie. Tutta la fabbrica si ferm&ograve;. Il padrone si difese sostenendo che il &ldquo;tragico&rdquo; evento non poteva essere causato dalla carenza di adeguati dispositivi antinfortunistici di cui la macchina era, a suo dire, perfettamente munita. Precisamente, la protezione consisteva in due pulsanti, collocati ai due lati dell&rsquo;attrezzo, come in un flipper, che dovevano essere premuti tenendo simultaneamente impegnate entrambe le mani. Diversamente, la tranciatrice si sarebbe bloccata, escludendo qualsiasi conseguenza sull&rsquo;operatore. Dunque, cos&rsquo;era accaduto? Semplicemente questo. Al ragazzo, da pochi giorni avviato al lavoro, era stato detto che la conferma della sua assunzione sarebbe dipesa dal raggiungimento di una certa quantit&agrave; di pezzi/ora: una soglia molto, molto elevata. La consapevolezza della difficolt&agrave; del compito lo aveva spinto ad inventarsi una soluzione, tutta a suo rischio. Aveva bloccato con il nastro adesivo entrambi i pulsanti. Questo accorgimento gli consentiva di abbattere i tempi di lavorazione, elevare il ritmo, raggiungere il traguardo produttivo assegnato. E guadagnarsi cos&igrave; il diritto di continuare a lavorare. Un istante, un istante solo di disattenzione lungo una sequenza interminabile di operazioni ripetitive gli &egrave; stata fatale. A 23 anni, una vita rovinata. Ebbene, trent&rsquo;anni dopo, la situazione &egrave; di molto peggiorata. Perch&eacute; allora esisteva un rapporto di lavoro &ldquo;canonico&rdquo;, il lavoro a tempo indeterminato. E quello a termine, per un ben delimitato numero di casi. Questo dava maggiori possibilit&agrave; di sottrarsi alla pressione del padrone, almeno nelle aziende con pi&ugrave; di 15 dipendenti, ove non era (e per ora ancora non &egrave;) consentito il licenziamento senza giusta causa. Oggi, la precariet&agrave;, incardinata in una mostruosa legislazione derogatoria e legittimata da una impressionante proliferazione di lavori &ldquo;atipici&rdquo;, espone un&rsquo;intera generazione al ricatto, che sempre si finisce per subire quando gli strumenti di difesa scompaiono e si impone la paura. Parlo del ricatto come modalit&agrave; ordinaria, connaturata all&rsquo;essenza stessa del rapporto di lavoro. In un simile scenario le persone sono spinte all&rsquo;autosfruttamento, ad introiettare l&rsquo;ineluttabilit&agrave; dell&rsquo;umiliazione. E del rischio. Il pi&ugrave; irrimediabile dei quali &egrave; certo la perdita della vita, che diventa notizia solo quando si presenta con modalit&agrave; raccapriccianti e mediaticamente spettacolarizzabili.  Ma che annega nell&rsquo;assuefazione e nell&rsquo;oblio quando si traduce nello stillicidio quotidiano. Poi, ci sono gli infortuni non mortali, spesso causa di postumi invalidanti permanenti. Sono stati oltre 35mila nel 2007. E le patologie da lavoro. Sono state quasi 29mila nello stesso anno. Oggi siamo in piena deregolazione. Governo e Confindustria puntano a manomettere quanto di positivo &egrave; stato introdotto con il Testo Unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, a rendere inefficace il concetto di responsabilit&agrave; solidale dell&rsquo;appaltante nei confronti dell&rsquo;appaltatore, a depotenziare il ruolo delle Rsu, a depenalizzare parte delle violazioni di legge, a irretire le prerogative degli organi ispettivi, la cui gi&agrave; modesta attivit&agrave; il governo vorrebbe ulteriormente ridurre &ldquo;per non aggravare&rdquo; la crisi che colpisce l&rsquo;apparato produttivo. Quanto alla magistratura, si &egrave; dimostrata, in tanta sua parte, pi&ugrave; sensibile alla competitivit&agrave; delle imprese che non alla sicurezza dei lavoratori, come invece impone solennemente l&rsquo;articolo 41 della Costituzione. Archiviazioni, prescrizioni, sanzioni amministrative risibili. Mai un imprenditore che paghi penalmente, quale che sia il danno di cui si &egrave; reso responsabile. Sicch&eacute; quando un magistrato come Raffaele Guariniello chiede ed ottiene il rinvio a giudizio dei dirigenti della Thyssen Krupp con il capo di imputazione di &ldquo;omicidio volontario&rdquo;, ecco levarsi le proteste indignate di non pochi che sino a poco prima si erano uniti al dolore dei familiari delle vittime. Vediamo che il Capo dello Stato &egrave; tornato anche ieri sull&rsquo;argomento. Fa bene, Napolitano, a insistere, perch&eacute; anche la sordit&agrave; persiste. Del resto, chi lesina il salario e affama i lavoratori &egrave; difficile che investa nella loro sicurezza. La campagna che da oggi rilanciamo insieme a &ldquo;Carta&rdquo; e &rdquo;il manifesto&rdquo; attraverso il Dvd che trovate in edicola con il giornale non smetter&agrave; di battere su questo chiodo. Giorno dopo giorno.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:35:55 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2272]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[22/2/2009 "C’è una strada per cambiare davvero"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Naturalmente, non ci passa per la testa di fare del governatore della Banca d&rsquo;Italia il nostro mentore. Ma fa una discreta impressione ascoltare da quel pulpito l&rsquo;eloquio, certo prudente e paludato, di un banchiere il quale ci rivela che ne vedremo delle belle, che la caduta occupazionale pi&ugrave; pesante &egrave; di l&agrave; da venire, che dunque &egrave; indispensabile una riforma organica degli ammortizzatori sociali tale da coprire l&rsquo;universalit&agrave; dei lavoratori subordinati, tutelandoli dal rischio della disoccupazione e favorendone il rientro nell&rsquo;attivit&agrave; produttiva. Infine, che serve una politica di sostegno dei redditi pi&ugrave; bassi perch&eacute; la gente non ce la fa pi&ugrave; e la contrazione dei consumi determina un contraccolpo pesante, tanto sulla coesione sociale quanto sull&rsquo;economia. La quale si avvita a spirale e rischia di precipitare, nei prossimi mesi, in caduta libera. Il fatto &egrave; che gli attori oggettivamente chiamati in causa, il Governo, le banche, la Confindustria, stanno adottando comportamenti che, lungi dal costituire la soluzione del problema, ne preparano l&rsquo;aggravamento. Il governo non sa adottare misure di qualche efficacia redistributiva e incoraggia le pi&ugrave; viete pulsioni antioperaie del padronato. Le banche, mentre lesinano il credito alle imprese, a molti mesi dall&rsquo;esplosione della crisi non riescono (non vogliono) far luce sulla dimensione dei titoli tossici presenti nei loro portafogli, alimentando nei risparmiatori un pi&ugrave; che fondato senso di allarme e di sfiducia. Il sistema delle imprese, con in testa la Confindustria, invece di investire su un patto di solidariet&agrave; con il lavoro, punta tutte le sue carte sulla deflazione salariale, su un ulteriore impoverimento del sistema di protezione sociale, sulla cronicizzazione del precariato. E ancora, sulla rottura sindacale e sulla revoca del diritto di sciopero: un cocktail micidiale, foriero di conseguenze gravissime per la stessa tenuta democratica del Paese. Eppure un&rsquo;altra strada sarebbe praticabile. Si rammenti che l&rsquo;Italia non &egrave; priva di risorse. Tutto il contrario. Ma il nostro &egrave; un Paese dove la forbice fra ricchezza e povert&agrave; si &egrave; allargata a dismisura, dove la dimensione dell&rsquo;evasione fiscale e contributiva ha raggiunto - come ci ricorda l&rsquo;Agenzia delle entrate - la cifra strabiliante di 250 miliardi di euro, qualcosa come il 20% del pil. Nei giorni scorsi, Liberazione &egrave; tornata ripetutamente su questo punto, documentando come le cospicue somme recuperate all&rsquo;erario attraverso le attivit&agrave; ispettive (pi&ugrave; di 6 miliardi di euro nel 2007), non rappresentino in realt&agrave; che una modestissima quota della stessa evasione accertata. Basterebbe (si fa per dire) che l&rsquo;azione di contrasto e la capacit&agrave; di riscossione divenissero pi&ugrave; efficaci per mettere a disposizione dello Stato uno stock di liquidit&agrave; di tali dimensioni da alimentare politiche redistributive, il potenziamento del welfare, il sostegno ad uno sviluppo di qualit&agrave;. Occorrerebbe conquistare il principio che l&rsquo;evasione &egrave; un furto, un reato penalmente rilevante. Se ci&ograve; non avviene non &egrave; per ragioni tecniche, ma in virt&ugrave; di precise scelte politiche e sociali. Non c&rsquo;&egrave; altra plausibile spiegazione al fatto che gli enti preposti ai controlli continuino a non avvalersi delle banche dati disponibili presso l&rsquo;Anagrafe tributaria centrale. O che persista, ineffabile, il rifiuto dei governi ad introdurre una tassa, anche di limitata entit&agrave;, sui fantastici patrimoni di tanti strateghi dell&rsquo;evasione e dell&rsquo;elusione. E&rsquo; di qualche significato che persino una modesta proposta, di valore pi&ugrave; simbolico che sostanziale, come quella avanzata dalla Cgil di elevare di cinque punti il prelievo fiscale sui redditi superiori ai 150 mila euro, abbia suscitato la sdegnata reazione della Confindustria che senza percezione del ridicolo ha paventato nientemeno quel ritorno alla lotta di classe che essa vorrebbe continuare a praticare unilateralmente. Come si vede, la realt&agrave; &egrave; pi&ugrave; semplice di quanto raccontano, con le terga ben al riparo, certi predicatori dei sacrifici altrui. Lo hanno capito le persone convenute a Roma venerd&igrave; scorso. Lor signori siano certi che torneranno.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:32:51 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2271]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[14-2-2009 "Democrazia al lavoro"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Quello che speravamo e che era sommamente necessario per scuotere l&rsquo;inquietante atmosfera in cui imputridisce la politica italiana &egrave; infine accaduto. Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini &ldquo;in carne ed ossa&rdquo; ha fatto sentire la propria voce. Talmente forte e chiara da rendere risibile l&rsquo;ennesima, stucchevole querelle sul numero dei partecipanti. Il fatto incontrovertibile &egrave; che per le vie di Roma &egrave; scorso un fiume in piena: lavoratrici e lavoratori sono scesi in sciopero nel bel mezzo di una crisi devastante che mette in gioco i loro posti di lavoro, la loro vita, il loro futuro, disposti a farsi carico di un&rsquo;ulteriore decurtazione salariale per render chiaro a tutto il Paese, ad un governo imbelle e protervo, ad una tracotante Confindustria, che non sar&agrave; facile scaricare sui pi&ugrave; deboli i costi del disastro economico. E che quanti hanno stipulato l&rsquo;accordo separato che li deruba di salario, diritti, democrazia troveranno pane per i loro denti. Merito di Fiom e Fp quello di avere compreso la natura e la profondit&agrave; di questo attacco. Rivolto, s&igrave;, in primo luogo, contro le persone che lavorano, ma luciferinamente organizzato anche per colpire quella parte del sindacato che non intende rinunziare ad un&rsquo;autonoma rappresentanza del lavoro, che non si piega ad un ruolo servile nei confronti dell&rsquo;impresa. La storia patria, da quella pi&ugrave; antica a quella pi&ugrave; recente, come quella continentale e d&rsquo;oltre oceano, ci rende avvertiti che ogniqualvolta il sindacato &egrave; stato sconfitto (i controllori di volo nell&rsquo;America di Ronald Reagan, i minatori di Arthur Scargill nell&rsquo;Inghilterra di Margaret Thatcher) &egrave; l&rsquo;insieme dei rapporti sociali che ne &egrave; uscito sconquassato, generando povert&agrave;, solitudine, disuguaglianza. E una drammatica implosione della democrazia. Oggi, siamo noi a vivere su questo crinale. Reso ancor pi&ugrave; ripido dal pi&ugrave; organico tentativo mai messo in atto, da sessant&rsquo;anni a questa parte, di archiviare la Costituzione Repubblicana. Siamo cio&egrave; di fronte ad una riedizione di quella che lo storico Giovanni De Luna ha definito come &laquo;la latente tentazione antidemocratica della borghesia italiana&raquo;, che oggi si sposa al sovversivismo clerico-fascista di una classe politica dirigente ignorante, corrotta e aggressiva. Credo che tutto questo abbiano capito - con quell&rsquo;immediato istinto politico di cui tante volte hanno dato prova - le proletarie, i proletari che ieri sono cos&igrave; in tanti convenuti a Roma. Essi hanno avvertito il pericolo mortale, il bisogno di reagire direttamente, subito, in proprio, senza deleghe. Viene da l&igrave; un messaggio che &egrave; politico e morale insieme: provare ad ostruire una strada e ad indicarne un&rsquo;altra, con una intelligenza dei fatti ed una determinazione che altrove latitano. Allora servono due cose: la continuit&agrave; della lotta sociale, battendo colpo dopo colpo, ancora e poi ancora, finch&eacute; il ferro &egrave; caldo. Ed un ruolo politico della sinistra, a partire dal Prc, sempre pi&ugrave; necessario di fronte allo sconfortante cerchiobottismo del Pd.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:30:58 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2270]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[10/2/09 "Fine di un dramma, fine di un sopruso"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Eluana &egrave; morta. Scriviamo &ldquo;libera&rdquo; e ci permettiamo solo adesso di pubblicare la foto di Eluana giovane e bella. Ora vogliamo ricordarla cos&igrave;. Contrariamente a quanti - e sono tanti - hanno stampato e ristampato il suo giovanile ritratto per dare ad intendere che quel bel viso sorridente e in realt&agrave; sfinito da tanti anni di coma vegetativo, fosse proprio quello che si voleva crudelmente cancellare. Si spengano i riflettori, si lasci finalmente il diritto al dolore privato ad un padre e ad una madre che hanno portato il pesante fardello per diciassette anni. Cessato l&rsquo;artificio dell&rsquo;accanimento sanitario, la natura ha fatto il suo corso naturale. Andandosene Eluana ha sconfitto l&rsquo;inverecondo sciacallaggio politico che sul suo corpo e sul dolore della sua famiglia si &egrave; consumato in questi giorni. Nulla ci &egrave; stato risparmiato del peggior repertorio della strumentalit&agrave;, dell&rsquo;opportunismo, dell&rsquo;ipocrisia, della profonda immoralit&agrave; di una politica che non ha esitato a fare un uso perverso di una vicenda privata per imporre una scelta da &laquo;Stato etico&raquo;. E che, contemporaneamente, va a scardinare l&rsquo;intero edificio istituzionale: le prerogative del capo dello Stato, le sentenze - definitive e dunque inoppugnabili - della Corte di Cassazione, il ruolo del Parlamento. Quello che Berlusconi ha provato (sta provando) a determinare, con una formidabile accelerazione, &egrave; lo smottamento della democrazia costituzionale. Di pi&ugrave;: &egrave; l&rsquo;affermazione della forma preliberale, quella che fa del monarca un &ldquo;dominus legibus solutus&rdquo;, affrancato da ogni vincolo, detentore esclusivo della sovranit&agrave; che esercita senza altro limite che non sia la sua propria volont&agrave;. Berlusconi pensa ed opera come se la fonte di emanazione del suo potere, il voto del popolo, gli conferisse una giurisdizione assoluta. Quali esempi, fra quelli che la storia ci ha consegnato, possono essere evocati per cogliere il senso profondo di questa caduta verticale della democrazia? La vigilia del 1925 nell&rsquo;Italia dell&rsquo;incombente regime fascista? Oppure l&rsquo;assolutismo regio riassunto dalla celebre frase di Luigi XIV: L&rsquo;&egrave;tat c&rsquo;est moi. Non paia, questa, un&rsquo;iperbole polemica, una escogitazione gratuita. Un passo dopo l&rsquo;altro, una vulnerazione dopo l&rsquo;altra, una sequenza continua di amputazioni dei principi e dei diritti sanciti dalla Carta, stanno cambiando profondamente la realt&agrave; del Paese. E&rsquo; come in chimica: quando un elemento supera, in un composto, una soglia critica, la soluzione &laquo;precipita&raquo; e cambia radicalmente natura. Allora, qualsiasi intervento risulta tardivo, ogni sforzo &egrave; compromesso. Rimane spazio solo per le recriminazioni, per l&rsquo;inventario delle reticenze, degli errori, degli atti mancati. Il declivio si fa pi&ugrave; ripido. E&rsquo; pi&ugrave; complicato risalirne la china. Siamo ancora in tempo per scongiurare al nostro Paese un&rsquo;altra drammatica caduta.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:29:11 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2269]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[7/2/2009 "L’erede della loggia P2"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Il presidente della Repubblica, l&rsquo;onorevole Giorgio Napolitano, &egrave; a pi&ugrave; riprese intervenuto, con personale sensibilit&agrave; e con l&rsquo;autorevolezza che gli deriva dalla sua alta investitura istituzionale, per denunciare la carneficina che si consuma quotidianamente nei luoghi di lavoro. Lo ha fatto con chiarezza, mostrando come questa ecatombe non sia frutto della fatalit&agrave;, come cinicamente va dicendo Confindustria e come mostra di credere il ministro Sacconi, ma dell&rsquo;incuria, della carenza di misure di sicurezza, dei ritmi impossibili, del prolungamento del tempo di lavoro, dell&rsquo;assenza di formazione specifica, dei controlli laschi degli enti preposti all&rsquo;attivit&agrave; di prevenzione e repressione, della precariet&agrave; del lavoro che costringe tante persone a subire condizioni ricattatorie e a convivere strutturalmente con il rischio. Tutto ci&ograve; &egrave; stato ripetuto cento, mille volte. I giornali, pi&ugrave; o meno tutti, raccontano ogni giorno storie agghiaccianti di vite spezzate. O rovinate.Senza, per altro, darne conto per intero, visto che le cronache (e le statistiche) poco o nulla dicono degli infortuni che causano postumi invalidanti permanenti o delle patologie professionali di cui solo nel tempo si pu&ograve; avere contezza. Solo nei casi pi&ugrave; eclatanti, quando gli omicidi bianchi son plurimi o si verificano secondo modalit&agrave; particolarmente efferate, i riflettori si accendono. Ma &egrave; un momento. Poi l&rsquo;attenzione scema. Nell&rsquo;indifferenza e nell&rsquo;inerzia. Quando si diffonde fra i lavoratori stessi un senso di rassegnata impotenza, quando la rivendicazione di un lavoro pulito, dignitoso, che non porti lutti diviene un&rsquo;impresa titanica, quando i delegati, gli Rls, si sentono isolati perch&egrave; le prerogative che la legge stessa riconosce loro vengono sistematicamente eluse, ostacolate, pu&ograve; davvero accadere, come in effetti accade, di tutto. Pu&ograve; ad esempio succedere che il macchinista Dante De Angelis, licenziato in tronco da Trenitalia per avere denunciato, in qualit&agrave; di rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, &laquo;alcune criticit&agrave;&rdquo;&raquo; negli apparati di sicurezza che presiedono alla movimentazione ferroviaria, venga abbandonato a se stesso, dopo essere stato messo alla gogna, privato del lavoro e, ovviamente, del salario. A dire il vero, una opportunit&agrave; di riassunzione gli &egrave; stata accordata dall&rsquo;azienda. Ma a patto che De Angelis si pieghi ad una &rdquo;pubblica ritrattazione&rdquo;, ad una vera e propria abiura, che i dirigenti di Trenitalia chiamano elegantemente &rdquo;ristabilimento della verit&agrave;&rdquo;. Ecco, ci piacerebbe che Giorgio Napolitano muovesse un passo, nei modi e attraverso i canali propri del Presidente della Repubblica. Sarebbe un segnale forte, concreto, diretto. Volto non soltanto a porre riparo ad un sopruso, ma un incoraggiamento a chi si batte con coraggio, su un terreno vischioso, rischiando in proprio. E un monito a quanti sulla sicurezza nel lavoro fanno soltanto stucchevoli chiacchiere.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:22:43 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2268]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[3/2/2009 "L’agnello e il lupo"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>
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<p style="text-align: justify;" class="MsoNormal">Accadono cose curiose nell&rsquo;incartapecorito mondo della politica italiana. Fra queste, merita un posto privilegiato la polemica ingaggiata contro Liberazione da Giorgio Tonini, del coordinamento del Pd. La pietra dello scandalo &egrave; rappresentata dal poster - diffuso insieme al nostro giornale - con cui il Prc attacca Walter Veltroni, responsabile di aver concordato &laquo;con il principale esponente dello schieramento a lui avverso&raquo; una soglia elettorale di sbarramento del 4% per l&rsquo;ingresso al parlamento europeo. Il nostro censore si indigna, fa sapere che &rdquo;il confine &egrave; stato passato&rdquo; e che l&rsquo;attacco, politicamente scorretto, sarebbe non soltanto incivile, ma persino &ldquo;pericoloso&rdquo;, perch&egrave; indicherebbe in Veltroni non gi&agrave; un avversario, ma un nemico. Parole gravi. E del tutto infondate. Lo dimostra il fatto che nessun argomento &egrave; stato speso per contestare i contenuti del poster. Non la violenza del patto leonino con cui i due partiti maggiori vorrebbero cambiare le regole elettorali a ridosso delle elezioni. Non la pervicace intenzione di ridurre la politica (e la democrazia) a gioco bipolare a bassa intensit&agrave;. Non la sponda prestata all&rsquo;attacco senza precedenti portato al maggior sindacato italiano, la Cgil. Il capovolgimento della realt&agrave; ha del prodigioso: il Pd, che insieme a Berlusconi congiura per l&rsquo;epurazione della sinistra dall&rsquo;Europa, &egrave; la vittima; il Prc, che reagisce e protesta, diventa, con un gioco di prestigio, il carnefice. Ricordate la favola di Fedro, Lupus et agnus? Il lupo sbran&ograve; l&rsquo;agnello dopo averlo accusato di inquinargli l&rsquo;acqua che scorreva dal ruscello dal quale entrambi si abbeveravano. &laquo;Ma il lupo stava pi&ugrave; in alto&raquo; chiosava sarcastico l&rsquo;autore .</p>
<!--EndFragment-->
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:21:3 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2267]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[30/1/09 "Proviamoci anche in Italia"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Ieri tutta la Francia si &egrave; fermata. Si &egrave; trattato di uno sciopero generale imponente, che tale &egrave; stato fuori da ogni enfasi propagandistica. Proclamato da tutte le sigle sindacali, ha paralizzato il Paese per l&rsquo;intera giornata. A Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux, centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a grandi cortei. Ma in oltre duecento citt&agrave; -mentre scriviamo la mobilitazione &egrave; ancora in corso- si sono svolte manifestazioni di massa. Le stime, ancora parziali, parlano di 1.500.000 persone coinvolte. Con una novit&agrave;, per nulla scontata per i transalpini: sono scesi in lotta davvero tutti. Ai lavoratori pubblici, da sempre nerbo delle mobilitazioni, si sono uniti anche pezzi del settore privato, della grande distribuzione, del manifatturiero. Persino i magistrati e financo i dipendenti della borsa di Parigi hanno deciso di interrompere il lavoro. Ma cosa spiega un&rsquo;adesione corale di queste proporzioni? E quali sono gli obiettivi che hanno unificato sindacati tradizionalmente divisi? Innanzitutto il rigetto di un politica economica del governo accusata di rovesciare sui lavoratori, sulle lavoratrici e sulla parte socialmente pi&ugrave; debole ed esposta i costi della crisi, il rifiuto della precariet&agrave; che sta compromettendo il futuro di un&rsquo;intera generazione. Poi, la difesa dei servizi pubblici, contro i tagli alla scuola. E ancora, la questione salariale, con la richiesta di una radicale inversione nella iniqua distribuzione del reddito che ha favorito il capitale ed impoverito il lavoro. De te fabula narratur, viene da pensare guardando ai fatti di casa nostra, dove i medesimi temi si propongono in una versione aggravata: per le condizioni generali del Paese, per la ineffabile inerzia del governo, per la protervia antioperaia della Confindustria e per l&rsquo;atteggiamento corrivo di Cisl e Uil. Dalla Francia viene ora una scossa salutare. Sarebbe utile, qui da noi, imparare a parlare lo stesso linguaggio. Forte e chiaro. L&rsquo;unit&agrave; che si &egrave; spezzata fra gli stati maggiori del sindacato pu&ograve; riprendere dal basso. La lotta, quando risponde a bisogni reali, ha sempre un valore costituente: cambia i rapporti di forza, cambia le cose e le persone. Ed esercita una funzione persuasiva anche sui soggetti collettivi. Il 13 febbraio prossimo, metalmeccanici e dipendenti pubblici della Cgil faranno da apripista. La Cgil, da parte sua, indir&agrave; assemblee in tutti i luoghi di lavoro e promuover&agrave; il referendum sull&rsquo;accordo che Cisl e Uil hanno firmato senza alcun mandato. E&rsquo; da l&igrave; che si pu&ograve; ripartire. Avanti, dunque, senza paura.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:17:9 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2266]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[25/1/09 "L’esercito del male "]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Era nell&rsquo;aria. Che &egrave; mefitica. Berlusconi usa gli episodi di violenza sulle donne per scatenare una vera e propria campagna liberticida, che con l&rsquo;obiettivo di mettere argine alle aggressioni a sfondo sessuale c&rsquo;entra come i cavoli a merenda. Per il presidente del Consiglio &egrave; in corso una vera e propria guerra, alla quale rispondere con strumenti coerenti. Ad un non meglio definito &laquo;esercito del male&raquo; che minaccia mortalmente la civile convivenza serve opporre l&rsquo;esercito vero, quello di Stato. Dunque, non pi&ugrave; tre, ma trentamila uomini armati a presidiare le citt&agrave; italiane. Coordinati - aggiunge un La Russa in preda ad esaltazione mistico-bellica - dalla Guardia di Finanza, dalla Polizia penitenziaria, dalla Polizia locale. Tanto da suscitare la reazione del ministro degli Interni che chiede (udite! udite!) di unire alla presenza militare anche misure capaci di affrontare il tema del degrado ambientale nel cui brodo si producono situazioni di pericolosit&agrave; sociale. La fabbrica della paura, sapientemente alimentata, marcia a pieni giri. E&rsquo; la paranoia di stampo bushista in versione nostrana. Ricordate la crociata contro gli &laquo;Stati canaglia?&raquo;. Quella fu propedeutica alla teorizzazione della guerra preventiva e di una politica di aggressione che sta provocando lutti e catastrofi sociali immani su scala planetaria; questa - con identica intenzione fraudolenta - prova ad instaurare un clima di infondato terrore per giustificare una militarizzazione della societ&agrave;. Non vi &egrave; persona talmente avara di buon senso da non capire che non sar&agrave; mai l&rsquo;esercito a contrastare &ldquo;la criminalit&agrave; diffusa&rdquo; o la violenza, in particolare quella sulle donne, che oltre tutto si consuma - non lo si dimentichi - in massima parte tra le mura domestiche. E allora, perch&eacute; questo forsennato accanimento? Perch&eacute; questa scoppiettante prosopopea con cui si annuncia la lotta dura del governo contro il crimine, in un paese surrealmente dipinto come la Gotham City batmaniana? Con tutta evidenza, il battage ha altri e diversi obiettivi. Il primo &egrave; la collaudata opera di depistaggio dell&rsquo;opinione pubblica, dei cittadini, ai quali si propinano emergenze immaginarie per occultare quelle reali, che hanno a che fare, pi&ugrave; ruvidamente, con la precariet&agrave; materiale ed esistenziale in cui la crisi sta precipitando milioni di persone senza trovare nelle misure del governo risposte adeguate.  Il secondo ha ben altra gravit&agrave;, perch&eacute; rivela la filigrana della politica governativa in materia di sicurezza: vis persecutoria contro i migranti, reato di immigrazione clandestina, limitazione degli spazi pubblici alle manifestazioni, contrasto all&rsquo;esercizio del diritto di culto. E poi, il pacchetto giustizia del governo, che mentre ingessa le prerogative e gli strumenti di indagine della magistratura inquirente, lancia un piano edilizio per la proliferazione degli istituti di pena (da privatizzare!), pi&ugrave; per moltiplicare (per dieci, anche in questo caso?) il numero dei reclusi che non per affrontare il drammatico problema del disumano sovraffollamento delle carceri. La verit&agrave; &egrave; che siamo di fronte ad un salto di qualit&agrave; nell&rsquo;escalation autoritaria, nella torsione antidemocratica, nella compressione dei diritti e delle libert&agrave; costituzionali. Si guardi a quel che sta accadendo, nelle parti e nell&rsquo;insieme, e se ne avr&agrave; per intero l&rsquo;inquietante percezione. Una (piccola?) chiosa finale: il giorno dopo un accordo contro i lavoratori e contro il pi&ugrave; grande sindacato italiano il governo militarizza le piazze. Coincidenze?</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:14:37 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2265]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[22-1-09 "Il Partito democratico lascia sola la Cgil"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco<br />
<br />
Veltroni si schiera e va all&rsquo;attacco del lavoro. Su tutto il fronte. La lunga intervista concessa ieri al Sole 24 Ore, malgrado qualche passaggio criptico, non lascia margini d&rsquo;equivoco. La latitudine dell&rsquo;intervento &egrave; vastissima. Innanzitutto le pensioni, tema sensibile su cui da oltre tre lustri si sforbicia a oltranza. La disponibilit&agrave; dichiarata &egrave; quella ad un &laquo;adeguamento dei coefficienti che darebbe un po&rsquo; di respiro ai conti pubblici&raquo;. In soldoni, ci&ograve; vuol dire che per destinare qualche risorsa all&rsquo;estensione degli ammortizzatori sociali per la platea che ne &egrave; ancora priva bisogna decurtare il valore delle pensioni. Ancora una volta la tesi &egrave; che l&rsquo;operazione si deve fare &ldquo;a costo zero&rdquo;, spalmando quel che c&rsquo;&egrave;, togliendo da una parte ci&ograve; che si mette dall&rsquo;altra: tutto rigorosamente dentro il perimetro del lavoro. Poi Veltroni si allarga, e in una esternazione dall&rsquo;afflato formalmente unitario chiede al sindacato di superare vecchie incrostazioni ideologiche e riprendere il cammino unitario. Ma l&rsquo;appello, con tutta evidenza, non &egrave; neutro. E&rsquo; sulla Cgil che si fa pressione. Dopo una sequenza impressionante di accordi separati (commercio, lavoratori pubblici, scuola, Telecom, ecc.) ed altri in gestazione (sul testo unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e in alcuni grandi gruppi industriali), Cisl e Uil si apprestano ora a sottoscrivere con le associazioni imprenditoriali - complice il governo - un accordo generale sul modello contrattuale. Veltroni non pu&ograve; non saperlo. Ma proprio mentre Guglielmo Epifani spiega le robuste ragioni che impediscono alla Cgil di unirsi al coro, egli rivolge alla Cgil l&rsquo;invito a piegarsi al diktat confindustriale. Che, come &egrave; noto, delinea e formalizza un modello negoziale imperniato sulla progressiva eutanasia del contratto nazionale, sulla riduzione programmata dei salari, su una contrattazione integrativa limitata ad un&rsquo;area ristretta di lavoratori e di lavoratrici, subordinata ad un aumento della fatica, delle ore lavorate e legata alle performance dei bilanci aziendali. Veltroni non pu&ograve; non vedere che quell&rsquo;intesa incide nella carne viva delle relazioni industriali, muta il carattere stesso del sindacato, ne compromette l&rsquo;autonomia, prefigura un sindacato consociativo che sostituisce la contrattazione con una rete di commissioni bilaterali. Ma &egrave; esattamente questo sindacato, aconflittuale, collaborativo, sterilizzato della sua identit&agrave; progettuale, ad inscriversi perfettamente nella cosiddetta cultura &ldquo;riformista&rdquo;. Fa una certa impressione osservare come l&rsquo;ostentato obamismo, condito in salsa veltroniana, al dunque si traduca in un plateale ripiegamento sulle posizioni della Confindustria e del governo che dell&rsquo;attacco ai diritti del lavoro hanno fatto il focus del proprio condiviso disegno strategico. N&eacute; si capisce come la cecit&agrave; si possa spingere sino al punto di ignorare che dall&rsquo;impoverimento salariale, da un ulteriore freno ad una pi&ugrave; giusta redistribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale, vengono guai, guai seri, per tutta l&rsquo;economia e per la coesione dei rapporti sociali. Poi, la chicca finale. Veltroni mette il marchio del Pd sulla riforma del rapporto di lavoro modello Tito Boeri e Pietro Ichino: un contratto &laquo;tendenzialmente&raquo; a tempo indeterminato per tutti, ma con tutele dai licenziamenti illegittimi che si guadagnano solo strada facendo, nel tempo. Ci risiamo: &egrave; di nuovo l&rsquo;attacco all&rsquo;articolo 18, &egrave; la riedizione del sogno confindustriale di disporre di uno zoccolo di lavoratori da poter licenziare senza giusta causa. E&rsquo;, di nuovo, l&rsquo;idea malsana che per estendere i diritti a chi ne &egrave; privo sia necessario toglierli a qualcun altro. Sotto traccia, ma neppure tanto, vive la convinzione che i giovani debbano passare attraverso le forche caudine di una selezione delle imprese. Le quali, solo dopo, confermeranno a propria discrezione il posto a chi avr&agrave; garantito fedelt&agrave;. O complicit&agrave;, come piace dire al ministro Sacconi. &laquo;Patto fra produttori&raquo; lo ha definito Veltroni: bizzarra idea della reciproca convenienza. <br />
&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 18:49:12 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2264]]></link><category><![CDATA[ARCHIVIO NEWS]]></category></item><item><title><![CDATA[21/1/09 "Un discorso forte Adesso i fatti"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>L&rsquo;altra America alla prova. Con questo titolo abbiamo aperto  il giornale di ieri, in attesa del discorso di investitura di Barack Obama,  per rappresentare la consistenza delle aspettative e, contemporaneamente,  l&rsquo;inanit&agrave; del compito. E lui, il primo presidente nero del pi&ugrave; potente  paese del mondo, non ha deluso. Nella imponente scenografia davanti al  Campidoglio si &egrave; colta una connessione sentimentale fra il neo presidente  americano e il suo popolo, segnata da un&rsquo;autenticit&agrave; reale. L&rsquo;attesa di  una svolta profonda nei metodi e nei contenuti della politica americana  - screditata fino all&rsquo;impresentabilit&agrave; dall&rsquo;amministrazione Bush e travolta  nella sua presunzione di onnipotenza dal tracollo economico finanziario  - era davvero grande. Neppure i legittimi dubbi suscitati dalla scelta  degli uomini chiave dell&rsquo;establishment e da qualche evidente torsione moderata  del programma con cui Obama aveva galvanizzato l&rsquo;America liberal nel corso  della campagna elettorale hanno affievolito un feeling che ora dovr&agrave; superare  la prova del governo. Proporremo nei prossimi giorni una riflessione pi&ugrave;  accurata e articolata. Su alcuni punti merita tuttavia soffermarsi subito.  Innanzitutto la voglia di scrollare di dosso dall&rsquo;America l&rsquo;odio, il sentimento  di repulsione che la sua politica di potenza guerrafondaia si &egrave; guadagnata  in giro per il mondo. La rivendicazione della pace, la mano tesa al mondo  musulmano, la condanna della violenza, dei massacri di inermi, il futuro  da assicurare ad ogni bambino e ad ogni latitudine sono parse evocare i  drammi recenti in terra di Palestina. Il leit motiv della sicurezza del  popolo americano &egrave; stato coniugato con il rispetto dei diritti umani. E  poi la crisi, non solo dovuta all&rsquo;inopinata irresponsabilit&agrave; di pochi,  ma frutto di errori di fondo che hanno compromesso diritti fondamentali,  al lavoro, all&rsquo;istruzione, all&rsquo;abitazione, all&rsquo;assistenza sanitaria, ad  una retribuzione e ad una previdenza decenti. Il mercato resta (poteva  non esserlo?) il perimetro dentro il quale ricostruire l&rsquo;economia, ma va  posto sotto controllo perch&eacute; altrimenti esso diventa una cuccagna per i  ricchi ed un lavacro per i poveri. Ed anche la crescita del Pil non dice  nulla se non c&rsquo;&egrave; redistribuzione della ricchezza. Sembra incrinarsi, sotto  i colpi della crisi, l&rsquo;antica mitologia che vuole il tenore di vita del  popolo americano non negoziabile: &laquo;Il declino - dice Obama - non &egrave; inevitabile,  ma dobbiamo cambiare i nostri obiettivi&raquo;, il modo di produrre, in una neonata  vocazione ecologica. &laquo;Useremo il sole, il vento, la terra&raquo;, in una sorta  di riconciliazione con la natura. E poi l&rsquo;appello conclusivo alla responsabilit&agrave;,  condito tuttavia da un inconsueto, esplicito richiamo alla necessit&agrave; di  coniugare e non pi&ugrave; contrapporre libert&agrave; ad uguaglianza.  Ancora, merita sottolineare la rivendicazione e la messa in  valore di una societ&agrave; composita: multietnica, multireligiosa dove credenti  e atei debbono convivere nel reciproco rispetto e tolleranza, dove all&rsquo;egoismo  deve sostituirsi la solidariet&agrave; sociale. La chiusura, di grande effetto,  di respiro universale, quella dal significato simbolico pi&ugrave; pregnante,  sta tutta in quella frase accolta da un entusiasmo incontenibile: &laquo;60 anni  fa un uomo nero non poteva sedere in un luogo pubblico, ora &egrave; qui che parla  davanti a voi&raquo;. Obama ha detto che l&rsquo;America deve cambiare, perch&eacute; il mondo  &egrave; cambiato. Con oggi le parole sono finite. Ora tocca ai fatti. Vedremo.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 18:48:14 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2263]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[18/1/2009 "Unità per fermare la guerra"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Quelle di oggi sono state ci&ograve; che dovevano essere: grandi, pacifiche manifestazioni di massa. Una folla straripante, composita, ha percorso le vie di Roma e di Assisi, unita da un&rsquo;intensa emozione, atterrita dallo sdegno per la strage continuata che ci propone quotidianamente le immagini strazianti di corpi dilaniati, la disperazione inconsolabile di persone di ogni et&agrave; in lotta disperata per la sopravvivenza. Una folla unita anche nell&rsquo;obiettivo condiviso di porre fine, qui e subito, ad un dramma che si rovescia su tutta la comunit&agrave; internazionale e rischia di scavare un solco incolmabile, una vera e propria regressione della civilt&agrave;. Il popolo della pace, da troppo tempo inerte, ha ritrovato la parola e la forza per rientrare in campo, con spirito unitario, con l&rsquo;istinto politico che avevamo auspicato, superando contrasti e divisioni che ne avrebbero fatalmente indebolito la richiesta - perentoriamente salita, da Assisi a Roma - di fermare l&rsquo;aggressione israeliana, di mettere fine all&rsquo;ecatombe umanitaria che sta infliggendo al popolo palestinese inaudite sofferenze. La barra deve ora essere tenuta ben ferma, senza tentennamenti. Sarebbe imperdonabile offrire al governo israeliano pretesti per continuare l&rsquo;escalation militare. Vanno isolati atteggiamenti - fortunatamente marginali - che inneggiano allo scontro frontale. Si sa che di questo si nutrono - in una perfetta specularit&agrave; - fondamentalismi di opposta natura, irriducibili nemici del dialogo e di qualsiasi prospettiva di pace. E&rsquo; di vitale importanza trasformare l&rsquo;indignazione in una efficace azione politica, nella costruzione di un consenso talmente ampio da non poter pi&ugrave; essere ignorato. E, nello stesso tempo, promuovere il pi&ugrave; ampio confronto fra le diverse posizioni, bandendo anatemi e pregiudizi. E&rsquo; questo un impegno al quale questo giornale non verr&agrave; meno. Bisogna allora intensificare la mobilitazione per imporre ai tessitori della politica mondiale di uscire dalla vergognosa latitanza che si traduce in un implicito lasciapassare all&rsquo;aggressione. Che tacciano tutti i cannoni, che si ritiri da Gaza l&rsquo;esercito di Tel Aviv. Non per tornare semplicemente all&rsquo;insopportabile status quo ante, fatto di segregazione, privazioni, umiliazioni del popolo di Palestina. Ma per intraprendere la fatica di un vero negoziato, quale Israele non ha mai voluto intraprendere, per la costruzione di un libero stato palestinese, capace di convivere a fianco dello stato di Israele. Tra breve, archiviata l&rsquo;era Bush, vedremo il nuovo presidente americano alla prova su questo nodo cruciale. Anche l&rsquo;Europa, sino ad oggi tristemente impotente, deve battere un colpo.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 18:42:45 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2262]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item><item><title><![CDATA[16/1/09 "Per Liberazione"]]></title><description><![CDATA[<img src='http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/files/foto/' alt='' border='0' class='logo' /><br /><br /><p>Dino Greco</p>
<p>Mi accingo con salutare preoccupazione a dirigere questo giornale. Lo far&ograve; con tutto lo scrupolo, la passione, la dedizione che sono dovuti. A maggior ragione di fronte alle difficolt&agrave; politiche, economiche, ambientali dentro cui si consuma il passaggio di responsabilit&agrave;. Per chiarezza verso i lettori e per il rispetto nei confronti di quanti hanno fortemente contrastato questo esito, voglio subito rendere esplicito ci&ograve; che penso. Non ha alcun fondamento il timore che il giornale si trasformi in una sorta di instrumentum regni del partito, gestito con furore censorio da un commissario, custode dell&rsquo;ortodossia. Se questo fosse stato mai il criterio che ha ispirato la proposta, la scelta del sottoscritto non avrebbe potuto essere pi&ugrave; inadatta. Non &egrave; questo che mi &egrave; stato chiesto e non &egrave; certo con questo spirito che ho accettato. Una cosa non potr&agrave; aver luogo: che il giornale persegua con metodo lo scioglimento del suo editore perch&eacute; con tutta evidenza questo genererebbe un cortocircuito letale. Una cosa &egrave; la dialettica, la polemica ruvida; una cosa &egrave; la difesa della libert&agrave; di espressione di cui si nutre ogni vitale processo creativo, un&rsquo;altra &egrave; l&rsquo;attacco frontale alla stessa ragione di esistenza del partito, dipinto come un&rsquo;accolita di nostalgici adoratori di icone ideologiche, orfani di pensiero critico, &laquo;orticello avvizzito&raquo; che fa strame del &laquo;grande sogno di Rifondazione Comunista&raquo;. C&rsquo;&egrave; una pessima abitudine, a sinistra: quella di indicare in coloro che ti sono pi&ugrave; prossimi i colpevoli di ogni disastro e, contemporaneamente, di assolvere se stessi da ogni responsabilit&agrave; ritenendosi in ogni stagione depositari esclusivi del giusto e del bene. Dubito che questa compulsiva propensione a forgiare la caricatura dell&rsquo;altro per infilzarne meglio il fantoccio abbia mai prodotto alcunch&eacute; di positivo. Essa ha semmai alimentato smarrimento, senso di frustrazione, abbandono. La prima cosa da fare &egrave; interrompere la circolazione dei veleni, finirla con la reiterazione di una querelle introflessa, del tutto priva di produttivit&agrave; politica. Per invece seguire, sostenere, offrire visibilit&agrave; ai luoghi, alle esperienze di lotta sociale, alle pratiche di riorganizzazione della democrazia dal basso. C&rsquo;&egrave; un tema di fondo, da prendere di petto: &egrave; la sciagurata rimozione del lavoro dalla stessa cultura della sinistra, vale a dire del terreno dove si gioca, si vince o si perde la battaglia decisiva. Una sinistra che non ricostruisca l&igrave; le proprie radici d&agrave; per persa la questione di una rappresentanza politica del lavoro e la sostituisce con un confuso, proteiforme opinionismo che ha per luogo di elezione la ribalta mediatica, droga dispensatrice di illusioni e di gratificazioni narcisistiche. Quando subisci la seduzione di queste sirene puoi chiamarti (oppure no) comunista, ma &egrave; certo che di quella ispirazione rimane solo una messa cantata. Smarrita ogni capacit&agrave; di lettura dei processi, si finisce per approdare ad un confuso eclettismo, dove tutto si compone e si scompone a piacere, dove ogni piano della realt&agrave; &egrave; disordinatamente sovrapposto all&rsquo;altro: &ldquo;modernamente&rdquo; ci occupiamo di tutto, senza capire (e senza cambiare) niente. Occorre stare dentro le contraddizioni sociali, comprenderne le dinamiche, la materialit&agrave;. Farlo con competenza, attraverso un sistematico lavoro di inchiesta, per immersione. E rimettere radici nel territorio, spazio pubblico di potenziale saldatura fra le lotte del lavoro e quelle per i diritti di cittadinanza, fra sindacale e sociale, fra economico e politico. O lo facciamo - e su queste rinvigorite gambe costruiamo una pratica ed una proposta - oppure saranno Berlusconi e la Confindustria a dettare le vie d&rsquo;uscita dalla crisi, in alto a destra, vale a dire con pi&ugrave; ingiustizia e con un definitivo tracollo democratico.  Inoltre, ci occuperemo dell&rsquo;ecatombe ecologica generata dal modo di produzione capitalistico, per costruire una critica del modello di sviluppo: metteremo a tema &ldquo;il come e il quanto produrre&rdquo;, quale senso restituire al lavoro sociale. Ci mobiliteremo senza soste contro la guerra, per la pace, per il disimpegno dell&rsquo;Italia dalle missioni militari, per una politica di disarmo e di riconversione dell&rsquo;industria bellica. Ci batteremo su altri due fronti: contro l&rsquo;omofobia e il patriarcato, la forma pi&ugrave; antica e perdurante di oppressione, quella di genere, e contro ogni discriminazione. Da quella legata alle propensioni sessuali, al verminaio razzista che ha contaminato in profondit&agrave; gli strati popolari trovando a sinistra un debolissimo contrasto. Uguaglianza e libert&agrave;, indissolubilmente legate, formeranno l&rsquo;ispirazione della nostra ricerca e del nostro lavoro. E&rsquo; questo un programma politico? Si, &egrave; un programma politico. E&rsquo; compito di un giornale farsene carico? Di questo giornale lo &egrave;. Si esaurisce qui ogni campo di ingaggio, proposta, impegno culturale? No. Questo non &egrave; tutto, ma ne &egrave; il centro. Oggi Liberazione vende circa 6.000 copie al giorno. Proprio poche. Non &egrave; certo solo per responsabilit&agrave; proprie, ma &egrave; chiaro che - a dispetto dell&rsquo;impegno di chi lo produce - l&rsquo;impatto del giornale sulla societ&agrave; &egrave; del tutto modesto. Ed &egrave; piuttosto difficile sostenere che alla residualit&agrave; del gradimento sociale corrisponda un grande lievito culturale e politico. Capita talvolta che quando il divario fra le ambizioni e la realt&agrave; &egrave; grande si provi a colmarlo con un diluvio di parole. Ma &egrave; un&rsquo;operazione consolatoria e lascia il tempo che trova. Dobbiamo uscire dalla nicchia in cui ristagnamo e fare un giornale che entri in risonanza con la nostra gente, un giornale di cui i lavoratori, le lavoratrici, gli sfruttati, i poveri, le persone umiliate dalla discriminazione e dalla sopraffazione avvertano l&rsquo;utilit&agrave; e in cui possano trovare una sponda sicura per uscire dalla solitudine e per organizzare il proprio riscatto.</p>]]></description><pubDate>Fri, 12 Feb 2010 10:28:37 GMT</pubDate><link><![CDATA[http://liberazioneonlineblog.alecsandria.it/ezoompress/post01.asp?id=2261]]></link><category><![CDATA[Gli editoriali]]></category></item></channel></rss>
